Dal tramonto all'alba

Bruno Sebastiani

Romanzo di psicologia e azione


La finitezza della vita, questo è il senso da cogliere in questo romanzo d' azione, da leggere tutto d'un fiato..."dal tramonto all'alba".

 

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Anteprima

romanzi da leggere narrativa

   È stata una giornata frenetica e sfiancante per i mille impegni che ne hanno scandito le ore, impegni che ho affrontato e risolto senza mai sentirmene minimamente sollevato, subito pressato dall’urgenza di dedicarmi agli impegni successivi. È stata una giornata identica a tutte quelle che l’hanno preceduta ed è così da mesi, da anni. Ed ora, ridotto all’immobilità dalla canna di una pistola che non si stanca di fissarmi col suo minaccioso occhio nero, mi sorprendo a pensare che tutte le cose con le quali ho creduto di riempire la mia vita, d’improvviso potrebbero rivelarsi prive di valore. Potrei non arrivare a domani mentre il domani, stipato di contenuti diligentemente annotati sui fogli della mia agenda, fino a ieri era solo un punto di passaggio per arrivare al giorno successivo e così via, all’infinito, sempre di corsa, sempre in ritardo. Potrei non arrivare a domani, ma solo ora mi accorgo di non aver mai messo nel conto la possibilità di una tale brusca, non preordinata interruzione. Procedevo spedito, quasi narcotizzato dai fumi del mio attivismo incontrollato. Procedevo al di fuori di me stesso, perfino infastidito dagli sporadici segnali di stanchezza che il mio corpo, disfattista, ogni tanto mi faceva pervenire.

Stamattina sono entrato nel mio ufficio alle nove. Sulla scrivania, proprio come avevo chiesto la sera prima, c’era una grossa pila di documenti che avrei dovuto consultare in tempo per la riunione delle dieci. Irma Bonfanti, la mia segretaria, si è mostrata un istante dopo sulla porta senza neanche bussare.

«Buon giorno dottor Mauri. Glielo porto un caffè?» mi ha chiesto accostando alle labbra un bicchiere di plastica con dentro un poco invitante liquido marrone.

«Più tardi signorina» le ho detto posando la borsa sulla scrivania ed aprendo la prima cartellina della pila. «C’è il rendiconto dell’ultimo quadrimestre?».

«C’è tutto, proprio come mi ha chiesto» ha risposto Irma Bonfanti restando poggiata allo stipite della porta. «Manca soltanto il diagramma dei dati della filiale di Padova».

«Quella alluvionata?».

«Proprio quella. Sembra che siano sorti dei problemi con la copertura assicurativa, forse sarà necessario ricalcolare i termini del bilancio in base ai possibili defalchi. Rovelli ci sta lavorando e prima delle dieci dovrebbe aver terminato».

«Gli porti il caffè che mi ha proposto e gli dica di sbrigarsi».

«Ha telefonato Mantua, quello del Banco Ambrosiano, ha urgenza di parlarle».

«So già di quale rogna si tratta. In ogni caso vediamo…» ho continuato sfogliando la mia agenda. «Se ci riesco, lo chiamo durante l’intervallo della riunione. Fino alle dieci non ci sono per nessuno».

Fino alle dieci, cascasse il mondo, dovevo consultare il rendiconto dell’ultimo quadrimestre, ma dopo nemmeno mezz’ora ne avevo già abbastanza.

«Signorina Bonfanti!» ho chiamato a voce alta e la segretaria, quasi fosse dietro la porta, in un istante l’ha aperta per stagliarsi nel rettangolo vuoto. «Mi chiami mia moglie per favore!».

Lei ha chiamato e mi ha passato la linea.

«Pronto Laura? Che mi dicevi stamattina?».

«Te ne sei già scordato?».

«Avevo altro per la testa. Parlavi di una cena, o mi sbaglio?».

«Santo cielo, Ernesto! Quando fai così mi preoccupi! Sono giorni che ne parliamo! Dobbiamo andare da Teresa, tua cugina! È il suo anniversario! Stamattina ti ho solo ricordato di pensare ai fiori!».

«I fiori, è vero! Mi hai parlato dei fiori! Le prendo delle rose! Andranno bene le rose?».

«Fatti consigliare dal fioraio! Le rose non vanno bene! A quelle dovrebbe pensarci suo marito!».

«Va bene! Ho capito! Le prendo dei lilium!».

