Andrea del nostro inverno

di Bruno Sebastiani

un romanzo a sfondo psicologico


 

 

 

 

 

"CI SEI RIUSCITO!!! TI ODIERO' PER SEMPRE!" COMINCIA IN QUESTO MODO IL SOFFERTO PROCEDERE DI UN UOMO FERITO DALLA SORTE ALLA RICERCA DEL PROPRIO INVERNO, COSI' CHE IL SEME CHE PORTA DENTRO POSSA GERMOGLIARE.



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IL TERZO MESSAGGIO

     “Ci sei riuscito!!! Ti odierò per sempre!”, era il terzo messaggio che ricevevo identico agli altri. Identico e anonimo come gli altri. Scritto in stampatello con una penna nera. Una penna a punta fine. Non c’era altro. Nessun timbro che mi permettesse di individuare la città di provenienza. Nessuna data. Nessun riferimento alla persona che lo aveva scritto. Lo avevo trovato tra l’altra corrispondenza nella cassetta della posta, regolarmente chiuso in una busta simile a tante altre buste.

     Rimasi immobile a fissare quelle due frasi sul foglio. Due righe che parevano perdersi nella vastità della pagina bianca, ma che sapevano sostenersi per acquistare, in tal modo, una carica perfino dirompente. Due brevissime frasi. Due colpi di frusta schioccati in una stanza al buio. Erano l’urlo che precede il risveglio, tanto da lasciare senza fiato. “Ci sei riuscito!!!”, tre punti esclamativi scattanti alla fine della frase come rami rilasciati all’improvviso, rami piegati a forza per vedere al di là da essi. Rami di nuovo ritti e tesi. Rami che nessuno avrebbe più potuto piegare. “Ti odierò per sempre!”, qui c’era un solo punto esclamativo. Ma quanta forza in quella promessa, in quella minaccia, in quella condanna…per sempre! Si chiudeva come una pietra sulla tomba. Non c’era altro da aggiungere. Non occorrevano altri punti esclamativi per chiudere un discorso che appariva già suggellato, cristallizzato nella sua forma definitiva.

     Non mi riusciva di collocare nessuna persona dietro quei messaggi. L’immediatezza espressa con quelle due semplici frasi non apparteneva a nessuno che conoscessi. La prima volta avevo gettato via il foglio senza quasi leggerlo. Anche il secondo, benché identico al primo, non mi aveva colpito come mi accadeva invece in quel momento. C’era una tale risolutezza, un’ostinazione così impudente nel recapitarmi per la terza volta lo stesso identico messaggio, da non consentirmi di rimanere indifferente. Lasciai il foglio aperto sulla scrivania ed alzai gli occhi alla finestra. Il giorno sopravviveva nell’incendio rosso del tramonto che sfumava, in alto, nei colori della notte. Ottobre illanguidiva sempre così i suoi tramonti. Gli alberi in fondo al viale erano ormai soltanto delle sagome nere, scheletriche. Erano dei soldati sopravvissuti alla battaglia. Mi sorprendeva ogni volta la somiglianza tra i quattro alberi spogli ai lati del cancello con una scena che avevo visto in un quadro. Quattro cavalieri disarcionati e stancamente appoggiati alle loro lance. L’albero più esterno, quello più discosto dagli altri, era il cavaliere più stanco. Il più curvo. Forse ferito.

     Presi ad esaminare il resto della corrispondenza. Aprii le altre buste ed ordinai in fretta, in una cartellina apposita, alcuni conti da pagare. Le altre lettere, lettere che sollecitavano una risposta, le chiusi in un raccoglitore. Quel pomeriggio avevo lasciato prima del solito la redazione proprio col proposito di sbrigare un po’ di corrispondenza. Quel raccoglitore, sempre più gonfio, stava diventando una vera ossessione. Non avevo mai lasciato che si accumulassero così tante lettere. Ma negli ultimi mesi sapevo inventare per me sempre nuove scuse pur di rimandare il lavoro. Soltanto con grande sforzo riuscivo, di tanto in tanto, ad organizzare qualche risposta. Ma attendevo a quel compito con avversione crescente. Forse vi contribuiva anche la qualità delle lettere. Si trattava quasi sempre delle solite segnalazioni di altri testi, di altre recensioni, oppure di esecuzioni contenute in qualche disco che avrebbero potuto gettare nuova luce su uno specifico problema interpretativo. Si trattava quasi sempre di richieste di notizie circa vecchie incisioni, ormai introvabili. Chiarimenti su questioni tecniche che mi stupivo potessero assillare la mente dei tanti, non credevo poi così tanti, appassionati di musica. Dalle lettere che ricevevo si sarebbe detto che i lettori del nostro mensile fossero degli esalatati, dei maniaci ossessionati da ogni più piccolo problema di partitura, da ogni insolita soluzione azzardata da qualche interprete, da ogni riferimento storico che potesse far luce sulla genesi creativa di qualche compositore.

