Bruno Sebastiani

Il figlio del vento


Gli zingari hanno una sola religione: la libertà,

in cambio di questa rinunciano alla ricchezza, al potere,

alla scienza ed alla gloria.

Vivono ogni giorno come se fosse l’ultimo perché, quando si muore,

si lascia tutto, sia una semplice carrozzina e sia un grande impero.

Bruno Sebastiani

 

libri da leggere - bruno sebastiani - il figlio del vento


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Dettagli del prodotto

ISBN
9781291871609
Pubblicato
11 maggio 2014
Lingua
Italiano
Pagine
186
Rilegatura
Copertina morbida con rilegatura termica
Inchiostro contenuto
Bianco e nero
Peso
0,33 kg
Dimensioni (centimetri)
Larghezza: 14,81, altezza: 20,98


Anteprima

Bruno Sebastiani
Il figlio del vento

UN SOLO DIO

 

     La nonna aveva dieci, dodici, forse anche quindici gonne allacciate intorno alla vita. Gonne semplici, a balze sovrapposte, con due lacci per annodare dietro. Era immensa con quei fianchi imbottiti. Ormai le balze non arrivavano più a sovrapporsi. A pensarci bene, più che gonne sembravano grembiuli. Rosse, azzurre o nere con dei fiorellini, mai chiare, quelle gonne erano il segno del suo potere. Almeno così mi pareva. Le altre donne, al contrario, andavano in giro con pochi stracci, robe vecchie che potevano anche buttare quando ne trovavano di migliori.

     La nonna aveva una corona di perle nere che sgranava in continuazione tra le dita. Usciva dalla roulotte e si metteva a sedere in fondo alla scaletta. Era capace di starci per ore. E lì contava le sue perle e pregava sottovoce. Era troppo vecchia per badare alle faccende del campo. Era troppo vecchia per tutte le cose, ma si faceva rispettare.

     A volte la stavo a sentire. Altre volte le passavo accanto senza salutare. E quando accadeva, non mancava mai di farmelo notare. Ai vecchi si deve rispetto, diceva. E lo diceva come parlando tra sé, magari di sera, quando ero troppo stanco per ricordare tutte le volte in cui avevo mancato. Forse voleva dell’acqua, aggiungeva, forse voleva alzarsi, ma tu non ti sei fermato a chiedere. E quello era tutto, senza rimproveri e senza alzare la voce. Parlava di sé in terza persona e non sempre la capivo. Ha dovuto aspettare il ritorno di tuo padre, concludeva. Ed a me non restava che indovinare per cosa aveva dovuto aspettare.

     Ma quando pioveva, restava rintanata in casa. E se pioveva forte, mi riparavo anch’io. Sedevo in terra con Slatko e Arifa, i miei fratelli, e aspettavo. Gli altri erano fuori a cercare cibo e legna. A cercare ogni cosa che si potesse barattare con qualcosa da mangiare. Aspettavo ed ero scontento perché la pioggia m’impediva di stare fuori a giocare. Anche Slatko era impaziente. S’affacciava in continuazione sulla porta per scrutare il cielo. Arifa, come la nonna, era indifferente. Dentro o fuori, si trattava soltanto di aspettare perché, come la nonna, passava lunghe ore senza fare niente. Aveva tre anni in quel tempo, troppo piccola per aiutare nelle faccende e troppo bassa per pensare di sollevare il recipiente dell’acqua che io e Slatko eravamo fieri di poter riempire alla fontana.

