Soffertorio

di Bruno Sebastiani

un romanzo a sfondo psicologico

 

 

 

 

 

Chiudo gli occhi e aspetto di morire. Non dovrebbe mancare molto. Ma sento che non tutto è risolto... In questo modo iniziano le "Memorie in punto di morte" di un uomo che ha commesso molti errori in passato. Sembra quasi che se non riesce a farci i conti non sia ancora pronto per morire.


Anteprima

LA LUCE E L’OMBRA

     Chiudo gli occhi e aspetto di morire. Non dovrebbe mancare molto. Sento un peso nel petto e fatico a respirare. Molte parti del corpo non le avverto già più. Vegeto in questo letto d’ospedale da non so quanto tempo, ma ora sento che il momento sta per arrivare. La quiete notturna mi aiuta ad affrontare il trapasso in maniera indolore. Mi sembra di galleggiare a un palmo dal cuscino. E le gambe e le braccia mi appartengono come un indumento che potrei togliere in qualsiasi momento. Non dovrebbe mancare molto, ma sento che non tutto è risolto. C’è ancora qualcosa che mi fa pensare e non riesco a smaterializzarmi del tutto. A tratti riesco a sfocare i ricordi e i pensieri, a tratti riesco a fuggire le amarezze del mio passato. E in questa nebbia mi è facile morire. Ma non tutto è risolto.

     Torno a gravare sul cuscino e conto i respiri che devo ancora respirare. È il solo modo che mi resta per far passare il tempo. È il solo modo per non ripiombare nella disperazione che mi assale ogni volta che mi guardo indietro. È il solo modo che mi resta perché non sono mai stato capace di assolvermi. Non sono mai stato accomodante con me stesso e non so commiserarmi. È il mio limite e la mia grandezza. È il mio orgoglio e la mia dannazione. Sono sempre stato talmente rigoroso e crudele nel giudicarmi, che non mi è mai riuscito di sorvolare su niente. Sono sempre stato talmente esigente con me stesso, da non ritenermi mai soddisfatto. E se ogni errore è servito a disunirmi così da poter rimettere insieme i pezzi ogni volta in maniera diversa, c’è stato un punto oltre il quale mi sono smarrito del tutto.

     Chiudo gli occhi, ma mi accorgo che non basta. Anche questa notte sta passando come le cento altre che l’hanno preceduta. E di giorno già so che non accadrà niente. Di giorno c’è un tale andirivieni di persone, che non mi riesce di trovare il giusto distacco dalle cose per andarmene. Spero che venga presto un’altra sera. Che venga un’altra notte. Ormai ho capito che il buio rappresenta la condizione ideale. È l’unica condizione che soddisfa il mio bisogno permanente di perfezione. È il solo momento della giornata in cui posso morire.

     E allora chiudo gli occhi e aspetto. Aspetto fino a veder svanire le immagini e i contorni. Fino a smarrire l’orientamento nel labirinto delle cause e delle ragioni. La nebbia sale e io mi lascio trasportare. Mi allontano da me stesso e mi dilato fino a occupare tutta la stanza. Mi espando e sento le connessioni delle cellule che si tendono. Si svigoriscono fino al limite estremo oltre il quale potrei solo disperdermi. Ma ogni volta accade qualcosa che mi fa ripiombare sul cuscino tutto intero. Ogni volta si riaccende il pensiero, il cuore torna a pulsare. Ogni volta c’è un dubbio che mi assale e mi fa tornare indietro.

