L'ottavo giorno

Bruno Sebastiani autore



Anteprima

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 IN PRINCIPIO ERA IL CAOS

 

Augusto Leitner aveva un progetto perché vivere è una cosa che sanno fare tutti, ma vivere per un progetto è una faccenda del tutto diversa. Vivere come viene viene è da inoperosi, pensava spesso Augusto Leitner, è da gente priva di aspirazioni, priva di ideali e priva di voglia di mettersi alla prova. Lui che aveva un progetto invece, vi pensava in continuazione ed era sempre lì a considerare quanto fossero favorevoli o contrarie le circostanze che attraversava per realizzarlo. Perché un progetto, quando si arriva ad averlo, uno non rischia di sciuparlo prendendolo di petto in maniera sconsiderata. Bisogna saper aspettare. Bisogna che maturi come maturano le mele sull’albero. Sarebbe da sciocchi coglierle quando sono ancora acerbe come, altresì, sarebbe da sciocchi lasciarle marcire. L’uomo accorto, l’uomo che cova e che spia in ogni momento il suo progetto, deve avere pazienza, ma non deve farsi trovare impreparato.

     Certo non è cosa frequente, ma non è neanche tanto difficile come potrebbe sembrare imbattersi in una persona che vive per un progetto. Con un po’ di attenzione se ne possono cogliere gli indizi, indizi che a una mente sveglia appaiono inequivocabili. Quando una persona vi ascolta e magari anche vi guarda, ma il suo sguardo vi trapassa e si fissa su un punto lontano, è chiaro che sta pensando al suo progetto. Quando una persona sbriga le sue incombenze, magari il lavoro per il quale viene pagato, ma appare svagata come se stesse ascoltando una voce che viene da un’altra stanza, è chiaro che con la mente non è presente, ma si attarda ad inseguire il suo progetto. Quando una persona vi parla, ma la sua conversazione non è fluida e sembra incepparsi su un contraddittorio che gli affiora da dentro, è chiaro che vive una sorta di sdoppiamento tra colui che vi sta di fronte e colui che si attarda a considerare il suo progetto. 

     Augusto Leitner, a saperlo intendere, tradiva tutti gli indizi appena citati ed altri ancora, perfino più appariscenti e caratteristici di chi vive per un progetto. 

     In principio lavorava in una filiale della Banca per il Tirolo e Voralberg s.p.a. in via Raffaello Sernesi a Bolzano, la città dove era nato e dalla quale non s’era mai allontanato. Era stato suo padre, che ne era il vicedirettore, ad insistere perché accettasse quell’impiego. Ma lui non vi era tagliato. E sia chiaro che non era quel lavoro in particolare a tradire la sua scarsa predisposizione alla disciplina e all’attenzione che rappresentavano le doti indispensabili al provetto banchiere. Qualunque altro lavoro lo avrebbe affrontato con la stessa scarsa concentrazione perché in definitiva lavorare è una cosa che sanno fare tutti, purché si abbia la mente sgombra e purché non si nutra un sogno che fa volgere continuamente lo sguardo alla finestra per volare lontano. 

     Augusto Leitner lavorava in banca e col corpo era presente. Anzi, il suo corpo era talmente invadente che spesso urtava e faceva cadere in terra degli oggetti senza che lui potesse farci niente. Il suo corpo era così evidente, che era il più apostrofato tra tutti gli impiegati. Ma il suo spirito inquieto non era troppo affezionato al suo albergo naturale. Il suo spirito inquieto, che in quel tempo inseguiva qualcosa che restava tuttavia indefinito, immancabilmente prendeva il largo e veleggiava altrove. Per cui, nonostante fosse il più apostrofato, era anche il meno affidabile tra tutti gli impiegati. Perché sono capaci tutti di essere affidabili quando si tratta di mettersi allo sportello per esibire ai clienti una faccia attenta e comprensiva, ma in ogni caso irreprensibile. Sono capaci tutti perché non ci vuole molto a mettersi nei panni di chi rappresenta una banca. Basta esigere con sussiego e rifiutare con fermezza a seconda che il cliente debba pagare o pretenda di riscuotere una somma. Sono capaci tutti, purché ci si limiti a considerare il cliente di turno un cliente, appunto, e non l’elemento dispersivo da prendere a pretesto per il proprio fantasticare.

     Quel periodo di lavoro in banca si protrasse per ben otto anni. Ed i primi cinque, il tempo in cui suo padre ne rimase il vicedirettore, perché incidentalmente era ancora in vita, furono i più duri. Aveva trent’anni quando Adolf Leitner, suo padre, per un attacco di cuore, lo lasciò orfano della sua tutela e delle sue angherie. Nei restanti tre anni, il tempo che gli fu necessario per filar via dalla banca, Augusto Leitner, sempre meno tutelato, venne assegnato a mansioni via via più irrilevanti. Negli ultimi tempi, a furia di scendere la scala, svolgeva le funzioni di un semplice fattorino. 

     Quella che poc’anzi è stata rappresentata come un’indecorosa retrocessione ad Augusto Leitner pareva al contrario una lenta, troppo lenta risalita. Da impiegato addetto allo sportello a fattorino, uno che si poteva legittimamente comandare per una commissione al bar di fronte o alla tabaccheria, corrispose una sempre meno pressante attenzione dei colleghi alla sua conclamata svagatezza. Se quel lavoro non avesse continuato a pretendere puntualità e cura dell’aspetto, due cose per le quali Augusto Leitner doveva fare violenza a se stesso per raggiungere una valutazione che si avvicinasse alla sufficienza, avrebbe potuto perfino trovarcisi bene.