     Aspettavo ed ero impaziente, però sapevo che non poteva tardare. Infatti, quando pioveva forte, finiva sempre che la nonna si mettesse a raccontare. Erano poche le occasioni di averci tra i piedi, e svegli soprattutto, non sfiniti di stanchezza come la sera, sul punto di andare a dormire. Raccontava storie di diavoli, di streghe e malefici. Raccontava di come erano infelici i gagè, sempre rinchiusi nelle loro tane di vetro e cemento. I gagè erano gli altri, i sedentari, i civili, gli appartenenti a quel mondo che avevamo ripudiato. Raccontava delle religioni che aveva conosciuto attraversando mezzo mondo. Il suo mezzo mondo era contenuto in quel tratto d’Europa che aveva attraversato da giovane, dall’Erzegovina a Roma. Raccontava che non era importante il nome, ogni popolo lo indica in maniera diversa, diceva, ma c’è un solo Dio che giudica e punisce, soprattutto punisce, c’è un solo Dio che chiede il conto dei tuoi misfatti, aggiungeva e mi guardava, non solo a te, ma ai tuoi figli, alla tua famiglia e a tutta la tua gente, forse è per questo che dobbiamo espiare, concludeva senza spiegare a noi bambini cosa dovevamo espiare. Senza spiegare se la vita che conducevamo era un premio o una maledizione.

     Poi la nonna morì. Non ricordo bene come accadde. La nonna morì e si fece il funerale. Venne sepolta in un campo del Centro Islamico una mattina di novembre. C’era poca gente. Dovemmo aspettare con la fossa aperta che venisse l’Imam a dire due parole. Dovemmo aspettare e le facce di tutti erano tristi. Mio padre era triste ed anch’io ero triste, anche se non me n’era chiaro il motivo. Poi l’Imam venne. Disse una preghiera e quello fu tutto.

     Tornammo al campo per spezzare con gli altri un dolce di grano che una donna, nostra parente, aveva preparato la mattina. Pioveva e non smise per tutto il giorno. Mio padre andò con gli altri a consolare la sua tristezza con qualche bicchiere di vino. Io rimasi al campo con Slatko e Arifa. Rimasi al campo perché avevo solo cinque anni.

 

NESDA

 

     Nesda aveva i capelli tutti bianchi. Sciolti e lunghi sulle spalle come la criniera di un cavallo, quei capelli le donavano un aspetto fuori del comune. Spiccavano sulla sua pelle scura e sul vestito perennemente nero. Spiccavano sulla fronte lucida e bruna, tanto che sembrava una monaca col velo. Una di quelle monache con il copricapo inamidato. Un velo rigido e spalancato come le ali di un gabbiano. La sua chioma bianca e lucente la faceva sembrare importante, magari una santona oppure una chiromante. Io la pensavo un fantasma in possesso del lasciapassare per migrare da questa all’altra dimensione, quella eterea e rarefatta dove incontrava i sogni e le anime dei bambini nati morti. Era lei a dirlo ed era la sola donna del campo capace di ricordarli tutti.

     La mortalità prenatale era assai marcata in quel tempo, molto più della media della popolazione circostante. Molte donne giungevano al parto in condizioni disperate, sfiancate dalle fatiche, dalle lunghe camminate e dalle diete che non erano mai appropriate. Molti parti si concludevano tragicamente e Nesda era sempre presente. Nella buona come nella cattiva sorte, Nesda era la levatrice del campo.

     I nati morti, quelle creaturine venute al mondo senza la forza di fare un lamento nonché i deceduti per complicazioni subito dopo il parto, erano quelli cui voleva più bene. Le donne che perdevano un figlio in quel modo lo dimenticavano in fretta. Un figlio non nato era come un regalo non ricevuto. In quel caso si trattava di una promessa non mantenuta. E sicuramente, se si fermavano a cercare, una ragione la trovavano per giustificare l’accidente. Trovavano la ragione, o meglio la colpa, che non era addebitabile al figlio, ma ai genitori che non lo avevano meritato. Quando un bambino veniva al mondo soltanto per essere seppellito, voleva dire che i suoi genitori avevano qualcosa di cui farsi perdonare. Probabilmente si erano comportati male e la punizione di Dio non si faceva aspettare. Per tale motivo dimenticavano in fretta, se ne affrancavano come per dare alla vicenda un senso compiuto. Se avevano un debito, lo avevano pagato ed a quel punto era inutile tornare a parlarne. Il figlio nato morto era come una ricevuta a saldo delle cattive azioni commesse ed ora archiviate. La prossima volta sarebbe andata meglio.