«Ecco! Bravo! I lilium sono più indicati!».

Ho incaricato la signorina Bonfanti di ordinare dei lilium che avrei ritirato tornando a casa. Poi mi sono rimesso al lavoro. Prima della riunione si è affacciato Piero Amodio, il mio amico Piero, responsabile delle filiali del Mezzogiorno.

«Come va il braccio?» mi ha chiesto restando sulla porta.

«Come nuovo» gli ho detto. «Fino a ieri avevo un risentimento. Ora invece non sento più niente».

«Allora sabato te la senti di giocare?».

Il tennis tra noi è un collante che col tempo ha sostituito ogni altra affinità. Amici dagli anni del liceo, abbiamo finito col ridurre le nostre frequentazioni agli appuntamenti del sabato mattina nella convinzione che solo l’invadenza del lavoro ci impedisce di intensificare i rapporti.

«Si, non avrò difficoltà a giocare» ho confermato. «Pensi tu al campo?».

«Ci ho già pensato. Ho prenotato il campo tre dalle nove alle undici. Ero quasi sicuro del tuo recupero. Però, se mi avessi dato buca, avrei trovato qualcun altro con cui giocare».

Piero Amodio ha la sensibilità di uno schiacciasassi. In principio certi suoi modi mi davano tremendamente fastidio. Poi ho finito col farci l’abitudine. Vincerebbe una medaglia d’oro se ci fosse una gara a sminuire il prossimo. Non c’è stima, non c’è amicizia, non c’è valore che tenga, ognuno è facilmente rimpiazzabile per lui. E mai una volta che gli scappi un “mi dispiace” quando accade.

Sabato scorso, al termine dell’incontro, ho avvertito un risentimento al gomito destro e lui ha cercato nella sacca. Ha rovistato tra palline spelate, tra polsiere e visiere e mi ha dato un tubetto di Lasonil. Me l’ha dato senza dire una parola, come pensando ad altro, ma era come se dicesse, vedi di rimetterti in fretta, altrimenti mi toccherà giocare con De Maio, con Liberati o con Sepe che sono altri soci del nostro circolo del tennis e coi quali, alternativamente, abbiamo incrociato la racchetta con scarsa soddisfazione perché sono di livello inferiore.

«A proposito» ho continuato. «Che ne facciamo di quel torneo di doppio misto? Ci iscriviamo? Io ne ho già parlato con Laura che si è detta d’accordo».

«Per quel torneo ho un problema a trovare una compagna».

«Ma non c’è Giovanna, quella con la quale ti vedi ultimamente? Lei gioca abbastanza bene, almeno così hai detto».

«C’era! Ci siamo lasciati proprio ieri sera!».

«Vi siete lasciati?» ho detto simulando una certa meraviglia, ma neanche tanta perché Piero Amodio è noto per la leggerezza con cui si lega alle varie compagne. «Mi rincresce!».

«Io invece ne sono contento!» ha ribattuto sempre restando sulla porta. «C’è solo questo contrattempo del torneo! In ogni caso, c’è ancora tempo per iscriverci!».

La riunione si è protratta fino alle tre del pomeriggio, con varie interruzioni, approdando all’incresciosa conclusione che sarà necessario riprendere domani, quando tutti i dirigenti saranno entrati in possesso, finalmente, dei documenti che solo a riunione inoltrata si sono accorti di non possedere. La riunione riprenderà domani per tracciare un consuntivo del quadrimestre appena passato e per approntare un bilancio di previsione per il quadrimestre successivo. Sono tornato in ufficio ed ho fatto cercare Rovelli per sollecitare il fascicolo con i dati della filiale di Padova. Poi ho chiamato Laura a casa.

«C’è un cambiamento di programma» mi ha detto abbassando solo a conversazione già avviata il volume del televisore che romba in continuazione in cucina. «La cena di stasera da Teresa è saltata. Deve essere sorto qualche problema. Ma lei ci tiene lo stesso a festeggiare il suo anniversario. Per questo ci ha invitato a passare il fine settimana a Todi, nella fattoria del suocero».

«Che vuol dire il fine settimana?».

«Vuol dire che partiamo venerdì sera e torniamo domenica. Ci saranno tutti, così mi ha assicurato. Ci sarà Remo con la moglie, ci sarà Duccio con l’ultima fidanzata e ci sarà pure Valeria che torna proprio venerdì sera da Londra».

