Il vecchio di Montegennaro

di Bruno Sebastiani

Romanzo psicologico


 

 

 

 

 

 

 

Attilio è un vecchio che vive come un eremita in una capanna trai boschi. Il suo incontro con un professore in crisi è come l'improvviso accendersi della scintilla che indica la via.


Anteprima

 Ricordo bene la prima volta in cui m’inerpicai per l’aspro sentiero di monte Gennaro. Era una domenica di fine ottobre grigia e fredda. C’era la possibilità che piovesse. Ciò mi trattenne dall’andare più lontano per quella gita in montagna. Infatti monte Gennaro era raggiungibile con appena un’ora di macchina da Roma, verso est.

     Lascio l’automobile al margine di una strada sbrecciata, calzo lo zaino e mi addentro nel bosco. Non è la prima volta che percorro da solo simili sentieri. Ma solo è dir poco, perché la montagna sembra proprio deserta. Nessun escursionista, nessuno in cerca di funghi o di ritorno dalla caccia. Ed io ben presto comincio ad apprezzare quest’estrema solitudine. Mi pare una condizione ideale, anche per affrontare il sentiero che già comincia a salire.

     Procedo a fatica su un terreno che è solo una pietraia. Poi qualcosa cambia, la pietraia diventa un canalone, forse il letto di un antico torrente. Ed io, senza fretta, ogni tanto mi fermo ad ammirare i tronchi dei faggi ormai spogli. Tronchi che biancheggiano sopra le rocce bianche anch’esse. Tronchi che risaltano per il rosso del fogliame che ricolma gli anfratti.

     Salgo adagio e non presto nessuna attenzione a dove poggio gli scarponi. Procedo meccanicamente. Ed il ritmo dei miei passi in breve libera la mia mente. Forse è per questo che mi pare di riascoltare la voce di Clara al telefono, ieri sera. Ogni due settimane dovrei passare la domenica insieme alle mie figlie. E ieri sera, per l’ennesima volta dovrei dire, ho espresso delle difficoltà. Ho detto che avevo preso un altro impegno. Mi sono defilato. Clara ha protestato. Devo ammettere che lo ha fatto con garbo, senza affermazioni perentorie od offensive, forse per timore che si spezzasse quel tenue legame che ancora ci unisce. Però ha protestato.

     Il mio matrimonio da cinque anni può dirsi concluso. E la sola parvenza di famiglia, come pure è stata in precedenza, è questo prendere in prestito le ragazze ogni due settimane. In principio, quando erano piccole, mi sembrava doveroso. Anzi, ricordo di aver reclamato energicamente il rispetto del mio diritto. Ora le ragazze hanno quattordici e diciassette anni. E sono due estranee per me.

     Scavalco un grosso tronco caduto di traverso sul sentiero. E di nuovo Clara al telefono mi chiede da quanto tempo non parlo con le ragazze. Non lo so. Non so nemmeno se ho mai parlato per davvero con loro. Ho sempre avuto la sensazione che, quando mi stavano a sentire, era solo per meglio interpretare il loro ruolo di figlie. Ricordo che mi piaceva raccontare loro delle storie, magari quando in auto si andava da qualche parte. Sapevo escogitare sempre nuovi finali anche alle storie ripetutamente raccontate. Io stesso mi incuriosivo nell’attesa della conclusione. Poi capivo che loro non mi ascoltavano. Era come se raccontassi per me soltanto. “Sta attento alla strada, papà” mi dicevano. “Non ti distrarre”. Allora mi capitava di finire la storia tra me e me. E sorridevo alla chiusa geniale che sapevo inventare.

     Davanti, quasi mimetizzata tra le rocce del canalone, c’è una mucca bianca e nera che mi guarda salire. Con in testa i miei pensieri, mi accorgo dell’animale solo quando sto per finirgli addosso. Forse, preso dal mio fantasticare, l’ho scambiato per un masso da scavalcare. Solo il lento dondolare della sua coda mi riporta al presente. Mi fermo a due passi dai suoi grandi occhi umidi e profondi. Mi fermo e per un po’ restiamo a guardarci. Forse non ero mai stato capace di eliminare dalla mia voce quel mio tono da professore, di colui che sta spiegando la lezione. Forse per questo le ragazze non mi stavano a sentire. Ada, la più grande, qualche volte si era lasciata andare a chiedermi dei consigli. Poi, con il crescere di Giulia, non l’aveva più fatto. Anzi, quando le capitava di rivolgermi la parola, mi pareva che Giulia la fulminasse con lo sguardo.