     Passava lunghe ore alle spalle dei colleghi addetti agli sportelli col compito di imbustare e francobollare le missive con gli estratti conto, disporre in risme ben ordinate le varie cedole per i versamenti, per i prelievi e per le varie transazioni bancarie e, in più, segnava su un registro l’utilizzo del suddetto materiale affinché la filiale, ordinandolo per tempo, non ne restasse sguarnita. Quel lavoro, che ad un palato fine potrebbe risultare monotono e incolore, si rivelava viceversa assai gradevole ad Augusto Leitner proprio per la semplicità con cui riusciva a portarlo a termine senza troppi inciampi. Prima, quando era addetto allo sportello, era spesso costretto a trattenersi anche due ore dopo l’orario di chiusura per far quadrare il rendiconto di cassa. Non c’era verso, per quanto si sforzasse, per quanto si esortasse alla più scrupolosa diligenza, dimenticava sempre qualche passaggio. E alla sera era sempre costretto a ricontrollare, cedole alla mano, le cifre riportate nelle colonne delle entrate e delle uscite. E se il controllo, con una infingardaggine tutta sua, non produceva l’auspicato pareggio, per trarsi d’impaccio ripianava la mancanza di tasca sua. Mai una volta, per tutto il tempo che rimase addetto allo sportello, gli capitò di chiudere il rendiconto di cassa con un avanzo. Era invece facilissimo che si chiudesse con una mancanza, piccole somme il più delle volte, spesso solo pochi spiccioli. Ma quando, in via del tutto eccezionale, chiudeva il rendiconto con un pareggio, il primo moto d’esultanza lasciava presto il posto ad un vago senso di sgomento. Mi sto inaridendo, si diceva. Mi sto tappando in una stanza buia e priva di finestre. I miei occhi non sanno vedere più niente oltre la tastiera e lo schermo del computer. I miei occhi hanno perso il guizzo che occorre per sfondare i vetri blindati della filiale. Hanno perso la leggerezza per la quale, prima, volavano perfino più lontano delle case di fronte. Quando, in via del tutto eccezionale, chiudeva il rendiconto di cassa con un pareggio, lasciava il lavoro puntuale, ma con l’aria più mesta del solito. Negli ultimi tempi invece, nei panni di un semplice fattorino, accadeva raramente che gli venisse chiesto un supplemento di lavoro dopo l’orario di chiusura. E siccome, di tutta la giornata, quello dell’uscita dalla banca era il momento più lieto, ecco che la retrocessione dallo sportello al tavolo delle cedole comportò un notevole incremento del suo stato umorale. 

     Tuttavia la sua gaiezza nel lasciare il lavoro restava fine a se stessa e non approdava mai a nulla di costruttivo. Perché sono buoni tutti ad esser gai dopo una snervante giornata di lavoro. È sufficiente che, giusto il tempo di rinfrescarsi, magari di cambiarsi d’abito, e subito vadano da qualche parte, magari al solito bar, al bowling, allo stadio dell’hockey. È sufficiente che si propongano di vedere qualcuno, amici, donne, magari una fidanzata. In sostanza, la gaiezza nel lasciare il lavoro per la maggior parte delle persone corrisponde alla possibilità di fare proprio le cose che prima, durante il lavoro, era impossibile fare.  Augusto Leitner invece era gaio pur in mancanza di qualsiasi proposizione fattiva. Al termine del lavoro non faceva niente. Aveva un progetto e a lui bastava potervi pensare, cosa che del resto aveva fatto per l’intera giornata, senza il timore che un superiore lo cogliesse in fallo. Appena voltato l’angolo del palazzo dov’era la sua filiale, i suoi occhi assumevano un’aria lieta, sorridente, a tratti perfino esultante. E il suo passo non era da meno. Caracollava lungo i marciapiedi con piglio spavaldo come chi sa di andare incontro al proprio destino. E se buttava un occhio alle vetrine o in faccia alla gente, lo faceva di sfuggita come scivolando sopra le cose per dare ad intendere che non aveva tempo per soffermarvisi. E dentro di sé, quasi temendo di scuoterlo troppo, si coccolava il suo progetto, lo avvolgeva con strati e strati di calda morbidezza, lo maneggiava con cura e ne restava al cospetto come in attesa di vederlo germogliare. Come un seme di una specie complicata, quel progetto abbisognava di tutte le sue attenzioni, anche se neanche immaginava quale tipo di pianta ne sarebbe nata.

     Il suo progetto era un’esigenza del suo essere e, per certi versi, perfino una fede, una cosa che sarebbe stato impossibile non realizzare perché così si voleva e così si sarebbe disposto che si facesse. Era come se una voce dall’alto lo avesse ammonito, anni addietro, a tenersi pronto. E lui, da anni ormai, aspettava che gli si palesasse la missione. Si sentiva come un profeta di biblica memoria il quale, senza sapere né dove né come, udiva ad ogni passo la voce del Signore che lo esortava a non disperdere le sue forze, a non lasciarsi sviare dalle chimere quotidiane e a mantenere puri mente e cuore per un supremo compito. Perché sono buoni tutti ad affrontare un compito qualsiasi. Ma un compito che abbia la peculiarità di annettersi l’aggettivo “supremo” pretende un interprete fuor del comune. E Augusto Leitner, che dal di fuori si sarebbe detto non troppo dissimile dalla media degli uomini della sua età, conservava nello sguardo una luce incontaminata quasi fosse ancora quel bambino che era stato nei primi anni della sua vita.

