Cara Yvonne

di Bruno Sebastiani

a sfondo psicologico. sentimentale


 

 

 

 

Svolgevo da cinque anni quel lavoro di vigilanza nell'edificio di presa della diga e già mi pareva un tempo infinito. I turni di 24 ore si succedevano con ritmica monotonia e ogni volta, scendendo giù a valle, mi pareva di ritornare tra i vivi. Comincia così la storia di Franz, una storia triste e ripetitiva fin quando, in modo del tutto casuale, inizia una corrispondenza con una donna dal vissuto non troppo limpido: Yvonne.



Non basta accendere una luce per far sparire il buio.

Accade a volte che il buio non sia fuori ma dentro noi stessi.

La solitudine non è vivere da soli,

la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi,

la solitudine non è un albero in mezzo ad una pianura 

dove ci sia solo lui,

è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia,

tra la foglia e la radice.

Anteprima

 L’inverno era ancora lontano, ma già sentivo soffiare il suo gelido respiro e già la neve imbiancava il profilo dei monti che sfumavano nel cielo grigio. Non ricordavo un ottobre tanto freddo, triste e buio come quello. Da giorni non vedevo altro che una ininterrotta distesa di nuvole che scivolavano lente lungo il pendio del ghiacciaio di Nèves e si spandevano sulle acque metalliche del lago per ingoiare, oltre la diga, l’intera vallata. Dalla finestra riuscivo a vedere solo il segno più marcato della riva del lago, la curva dello sbarramento e le macchie scure degli alberi sul terrapieno. Ma i pomeriggi si facevano sempre più corti, la luce del giorno sfumava in fretta ed io sentivo crescere quel senso asfittico di solitudine che mi portavo dentro da quella che mi pareva un’eternità. Seduto al pannello di controllo, registravo sulle solite schede le indicazioni degli strumenti, controllavo le solite spie accese, digitavo le solite schermate sul monitor della diagnostica e sempre più mi sentivo sfinito, sfibrato come se scivolasse via dalle mie dita l’ultimo filo di energia per alimentare la luce verde del controller.

     Svolgevo da cinque anni quel lavoro di vigilanza nell’edificio di presa della diga e già mi sembrava un tempo infinito. I turni di 24 ore si succedevano con ritmica monotonia ed ogni volta, scendendo giù a valle, mi pareva di ritornare tra i vivi. Ma si trattava di una sensazione di breve durata, presto sfumava quel diverso respiro che ritmava il mio passo nelle stradine di Lappach, che scandiva i rumori ed il chiacchierio nella stube, che ovattava il mesto tramestio di stoviglie in cucina, dove mia sorella Greta preparava la cena. Il vuoto ed il silenzio dei turni di guardia scendevano a Lappach con me, si spandevano e assorbivano i gesti ed i pensieri, sfumavano la mia presenza. Lo stesso silenzio dissolveva come una nebbia le poche parole che scambiavo con Greta, disperdeva il crepitio del fuoco nel camino ed i colpi secchi della mia accetta che spaccava la legna sul retro. Era lo stesso silenzio che smorzava il ronzio del controller, il sibilo delle cicaline che segnalavano le variazioni degli apparecchi di deflusso, il lamento della sirena che indicava l’attivazione dello stramazzo.

     Soltanto quando salivo dal paese alla diga mi sentivo animato da qualcosa che somigliava ad una convinzione. C’era un’effettiva concretezza nello snodarsi dei tornanti che il mio fuoristrada affrontava docilmente, c’era una solidità forse rappresentata proprio dal ronzio del motore. La strada saliva ripida lungo il fianco della valle scavata in profondità dal Rio d’Evis e, ad ogni curva, scorgevo uno spicchio sempre più grande della diga, ma v’era un punto in cui spariva dietro uno sperone di roccia che si protendeva ardito verso l’altro versante della gola, poi la strada scurvava più a ridosso del bastione di cemento ed un brivido accompagnava ogni volta gli ultimi tornanti. La diga, come un’enorme ventosa, mi sovrastava e mi risucchiava verso la sua ansa che spingeva all’indietro l’enorme massa d’acqua del lago di Nèves. A volte cercavo di figurarmi, come se la diga fosse trasparente, i cento metri d’acqua che premevano con tutta la loro forza contro il bastione. C’era qualcosa di rassicurante e di minaccioso ad un tempo in quel diaframma gigantesco che sbarrava il canalone, qualcosa che mi affascinava per la potenza del suo gesto plastico e vigoroso, imponente ed elegante.

