L'eco del silenzio

di Bruno Sebastiani

Un romanzo a sfondo psicologico con un eco nel sociale e nella nostra storia.

 

 

 

 

 

 

 

Tutto è destinato a disperdersi. Nel nulla che ci aspetta ogni cosa si dissolve e le voci e i rumori di chi ci tenne compagnia non resteranno nemmeno come ricordo. Se qualche volta ci sembrerà di sentirli sarà solo un'eco... l'eco del silenzio.

Anteprima

 La casa di Piero si vedeva appena dalla strada che in quel tempo costeggiava per un buon tratto il lago Trasimeno prima di perdersi, tra basse colline, verso Perugia. Un ciuffo d’alberi lasciava scorgere soltanto una parte del tetto e l’arco sotto la scala. Più avanti, un sentiero bianco marcava come una cicatrice il fianco della collina che declinava dolcemente verso il lago.

     Piero coltivava con passione la sua terra, soprattutto la vigna che allungava gli ultimi tralci fino al canneto che nascondeva, in quel tratto, la riva sabbiosa. C’era un sentiero che attraversava l’intrico delle canne e permetteva di raggiungere un vecchio pontile. Da quel pontile Piero aveva pescato a volte, quand’era ragazzo, più per ozio che per vera passione della pesca. E di esso tornava a ricordarsi nelle torride serate estive, quando lasciava il lavoro dei campi e vi si tuffava nel lago.

     Piero aveva trent’anni e non aveva mai lasciato la sua terra. Non era mai uscito dal paese, neanche per il servizio militare. Ne era stato esentato perché gli morirono presto entrambi i genitori. Aveva da poco terminato la scuola dell’obbligo quando morì suo padre. Dopo qualche mese, anche la madre lo lasciò solo con sua sorella Clementina, che aveva due anni più dei suoi. Entrambi avevano sempre considerato provvisorio quel restare nella vecchia casa a coltivare la terra. Nelle lunghe ore d’inverno, quando il buio saliva dal lago con la nebbia e nascondeva la riva e le colline intorno, ne parlavano. Pensavano di poter vendere tutto e trasferirsi a Perugia. Avrebbero aperto un negozio, magari una pasticceria. Ne parlavano ripassando entrambi la parte come una vecchia filastrocca, ma sapevano che non sarebbero mai andati via da lì.

     Clementina, qualche anno addietro, era stata sul punto di sposarsi. Era stata fidanzata per diverso tempo con un giovane che poi era andato lontano per lavoro. Ne aveva perso i contatti e ne aveva sofferto molto, ma era una ragazza forte. Aveva subito trovato nel lavoro e nell’amore verso suo fratello le ragioni sufficienti per non lasciarsi abbattere. Anzi, col tempo era arrivata perfino a rallegrarsi per come era finito il suo fidanzamento. Era molto legata a Piero, forse non avrebbe mai trovato il coraggio di abbandonarlo per andare a vivere altrove. Ogni suo progetto, anche matrimoniale, ruotava sempre attorno alla presenza di suo fratello che non si sentiva di lasciare solo, difficile dire come avrebbe potuto conciliare le due cose. Benché piacente, dopo quella parentesi sfortunata, Clementina non aveva avuto altre storie con qualche giovane del luogo. Il suo unico pensiero, una volta scongiurato il matrimonio, era quello di badare amorevolmente al fratello Piero. Gli aveva fatto da madre quando la madre vera andava fuori tutto il giorno nei campi. Lo aveva visto crescere, diventare un uomo e raramente le capitava di pensare che anche lui non aveva mai avuto delle storie con altre donne.

     Piero era cresciuto nella grande casa, nella terra del padre, senza mai frequentare altra gente, senza mai conoscere altre persone al di fuori della sua famiglia. Non aveva amici e, quando andava in paese per qualche faccenda, non passava inosservato per la sua cronica timidezza e per l’abbigliamento semplice e antico. Conservava poche conoscenze fatte durante gli anni della scuola, ma i bambini di allora erano diventati grandi, erano diventati commercianti, impiegati o professionisti. Quando gli capitava di incontrarli, notava con una certa mortificazione i loro modi cittadini, i loro bei vestiti ed il linguaggio spigliato e furbo che pareva intendere sempre qualcosa di diverso da ciò che esprimeva.