     Augusto Leitner dal di fuori era alto, ben fatto e, cosa che si coglieva al primo impatto, aveva i lineamenti del viso dolci e regolari. E se al suo bel sembiante aggiungiamo folti capelli castano chiari e occhi azzurro cielo, possiamo ben comprendere gli sguardi ammirati che gli lanciavano le donne al suo passaggio. Ma proprio come noi umani siamo incapaci d’intendere gli ultrasuoni che, di contro, raggiungono l’udito di tanti animali, così Augusto Leitner era del tutto insensibile all’interesse che poteva suscitare negli esemplari dell’altro sesso. E qui, affinché non si produca un malinteso, occorre precisare che la sua indifferenza per quelle con le gonne non celava al suo interno una preferenza per i deambulanti coi pantaloni. Al contrario, egli presentiva che l’universo femminile conteneva un mistero, qualcosa che, magari da grande, avrebbe saputo svelare. Ma in quel tempo, alla soglia dei trent’anni per i quali grande non si reputava, gli pareva che tutto ciò che non si coniugava col progetto fosse solo un’inutile perdita di tempo.

     Augusto Leitner, benché ormai trentenne, non s’era ancora fatto un’idea ancorché vaga delle donne. Però, se messo alle strette, magari con la minaccia della tortura come si faceva coi prigionieri nel Medioevo, alla fine si sarebbe risolto a confessare ciò che a mente fredda avrebbe candidamente taciuto. Se messo alle strette, lui stesso si sarebbe sentito ammettere che delle donne provava un certo timore. Il suo disinteresse celava diffidenza. E come non provarne quando l’unica donna della sua vita, la sua legittima genitrice, non aveva fatto altro che gravare le sue fragili spalle con un morboso, ansioso quanto asfissiante senso di protezione? Probabilmente, con un padre diverso a farle da contraltare, l’influsso di quella madre sarebbe stato meno pernicioso. Suo padre invece, prolungamento nel campo gestional-finanziario delle mene ossessive della moglie chioccia, aveva reso ancor più cedevoli le sabbie mobili in cui affondava il piccolo Augusto Leitner. Come stupirci allora che a trent’anni suonati il nostro profeta non avesse ancora una ragazza? Non hai ancora una ragazza? qualcuno a volte gliene chiedeva la ragione. E Augusto Leitner aveva ormai imparato che, in quelle circostanze, era meglio mentire. Perché son buoni tutti a dire la verità. Ma come dire che non aveva mai pensato di farsi una ragazza per lo stesso motivo per il quale non aveva mai pensato di scalare il K2 o di partecipare alla maratona di New York o di presentarsi alla trasmissione televisiva “Chi vuol essere milionario”? Nessuna di quelle cose era riprovevole, anche per il fatto che tanti le praticavano, certo non c’era la fila per scalare il K2, ma per le altre cose si presentavano folle intere. Tutte sarebbero state auspicabili e di sicuro stimolo. Ma come intraprenderle senza la dovuta passione? E le donne, ma questo evitava di puntualizzarlo, non erano la sua passione.

     Tuttavia, già da molto tempo aveva capito che le donne, prese così, nel loro complesso, diciamo come categoria, costituivano per molti suoi simili argomento di conversazione. E quella era una cosa che, se ci si fissava sopra, era capace di farlo uscire dai gangheri come se gli altri si ostinassero a parlare di una leggenda, una superstizione, un si dice che, a furia di rimbalzare di bocca in bocca, veniva ingrandito e alla fine anche avvalorato di una certa credibilità. 

     Le donne, così come le sentiva raccontare dagli altri, non avevano nessun tratto in comune con quelle che gli giravano intorno. Nella sua filiale ce n’erano quattro, tutte sposate e tutte placidamente concordi nel dipingere nel peggior modo possibile i loro rispettivi mariti. I quali mariti, su questo ormai Augusto Leitner poteva metterci una mano sul fuoco, se si fossero trovati a parlare di donne coi loro colleghi, non avrebbero mai pensato di calar nell’argomento le loro mogli. Le donne insomma, questa era l’idea che se n’era fatta Augusto Leitner, per molti suoi simili rappresentavano una mancanza che non veniva per nulla intaccata dalla momentanea presenza di una di loro al loro fianco. Le donne, pur essendoci, erano sempre percepite come un’assenza, come qualcosa che doveva contribuire alla completezza con ciò significando che, senza di loro, era impossibile sentirsi tutti interi. Le donne, secondo il giudizio che se n’era fatto Augusto Leitner, si potevano ricondurre alla sensazione d’interezza che prova chi, per sua sfortuna, abbia perso una gamba oppure un braccio. Chi vada in giro così mutilato non ha pudore nel confessare che sente la gamba oppure il braccio mancante in maniera così vivida che solo per un mero accidente non riesce a fargli fare i movimenti che pensa. E l’arto cui si riferisce non è mai quello che gli è restato, ma solo quello che gli manca. 

     Probabilmente c’è stato un tempo, concludeva a volte tra sé Augusto Leitner, magari all’alba dell’evoluzione, in cui gli esseri della specie umana non si erano ancora differenziati. Magari in principio, vai a capire come, assommavano in sé le pertinenze per le quali ora occorrevano due sessi. E se era giusta quella conclusione, perseverava Augusto Leitner, voleva dire che l’incompletezza generata dalla successiva differenziazione aveva prodotto qualcosa ch’era assai simile alla sindrome dell’arto fantasma: neanche mille donne a disposizione di un solo uomo avrebbero potuto compensare quella perdita. E se lui non ne soffriva, alla fine era sempre questo il succo del suo ragionare, voleva dire che spontaneamente il suo corpo aveva sviluppato una diversa conformazione per darsi completezza. Altrimenti in quale altro modo spiegare lo scrigno che serbava gelosamente in fondo al cuore contenente il suo progetto? E sempre là tornava, il progetto. Gli bastava sentirselo dentro alla stregua di un calore che gli saliva alla testa e gli infiammava le guance per trovare la sua pace. 