     Nel posto di vigilanza trovavo Hans, il mio amico Hans, che attendeva impaziente il mio arrivo. Sapevo che mi aspettava e sapevo che era felice quando arrivavo in anticipo per dargli il cambio, specie da quando era diventato padre. Scambiavamo poche battute, giusto il tempo di finire la sua sigaretta, poi correva giù per la discesa con la sua solita esuberanza. Vedevo il suo fuoristrada sparire dietro ogni curva per riapparire più in basso, poi la boscaglia lo nascondeva ed io restavo solo. Allora mi affacciavo dal terrazzino dell’edificio strapiombante nel vuoto e mi sentivo come un falco, ero pronto a volare, ma ero legato per una zampa al corrimano della ringhiera. Da là sopra, la diga mi procurava un certo disagio, mi donava il brivido della libertà per il salto vertiginoso che spalancava ai miei piedi, ma mi teneva prigioniero.

     Però anche quella sensazione di concretezza che avvertivo nel salire alla diga stava ormai venendo meno. Da quando il cielo grigio s’era abbassato fino a nascondere le cime dei monti, fino a confondere la barriera della diga con le brume che scivolavano al di là di essa verso la valle, io salivo per dare il cambio ad Hans senza nessuna convinzione. I tornanti si succedevano senza mai svoltare su una prospettiva più esaltante. Il motore del fuoristrada faceva un rumore diverso, più sofferto, come se i pistoni scorressero in un blocco di gomma. Il vuoto ed il silenzio della mia vita mi precedevano e spegnevano la lucentezza delle gocce di pioggia, soffocavano ogni grido d’animale ed ogni volo d’uccello. L’inverno era ancora lontano, ma già mi sentivo incastrato nel suo ghiaccio, incapace di sciogliere i gesti ed i pensieri.

     Hans aveva sempre qualche battuta pronta per salutare il mio arrivo e per sorvolare senza inciampo sul mio umore cupo. Gli piaceva scherzare sulla tristezza che leggeva nei miei occhi, dovresti farti una ragazza, Franz, mi diceva dandomi un pizzicotto sulla guancia. Ed era sempre così, allegro e affettuoso, ma i nostri incontri erano fugaci, aveva troppa voglia di correre via.

     Un po’ per prendermi in giro e un po’ perché piacevano anche a lui, a volte mi faceva trovare, tra le carte sparse sul piano del controller, qualche rivista di genere proibito, quelle che si definiscono per soli adulti. M’infastidiva il suo gesto che giudicavo un’interferenza nella mia vita privata, come se, con quelle riviste a portata di mano, potesse immaginare le mie reazioni anche da lontano. Dava per scontata la mia curiosità e si figurava il mio atteggiamento di fronte a quelle fotografie che io invece trovavo volgari. Inutilmente cercavo di fargli capire che neanche sfogliavo quelle riviste, ma erano parole buttate al vento. Hans aveva un modo tutto suo per ridurre ogni cosa allo stesso livello, al suo livello, mi dava il solito pizzicotto sulla guancia e liquidava la questione con un, va là, che fa bene anche a te, non si può stare senza la compagnia di una donna.

     In uno di quei tristi giorni di fine ottobre capitò, forse per noia, che indugiassi coi suoi giornali e li sfogliassi. Le immagini mi parevano sempre uguali, tanto che non avrei saputo distinguere in nessun modo i vari protagonisti delle foto. La mia attenzione andava ai soliti particolari ed anche quelli, in fondo, erano sempre gli stessi. Allora mi sembrò più interessante leggere le lettere, le storie raccontate dai lettori, storie inverosimili che ritenevo del tutto inventate. L’unica parte che giudicavo più vera era la pagina degli annunci. La scoprii quasi per caso, quando, non avendo più nulla da leggere, mi lasciai irretire da quelle voci, da quell’umanità che avevo giudicato viziosa, deviante, troppo trasgressiva per me. Invece quell’umanità, così desiderosa di nuovi contatti, era una cosa viva, vibrante, appassionata, a volte anche disperata. Molti annunci nascondevano il tentativo di assecondare certe ossessioni, certe tendenze, certi capricci, ma c’erano anche delle voci isolate in cerca di un’eco, di una risposta alla loro solitudine, in cerca di aiuto. Alcuni annunci erano come dei messaggi chiusi in una bottiglia affidata alle onde del mare, traspariva in essi il desiderio di farsi ascoltare senza neanche immaginare la persona che avrebbe pescato la bottiglia. 