     Ada aveva soggezione della sorella più piccola. Ne subiva il fascino e ne temeva la critica. Era una condizione in sé parecchio strana. Non ricordo nemmeno come s’era determinata. A pensarci bene, sarebbe dovuto accadere il contrario. Però è un fatto che Giulia, fin dai primi tempi, s’era sempre mostrata fredda e indifferente. Non aveva mai cercato l’approvazione di nessuno. Questo le conferiva sicurezza e autorità. Ada invece, benché più grande di tre anni, era sempre stata più insicura e vulnerabile. E presto aveva trovato nella sorella il modello cui ispirarsi. Strano che non avesse mai tentato di scoprire né in sua madre né in me dei riferimenti su cui impostare le sue scelte.

     La mucca non si muove ed io non ho fretta. Sentivo che le ragazze mi sfuggivano e tentai di affrontare l’argomento. La prima volta in cui mi capitò di star solo con loro, dopo la separazione da Clara, provai a parlare della cosa. E sembrò perfino che per un po’ mi stessero a sentire. Poi vollero vedere la nuova casa in cui vivevo, la nuova scrivania presa di seconda mano, il panorama che era possibile vedere dal balcone. E la cosa fu presto accantonata.

     La mucca si stanca di guardarmi. La vedo scartare sulle zampe posteriori e, con molta calma, la vedo risalire in diagonale il bordo del canalone. Ora posso proseguire. Il sentiero continua a salire. E ad un tratto costeggia un grosso faggio che presenta delle bellissime radici attorcigliate ai massi. Poi scende dall’altra parte e si divide in due direzioni. Le direzioni sono indicate con delle frecce rosse dipinte sulla faccia piatta di una pietra. Una direzione o l’altra per me fa lo stesso. Prendo il sentiero di destra. E subito il sentiero riprende a salire.

     Anche con Clara non era stato possibile parlare a lungo. In principio s’era realizzata un’inspiegabile attrazione reciproca che non aveva bisogno di parole. Ed in seguito, per qualcosa che potrei spiegare come fosse una vertigine, arrivammo presto al matrimonio. Dopo pochi mesi, ci sorprendevamo entrambi di come fosse possibile restare serate intere in silenzio, sfogliando ognuno qualcosa di diverso per ingannare il tempo. Quindi nacque Ada. Per l’occasione, la madre di Clara si trasferì da noi, temporaneamente. Ricordo una serie infinita di pomeriggi passati a correggere i compiti dei miei studenti, mentre le due donne si dividevano le emozioni della maternità. Pareva che si stupissero che anch’io ci fossi. Non so quanto tempo ci volle perché anch’io potessi sentirmi padre di quella neonata. Mi era permesso tenerla tra le braccia solo pochi minuti. Quasi subito piangeva e le due donne me la toglievano per soccorrerla.

     I ricordi dei miei anni passati ormai li ho accantonati. Li tengo in un angolo e raramente li ritrovo. Quando accade, li rivisito un poco. Li ripasso senza nessuna nostalgia e nemmeno per farmi del male. Li ripasso semplicemente per recuperare qualche frammento della mia vita di prima che possa aiutarmi a riempire questo recipiente vuoto, perché altro non mi sento in questo momento. Ogni tanto mi serve ritrovare le emozioni ed i progetti degli anni giovanili o all’inizio del matrimonio. Mi pareva di poter agguantare tutto. Invece ogni cosa mi è scivolata dalle mani. Non sono riuscito a salvare niente. Ed ora subisco la vita, un giorno dopo l’altro, senza nessuna capacità di organizzarla, di darle delle prospettive. Ormai da tempo ho rinunciato a capire il significato dello scorrere dei giorni. Esso procede spontaneamente senza che io possa in alcun modo diventarne protagonista.