     Augusto Leitner, lontano dalla sua banca, se ne andava in giro con la mente sgombra come chi sa di possedere un tesoro. Egli possedeva un tesoro, anche se non aveva ancora idea di come poterlo spendere. Se ne andava in giro con le mani infilate nelle tasche come per sincerarsi della presenza di due lingotti d’oro. Quei lingotti, che non sapeva né dove né come cambiare, erano il suo capitale. E a lui era sufficiente sapere di possederlo. Perché un capitale da solo non basta. Tutti sono capaci di possederlo. Ma se fanno tanto da metterlo fuori senza criterio, che ne resta? C’è il caso che il capitale, appena esce dalle tasche e vede il sole, si volatilizzi come se fosse puro spirito. Bisogna metterci la testa e guardarsi le spalle dai facili adulatori. Augusto Leitner aveva un progetto perché vivere è una cosa che sanno fare tutti, ma vivere per un progetto è un’altra faccenda. E finché aveva il suo progetto, era il più ricco e il più felice degli uomini.

     Dalla morte di suo padre, il mai troppo rimpianto Adolf Leitner, ad Augusto Leitner occorsero ancora tre anni per lasciare definitivamente il suo impiego in banca. Gli occorsero senza che lui si adoperasse per promuoverli a necessaria premessa di quella fuga. Quegli anni solo occasionalmente si rivelarono tanto corti o tanto lunghi da enumerarsi fino alla cifra quasi magica di tre. Ma non si pensi che quel tre potesse anche intendersi come un periodo, per così dire, d’incubazione. Non vi era un tempo stabilito passato il quale il seme del suo progetto avrebbe lasciato spuntare qualche timida fogliolina. Quel tempo era talmente elastico che poteva esaurirsi in tre settimane oppure dilatarsi fino a trent’anni. Quel tempo equivaleva all’attesa che mutassero le condizioni esteriori. Ma quell’attesa si nutriva e si consumava da sola, in maniera autonoma, quasi all’insaputa di Augusto Leitner. Egli la lasciava incagliarsi oppure scorrere a suo piacimento perché non aveva nessuna fretta. In definitiva, si comportava con la stessa indifferenza con cui sarebbe potuto salire su un treno pronto al binario senza curarsi né della destinazione né dell’orario previsto per la partenza. L’azione determinante s’esauriva col semplice gesto di salire sul treno, solo in quello consisteva la sua consapevolezza d’avere un progetto. Ma non basta salire su un treno per pretendere che questo si metta in moto. Non basta dire, ecco, l’ho preso, ora può anche partire. Quel treno non è lì per lui soltanto. E tanto o poco che si debba aspettare, è meglio farlo con leggerezza accomodandosi su un posto libero e lasciandosi catturare da ciò che si vede dal finestrino.

     Augusto Leitner aveva preso il suo treno e ciò gli bastava. Per dove e quando, a esser capziosi, lo poteva ricavare dall’orario generale. Ma lui su quel treno ci stava bene, tanto bene che il dove e il quando erano irrilevanti. Tuttavia, benché non s’adoperasse per trasformare l’attesa in premessa, senza che, per così dire, muovesse neanche un dito, quel treno sul quale era salito ad un tratto diede uno scossone. Ed il dove non ebbe la prontezza di manifestarsi in stretta concomitanza con il quando. Tuttavia il quando, l’orario di partenza, fu allo scadere del terzo anno dal giorno in cui aveva perso il mai troppo rimpianto genitore. 

     In quel periodo la filiale, a cavallo della stagione turistica estiva con quella invernale, fu quasi messa a soqquadro da un manipolo di operai ingaggiati col compito di ristrutturarne i locali. Erano venti anni che non si rinfrescavano i soffitti, che non si cambiavano i diffusori luminosi e non si sostituivano i rivestimenti grazie ai quali le poltrone, vecchie di cent’anni, ogni venti anni tornavano come nuove. In quella circostanza, il direttore della filiale decise che era venuto il tempo di fare la cose in grande. Per far dunque le cose in grande, incaricò una ditta specializzata affinché sostituisse le vecchie porte di sicurezza a doppio battente con delle nuove e più sofisticate cabine rileva-metalli. Tutti quei lavori portarono un certo scompiglio, ma data la scarsa clientela a cui fare riferimento nel mese di ottobre, gli affari non ebbero a soffrirne, una diminuzione delle transazioni bancarie era fisiologica per quel periodo. L’ingresso principale, per le nuove necessità, venne transennato e corredato di numerosi cartelli che invitavano a servirsi di una porta laterale per accedere in banca. Quella porta, un semplice portone che immetteva in un locale di servizio della banca, una pertinenza ricolma di scatoloni e vecchie scrivanie, non offriva nessuna garanzia di sicurezza, chiunque poteva varcarla, con soldi o senza soldi, con armi o senza armi. Il direttore non temeva per l’incolumità dei forzieri durante la notte, ma paventava un’irruzione di banditi durante il giorno. Per cui ne affidò la sorveglianza ad un vigilante privato, uno che stazionava lì di presso, pistola alla fondina e auricolare della ricetrasmittente incollato all’orecchio. Del resto, quella situazione d’emergenza si sarebbe protratta per una sola settimana e la banca, da quando aveva aperto i battenti nella città di Bolzano, tranne qualche tentativo di truffa, non aveva mai subito un colpo. Bolzano era una città tranquilla com’era tranquilla l’intera sua provincia. I pochi ladri, perlopiù d’altra origine che non quella altoatesina, privilegiavano oreficerie e ville piuttosto che banche.