     C’era stato un periodo in cui Piero si recava assiduamente dal barbiere del paese per tagliare i suoi capelli ricci e scuri. Quello poteva essere un modo per fare nuove conoscenze, allacciare dei contatti, iniziare un’amicizia. Gli pareva una buona idea e volle perseverare, finché non si accorse che, nella bottega del barbiere, quando arrivava lui, si radunavano i soliti sfaccendati del paese che si divertivano alle sue spalle. Lo tempestavano di frasi ambigue, motti e battute derisorie, sferzanti e sempre riferiti alla sua persona come se lui, per essere il contadino che era, fosse un ritardato. Smise di andare dal barbiere e tornò alla vecchia abitudine, un’abitudine che si trascinava da quand’era piccolo, quella di farsi scorciare i capelli da Clementina. Del resto, alle reciproche necessità, avevano sempre provveduto per quanto possibile da soli, visto che in pratica, anche quando erano vivi i genitori, loro sapevano di non poterci contare. A Clementina piaceva scorciare i ricci di Piero, ed era anche abile. Infatti non aveva troppo gradito la sua iniziativa di rivolgersi al barbiere del paese. Ne aveva compreso le ragioni, e tuttavia provò una certa soddisfazione quando si ripristinò l’antica consuetudine.

     Tra Piero e Clementina tutto sembrava filare via liscio, senza ombre né screpolature. Ma non era sempre stato così. Vi era stato un periodo complicato che, per quieto vivere o perché troppo difficile da affrontare, era stato accantonato, ma non era del tutto superato, anche se i due facevano in modo di non darvi eccessiva importanza.

     Clementina, nel suo breve fidanzamento, aveva conosciuto dei momenti di intimità col suo giovane innamorato. Il giovanotto veniva il sabato sera con la sua automobile e la invitava a fare un giro. Il più delle volte andavano a prendere un gelato che poi sorbivano nella comodità della vettura. Stavano un poco, parlavano del più e del meno, poi, al ritorno, si fermavano in una strada buia curiosamente frequentata da altre auto buie e coi vetri appannati. In quelle circostanze non era sempre facile per Clementina frenare l’intraprendenza del giovanotto. Temeva quei momenti e nel medesimo tempo se ne sentiva attratta, e ciò la turbava. I baci di lui si facevano ogni volta più arditi e, negli ultimi tempi, era arrivato più volte a sbottonarle la camicetta. Altro non gli aveva mai concesso, nonostante anche lei provasse forte il desiderio di lasciarsi carezzare, baciare e scoprire a sua volta il corpo di lui.

     Il fidanzamento si era interrotto quando Clementina era prossima alla capitolazione, uno, due sabati ancora, poi avrebbe ceduto alle incalzanti richieste del giovane. Le parve opportuna la sua partenza. Ma, col passare del tempo, le venne da pensare che la sua eccessiva ritrosia aveva accelerato la decisione del suo fidanzato di partire. Le era rimasto in ogni caso il ricordo di quei momenti e la strana, caparbia eccitazione di lui che, coi gesti ed i sospiri, le comunicava tutto il suo ardore. Gli stessi sospiri, gli stessi occhi socchiusi e svagati, aveva sorpreso un giorno nel contegno di Piero mentre l’aiutava ad asciugarsi dopo un tuffo nel lago.

     Certe affettuose intimità erano consuete tra loro, non gli costava nessuno sforzo vincere il riserbo che invece li irrigidiva nei rari incontri con gli estranei. Clementina aveva sempre rivolto al fratello le sue premure con materna sollecitudine, fingendo di non accorgersi dei cambiamenti che gli anni avevano prodotto nel giovane. Quel giorno lei avvertì una pressione diversa nelle mani di Piero mentre, da dietro, le passava un accappatoio sulle spalle. Il suo respiro sul collo sembrò gelarla. Si irrigidì mentre Piero, con fare disinvolto, la fasciava nell’accappatoio stringendo poi le mani sul seno. Avvertì la pressione ed il calore del suo corpo, percepì un’intenzione che prendeva a pretesto il gesto fraterno per approdare a qualcos’altro, e si voltò di scatto. Per un attimo le parve di non riconoscere gli occhi vicinissimi di Piero che rimase come folgorato dal suo gesto. Improvvisamente arrossì, la lasciò andare bruscamente e si chinò per infilarsi le scarpe.