     Ma Nesda no, lei non dimenticava in fretta quei fantolini raggrinziti, quei feti disidratati, magari per il distacco della placenta o per qualche piroetta di troppo compiuta nel ventre della madre. Nesda li ricordava tutti come se li avesse registrati in qualche suo diario segreto. Li ricordava e li raccontava a noi bambini quando, per aiutarla in qualche faccenda, ci aveva tra i piedi. Eravamo io e Slatko che le portavamo l’acqua e qualche altra provvista. Ed era Arifa che la aiutava col bucato perché Nesda era la sola donna del campo a possedere dei teli bianchissimi che lavava e ripiegava dopo ogni parto. Nesda ci parlava di come sarebbero diventati quei bambini, come sarebbero cresciuti, gli anni che avrebbero avuto a quel punto e come avrebbero alleviato o accentuato i problemi dei loro genitori. Ce li descriveva come se fossero momentaneamente assenti. Per lei non si trattava di bambini inesistenti, mai nati e mai incontrati nel campo. Erano assenti per qualche ragione che non ci sapeva spiegare. Erano distanti e lei ne sentiva la mancanza.

     Con la ragione di adesso posso dire che Nesda non aveva tutte le rotelle al posto giusto. Probabilmente qualcosa nella sua testa non funzionava a dovere. Ma in quel tempo mi sembrava meravigliosa. Una donna talmente generosa, che faceva suoi tutti i figli del campo. Anche i non nati. I seppelliti in fretta. I dimenticati.

     Nesda conservava nel cuore la stessa semplicità di una bambina di due anni. La stessa sorpresa. Lo stesso candore. In quel senso non era cresciuta per niente. Anche se superava abbondantemente i cinquanta anni, non era invecchiata. La purezza le affiorava al di fuori nella chioma bianca e fluente che le adornava la testa come un velo. E quando veniva novembre, lei accendeva un lumino di cera per ogni bambino che era partito senza salutare. Per ogni anima persa faceva ardere un lumino sulla finestrella della sua baracca.

     «Con loro si può fare» diceva con aria misteriosa. «Questi bambini non vorranno tornare di notte a bussare a tutte le porte. Hanno già trovato il loro riposo. Adesso sono felici al cospetto del Signore».

     «E allora perché accendi tanti lumini?» le chiedevo senza capire per quale motivo i bambini non sarebbero tornati di notte a bussare a tutte le porte.

     «Li accendo per ricordare chi ci ha sfiorato e se n’è andato» mi rispondeva come se dovesse spiegare una magia. «La farfalla vola di fiore in fiore e un po’ di polline lo lascia sempre. Un po’ di polline su ogni corolla ed il fiore le è riconoscente».

     Con la ragione di adesso potrei ridere delle sue fantasie o di quelle che potrebbero sembrare superstizioni. Ma in quel tempo Nesda era per me una maestra di prodigi. Maestra di incanti e di suggestioni. Restavo per ore nella sua baracca, mai stanco di sentirle raccontare quelle storie. Mai stanco di mettere in fila, insieme a lei, preghiere ed esortazioni per quelli che non erano nati. Nesda pregava per i fantolini raggrinziti e per i loro genitori ammutoliti di fronte alle morti, ma già avviati ad obliare per ricominciare. Pregava anche per noi bambini del campo, prova vivente della grandezza del Signore.

     Poi Nesda divenne balzana del tutto. Si aggirava nel campo con la sua aria serafica che la faceva sembrare messaggera degli dèi. Sempre lieta, svolazzava di fiore in fiore, era proprio il caso di dirlo, pregava e sorrideva ai fantasmi che vedeva solo lei. Sorrideva ai bambini, ai gatti e agli uccellini che fuggivano al suo passaggio. Sorrideva alle nuvole e al vento e a tutte quelle forme che parevano spiriti in movimento.

     Balzana del tutto, lentamente fu lasciata in disparte. Nessuna donna mandava a chiamare Nesda per partorire. Nessuna donna la cercava per spiegarle i suoi problemi e per farsi consigliare. A nessuna aveva da elargire la sua smisurata competenza. Ma a Nesda non importava. Neanche si accorgeva di quella lenta ma inesorabile esclusione che la emarginava ad ogni nuovo parto. Neanche se ne accorgeva, prigioniera com’era nel suo mondo e sempre più estranea alla vita del campo.