     Come ogni giorno, anche oggi è venuto Rico con la posta. È venuto con la lista dei telegrammi e delle telefonate. Lui neanche sa che lo sento, mantengo gli occhi chiusi in questo mio stato comatoso, ma la sua voce mi rimanda l’immagine per la quale gli pare doveroso ragguagliarmi. Dovrei scacciarlo, dovrei zittirlo, invece non so mettere un freno al suo cicaleccio. E lui, senza averne coscienza, mi ripiomba nell’usato intreccio di relazioni che mi fanno sentire inserito e apprezzato. Un intreccio di relazioni soffocante. Una ragnatela dalla quale non so venire fuori. Io lo sto a sentire perché non posso fare diversamente. Invano mi aggrappo al mio sterile presente per fuggirlo. Invano. Rico non demorde e la sua voce mi parla di un mondo lontano. Di un mondo nel quale contano le cose che dici e le cose che fai. Contano anche le cose che non fai. Come questo mio silenzio che da un mese fa più rumore dei vari libri che ho pubblicato. Un mondo nel quale nessuno tenta di capire come sei. Per tutti esisti soltanto nella forma in cui appari. E a furia di apparire, io per primo ho smarrito i contorni del mio spirito inquieto.

     Ma ora, al limite della mia morte, mi riapproprio di me stesso. Nel momento di perdermi, mi ritrovo e mi riconosco. Non mi piaccio del tutto. Non mi piaccio in molte parti. Mi consola soltanto il pensiero di aver fatto del mio meglio. Ma non è stato abbastanza. Non lo sento sufficiente.  E dall’alto di questa mia nuova prospettiva, mi accorgo di aver perseguito spesso degli ideali non troppo “ideali”. Ma è facile rilevare adesso le stonature. È come quando correggi le bozze di un nuovo libro. Per farlo bene, devi leggere le frasi con lo stesso candore di un bambino. Per farlo bene, devi impuntarti sulla punteggiatura fino a sentirla davvero efficace: una serie di pause e di respiri necessari al fluire del discorso. Ma quando scrivi non è la stessa cosa. Quando scrivi hai l’urgenza di afferrare le idee, i concetti, i significati che ti affollano la mente. Quando scrivi hai l’urgenza di andare avanti. E quando vivi è la stessa cosa. Non ti si presenta mai l’occasione di cancellare un gesto, un atto inopportuno. Non puoi strappare un giorno o un periodo della tua vita e fingere che non ci sia stato.

     La straordinaria lucidità di questa veglia che precede la fine mi consente di osservarmi come se il mio vivere fosse quello di un altro. Posso esaminare le mie acrobazie con un disincanto altrimenti irrealizzabile. E mi accorgo che il mio vivere è stato un continuo ripiegare. Un arretrare. Un indietreggiare anche quando credevo di andare avanti. Mi sento confuso. Credevo di essere intransigente con me stesso, ma mi ingannavo. Mi ingannavo e probabilmente sapevo di farlo. Mi ingannavo, ma la mia condizione di uomo vivo non mi concedeva alternative. Dovevo credere in quello che facevo. Dovevo crederci per andare avanti. Ma adesso che ho esaurito la mia spinta propulsiva, mi fermo e mi osservo. Indugio al limite dell’ultimo passo e scompongo il mio vivere ormai lontano per analizzarlo.

     Sembra retorico questo mio bisogno di azzardare un bilancio dei miei gesti. Sembra formale come è formale anteporre a ogni amicizia l’aggettivo “buona” o “cattiva”. Sembra perfino inutile, ma è quello che ora mi sento di fare. In precedenza l’avevo sempre liquidato con sufficienza, era un bisogno che apparteneva alla peggior specie di letteratura. L’avevo biasimato. L’avevo bollato con un cinismo di bassa levatura. Ma adesso ci sono io sul punto di compiere il passo del non ritorno. Ci sono io. E quello di rimettermi per l’ultima volta in discussione lo sento come un dovere inderogabile. Lo sento come se fosse un esame che devo superare per poter finalmente morire. E quella di morire mi pare la fine ragionevole di ogni esistenza che trae il suo valore proprio dal tempo in cui si esprime. Una fine ragionevole per tutti, e io non ne vado esente.