«Mi ero impegnato con Piero Amodio per sabato mattina…».

«Una partita a tennis si può rimandare. Non ti basta il torneo di doppio che dovremo giocare la prossima settimana?».

«Per quel torneo Piero ha un problema, si è lasciato proprio ieri sera con Giovanna. L’abbiamo conosciuta Giovanna, te la ricordi?».

«Ma guarda! Si è lasciato con Giovanna?» mi ha fatto eco con un tono volutamente scettico nella voce. «Ma non è lui il Casanova sempre pieno di donne? Possibile che non ne conosca una che sappia giocare a tennis?».

La riunione rimandata mi ha costretto a riesaminare una quantità di questioni che credevo già definite, a cominciare da certi aggiornamenti di preventivi di spesa che Lunardi mi ha fatto avere solo quando eravamo già seduti attorno al grande tavolo ovale. L’aggiornamento della riunione è stato accolto da tutti con sollievo, ma in soldoni ha rappresentato una perdita di tempo ad esclusivo vantaggio di coloro che non vi si erano preparati a sufficienza. Io ritenevo di aver fatto al meglio il mio dovere. Ma il Direttore Generale, come sempre accade in questi casi, non si è preso la briga di fare nessuna distinzione e ci ha affondato tutti nello stesso mare d’insipienza.

Alle sei, quando gran parte degli uffici e dei corridoi erano già deserti, io mi trovavo ancora seduto al mio posto di lavoro nel tentativo di arginare una relazione di previsione che, sorprendentemente, vedevo franare da tutte le parti. In quel momento la signorina Bonfanti ha aperto la porta senza bussare sventolando nell’aria un’esile cartellina color grigio cenere.

«Questa è l’ultima!» ha esclamato con un sorriso indecifrabile lasciandola cadere sulla mia scrivania. «Non avrà intenzione di passarci la notte!».

«Prendo qualche appunto, poi continuo a casa».

«Si ricordi di ritirare i fiori!».

«Quali fiori?».

«Se n’è già scordato? Ho ordinato dei lilium per lei!».

«Perbacco, è vero! Ha fatto bene a ricordarmelo, anche se ormai non servono più!».

«Non erano per sua moglie?».

«Erano per mia cugina, ma mia moglie ne sarà felice ugualmente!».

Irma Bonfanti è stata trasferita nel mio ufficio già da tre anni, è disponibile, efficiente, ma maledettamente professionale. Con lei non m’è mai riuscito di superare il divario che sempre esiste tra un dipendente ed il suo superiore, un divario che lei si tiene ben stretto quasi fosse un salvagente. Ho provato varie volte a strapparle qualche confidenza, ma lei è stata sempre attenta a rimarcare il confine entro il quale mi era lecito divagare. In qualità di segretaria, era come se dicesse, certi argomenti preferiva non affrontarli. Se fossimo stati amici, mi faceva intendere, avremmo avuto mille cose di cui parlare, se fossimo stati amici ci saremmo intesi alla perfezione, ma eravamo soltanto la segretaria ed il suo superiore.

A volte mi è sembrata rammaricata che le cose continuassero a marciare come marciano tuttora, senza cioè che tra noi si possa parlare di amicizia o magari di qualcosa di più spinto. A volte mi ha lasciato interdetto. E stasera, quando mi ha chiesto se i fiori ordinati non erano per mia moglie, sono certo che intendeva qualcos’altro. Chissà, forse voleva alludere alla possibilità che potessi avere un’altra relazione, forse voleva indagare. E se io ero il tipo da mantenere una relazione con una donna che non era mia moglie, è stato come se pensasse, perché non avevo mai provato ad intrecciarla con lei?

Irma Bonfanti, in questi tre anni, non si è fatta scrupolo di esibirmi i vari aspetti della sua fascinosa figura. Si è messa in vetrina, potrei dire, ma ha potuto farlo solo perché c’era un vetro antiproiettile tra noi. Anche gomito a gomito davanti allo schermo del computer, lei si è sentita sempre dall’altra parte di quel vetro. E le sue gonne corte, le sue camicette impalpabili, i suoi maglioncini aderenti sono serviti soltanto ad esibire un modello che, per nessuna ragione al mondo, avrebbe venduto a saldo.

«Signorina» le ho detto un istante prima che chiudesse la porta. «Lei gioca a tennis?».