     Alcuni messaggi erano davvero tristi per il deserto che lasciavano trasparire, deserto di sentimenti e di contatti. Erano lo specchio delle difficoltà che non lasciavano speranza, a chi scriveva, di trovare nel proprio ambiente qualcuno disposto ad ascoltarlo. “Pensionato in buona salute, desideroso viaggiare, conoscerebbe signora/ina affabile per reciproca compagnia” che voleva anche dire, uomo solo, senza neanche più quel surrogato di amicizia trovato a volte nell’ambiente di lavoro, uomo senza figli né nipoti, uomo senza amici…senza nessuno. Oppure capitava di leggere: “Vedova ancora piacente, discrete condizioni economiche, casa propria, cerca compagno per serate interessanti”. Potevo immaginare quelle serate interessanti, lunghi viaggi all’indietro nel tempo a raccontare del povero marito morto quando lei era ancora giovane, ore passate a sfogarsi del figlio cresciuto con tanti sacrifici e poi perso da quando aveva conosciuto quella là. C’erano delle voci quasi prive di speranza come: “Signore di bell’aspetto, condizioni agiate, ospiterebbe chiunque disposto a passare del tempo con lui”.

     In mezzo alle tante offerte di prestazioni erotiche e scambi di partner c’era qualcuno che gridava davvero, c’era chi non sapeva immaginare altre soluzioni alla solitudine e al silenzio della propria casa vuota. Potevo capirli. Mi pareva quasi di vederli, combattuti fino all’ultimo tra l’idea di mandare quel messaggio o rinunciare per sempre. Sentivo tutta l’angoscia che dovevano aver provato prima di lanciare in mare la bottiglia. Era stato facile scrivere il messaggio, arrotolarlo, spingerlo in fondo e poi tappare la bottiglia, ma il gesto di scagliarla lontano, quello non era stato facile. Poteva capitare in mani sbagliate, qualcuno poteva approfittare di quella confessione di debolezza, qualcuno poteva fingersi interessato soltanto per sfruttare, per derubare, per infierire ancor più crudelmente su un animo già troppo ferito. Doveva essere forte, davvero ancora forte, il desiderio di non lasciarsi andare, di non gettarsi via, di non smarrire l’ultima possibilità offerta dalla vita. Quei messaggi dovevano appartenere a persone che non avevano più nulla da perdere, che non speravano più, che avevano logorato nella banale quotidianità il senso della loro esistenza, proprio come me. Persone incapaci di qualsiasi gesto che potesse favorire un contatto con chi fosse loro vicino, proprio come me. Persone disperate che cercavano di incontrare qualcuno disperato allo stesso modo.

     Avrei potuto scrivere anch’io, avrei potuto cercare una compagna disposta a trasferirsi in quella specie di eremitaggio che era il mio paese, oppure avrei potuto rispondere a qualche messaggio. Quella possibilità mi si presentò improvvisamente, non vi avevo mai pensato e proprio la lettura delle pagine degli annunci mi fece comprendere quanto la mia solitudine non fosse diversa dalle altre, una solitudine desolante, non l’avevo mai sentita tanto opprimente come in quel gelido ottobre, mai ne avevo provato tanto spavento come in quell’anticipo di inverno. Il freddo, quello vero, doveva ancora arrivare, ma a me sembrava già di avere le labbra suggellate dal gelo. Scrivere o rispondere ad un annuncio, le due possibilità scaturivano dalla stessa disperata condizione, dalla stessa devastante solitudine che mi faceva parlare alle schede dei controlli mentre le compilavo, come se stessi dettando a qualcuno.

     Per due volte mi capitò di leggere la stessa inserzione, per due settimane di seguito venne stampata come se fosse caduto nel vuoto il primo accorato richiamo: “Per vincere la solitudine. Yvonne. Casella postale…Bologna”.