     Col mio bagaglio di errori, di errati convincimenti, di meno che opportuni comportamenti, non ho modo di rimediare. Se potessi ricominciare sarebbe tutto diverso. Se potessi stracciare le decine e le centinaia di fogli del mio dattiloscritto… sarebbe un altro romanzo. Ma allora vorrebbe dire ancora una volta ingannarmi. Vorrebbe dire fare delle scelte sapendo che c’è sempre modo di rimediare. Ma questo non ci è concesso, mai. Quel che è stato è stato. E proprio in questa inderogabilità sta il fascino e la drammaticità del nostro vivere. Non c’è mai tempo per rimediare. Il peso di certe decisioni ci accompagna nel nostro cammino finché siamo capaci di sostenerlo. Esiste un solo momento in cui ce ne possiamo liberare, l’unico momento in cui ci guardiamo indietro e non comprendiamo cosa ci ha portato a quel punto. È il momento che precede la fine. È il mio momento, brevissimo e importante, che accende la mente come un lampo. Una luce sfolgorante che illumina anche gli spazi che sembravano oscuri. Una luce abbagliante che si fatica a sopportare. Un flash che gela il turbinio degli anni passati. A questo punto è impossibile non vedere. Gli anni passati mi sono di fronte. Una serie di fotogrammi che mi permettono di decifrare gli eventi. Un film che posso ripassare finché me ne resta il tempo. E finché me ne resta il tempo, posso inciampare sugli attacchi sbagliati, sulle immagini sfocate, sugli errori di inquadratura.

     Nel buio di questa stanza, mi srotolo su un piano inclinato come una pellicola impressionata e mai sviluppata. Mi srotolo e ho appena il tempo di afferrare le immagini conservate nei cloruri d’argento. Proprio come una pellicola mai sviluppata, prendo luce e divento nero. Invisibile a qualsiasi altra ispezione. Ho appena il tempo di vedere ciò che vi era conservato. È una operazione da cineamatore, ma non ho altro modo per andare avanti. Andare avanti senza una chiave di lettura. Troppo abituato a collocare gli eventi nell’ordine cronologico in cui mi sono accaduti, mi perdo nella confusione delle istantanee che si accendono in fondo agli occhi.

     È come se il contenuto di cento album fosse sparpagliato sul pavimento. Io prendo a caso una foto dopo l’altra e non c’è mai una ragione evidente al loro succedersi, al loro subentrarsi e contenersi reciprocamente. Io bambino. Io adulto. Io ventenne con altri o da solo. Io premiato. Io deriso. Io ferito in un incidente stradale. E io col grembiule della prima elementare. La scansione del tempo è qualcosa che non mi appartiene. Ma forse non è così importante. Io non mi sento assoggettato allo scorrere dei giorni e delle ore, ma ogni foto mi si condensa negli occhi come un fatto compiuto. Ogni foto è il sigillo di un tempo definito passato il quale potevo anche cambiare. Potevo tentare la carriera militare. Potevo fare il minatore. Potevo inseguire una cattedra universitaria oppure potevo partire per l’Australia.

     Mi accorgo che molte istantanee non mi suggeriscono niente. In molte di esse vi è un me stesso discordante. Probabilmente si tratta delle occasioni mancate, delle scelte non operate, degli incontri disattesi e dei sentimenti negati. C’è una ressa impressionante di foto e io vi affondo le mani. Me ne approprio e le scorro in rapida successione. Ma non sempre sono io quello che ne viene fuori. Ci sono mille altri che non sono me. Mille altri diversi che non ho fatto esistere, che non ho fatto evolvere, crescere, puntare verso altri percorsi. Mille altri. Il vaglio dei miei gesti a questo punto si fa impresa immane.

     Il rammarico delle occasioni mancate mi accende nella mente un caleidoscopio di me stessi sempre diversi. Una confusione insostenibile e bizzarra. È quello che si chiama delirare, il momento più intenso del mio morire. Una serie evanescente di situazioni che fluiscono l’una nell’altra. Si intersecano e si compenetrano. Si generano e si negano vicendevolmente. Una serie di fotogrammi al rallentatore e io rivivo la mia vita in una frazione di secondo.