     Nesda sopravviveva nella luce dei suoi ricordi e nella semplicità con cui trattava i bambini che a volte la deridevano e sempre di meno la stavano a sentire. Nesda sopravviveva in quello che eravamo, quasi tutti venuti al mondo col suo aiuto, alcuni ripresi per i capelli, come le piaceva ricordare, alcuni salvati grazie alla prontezza con cui aveva affondato un dito nella gola ostruita da un grumo, alcuni afferrati per i piedi e sbattuti energicamente per fargli vomitare qualcosa che impediva il respiro.

     Nesda sopravviveva in una specie di aura iridescente, abbagliante come il candore dei suoi capelli e raggiante come il sorriso sempre rivolto a qualcuno che non era tra noi. Sopravviveva, finché un giorno non le resse più il cuore, così si espresse il dottore che fu chiamato per certificare il decesso. Il cuore, quell’immenso serbatoio d’amore, l’aveva lasciata all’asciutto. La trovarono addormentata nel suo letto dopo che già dal giorno prima non s’era fatta vedere. La trovarono già trasmigrata in quell’altra dimensione dove incontrava i sogni e le anime dei bambini nati morti. La sua dimensione, la sua illusione, il suo incanto. Una specie di castello con tanti bambini che l’aspettavano. Tanti fantolini messi in fila, già pronti a farle l’inchino e a darle il benvenuto.

 

RADOMIR

 

     Per il matrimonio di Vita si fece una gran festa. I preparativi furono lunghi e non si risparmiò su niente. Se lo dovranno ricordare finché campano, diceva suo padre, non avranno mai visto un matrimonio più bello, continuava pregustando la risonanza dell’evento.

     Vita aveva tredici anni e viveva nella parte più alta e più asciutta del campo. Aveva occhi grandi e neri ed il naso affilato come un becco d’uccello. Scappava ridendo quando le parlavano del matrimonio. Ma suo padre non era stato troppo a pensarci perché usciva da un periodo di disgrazie. Una cavalla era morta di parto e l’ultimo dei suoi figli era finito in prigione per una storia di auto rubate di cui non sapeva niente, perlomeno così diceva. Inoltre il pover’uomo usciva da una bronchite fastidiosa che lo aveva tormentato per tutto l’inverno. Tossiva in continuazione. Fumava, tossiva e sputava in un grande fazzoletto a quadri. Il matrimonio di Vita non poteva capitare in un periodo migliore perché le disgrazie vanno combattute. E per combatterle bisogna pensare in positivo per riparare a qualche torto che si è commesso.

     Tutti nel campo aspettavano la festa con entusiasmo. Tutti avevano qualcosa cui mettere fine per ricominciare. In tal modo il matrimonio di Vita divenne un punto di non ritorno. Un appuntamento che doveva affrancare dalle malattie, dai dispiaceri e dai cattivi pensieri. La nonna trovava sempre qualcosa di diverso da agganciare al carro di quel matrimonio. Ci diceva che avrebbe sconfitto il malocchio ed avrebbe rappresentato l’inizio di un periodo meno duro.

     Proprio come un carro, il matrimonio di Vita si mise in movimento e nessuno fu più capace di fermarlo. Fu predisposto un recinto per le pecore da macellare, una pedana per l’orchestrina ed una tettoia di canne davanti al tendone che era nuovo e immenso, ma non poteva bastare. Toccò a noi bambini saccheggiare il canneto sulla sponda melmosa del fiume. Toccò alle ragazze più grandi scortecciare le canne e legarle tra loro per farne delle stuoie.

     Vennero molti invitati dai campi vicini. Vennero parenti lontani, alcuni anche da fuori, dalla Francia, si diceva in giro, oppure da Prato e da Trieste. La nonna accoglieva tutti come se fosse seduta su un trono. Con Vita e la sua famiglia non c’erano legami, ma la nonna era la più anziana del campo e questo doveva bastare. Rendevano omaggio a lei per significare rispetto e amicizia agli oltre trecento che eravamo.