     Vi era qualcosa di indecifrabile in quelle poche parole, non riuscivo a immaginare la scrivente e non era ben chiaro se fosse una richiesta di aiuto per vincere la propria solitudine o se rappresentasse un’offerta. Mi sembrava più probabile la seconda possibilità, magari si trattava di una prostituta che, in maniera discreta, cercava nuovi clienti. In ogni caso si trattava di un messaggio che rivelava una particolare sensibilità, un’attenzione subito tesa a cogliere l’unica ragione, forse, che da sola potesse giustificare una risposta, la solitudine, quel vuoto che si apre come una voragine e che sembra capace di ingoiare ogni prospettiva, ogni senso del futuro, quella distesa di sabbie mobili in cui affondano i giorni, le ore ed i minuti, quella rarefazione del tempo in cui gli istanti paiono rigidi e immobili, incapaci di fondersi in una successione che renda lo svolgersi di un evento.

     Una nebbia molle e pigra si era adagiata sul lago, una penombra compatta e asfissiante premeva contro il riquadro della finestra, scivolava sulle pagine della rivista, spandeva sul pavimento la sua cupa malinconia.

     “Ore 15, completati i tre stadi della commutazione: attivato il regolatore di deflusso n. 3 e disattivato il regolatore n. 1.

     Prova degli scaricatori di fondo: esito positivo.

     Scaricatori di superficie: inattivi.

     Portata minima…”

     Strappai un foglio in fondo al registro degli interventi e scrissi una lettera.

     Lappach, 27 ottobre

     

     Cara Yvonne,

la possibilità di poter pensare e scrivere almeno queste due parole, le parole dell’intestazione, per un attimo mi ha dato un certo sollievo come se, al buio, avessi finalmente trovato l’interruttore della luce, poi mi ha gettato ancor più nello sconforto. In fondo queste due parole sono come un prodotto della mia fantasia, sono parole che avrei potuto scrivere chissà quante volte, sono parole quasi inventate: scrivere ad una persona sconosciuta, scrivere senza sapere se ci sarà risposta è come non scrivere affatto. Avrei potuto dettare alla lampadina, alla finestra, al monitor che mi fissa col suo grande occhio verde. Era sufficiente inventare un nome: Katia, Marylin, Lucia…Yvonne. Non ci voleva poi molto, eppure non l’ho mai fatto. Forse non l’avrei fatto neanche questa volta se tu non avessi usato la chiave giusta…per vincere la solitudine.

     Ecco, per vincere la solitudine mi aggrappo a questa possibilità quasi astratta, ma non so ancora come iniziare, non so che tipo di interesse posso suscitare, non so neanche fino a che punto tu abbia voglia di starmi a sentire. Comunque ci provo.

     Per cominciare devo confessare che il senso di profonda solitudine col quale attraverso i miei giorni è qualcosa che mi appartiene da sempre, almeno così mi pare. Anche se ho finto di attribuirne la causa al mio particolare lavoro o all’isolamento del piccolo paese in cui vivo, so bene che la solitudine è una sensazione che scaturisce da un disagio solo mio, dal mio sentirmi fuori posto con chiunque, dalla difficoltà a mantenere e a perfezionare qualsiasi rapporto, qualsiasi amicizia, qualsiasi conoscenza.

     Ho ventisette anni e vivo con mia sorella Greta che ne ha venticinque. Viviamo soli. Non ho amici nel senso vero del termine, conosco qualcuno, ma con nessuno posso parlare così, come sto facendo con te. C’è un aspetto che mi rende sempre più intollerabile questo deserto che mi porto dentro, è la mancanza di prospettive, l’assenza di un qualsiasi futuro in cui collocarmi, una specie di apatia che mi fa apparire tutto inutile, privo di significato. I miei giorni scivolano lenti, monotoni e sempre uguali, senza che accada mai niente, senza che io mi aspetti mai niente. allora avrei voglia di fermarmi, avrei voglia di lasciarmi superare dai giorni successivi, dal tempo che avanza pigro. Avrei voglia di lasciarmi superare dagli eventi che verranno, dalla gente che preme e si accalca per correre avanti. Avrei voglia di vedere in un solo momento i prossimi anni condensati come in una fotografia, un’istantanea che sbiadisce in fretta e che resta in fondo ad un cassetto, dimenticata. In quella foto, tra la moltitudine di facce, di braccia, di espressioni allegre o tristi, ci sarà anche la mia, si potrà vedere, magari con l’aiuto di una lente, il mio volto pallido. Ed allora mi verrà spontaneo chiedermi se valeva la pena di aspettare tanto per così poco, per quasi niente.