     Vi erano delle richieste che sfioravano l’assurdo e che avrebbero richiesto una enorme ricerca sulle fonti. Non era tanto la mancanza di tempo a farmi desistere da tali ricerche, quanto la loro sostanziale inutilità. Cosa poteva aggiungere, alla godibilità di un quartetto di Haydn, sapere se la prima versione in cui era stato composto prevedeva delle parti non obbligate del secondo violino per le difficoltà tecniche in esse contenute e per la contemporanea scarsa abilità della contessa di W., dedicataria del lavoro ed interprete al suo tempo di quel quartetto? Mi sorprendeva la capacità dei lettori di saper scovare dettagli sempre più ininfluenti su cui arrovellarsi, ed assillarmi.

     Quel pomeriggio avevo lasciato prima del solito la redazione, ma avrei ignorato ancora una volta la posta inevasa. Presi il foglio col messaggio e lo guardai in controluce senza sperare di scoprirvi nulla. Non avevo conservato i due messaggi precedenti. Mi sforzai di rammentare la cadenza del loro arrivo. Forse era passato un mese da quando avevo ricevuto il primo messaggio. E dopo un paio di settimane doveva essere giunto il secondo. Con una certa approssimazione conclusi che mi erano stati recapitati alla distanza di quindici giorni l’uno dall’altro. Tutto ciò non mi portava a niente. Ed era assai facile che non me ne sarebbe venuto niente, nel senso che quel foglio non conteneva in sé nessun accenno a qualcosa di cui dovermi preoccupare. Nessuna minaccia in particolare, se non quella di sapermi odiato per sempre. Avrei potuto cestinarlo, come le altre volte, senza sentirmi per questo più vulnerabile rispetto a prima. Non conteneva nessun avviso di cui tener conto. Nessuna indicazione del torto che avevo commesso. Dunque non mi si chiedeva niente di preciso. Non dovevo modificare nulla della mia esistenza o dei rapporti che intrattenevo con gli altri. Ma allora, che senso aveva recapitarmi un tale messaggio? Che senso aveva informarmi che qualcuno mi avrebbe odiato per sempre? Non aveva alcun senso, appunto. Probabilmente mi stavo lasciando invischiare in qualcosa che non mi poteva raggiungere in nessun modo. Infatti non mi si richiedeva nessuna reazione da parte mia, se non l’insofferenza per il ripetersi di simili episodi.

     L’unica cosa sensata che potessi fare era gettare via quel foglio. Ma non mi risolvevo a farlo. Pensavo che il mio anonimo corrispondente avesse voluto informarmi del suo odio per uno scopo che aveva in mente, uno scopo che ancora mi sfuggiva, ma che avrei dovuto intendere. Un anonimo corrispondente…qualcuno che mi conosceva, ma che voleva restare sconosciuto. Qualcuno, comunque, che si aspettava qualcosa da me. Qualcuno di cui avevo tradito la fiducia, le aspettative. Qualcuno che avevo deluso. Qualcuno deluso…la lista di coloro che avevo deluso nella mia pur breve vita doveva essere assai lunga. E sarebbe iniziata sicuramente col mio nome. 

     Ma poi, perché delusi? All’infuori di me, chi altri si era veramente atteso dei risultati diversi in relazione a ciò che mi ero ripromesso, in relazione a ciò per cui mi ero tanto impegnato? Soltanto mia era l’enorme insoddisfazione che mi portavo dentro per aver dovuto interrompere la professione di musicista. Soltanto mia. E non avevo mai saputo accettare le varie occupazioni di ripiego, lavori alternativi, che mi erano stati offerti dopo che un banalissimo incidente mi aveva privato per sempre della corretta articolazione dell’anulare e del mignolo della mano sinistra. Erano passati molti anni, ma era ancora vivo e bruciante il ricordo di quella sera piovosa di novembre a Ferrara. Un automobilista, forse ubriaco, mi aveva investito all’uscita dell’albergo. Un banalissimo incidente. Un colpo che non mi fece neanche tanto male e l’automobile subito persa nel buio. Sfumò in tal modo la mia prima, grande occasione. La prima e l’ultima. Il primo concerto importante a soli diciannove anni. Il mio debutto sotto la guida di quello che era già il grande Giulini.

     Scacciai il ricordo di quella sera tremenda, di quella sciocca disattenzione che mi avrebbe segnato per il resto della mia esistenza. Il pianoforte era rimasto, nonostante tutto, il mio solo interesse. L’unico amico cui tutto potevo confidare. L’unico vero conforto ai rimpianti del passato. Ma ero consapevole di aver conservato un rapporto quasi morboso con esso. Lo suonavo soltanto per me, ma non per diletto. Non per il piacere della musica, ma come per ripicca. Con un senso di rivincita. Lo suonavo come per rappresaglia negandogli tutte le potenzialità che gli erano proprie. Lo suonavo accentuando le parti monche che produceva la mia mano sinistra come per farlo soffrire. Nei momenti di massimo sconforto, mi sedevo alla tastiera e trasferivo, insieme alla partitura incompleta, la mia disperazione allo strumento. Esso gemeva alle dissonanze prodotte dalla mia incerta armonia. Ed io lo percuotevo con rabbia crescente fino a sentirmi esausto.