     La festa durò tre giorni tra musiche, canti, balli e grandi bicchierate. Durò tre giorni tra zuffe subito sedate, sbornie solenni e amicizie rinsaldate. E per la prima volta sentii pronunciare il nome di Radomir. Con gli altri bambini giocavo a sgusciare sotto i tavoli, quando mi capitò di ascoltare un frammento di conversazione. A Stevo non lo puoi nemmeno nominare, diceva uno, Stevo era mio padre. Non ci posso credere, replicava un altro, dopo tutti questi anni? Da quella volta non lo ha mai dimenticato e non si è più ripreso, ribatteva il primo. Poi udii la voce di un altro, era solo un bambino, diceva, eppure ne è rimasto segnato e ne conserva un ricordo tremendo. Il nome Radomir, aggiunse il primo, ancora oggi lo fa impallidire, da quella volta ha perso il sorriso.

     Le voci vennero sopraffatte da altre voci. Si parlò d’altro e quel poco che avevo sentito non mi suggeriva niente. Però mi dava da pensare. Mi alzai e guardai mio padre. Sedeva con la nonna al capo di una lunga tavolata. Sedeva attento alle cose che accadevano intorno. Ma il suo viso era spento. Lo era sempre stato. Eppure, prima di quel giorno, non lo avevo mai notato. Quella piega triste agli angoli della bocca c’era sempre stata. E quella luce opaca in fondo agli occhi…il suo viso di sempre. Il suo aspetto consueto. Calmo e distaccato. A volte addirittura indifferente alle cose di ogni giorno. Effettivamente, ora che ci pensavo, ricordavo di non averlo mai visto ridere una volta. Bonario raramente, ma ridere mai.

     Guardavo mio padre ed era come se lo vedessi per la prima volta. In realtà lo vedevo a tratti, coperto dalle braccia e dalle teste dei convitati che si agitavano. Lo vedevo e non lo vedevo e proprio per questo capivo che era rimasto impigliato in qualche storia del suo passato.

     La festa finì e Vita andò a vivere nella nuova casa, una baracca realizzata con niente, completamente addossata alla roulotte dei genitori dello sposo. C’era un tetto di plastica verde ed una porta a vetri rimediata in una discarica, al posto dei vetri c’erano dei cartoni.

     Se ne parlerà per un pezzo, dicevano gli anziani di quel matrimonio, ma già il giorno dopo era un evento superato. Tutto riprese a scorrere col solito ritmo indolente che non ha mai fretta di realizzare qualcosa. Tutto tornò come prima, ma il nome Radomir non si spense con l’eco della baldoria. Non rimase confinato nelle frasi udite sotto la tavolata. Radomir divenne concreto, un sipario o un velo nero che da quel giorno immaginavo sempre disteso sugli occhi di mio padre. Un’ombra che gelava il suo sorriso. Un tentacolo di paura che lo agguantava al collo anche da lontano.

     Non ne voglio parlare, diceva la nonna quando la interrogavo. Ed in quel modo mi pareva di sbattere contro un muro. Non devi chiedere queste cose, aggiungeva, riguardano i grandi e tu sei solo un bambino. E questo era peggio per la smania che mi accendeva di crescere per poter capire.

     Un giorno pioveva forte e la nonna era stanca di raccontare, Slatko era stufo di aspettare ed Arifa era indifferente. Proprio come mio padre, mi venne da pensare. Chi era Radomir? sparai a bruciapelo. La nonna alzò gli occhi neri e acquosi, li spalancò come se vedesse un fantasma e li richiuse. Non mi ero accorto che mio padre aveva aperto la porta. Era sull’uscio e mi aveva sentito. La pioggia gli cadeva a cascate dal cappello. Gli gonfiava le scarpe e penetrava nel suo collo. Eppure non si fermò un secondo. Richiuse l’uscio ed affrontò il temporale. Lo vidi passare nel riquadro opaco della finestrella. Una sagoma curva, quasi piegata in due dal dolore.