     Il mio primo problema nasce dall’incapacità di collegarmi con le altre persone in modo significativo. Invano ho tentato di scalfire la grigia e banale superficialità che sempre si materializza nei miei rapporti con gli altri. È come se una pellicola di estraneità avvolgesse la mia persona. E non solo con la famiglia, ma anche a scuola, coi colleghi e con gli studenti. Ormai ho finito col farci l’abitudine. Neanche ci provo ad intaccare la vernice che mi ricopre, una vernice estraniante.

     La mia difficoltà di relazione, in gran parte, è dovuta al mio bisogno di rendere totalizzante ogni rapporto. Cioè, non sono capace di mantenere quel tipo di amicizie destinate a restare in superficie, quando non sono il preludio ad un coinvolgimento più profondo. Tempo addietro ci provavo, tentavo di superare i timori delle precedenti sconfitte. Con ogni nuova conoscenza, provavo a indicare un percorso su cui procedere insieme. Ma in genere, in quel difficile cammino, mi ritrovavo solo. La conoscenza non diventava amicizia ed io perdevo interesse a mantenere un rapporto che consideravo imperfetto. Imperfetto come il rapporto che sperimento coi miei colleghi a scuola. Con loro si parla di graduatorie, assegnazione di posti, trasferimenti, tutte cose per me insufficienti e insignificanti. Ho perso il saluto di molti di loro.

     Il sentiero continua a salire su un letto ricolmo di sassi e arbusti. Ma infine spiana presso una strettoia che si realizza tra due rocce gigantesche, una specie di valico. Al di là del valico, il sentiero digrada verso un altopiano circondato da una schiera di monti. Le pendici dei monti sono ricoperte di faggi. Ma qualche esemplare cresce anche al centro del pianoro, lontano dal bosco, imponente per la sua altezzosa solitudine. Continuo a scendere verso il pianoro e vedo mucche e cavalli, in piccoli branchi, che pascolano liberamente. Sembrano i padroni del posto e si allontanano appena al mio passaggio.

     Clara non mi aveva mai chiesto una cosa del genere, da quanto tempo, cioè, non parlassi con le ragazze. Anzi, spesso mi rimproverava di parlare troppo con loro. Ricordo che si mostrava sempre seccata quando spiegavo alle bambine i misteri della vita, la nascita, l’amore, la morte. Probabilmente adesso vi sono altre cose che la rendono inquieta. Ed io sono sicuro che, invitandomi a parlare con le ragazze, lei vorrebbe che indagassi, che scoprissi, che penetrassi nel loro atteggiamento silenzioso e scostante. So che anche Clara non è riuscita a mantenere la confidenza delle figlie. Io l’ho persa da tempo. Ricordo che Ada si mostrava imbarazzata quando le consigliavo gli accorgimenti da prendere per eventuali incontri più intimi con qualche amico. Quei discorsi le creavano disagio. Sono sicuro che non ne parlava neanche con sua madre.

     Da quanto tempo non parlo con le ragazze…forse non abbiamo mai cominciato. Non so come sia potuto succedere, ma è successo. Probabilmente anche con le mie figlie ho cercato un rapporto che, oggettivamente, non poteva esistere, un rapporto da amico, da confidente. Ma loro non mi hanno mai accettato come confidente. E non mi è stato più possibile tornare indietro. Forse non l’ho neanche voluto. Forse io stesso mi sono rifiutato di recuperare con loro un rapporto tradizionale. Un apporto fatto di apparente rispetto, ma di intima indifferenza.

     Traverso quasi per intero il pianoro che pare un luogo incantato per il silenzio che lo pervade. Poi mi siedo ai piedi di un albero. Il cielo non si è per nulla giovato del passare delle ore. È ancora grigio e freddo come alla partenza. Ogni tanto sento qualche goccia di pioggia sul viso. Ma non si tratta di una vera pioggia. Solo qualche goccia, di tanto in tanto. Tranne gli animali che pascolano sul pianoro, il luogo appare deserto. Però, guardando meglio verso il folto degli alberi che cingono l’altopiano, noto un esile filo di fumo. Forse un boscaiolo, mi viene da pensare. Distendo le gambe e tiro fuori due panini dallo zaino. Mi poggio meglio con la schiena all’albero e comincio a mangiare.