     Si era nel pieno dei lavori quando un giorno accadde quello che nessuno s’aspettava che potesse accadere. Erano le dieci del mattino e quella era l’ora, diventata quasi canonica, in cui il nostro Augusto Leitner, retrocesso alle mansioni di un inserviente, usciva dalla filiale per fare un salto nel bar di fronte. Agli impiegati addetti agli sportelli era proibito prendersi una pausa, per cui ricorrevano ai servigi del solo che si poteva allontanare. Augusto Leitner prendeva nota delle varie ordinazioni, caffè, cornetti e cappuccini in tutte le loro infinite varianti, ed usciva lesto perché il gusto di prendere qualcosa di caldo coi gomiti sul bancone era un lusso che nemmeno il direttore si poteva concedere. Perché un caffè sono capaci tutti di prenderlo, più o meno zuccherato, più o meno ristretto, in alcuni casi perfino “macchiato”. Ma prenderlo appena distillato dalla macchina è tutt’altra cosa che sorbirlo già tiepido, vagamente acidulo e con la schiuma rattrappita che galleggia solo perché le manca la forza di andare a fondo. Augusto Leitner usciva lesto, ma mai che fosse altrettanto lesto nel fare ritorno in banca. Traversava la strada, entrava nel bar Korona dov’era ormai di casa, passava la lista delle ordinazioni al barista e ci aggiungeva un caffè per sé che sorbiva seduto sfogliando un giornale. Venti minuti dopo, un tempo per il quale ogni bevanda, anche se sfornata bollente, tendeva irrimediabilmente a freddarsi, con un vassoio in equilibrio su una sola mano, riattraversava la strada per fare ritorno alla sua filiale.

     Quel giorno, erano passate da poco le dieci e solo da poco Augusto Leitner aveva varcato l’ingresso del bar Korona, tre banditi bene addestrati e decisi a tutto entrarono in azione. Uno di loro distrasse il vigilante col pretesto di chiedergli un’informazione. Gli altri due, lesti da dietro, gli piantarono la canna di una pistola al centro della schiena, lo disarmarono, lo privarono della radio e lo costrinsero a precederli per entrare in banca. Il tutto si svolse con una tale rapidità che nessuno, dei tanti passanti che transitavano sulla strada, si accorse di niente. All’interno la sorpresa gelò i presenti i quali, come accade a chi sia vittima di un incantesimo, rimasero fissi e attoniti come statue di cera, ognuno si bloccò su se stesso smarrendo all’istante perfino la forza o per dir meglio l’intenzione di portare a compimento il gesto che stava facendo. Chi contava i soldi rimase con le banconote a mezz’aria. Chi scriveva rimase con la penna impuntata sul foglio. Chi lavorava a rammodernare i locali smise di lavorare e chi aspettava smise di aspettare senza, per questo, azzardarsi ad uscire.

     I banditi, per una pratica lunga svariati anni, erano capaci nel loro lavoro, nel senso che non gli si doveva insegnare niente. Difatti, sotto la minaccia delle pistole obbligarono il vigilante, gli operai ed i pochi clienti a stendersi lunghi sul pavimento. Poi passarono due grosse borse di tela ai cassieri intimando loro di riempirle. I cassieri, anche quello in una certa misura faceva parte del loro mestiere, è pur vero che non c’erano mai passati, ma bastava seguire i notiziari televisivi per sapere che certe cose accadevano, i cassieri dunque racimolarono quel che avevano nei cassetti, dopodiché fecero intendere che non c’era altro. Allora uno dei tre, forse il capo, facendo la voce grossa e agitando nervosamente il suo arnese da sparo, affrontò il direttore il quale, per rabbonirlo ed anche perché provava una fifa boia, si risolse ad aprire il forziere. 

     Ci volle un poco, ma alla fine i tre, con le borse ben piene, diciamo con un bel bottino, si disposero ad abbandonare la banca. Per coprirsi la fuga agguantarono un impiegato, un tipo corpacciuto e per questo molto lento, ancora più lento per il fatto ch’era spaventato. Minacciando che ne andava della sua vita, intimarono tutti a restare dov’erano.

     «Non fate un fiato o questo pezzo di lardo si ritrova un colpo in pancia!» gridò l’ultimo dei banditi strattonando l’ostaggio. 

     E poi via per ricongiungersi con gli altri due già spariti nella pertinenza ingombra di scatoloni e vecchie scrivanie. E di nuovo intimò di non fare un fiato un momento prima di sparire anche lui, con l’ostaggio, in quella pertinenza. Perché quella di non fare un fiato è una cosa che sai fare senza eccessiva fatica. E quando te lo chiedono sotto la minaccia di una pistola, quel fiato non ti esce nemmeno per la sorpresa di vedere un elefante che vola. Ma quando quella pistola è puntata alla tempia di un altro, quel fiato preme e non gli serve la sorpresa di vedere un elefante che vola. Quel fiato preme, si libera dalla paura e prorompe non appena si spegne l’eco del bandito che ha gridato. 