     Poi la nonna morì e con lei il ricordo di ciò che era stato. Mio padre restava l’unico testimone di qualcosa che non poteva essere taciuto. Fu proprio questa la sensazione che provai quando un mattino mi caricò con Slatko e Arifa su un vecchio sidecar e ci portò a fare un giro. Ora lo dice, pensavo, ora ci spiega tutto, altrimenti non v’era senso in quel giro così inconsueto. Era la prima volta che ci portava con lui. La prima volta che mi allontanavo dal campo con mio padre.

     La moto scoppiettava ed in tre sul carrozzino ci stavamo stretti. Ma a chi sarebbe importato? A chi sarebbe venuto in mente di protestare? Non avevamo occhi abbastanza grandi per guardare tutto il nuovo che ci correva intorno, i campi arati, la superstrada, i cartelloni pubblicitari ed una fila di pioppi alti e spogli che pareva non dover mai finire. Il vento ci squassava i capelli e ci gonfiava le camiciole aperte sul petto. Lo sentivo frusciare dietro la nuca e sotto le ascelle. Un vento fresco e odoroso. Un vento dei primi di dicembre stiepidito dal sole.

     Mio padre guardava fisso la strada. Scrutavo a tratti il suo profilo che giudicavo importante per un paio di occhiali gialli tenuti da un elastico. Neanche sapevo quanto avesse, forse cinquant’anni. Un padre troppo vecchio per bambini come noi. Un padre già stanco. Mi era già capitato di sentire quegli apprezzamenti fatti da qualcuno al campo. Il suo profilo era aguzzo e duro. Il mento affilato ed il viso annerito da una barba che non cresceva e non radeva. Quel sidecar era un acquisto recente. Un affare, diceva mio padre riandando con la mente alla catasta di pentole di rame che aveva barattato. Non ne vendeva mai più di un paio al mercato domenicale di Porta Portese. Batteva e cesellava imperterrito i suoi fogli di rame, ma le pentole restavano invendute. Ne aveva un carro pieno che non si stancava di controllare ogni mattina sollevando un bordo del telo gommato che le proteggeva dalla pioggia. Pentole per la minestra e per la carne. Pentole per distillare la grappa in cantina, quelle col coperchio a imbuto rovesciato ed una serpentina di rame. Pentole che non vuole nessuno, diceva sconsolato tornando dal mercato. 

     Ma un giorno ci era riuscito. Un mercante di Arezzo era venuto al campo e le aveva prese in blocco. Aveva preso anche il carro, un vecchio rottame che pensava di risanare. Il baratto era una forma di commercio che gli zingari privilegiavano da sempre. In tal modo le pentole vennero rimpiazzate da una moto del primo dopoguerra. Un affare, diceva mio padre lustrando le cromature del nuovo sidecar. Senza badare alla ruggine che mangiava il fondo del carrozzino. Senza badare al cofano tenuto insieme col fil di ferro. E quell’affare aveva cambiato la sua vita. Tutte le mattine partiva e tornava la sera senza farci capire dove fosse stato. Tutte le mattine, finché un giorno ci portò a fare un giro.

     Il suo viso puntava la strada. Talmente irrigidito da sembrare che si fosse dimenticato di noi. Ad un tratto cambiò direzione. Lasciò la strada e prese per una sterrata laterale. La moto sobbalzava e scartava di lato. C’erano sassi sul sentiero e c’erano buche. Poi i cigli della strada si allontanarono e la sterrata divenne uno spiazzo. Mio padre spense la moto e rimase a guardare. Lo spiazzo si piegava a semicerchio per contenere un canneto e l’acqua dolente di uno stagno.

     «Sembra uno stagno, ma è un’ansa del Tevere» disse smontando dalla moto.

     Era la meta del nostro giro e non ci piaceva per niente. Era più bello andare col vento sulla faccia. Era più bello lo scoppiettio allegro del motore. In quel luogo c’era solo silenzio. Un silenzio che sapeva di stantio, di acqua immota, di legno marcio. Un silenzio che stringeva il cuore.