     Il pianoforte era la mia vita e la mia sconfitta. La mia luce ed il mio tormento. L’incubo e la nostalgia. Parte di me. Vinto come me.

     Nella penombra del mio studio, il pianoforte si staccava dal buio coi suoi spigoli lucenti. Risaltava per il chiarore dei tasti che m’irridevano come un sorriso perverso, per il pallore dei fogli di uno spartito aperto. Presi la pagina col messaggio e la sistemai sul piano come se fosse un foglio di musica, ed al buio lo suonai. “Ci sei riuscito!!!”, terzine staccate. Terzine rapide e fuggenti, incalzanti. Terzine iridescenti come l’euforia dell’incoscienza che non sa a cosa conduce. Tre punti esclamativi. Accordo ribattuto e perentorio. Suonai “per sempre!” come un mesto, lugubre adagio che si spegneva senza un guizzo. Senza una speranza.

COMMISERAZIONE

     L’intervista con Alfred Brendel, il grande pianista, mi aveva tenuto impegnato per due giorni interi. Era di passaggio a Roma dopo aver eseguito un concerto a Milano. Non erano previste altre esibizioni ed il suo soggiorno nella capitale aveva un carattere esclusivamente privato. Tuttavia la nostra redazione era riuscita ad ottenere il suo consenso a lasciarsi intervistare. Per due pomeriggi avevo parlato con lui come fosse un mio vecchio amico. Non ci eravamo mai incontrati. Non lo avevo mai sentito suonare, tranne che nei dischi. Però avevo una profonda stima della sua arte. Egli, dal tono delle mie domande, colse subito qualcosa che non era immediatamente riconducibile al contesto dell’intervista. Lo colse per la sua attenta e squisita cortesia ed io, non so come, mi trovai a parlargli di me. Per la prima volta, in un’intervista, ero io a parlare. Infine mi sentii piccolo e meschino al suo confronto. La mia storia lacrimevole la sentii per la prima volta come fosse quella di un altro. Me ne ritrassi, infastidito io per lui. Vergognoso per aver lasciato prevalere il mio autocompatimento.

     Fu un episodio increscioso. Ne venne fuori un’intervista incompleta e superficiale. Non avevo mai percosso con tanta rabbia il mio pianoforte. Quando me ne staccai, ripresi tra le dita ancora tremanti il foglio col messaggio. Lo avevo letto innumerevoli volte, ma lo sentivo come qualcosa che echeggiava da sempre nella mia mente. Non erano frasi scritte da un estraneo. Non erano parole anonime e inquietanti liquidate con troppa fretta. Erano le mie parole. Le mie frasi. La mia condanna. Quelle parole avrei potuto scriverle io stesso. Scolpirle addirittura. Se soltanto avessi saputo, avessi avuto la forza di domare il mio orgoglio ferito…Da mesi avevo perso anche la mia ultima allieva. Messa in fuga, come altre prima di lei, da quella mia strana, tormentosa commistione di amore-odio per la musica.

     La scialba intervista ad Alfred Brendel rappresentò un ulteriore motivo di conflitto con gli altri della redazione. Quello che poteva sembrare un episodio marginale, e abbastanza rimediabile, costituiva, per tutti i miei colleghi, l’ultima di tante mancanze. Un’altra occasione sciupata per rivalutare la mia già pessima reputazione. Stavo perdendo anche quell’ultima occupazione di ripiego. Benché continuassero a passarmi la posta e qualche recensione da redigere, io mi sentivo già fuori. Ed ancora una volta mi sentivo rabbiosamente insofferente con la musica, quella strana, imponderabile forza che scaturisce dall’unico linguaggio intraducibile, quell’insieme di emozioni, di rapimenti, di astrazioni, di fughe da questo in quell’universo che si direbbe privo di significato, eppure così coinvolgente.

     Non avevo mai approfondito a sufficienza il significato filosofico o antropologico della musica. L’avevo sempre “sentita” d’impatto. Senza mediazioni. Senza il supporto di interpretazioni scientifiche. La musica si era agitata dentro di me con la sua parte più emozionale. Ed io vi avevo aderito senza mai capirne la causa. La stessa musica, a volte, era un demone da cui mi sforzavo vanamente di fuggire. Una suggestione. Una ipnosi da cui tentavo di sottrarre lo sguardo. La stessa musica era, a volte, una droga che avrei voluto sconfiggere per sentirmene finalmente libero. Ma era una droga alla quale ricorrevo per affogare il mio smarrimento.