     Come obbedendo ad un comando, non appena l’ultimo dei banditi fu sparito nella pertinenza per la quale si arrivava in strada, tutti si rialzarono e si misero a gridare. In men che non si dica nella banca si realizzò una tale confusione che la rapina, al confronto, era stata una semplice pantomima. Intanto il gruppo in fuga era arrivato alla porta con in testa, a far da scudo, spinto da dietro dal duro di una pistola, il tipo corpacciuto e per questo molto lento. Era terrorizzato e la sua unica speranza si fondava sul fatto che la sua lentezza poteva intralciare i banditi. Appena in strada mi lasceranno andare, si diceva, non vedo cosa potrebbero farsene di me, quel che volevano l’hanno già preso, non vorranno mica caricarmi in auto per scaricarmi da qualche parte sull’autostrada, e poi come torno?

     Mentre il tipo corpacciuto si torturava in quel modo, vide Augusto Leitner che attraversava la strada col vassoio in bell’equilibrio su una sola mano. Che gli ci voleva a stare zitto? Che gli ci voleva a lasciare che i banditi se la filassero lasciandolo più bianco di un lenzuolo? Che bisogno aveva di coinvolgere il suo collega-fattorino facendo in modo che intralciasse la fuga?

     «Attento Augusto! Sono armati!».

     «Scremati? Nessuno me li ha chiesti scremati!».

     «Non gridare, animale!» fece rabbioso il bandito che spingeva il tipo corpacciuto. 

     E lì, per levarselo dai piedi, gli diede una spinta per scaraventarlo a terra. Augusto Leitner, senza ancora capire, nel vedere l’amico che perdeva l’equilibrio, per una sorta d’immedesimazione, lo perse a sua volta facendo volare il vassoio con quanto c’era sopra sulla testa del bandito. Il quale bandito, per un riflesso condizionato, senza nemmeno prendere la mira, fece fuoco. Nel fotogramma successivo Augusto Leitner, colpito ad un fianco, stramazzava in terra realizzando, insieme al tipo corpacciuto, un bell’intralcio al libero defluire della porta. 

     Pochi secondi, quel parapiglia intralciò la fuga dei banditi solo per pochi secondi. Ma il direttore, dall’interno della banca, aveva già lanciato l’allarme. E mentre il bandito, sulla cui testa era piovuto il vassoio di Augusto Leitner, era ancora intento a scrollarsi di dosso tutto quel ben di Dio, ecco fermarsi al centro della strada due volanti della polizia. I tre, ormai allo scoperto sul marciapiede, per essere dei veri esperti del mestiere, ci misero un niente a capire che la rapina era finita e, malgrado la loro destrezza, era finita male. La loro macchina era parcheggiata a pochi passi, ma dalle volanti intimarono di buttare le armi e, per risultare più convincenti, un paio di poliziotti spararono qualche colpo in aria.

     Il primo pensiero del capo dei banditi fu quello di riacciuffare il tipo corpacciuto, puntargli la pistola alla tempia e usarlo come lasciapassare. Le borse erano ben piene, ci sarebbe stato parecchio da spartire. Ma fuggire con un ostaggio era come dire addio ai soldi. Fuggire con un ostaggio era come ingaggiare una partita con la polizia per aver salva la vita. Già immaginava la fuga, i poliziotti alle calcagna, altre volanti ai successivi incroci e magari perfino un elicottero. I tre, con le armi ancora in pugno, si guardarono un momento per sincerarsi che nessuno di loro avesse in animo di fare qualcosa. Poi, con gesti misurati e sincronizzati, posarono le pistole in terra e alzarono le braccia. Trenta secondi dopo, con le manette ai polsi, se ne stavano a capo chino sui sedili posteriori delle auto della polizia.

     A quel punto, come per incanto, tutt’intorno si materializzò una piccola folla di curiosi mentre da dentro, per quella misera porticina, riaffioravano alla luce i reduci della banca. Ci fu un dire, un esclamare, un gridare, un inveire e tutti insieme, senza nemmeno starsi a sentire, ricostruivano l’accaduto. Fu il direttore ad accorgersi che Augusto Leitner era steso in terra col fianco sanguinante. Rapido diede l’allarme e invocò che si chiamasse un’ambulanza.

     «È stato lui!» fece il tipo corpacciuto afferrando il direttore per un braccio. «Non ha esitato nemmeno un secondo! Ha scagliato il vassoio sulla testa di quello che mi spingeva da dietro con la pistola! Per questo gli ha sparato!».

     La voce del tipo corpacciuto fu ripresa da altre voci. Tutti avevano visto qualcosa, per cui, in maniera quasi spontanea, passaggio dopo passaggio, s’aggiunsero altri particolari che rafforzavano il fulgido, audace gesto di Augusto Leitner. Tempestivo. Impavido. Coraggioso. In un lampo ha capito qual’era la manovra giusta da fare. Un valoroso. Come altro chiamarlo? Un esempio per tutti. Ce ne vorrebbero altri cento. Che dico cento? Ce ne vorrebbero mille. E la forca. Per gente del genere, solo la forca. Magari tra due o tre anni saranno di nuovo fuori dalla galera e niente di più facile che verranno a spassarsela proprio qui, nel bar di fronte. 

     Aspettando l’ambulanza, l’apprezzamento per il gesto compiuto da Augusto Leitner cresceva in ragione diretta di come cresceva il biasimo per i banditi. Cinque minuti dopo, mentre lo caricavano sulla lettiga, gli infermieri si portavano via un eroe mentre ai poliziotti restava l’ingrato compito di portarsi via dei criminali.

     Qualche ora più tardi, uscendo dalla sala operatoria, il primario del reparto chirurgico scansò con sprezzo il crocchio dei cronisti convenuti sul posto a caccia di notizie di prima mano. Era un integerrimo: il suo primo dovere era informare la madre dell’eroe. I cronisti, se ne avevano voglia, dovevano farsi bastare l’assistente. 