     Non furono capaci di dire niente. Piero, silenzioso e scuro in viso, la seguì a capo chino verso casa mentre Clementina, davanti, procedeva quasi a passo di corsa. A casa, salì rapida le scale, s’infilò nella sua stanza, chiuse a chiave la porta e trattenne il respiro per indovinare i movimenti del fratello nella stanza accanto. Più di prima sul lago, provava spavento e turbamento e, per una reazione forse tardiva, fu scossa da un violento tremore. Si lasciò cadere sul bordo del letto, si strinse più forte l’accappatoio intorno alle spalle e restò a lungo così, immobile, frastornata e incurante dell’oscurità e del silenzio che già spadroneggiavano nella grande casa.

     Era tardissimo quando scese a preparare qualcosa da mangiare, ed in breve la cena fu pronta. Provocò ad arte dei rumori con le stoviglie per far intendere al fratello che era pronto in tavola. Ma la casa, oltre lei, sembrava deserta. Non si sentivano neanche i tipici e conosciuti scricchiolii con cui si torcevano a volte le assi del pavimento o delle scale. Niente. Silenzio assoluto. Clementina salì di nuovo fin dietro la porta del fratello e restò immobile ad ascoltare. Poi, esitante, bussò piano. Bussò più forte. Quindi chiamò a voce alta. Ma restò senza risposta e fu presa dall’angoscia. Mille pensieri terribili presero ad impazzarle per la mente.

     «Piero, apri per favore. Non fare così. Ho paura. Piero, rispondimi almeno!».

     Non era mai capitato niente del genere tra loro e la povera ragazza piangeva disperata continuando a scuotere la maniglia.

     «Piero, non è successo niente, dai, smettila. L’ho capito che volevi scherzare. Ma ora basta. Apri per favore».

     Restando senza risposta, si lasciò scivolare lungo la porta fino al pavimento, e restò così, a piangere in silenzio. Dopo un certo tempo, sentì un lieve movimento proprio dietro la porta.

     «Sei ancora lì?».

     «Piero, apri. Non ce la faccio più. Sto male, non farmi questo, te ne prego».

     «No, vai via. Mi vergogno troppo».

     «Ma dai, non fare così, non è successo niente. Non c’è niente di cui vergognarti».

     «Non ci riesco. Non ci riesco. Non stare lì, scendi».

     «Scendo, ma tu prometti di venire giù. Ti aspetto. Riscaldo la cena, va bene?».

     «Non lo so. Non lo so. No che non va bene. Scendi. Lasciami solo».

     «Allora resto qui. Se non apri, resto qui».

     Seguì ancora un lungo silenzio. Infine sentì la chiave che girava nella serratura, ma la porta restava chiusa. Allora si alzò, spinse ed entrò. Piero sedeva sul letto col viso tra le mani. Lei si precipitò al suo fianco e lo abbracciò con violenza, quasi a fargli male. Lo tenne stretto passandogli le dita tra i capelli ancora umidi di lago e baciandolo teneramente sulla nuca, sul collo, sulla fronte.

     «Oh, Piero. Mi hai fatto prendere un bello spavento. Potevi almeno rispondere».

     «Mi vergognavo troppo».

     «Non lo voglio più sentire».

     «Non so che m’è preso. Non volevo, credimi Clementina. Non ci avevo mai pensato».

     «Ti credo e non me ne importa. Non ne parliamo più, va bene?».

     «Da dietro, m’è sembrato di abbracciare un’altra. Non so chi, una qualsiasi, non certo te. Insomma, non ti volevo fare una cosa del genere, non volevo».

     «Ora basta, non ne parliamo più. E dimentichiamoci in fretta di questo incidente».