     Questa riflessione non l’avevo mai fatta, non l’avevo sentita così chiaramente come adesso, anche se si agitava dentro di me confusa con mille altre. Ecco che già ti devo ringraziare di una cosa, senza il tuo nome, senza il tuo invito non l’avrei mai tirata fuori, non mi sarebbe apparsa così evidente, così bella e poetica nella sua struggente tristezza perché, vedi, la mia solitudine mi vive addosso e non mi fa neanche pensare. Per scriverti invece ho bisogno di pensare e…non mi viene nient’altro adesso.

     Franz.

     Il giorno seguente, appena tornato a Lappach, acquistai una busta con relativo francobollo, aggiunsi il mio indirizzo in fondo al foglio, lo ripiegai e chiusi la lettera, ma non la imbucai. Non sapevo ancora cosa farne, mi pareva di avere agito con troppa fretta, di essermi lasciato prendere da un impulso che invece andava controllato. Lasciai la lettera nella tasca interna della giacca ed era bello sentirne il fruscio quando verificavo, con la mano, di non averla persa. Era una cosa del tutto nuova per me, sorprendente per la quantità di sensazioni che sapeva darmi. Quella lettera già scritta e pronta per essere spedita era come un dispositivo già predisposto per funzionare, era come il regolatore di deflusso quando restava in stand-by, era una valvola con la precarica, già pronta a intervenire. Sarebbe bastato un semplice gesto, ma mi piaceva indugiare, mi piaceva pensare che avessi ancora quella possibilità da tentare, mi piaceva anche fantasticare sul fatto che Yvonne stesse aspettando la mia lettera. Finché rimaneva nella tasca interna della mia giacca, conservava tutta la sua potenzialità, appena l’avessi spedita avrebbe perso tutta la sua importanza, confusa in mezzo a chissà quante altre lettere, magari subito stracciata senza neanche essere letta. Finché era in mio possesso, la sentivo capace di darmi una risolutezza che mi pareva di non aver mai avuto. Avvertivo un fascino misterioso in quella lettera che avrei potuto spedire. Somigliava al tentativo compiuto da certi radioastronomi che avevano lanciato un messaggio nello spazio, un messaggio rivolto a chissà quali creature extraterrestri di uno sconosciuto sistema solare all’interno della galassia. Il messaggio recava informazioni sulla terra ed i suoi abitanti, ma gli stessi scienziati nutrivano parecchi dubbi sulla sua effettiva comprensione, sempre che qualcuno l’avesse captato dopo un viaggio che sarebbe durato un numero imprecisato di anni. Ecco, la mia lettera poteva essere spedita senza che io sapessi minimamente a chi sarebbe stata recapitata, senza che potessi indovinare il tipo di donna che si nascondeva dietro il nome di Yvonne. Che età e che intenzioni avesse, quali problemi, quali necessità l’avessero spinta a pubblicare quel particolare annuncio sulla rivista.

     Presi quattro tronchi dalla legnaia, li spaccai e li disposi in una cassetta che trasportai in cucina, accanto al camino, ed ancora una volta verificai la presenza della lettera nella tasca interna della giacca. Accesi il fuoco con una premura che mi era insolita per avere poi il tempo di sedermi e pensare ad Yvonne. Potevo ancora immaginarla come volevo, potevo supporre di lei qualsiasi cosa, e d’un tratto mi sentii meno solo. Anche la presenza di Greta cessò di essere il semplice andirivieni di qualcuno che preparava la cena. La osservai come non mi capitava mai di osservarla e pensai che anche lei si dovesse sentire molto sola. Anche le sue giornate erano opache, con le mattine impiegate in un piccolo laboratorio dove realizzava delle composizioni di fiori secchi e coi pomeriggi lasciati scivolare mestamente nella nostra casa. Aveva il viso rosso per il calore del forno dove terminava di cuocere uno strudel ed i lunghi capelli erano raccolti in una bellissima treccia.