     La madre dell’eroe, Else Leitner, vedova del mai troppo rimpianto Adolf Leitner, aspettava in una saletta riservata insieme al direttore della banca, al tipo corpacciuto che idealmente aveva acceso un cero al suo santo personale per averla scampata e a due impiegati più anziani. In tutto quel tempo s’era nutrita dei commenti benevoli dei colleghi sul conto del suo adorato figliolo. Un ragazzo come se ne trovano pochi. Sempre puntuale. Sempre vestito come si conviene. Silenzioso al lavoro. Poca confidenza. Timido. Molto timido. Ma sempre meglio che sfrontato. E oggi poi…che dire di oggi? Un esempio di altruismo da primato mondiale. Suo padre ne sarebbe andato fiero.

     Ad Else Leitner facevano un gran bene quelle parole. Sospirava e li guardava tutti, uno ad uno, con aria mesta e grata. Ma nel fondo del suo sguardo aleggiava una cert’aria più disincantata. Perché i commenti benevoli, a volerli fare, li sanno fare tutti. Quando li fanno risultano simpatici e se ne possono fare a grappoli per la modica somma di uno spicciolo. I commenti benevoli plasmano la faccia e la piegano al sorriso. Ma non fatemi parlare che è meglio, pensava la signora Else, non fatemi dire quel che so io sul conto di mio figlio, è una testa piena di vento, come dite voi, un sognatore? Magari si può dire in questo modo: sognatore. Ma la realtà è una sola: non ha i piedi piantati per terra. Suo padre dite? No signori miei, da lui non ha preso proprio niente. E nemmeno da me. Vai a capire da chi ha preso. Gli faccio da madre e da serva per che cosa? Provate a dirlo, signori miei, per che cosa? Non mi becco nemmeno un misero grazie. 

     Else Leitner si nutriva dei commenti benevoli dei colleghi del suo adorato figliolo, sospirava e di tanto in tanto si premeva un fazzoletto sul bordo inferiore degli occhi. Lo premeva e poi lo osservava, forse per vedere se presentava qualche ombreggiatura. Ma non c’era pericolo, finché non piangeva il rimmel non scoloriva. Il primario del reparto chirurgico fece il suo ingresso e tutti si alzarono perché, nei momenti cruciali, bisogna stare in piedi.

     «Può stare tranquilla, signora, il peggio è passato» fece il chirurgo esibendo un rassicurante sorriso. «L’intervento è andato bene ed ora riposa. Ma tra due ore al massimo gli potrà parlare».

     «È fuori pericolo, insomma?».

     «In pericolo di vita non c’è mai stato. Il proiettile gli ha trapassato il fianco danneggiando la milza. Ma l’intervento è riuscito, tanto che mi sento di dire che non vi saranno conseguenze. È un fisico forte. Tornerà meglio di com’era prima».

     «Sia ringraziato il cielo» fece la donna che ora sentiva opportuno perfino commuoversi. 

     Ma avrebbe sortito un effetto migliore se si fosse commossa più tardi, ai piedi del letto dell’eroe. Per cui si limitò ad offrire se stessa all’abbraccio del primario chirurgo lasciandone un po’ anche ai vari dipendenti della banca, incluso il tipo corpacciuto, per le felicitazioni.

     «Quando crede che potrà lasciare l’ospedale?» chiese il direttore.

     «Molto presto. Già domani potrà alzarsi e fare qualche passo. Se non sorgono complicazioni, in una decina di giorni lo potremo dimettere. Ma io sconsiglio di riprenderlo subito al lavoro».

     «Stia tranquillo, dottore. Non lo chiedevo per questo. Ho in animo di organizzare qualcosa per significargli la nostra riconoscenza».

     «Quanto vi ha fatto risparmiare?» chiese a quel punto, per semplice curiosità non per calcolo, Else Leitner.

     «Non ho ancora i dati per azzardare una stima esatta. Ma calcoli che in cassaforte c’erano gli stipendi dei componenti di lingua tedesca dell’intero distretto scolastico».

     «Centomila euro?».

     «Molto di più, signora Leitner. Cinquecento, forse seicentomila euro. Per questo credo di dovergli assegnare una ricca ricompensa. Stasera stessa inoltrerò una richiesta alla sede centrale e vediamo che decidono».

     Il primario del reparto chirurgico, constatando che la sua presenza era ormai ritenuta superflua, si congratulò una seconda volta con la madre dell’eroe e abbandonò la stanza: i bancari alla fine solo di soldi sanno parlare.

     Augusto Leitner giaceva in penombra nella sua cameretta, occhi chiusi, bocca secca e la testa in pressione come se l’avessero gonfiata con l’elio. Sentiva un ronzio nelle orecchie, ma non era costante, un ronzio intermittente come quando si riavvolge un nastro alla ricerca dell’attacco di un brano. C’è qualcuno che ascolta musica. Se dovessi dirlo direi che è vicino, ma io non sento niente, magari l’ascolta con la cuffia. Non capisco, c’è qualcosa che mi sfugge. Ho l’impressione di trovarmi nel ventre di una nave. Magari mi ci trovo veramente. Non ricordo, quando mai ho prenotato una crociera?

     «Signor Leitner» disse una voce appena si accorse che dava segni di risveglio. «Se la sente di rispondere a qualche domanda?».