     Non ne parlarono più, ma qualcosa cambiò tra loro. Dapprima in maniera impercettibile, poi sempre più evidente, si manifestò la frattura, il distacco, l’ombra che si era ormai insinuata nella loro vita. Clementina fingeva di non dar peso a quell’episodio, però, senza avvedersene, ora chiudeva la porta quando doveva spogliarsi. Evitava di aiutare il fratello quando lui si trovava nella doccia, come aveva sempre fatto. Ora gli faceva trovare la biancheria e l’asciugamano a portata di mano e lo aspettava in cucina, intenta a preparare la tavola. Tornarono a tuffarsi insieme nel lago, ma lei stava più attenta a mantenere la giusta distanza e Piero, apparentemente distratto, non sembrava badarle.

     Il giovane accettò il silenzio in cui vollero seppellire l’episodio. Ma ci pensava spesso. Non era del tutto vero quel che le aveva confessato quella sera. Non era un’altra donna quella che aveva immaginato di abbracciare sul pontile. Aveva desiderato abbracciare proprio lei, Clementina. Non sapeva com’era iniziato, cosa aveva provocato il primo squarcio nel velo della consuetudine. Aveva cominciato col guardarla, rimirarla, sbirciarla senza farsi notare e presto si scoprì incapace di tornare indietro, non gli riuscì più di recuperare quella cecità di fratello che non sa vedere il corpo femminile della sorella. Piero non riusciva più a sorvolare sul fatto che Clementina era una donna giovane e bella, piacente e provocante, anche per la naturalezza con cui vivevano tanti momenti di fraterna intimità. Lei non si vergognava di fare la doccia dopo di lui, mentr’egli ancora si asciugava nel bagno. Si cambiava in sua presenza continuando a parlare con disinvoltura. Tutto questo era sempre esistito tra loro fin da quando erano bambini senza che ciò potesse sembrare scorretto. Poi, improvvisamente, egli si accorse che gli piaceva rubare qualche fugace visione del suo corpo mentre si asciugava dopo la doccia, oppure mentre si toglieva i vestiti sporchi della campagna. Non si poneva dei dubbi circa la liceità di quel nuovo interesse. In fondo, gli piaceva pensare, non faceva nulla di male. Si limitava a guardare, si divertiva ad ammirare quel corpo che era sempre disponibile e che pareva stesse lì apposta per farsi contemplare. Ma quel giorno, sul lago, aveva rovinato tutto. Non aveva saputo dominare l’attrazione e, con un semplice abbraccio, si era precluso per sempre l’intimità di Clementina.

     L’episodio ebbe comunque il potere di destarlo da quella specie di incantamento da cui si sentiva soggiogato. Prima non si chiedeva niente e non si sentiva in colpa per come spiava il corpo della sorella. Ma quell’abbraccio improvviso sul pontile, inatteso a lui stesso e così sensuale, d’un tratto gli aveva fatto capire l’abbaglio. Non si era limitato a rimirare quel corpo, a sbirciarlo tra le pieghe dell’accappatoio, egli lo aveva desiderato, aveva sentito una spinta irresistibile a carezzarlo, a sfiorarlo sui fianchi, a inebriarsi del suo profumo. Dopo, specie per la reazione di Clementina, si risvegliò frastornato. Se prima, il suo, era solo un gioco, un innocuo divertimento infantile, ora il fuoco del desiderio lo faceva star male. Comprendeva l’enormità della sua perversione e si sforzava di correggersi. Ma non sapeva più ricomporre, dentro di sé, l’immagine di Clementina come sorella. Sempre gli appariva come donna da desiderare.

     Quel turbamento segnò un lungo periodo, ma entrambi fingevano di ignorare il motivo dei lunghi silenzi in cui languivano a sera, in cucina, dopo mangiato. I loro rapporti, perlomeno in apparenza, tornarono com’erano sempre stati, affettuosi e sereni. L’incidente rimase indietro e, dopo un po’, sembrò dimenticato. Clementina nutriva un affetto profondo per il fratello, avrebbe sofferto enormemente se avesse sospettato il suo tormento. Di questo Piero era consapevole e, dopo quella volta, si sforzò di non far trapelare più niente. Finse, con sempre maggiore convinzione, d’aver del tutto superato quel triste momento. E di nuovo le loro giornate ripresero a scivolare via lente e piatte, monotone e tutte uguali come accade di solito in campagna.