     Clara fa di tutto per conservare il mio già scarso interesse per le ragazze. Spesso mi telefona per comunicarmi i loro risultati scolastici, per informarmi se vanno in gita, se vanno a una festa e altre cose del genere. Finge di non accorgersi della mia indifferenza. O forse non ne vuole prendere atto in maniera definitiva. Sono passati quattro mesi dall’ultima volta che le ragazze sono state con me. Ma lei mi telefona ogni settimana per aggiornare le notizie che le riguardano.

     Ricordo bene quella domenica di giugno, quando andammo in piscina per l’intera giornata. C’era anche Clara con noi. Ed il fatto che ci fosse mi sembrò una buona opportunità per alleggerire la tensione, il disagio provato nelle occasioni precedenti. Infatti le ragazze, pur mantenendo un certo distacco da me, sembravano divertirsi per le novità che fornivo loro a domeniche alterne. Ed era proprio quello l’aspetto che più mi disturbava. Sembrava che non volessero mandare sprecate le opportunità che mettevo in piedi per impegnare la giornata. Ma non si curavano affatto di me. Che io ci fossi o non ci fossi era la stessa cosa. Il loro era un atteggiamento sprezzante e molto calcolato. Ed io sopportavo con fastidio crescente la loro compagnia.

     Quel giorno in piscina fu anche peggio. Per sciogliere il disagio iniziale, proposi una partita a carte. Sapevo che Clara amava passare qualche ora in quel modo. Ma le ragazze si stancarono presto, abbandonarono il tavolo e si tuffarono in acqua. Restai solo con Clara, e quella era una cosa che non accadeva da tempo. Posai le carte e cercai con affanno un qualsiasi argomento per conversare. La perfidia delle ragazze mi aveva spiazzato. Ed ora, con Clara che aspettava, non sapevo cosa fare.

     «Mi dispiace che Giulia abbia abbandonato le lezioni di pianoforte» dissi tanto per dire. «Pareva così dotata!».

     «Hai visto com’è cresciuta?».

     «Sembrava che la musica le piacesse! Aveva così tanto insistito per l’acquisto di quello strumento d’occasione!».

     «È diventata più alta della sorella. E si trucca già come una donna matura».

     «Non vorrei che trascurasse la sua predisposizione per l’arte…».

     «Ma la cosa più sorprendente è la sua sicurezza. Sembra che sappia sempre cosa volere e come ottenerlo».

     «Benché Ada sia più sensibile e pronta a lasciarsi coinvolgere emotivamente, Giulia ha il dono della sintesi, riesce a individuare rapidamente i caratteri significativi di qualsiasi opera, quadri, libri o musiche».

     «Anche se il suo modo di essere viene spesso scambiato per arroganza, per presunzione. La sua professoressa di lettere ha usato proprio questi termini nel riferirmi la sua insoddisfazione di Giulia».

     Tra noi non c’era dialogo. Parlavamo di cose diverse. Per cui lasciai che Clara continuasse a parlare da sola delle figlie. Di Giulia soprattutto, una ragazza inquietante per i suoi modi alteri e decisi. La osservavo mentre gesticolava con garbo scuotendo i numerosi bracciali che le ornavano i polsi. Indossava dei grossi occhiali da sole dietro i quali nascondeva la sua ansia. Ma le apparenze mostravano una donna serena, disinvolta, a suo agio. Non aveva mai assunto l’aria della donna lasciata sola nel gravoso compito di guidare la sua famiglia. Lei dava l’impressione che solo un momentaneo contrattempo non consentiva al marito di starle accanto. E per rendere meglio quella mistificazione, innalzava una barriera di parole inutili senza mai permettere ad alcuno di porle delle domande dirette su me, su noi, sulla nostra separazione.