     «Forza, scendete» fece mio padre accompagnando la voce col gesto del braccio.

     Tutti e tre, per quanto dispiaciuti, saltammo a terra e ci avviammo dietro di lui per un sentiero scavato come una ferita tra il canneto e la boscaglia. Un sentiero che resisteva a fatica al vigore della vegetazione. Una traccia praticamente invisibile per chi non fosse stato pratico del posto. Cento passi e trovammo un muro. C’era un rudere di casa sulla sponda del fiume.

     «È un punto di osservazione per studiare gli uccelli» disse mio padre senza voltarsi.

     Della casa era rimasto in piedi soltanto il muro che guardava il fiume. Dalla nostra parte c’erano delle scale di legno e passerelle su cui sostare per osservare da qualche feritoia gli uccelli senz’essere visti. Mio padre sembrava padrone del posto. Quattro gradini di legno, una passerella ed una panca addossata al muro, un percorso che superò con la sveltezza di un gatto. Sopra la panca c’era un’apertura nella parete e da là si vedeva il fiume. Era la stessa distesa dolente che avevamo visto arrivando con la moto. Eppure da quell’apertura sembrava diversa, più serena forse, più luminosa e viva. Su un tronco quasi immobile nella corrente c’erano quattro uccelli bianchi e neri. Sembravano guardiani. Sembravano carabinieri con l’uniforme, impettiti e risoluti.

     «Cavalieri d’Italia» disse mio padre indicando gli uccelli. «E quello laggiù, tra le canne, quello è un airone cinerino».

     Conosceva gli uccelli, ne sapeva anche i nomi. E chissà quanti altri posti aveva esplorato da quando aveva la moto. Noi restammo incantati a guardare dal buco nella parete come se il fiume fosse un posto proibito. Un luogo recintato. Uno spazio interdetto in cui nessuno doveva pensare di poter lanciare un sasso o di giocare o di entrare in acqua per bagnarsi.

     «Radomir era mio fratello» disse mio padre guardando il fiume oltre il muro sbrecciato. «Aveva cinque anni più di me ed era troppo audace per la sua età».

     Sapevo che doveva accadere, ma nella sua voce c’era un tremito che mi fece accapponare la pelle. Slatko e Arifa erano senza parole. Non sapevano nulla della storia, ma avevano subito capito che nostro padre faceva sul serio.