«Di tanto in tanto, ma sempre meno di quanto mi piacerebbe giocare. Le mie compagne, nel tempo, si sono rese sempre meno disponibili. Perché me lo chiede?».

«È per il dottor Amodio, Piero Amodio. Gli serve una compagna per un torneo di doppio misto».

«Ma non è fidanzato con Giovanna Ravaglia, la contabile che sta al terzo piano? Mi hanno detto che è molto brava».

«Si sono lasciati».

«Accidenti, me ne dispiace».

«Lasci stare. Lui cambia fidanzata con la stessa frequenza con cui si cambia d’abito. Se non ha nulla in contrario, domani gli faccio il suo nome e sabato potreste giocare insieme, visto che gli avevo accordato un appuntamento che non potrò rispettare».

«Ne riparliamo domattina, va bene?».

È difficile stabilire cosa passa per la testa di Irma Bonfanti quando sorride. In questi tre anni ho imparato a diffidare della sua cordialità perché l’ho vista sorridere anche quando non c’era nessuna ragione per farlo. In questi tre anni ho imparato che l’unico tratto sincero del suo viso è nascosto in fondo agli occhi, li ho visti duri e taglienti anche quando, quindici centimetri più in basso, esibiva due splendide file di denti. Ne riparliamo domattina, mi ha detto con un sorriso smagliante malgrado l’ora, ma nel suo sguardo ho percepito qualcosa che era più simile ad un calcio nelle palle.

Alle sette, quando ho lasciato la scrivania, ho dovuto arcuare più volte indietro la schiena per raddrizzarla. In principio non accadeva, ma sempre più spesso mi accorgo che i pomeriggi che passo seduto davanti al computer sono come un cemento che si spalma intorno alle vertebre, un cemento che devo sciogliere in fretta prima che indurisca troppo. Dovrei ricordarmi di alzarmi ogni tanto. Dovrei fumare le mie sigarette passeggiando nel corridoio invece di lasciarle consumare, come micce a lenta combustione, tra le mie labbra che computano dati e percentuali.

Il mazzo di lilium posato con delicatezza sul sedile posteriore della mia vettura, più di tutto il resto, mi ha dato la sensazione della giornata finita e dell’imminente ritorno a casa. Ma la strada, dopo gli ultimi semafori della periferia, era insolitamente intasata dalle macchine incolonnate a ridosso di un posto di blocco. Per far prima, ho deviato su una stradina che taglia di traverso la campagna, proprio ai margini della bandita di caccia che protegge al suo interno la mia zona residenziale. Ma, giunto al nuovo passante, ho compreso che la mia deviazione non era servita a niente: c’era una fila di macchine, se possibile, ancor più consistente di quella che avevo pensato di saltare. C’era un altro posto di blocco con macchine della polizia dappertutto. Mi sono rassegnato ed ho aspettato il mio turno.

All’agente che si è preso in consegna i miei documenti ho tentato di scucire qualche informazione. Ma lui si è limitato a puntarmi il fascio di una torcia elettrica sulla faccia per accertarne la somiglianza con la foto sulla patente.

«Apra il bagagliaio per favore!» mi ha detto dopo aver aperto di sua iniziativa la portiera posteriore ed aver cacciato il suo fascio di luce fin sotto i sedili.

Ho aperto ed ho aspettato che finisse di ispezionare.

«Non può dirmi che succede?» gli ho chiesto quando è tornato a mostrarsi nel rettangolo del finestrino per rendermi i documenti. «C’è qualche emergenza?».

«Normale routine!».

«Ma se sono nove anni che abito su, al comprensorio di Fontivegge, e questa è la prima volta che trovo un posto di blocco!».

«Dovrà abituarsi a vederci più spesso!».

Quindi, portandosi la mano destra alla fronte, mi ha fatto segno di passare. È inutile dire che anche sulla corsia opposta c’era una fila di macchine che sbuffavano coi loro motori accesi. L’intera zona veniva passata al setaccio, più che normale routine a me sembrava un attacco di perversione da parte delle forze dell’ordine.

«Ma non hanno niente di meglio da fare?» ho brontolato a mezza voce guardando l’orologio sul cruscotto che segnava le nove e venti.