     Clara non si curava per niente del mio silenzio. Parlava per suo conto fumando distrattamente una sigaretta. Era ancora molto bella. Ma forse la bellezza non le bastava. Non le era mai bastata, mi trovai a pensare nel notare il suo abbigliamento curato in ogni dettaglio. Gli orecchini avevano le stesse pietre color ambra del braccialetto e della spilla appuntata sulla fascia che teneva sui capelli. Mentre il vaporoso fazzoletto annodato alla borsa era dello stesso tessuto della camicetta. Niente era lasciato al caso. E proprio quello studio, quella scrupolosa cura dell’aspetto, mi aveva spesso infastidito. Non sopportavo il suo rispetto senza riserve di un codice che imponeva taluni accostamenti invece di altri. Ai suoi occhi ero sempre impresentabile, qualunque cosa avessi indosso. Numerose volte, pur avendo già i biglietti, avevamo rinunciato ad andare al teatro o al concerto per simili motivi. Ero incapace di adeguarmi ai suoi precetti. A me veniva spontaneo indossare una camicia qualsiasi con una cravatta qualsiasi. Oppure non mettevo la cravatta. Questo era intollerabile per Clara. Solo più tardi ho compreso come, quell’apparente rigore, celasse invece una profonda insicurezza. Probabilmente ogni scelta rappresentava per lei un tormento. Da là il suo bisogno di aggrapparsi a dei codici di comportamento già collaudati e sicuri.

     Benché conoscessi perfettamente certi aspetti del suo carattere, negli ultimi anni non avevo più avuto modo di riconsiderarli. I nostri incontri si erano diradati. Solo il telefono ci aveva mantenuto in contatto. Avevo finito col dimenticare molte cose di Clara. Ma quando pensavo a lei, provavo sempre un misto di tenerezza e rammarico per l’epilogo del nostro matrimonio. Ero consapevole delle difficoltà che aveva dovuto affrontare per trovare un uovo equilibrio all’interno del suo ambiente, tra le sue amicizie, tra i colleghi di lavoro. I rigidi principi che avevano regolato e condizionato il nostro rapporto, le avevano certamente facilitato il compito. Non aveva dovuto fare altro che estenderli alla sua nuova condizione di donna separata. Lei appariva separata solo per caso, accidentalmente, senza evidenti strascichi interiori.

     Tuttavia ero certo che aveva attraversato anche momenti contrassegnati da laceranti conflitti. Sicuramente, in qualche occasione, magari quando restava sola nella nostra grande casa, aveva sentito franare l’impalcatura delle rigorose, ma apparenti, certezze che sembravano sostenerla. Quando immaginavo i suoi travagli, sentivo affiorare in me i sentimenti del rimorso e della compassione. Non mi piaceva pensarla in difficoltà. Me ne sentivo in colpa. E più di una volta mi era sembrato che si potessero ricreare le condizioni per tornare insieme, per ricominciare su basi nuove. Qualcosa del genere lo avevo fatto capire anche alle ragazze. Mi ero limitato a farne qualche accenno, senza dire niente di preciso. Giulia fu più lesta della sorella a intuire le mie intenzioni.

     «Non vorrai rimetterti con la mamma, spero!».

     «Perché dici questo?».

     «Non so. Mi pare di capirlo da certe tue parole…».

     «Se fosse così, non ti farebbe piacere?».

     «Per niente! Non potrei sopportare di nuovo le vostre continue discussioni! E sempre per motivi banali!».

     «Forse per tua madre si trattava di motivi importanti. Se io non li ritenevo tali, potevo anche compiacerla più di quanto non abbia fatto, non pensi?».

     «Io penso che non andrete mai d’accordo. Basta prenderne atto. E poi non è giusto che ci proponiate un altro esperimento di convivenza che renderebbe soltanto più invivibile la nostra casa».

     Giulia, come al solito, era molto drastica e severa nei suoi giudizi. Quella giornata in piscina fu pilotata proprio da Giulia. Lei, con cinica freddezza, ci aveva messi l’uno di fronte all’altro senza mediare, senza contribuire a smussare gli spigoli. Clara parlava per suo conto dietro gli occhiali scuri ed io capivo che non ci saremmo mai riconciliati.