     «Le cose si misero male in pochissimo tempo» riprese senza alzare gli occhi su di noi. «Avevo cinque anni allora, cinque anni come Andrè» disse lanciandomi uno sguardo di fuoco. «Ci trovavamo a Kravasko, non lontano dalla Sava che scavava la valle col suo nastro d’argento. Stavamo bene. La gente non era né buona né cattiva. Però ci davano anche del lavoro da fare. Insomma, ci lasciavano stare. Poi si sparse la voce che ai tedeschi non eravamo graditi. Va bene, dicevano i grandi, vuol dire che ai tedeschi non chiederemo niente. Ma non era sufficiente. Giungevano voci sempre più allarmanti. Hanno accerchiato e bruciato un campo su, verso Brestanica, diceva qualcuno, due li hanno uccisi, gli altri li hanno caricati sui camion e li hanno portati via. Non è possibile, dicevano in giro, senza motivo? Avranno sicuramente commesso qualche porcheria. Però le voci si facevano più insistenti. A Lepoglava li hanno presi nel sonno, riferiva un altro, gli hanno fatto scavare le buche e li hanno ammazzati. Non abbiamo nulla da temere, dicevano i grandi senza capire. Però ci spostammo in collina, verso Gornja Cemernica, poi verso Petrova Gora. Ci spostammo nel fitto della boscaglia aspettando che le cose tornassero normali. Non devono neanche sospettare che ci siamo, dicevano al campo. Restiamo nascosti e tutto andrà bene. E voi non vi fate sentire, intimavano a noi bambini. Non gridate, non ridete, non fate nessun rumore. E quel pericolo oscuro e inconcepibile, un pericolo al quale nessuno voleva credere, cominciò a serpeggiare sulle facce preoccupate dei genitori, degli anziani, dei nonni. Cominciò a mettere radici nei gesti dimessi, nell’ansia del domani, nel quasi niente da mangiare. Ci arrangiavamo col poco che avevamo. In principio solo qualcuno trovava il coraggio di scendere in paese per trovare un cavolo o un pezzo di pane. Poi non ci provò più nessuno. Ci arrampicavamo nel bosco, qualche bacca, qualche frutto, anche l’erba era buona per placare lo stomaco ribelle. Nel campo restava soltanto la gallina di zia Vedja, gli altri animali li avevamo già mangiati. Un giorno andai con mia madre e due miei cugini a cercare more. Ci inerpicammo su per la collina, ne trovammo e ne mangiammo. Poi riempimmo due canestri. Mia madre si trattenne a cercare ancora, mentre io, coi miei cugini, tornai verso il campo. C’era silenzio nel bosco, un silenzio rotto soltanto dal fruscio dei nostri passi. Ad un tratto udimmo il brontolio lontano di un motore. Poi altri motori. Al riparo di certi rovi scorgemmo dei soldati tedeschi vestiti di nero che caricavano i nostri sui camion. Urlavano, imprecavano e li spintonavano con violenza. Paralizzati dal terrore, restammo nascosti senza la forza di fare niente. Poi vidi Radomir irrompere nel campo dalla parte opposta. Maledetti, gridava, maledetti, dove li portate? E correva, correva incontro a quei tedeschi che parevano usciti dall’inferno. Quelli ridevano, lo sbeffeggiavano in quanto Radomir era solo un bambino che li aggrediva coi suoi piccoli pugni inoffensivi. Uno lo fece ruzzolare in terra, lo afferrò per le caviglie e cominciò a farlo roteare a mezz’aria. Girava e turbinava sempre più forte. E continuò a vorticare fino a fracassargli la testa contro il tronco di un albero. Ero atterrito, paralizzato, a cavarlo con le tenaglie non mi sarebbe uscito neanche un fiato. Poi se ne andarono. Udimmo i motori faticare sulla salita. Poi li sentimmo sbuffare dall’altra parte. Poi più niente. C’era solo il mio cuore che rombava impazzito. Radomir era là, disteso ai piedi dell’albero, immobile come un cencio dimenticato. Finalmente ci alzammo dal nascondiglio e scendemmo al campo. Non c’era più nessuno, solo la gallina di zia Vedja che razzolava indisturbata. Radomir non aveva più la faccia. C’era una poltiglia sanguinolenta al posto del suo viso. Un corpicino stento, disarticolato, smembrato. Dovete sapere che Radomir mi superava in altezza di almeno venti centimetri, ma a vederlo là in terra sembrava un esserino informe, uno gnomo dei boschi, un ramarro di palude».

     Restammo impietriti come lui nel bosco, come lui di fronte ai tedeschi che trucidavano la sua gente. Impietriti e increduli. Pareva impossibile credere ad una storia tanto atroce e gratuita. Non si poteva credere che quel tempo fosse esistito veramente. Un tempo assurdo e malvagio. Un tempo che aveva scavato un fossato tra chi si era salvato ed il mondo ch’era rimasto indifferente. Un tempo snaturante come il fondo di un bicchiere che ti fa vedere le cose capovolte.

     Il profilo aguzzo e duro di mio padre fissava il muro sbrecciato. Fissava la distesa scintillante del fiume. Fissava il ricordo di Radomir che ancora bruciava le sue pupille.

     Tornammo al campo con l’animo incurvato, ritorto dal dolore del suo dolore, vinto dal sapore amaro del suo rimpianto. E quella fu la sola volta, in nessun’altra occasione si tornò a parlare di Radomir. Ma ormai sapevo della sua esistenza. Lo vedevo sul viso di mio padre, nel suo sguardo spento, nella piega amara del suo sorriso stanco. Lo vedevo nel suo andare lento, nel suo trascinarsi come un lamento, nell’amarezza che il tempo non aveva saputo attenuare.


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