Il comprensorio di Fontivegge sfugge alla vista dei viaggiatori occasionali per come è infiltrato e mimetizzato nel bosco che ricopre l’intera collina della Veggeta. È un aggregato di ville isolate e distanti tra loro. Da fuori, da lontano, nessuno potrebbe immaginare che ci vivono quasi cinquecento persone. È il trionfo della privacy. È il suo lato peggiore se si considera che l’unico orientamento di cui han tenuto conto i costruttori è stato l’isolamento. Tante ville disseminate nella boscaglia doveva sembrare una condizione invidiabile ai primi residenti del posto. Ma col tempo si è affacciato in ognuno il cruccio di non poter mai guardare in faccia il suo vicino. Solo alla sbarra d’ingresso capita ogni tanto d’incrociare qualcuno e d’imprimersi nella mente, coi ripetuti passaggi, il suo sembiante. Solo alla sbarra d’ingresso, dove ci si ferma inevitabilmente a ritirare la corrispondenza nella casermetta del vigilante, si ha l’occasione di scambiare con qualcuno una battuta sul tempo o sul campionato di calcio, i comuni denominatori di tutte le conversazioni banali.

La vigilanza attiva del comprensorio è stato l’elemento che, più di ogni altro, ci ha convinto ad acquistare una casa a Fontivegge. Laura era troppo apprensiva in quel tempo per tollerare di restare giornate intere senza nessuno che la facesse sentire al sicuro. L’agente immobiliare ci ha persuaso all’acquisto dopo averci fatto notare che c’è sempre uno, anche due vigilanti alla sbarra d’ingresso, inoltre l’intero comprensorio è recintato. Solo in seguito, passeggiando nei tratti più impervi della collina, abbiamo scoperto numerosi varchi. Il recinto del comprensorio, negli anni, ha ceduto in più punti all’assalto del tempo e dei visitatori non invitati. In principio mi facevo un dovere di segnalare in direzione i punti forzati della recinzione. Poi ho smesso di cercarli. Ho smesso pure di verificare che, quelli già segnalati, fossero stati riparati. La guardia alla sbarra mi pareva rassicurante in ogni caso. Pretendere che il comprensorio fosse impenetrabile al pari di una prigione sembrava eccessivo alla maggior parte dei residenti, in tal modo anch’io, alla fine, mi sono adeguato.

Ho rallentato sul viale d’ingresso per la presenza di due dossi artificiali, ho abbassato il vetro del finestrino e mi sono fermato a salutare Giovanni, il vigilante che era di guardia in quel momento.

«Dev’essere successo qualcosa!» gli ho gridato. «M’hanno detto che si tratta di normale routine, ma io non ho mai visto tanta polizia come stasera!».

«C’è stata una rapina alla filiale del San Paolo di Caprarola!» mi ha gridato lui di rimando sporgendosi dalla finestrella della casermetta. «L’ho sentito alla radio! Parlano di due morti!».

«Accidenti!» ho esclamato mettendo il cambio in folle. «Si tratta della filiale dove ha un conto mia moglie!».

«Sono fuggiti con un ostaggio! Per questo c’è tanta polizia! Hanno piazzato posti di blocco dappertutto, ma dei banditi ancora nessuna traccia!».

«Quando è successo?».

«Nel pomeriggio, a pochi minuti dalla chiusura!».

«Immagino che anche la Cassia sia bloccata!».

«È la prima su cui hanno istituito un posto di blocco! Ci si è trovato Raffaele, l’altro mio collega che era andato via due ore prima per accompagnare sua moglie dal dottore! Mi ha telefonato verso le otto! È arrivato con due ore di ritardo, così la visita è saltata e gli occorrerà un altro permesso la prossima settimana!».

«Bè, poco male!» ho fatto in tono conclusivo ingranando la marcia più bassa. «Fossero tutti questi i problemi!».

«Le stesse parole che gli ho detto io! Ma Raffaele è apprensivo per via della moglie che è incinta del primo figlio!».

«Gli faccia gli auguri Giovanni!» e sono partito limitando ad un cenno della mano il convenevole della buonanotte.

Il viale d’ingresso, a cinquanta metri dalla sbarra, si dirama in due opposte direzioni che disegnano l’intero periplo della collina. È una specie di tangenziale da cui si dipartono tante stradine che, come una fitta una rete di capillari, s’insinuano nei vari recessi del comprensorio raggiungendo anche i punti più sperduti nella boscaglia, stradine sinuose, filiformi come serpenti, a tratti anche sterrate come quella che conduce alla mia villa.

 

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