     Augusto Leitner scostò piano le palpebre abbassate, le richiuse e le scostò di nuovo. C’era un occhio di vetro che lo fissava da non più di un metro e c’era un cono gelato che fluttuava in maniera invitante davanti alla sua bocca. C’era del secco che gli arrivava fino alle labbra, un morso a quel gelato lo avrebbe dato volentieri.

     «Signor Leitner, mi sente?» riprese la voce.

     «Chi siete?».

     «Siamo della Video 33, un’emittente locale».

     «Televisione?».

     «Televisione. Lei è sulla bocca di tutti oggi. E noi siamo i primi a proporle un’intervista».

     «Che vuol dire? Che dopo di voi ne verranno altri?».

     «È probabile».

     Augusto Leitner girò piano la testa verso la finestra con le tende tirate. Guardò in alto, poi di lato e comprese di trovarsi in una stanza d’ospedale, non era il ventre di una nave. E quell’occhio di vetro, ora lo vedeva meglio, non era un occhio, ma l’obiettivo di una telecamera. La banca, il vassoio con le ordinazioni, tutto quel ben di Dio rovesciato maldestramente sul capo di uno sconosciuto. Magari si trattava di un cliente di riguardo, accidenti a me. Di sicuro lo era se Gustav (il tipo corpacciuto) aveva lasciato il suo posto per accompagnarlo alla porta.

     «Non l’ho fatto apposta».

     «Cos’è che non ha fatto apposta, signor Leitner?».

     «Portategli le mie scuse e dite in giro che quanto prima rimborserò le ordinazioni».

     Il cono gelato smise di fluttuare. Anzi, scomparve del tutto dal suo campo visivo. Al suo posto comparve il viso di una donna truccata e ingioiellata (tutta bigiotteria) che diceva al cineoperatore:

     «Questo è suonato».

     «Magari è ancora sotto l’effetto dell’anestesia».

     «Si, ma che intervista gli faccio?».

     «Che t’ha detto l’infermiera?».

     «M’ha solo sfilato un biglietto da cinquanta».

     «Senza assicurarti ch’era in grado di rispondere?».

     «Mi ha fregato. Ma ora vado e me li faccio ridare».

     Alle spalle del viso della donna truccata e ingioiellata (tutta bigiotteria) si manifestò un vuoto. Era la porta che si apriva ed era l’infermiera che entrava.

     «Siete ancora qui dentro voi due? Via, ora dovete sgombrare che sta per ricevere visite».

     «Perché ci hai fatto entrare? Ecco, puoi vederlo da sola, s’è appena ripreso e non ricorda niente».

     «Come potevo saperlo? Mi avete chiesto dieci minuti ed io ve li ho dati».

     «Tu ci hai imbrogliato. Vieni di là e ridacci il cinquanta».

     «I patti sono patti. Ma non adesso. Ne parliamo dopo. Ora fuori, svelti».

     La conversazione s’abbassò di tono per riprendere più vigorosa fuori, lungo il corridoio. Sulla porta rimasta aperta si stagliò poco dopo la sagoma di un uomo col camice bianco. E dietro, con l’intento di sbirciare, diverse facce improntate ad un diverso valore della gamma espressiva compresa tra l’ansia ed il sorriso. La faccia ansiosa era quella di sua madre. Quella sorridente apparteneva al direttore. Che diamine, per così poco fino qui mi sono venuti a cercare, eppure ho già mandato a dire che avrei rimborsato le ordinazioni, se non si fidano, mi possono detrarre l’importo dallo stipendio. Forse c’è dell’altro. Forse sono qui per il cliente di riguardo. Magari ha minacciato di sporgere denuncia, accidenti accidentaccio, chissà dove avevo la testa. Ma mia madre che c’entra? Probabilmente per rabbonirlo si è offerta di lavargli i vestiti. Meglio che non lo faccia. In tal caso, una denuncia non ce la toglie nessuno.

     Quel senso di vaga amnesia gli durò per un’altra mezz’ora. Solo dopo quella mezz’ora cominciò a comprendere l’ansia di sua madre e l’allegria del direttore. Sua madre era là per esibire una delle tante sfumature della sua amorevolezza materna. Era una delle parti in cui riusciva meglio. E chi si trovava ad assistere in qualità di pubblico non pagante, ne restava sempre impressionato. Il direttore, e lì Augusto Leitner durò più fatica a comprenderlo, gli esternava la gratitudine sua personale e quella dell’intera banca per aver sventato il colpo. Solo dopo vari passaggi Augusto Leitner si appropriò del fatto che il cliente di riguardo lungi dall’essere un cliente era bensì un rapinatore e che Gustav, il tipo corpacciuto, non lo stava accompagnando fin sulla porta, ma vi era stato trascinato. Gli stessi vari passaggi gli occorsero per capire che quel vassoio, di cui tuttora si diceva disposto a rimborsare il costo, era un autentico colpo di fortuna.

     «È così, giovanotto» il direttore era euforico in previsione dei meriti che avrebbe potuto accampare presso la direzione centrale, se non altro per aver allevato, mischiato al resto del personale, un simile campione. «Mi adoprerò di persona per assicurarle una degna ricompensa».

     «Mi pare di non meritarla. In realtà non ne sapevo niente».

     «Non scherziamo. Senza il suo intervento, se la sarebbero filata con un bel bottino».

     «Un bel bottino?».

     «Quasi seicentomila euro» precisò sua madre.

     Augusto Leitner cercò con gli occhi il direttore per averne la conferma. La somma indicata da sua madre gli sembrava esorbitante. Ma non era esorbitante. Il direttore gli sorrise in segno di stima, gli strinse la mano e lo lasciò al conforto di sua madre che, peccato, ma l’atmosfera non s’era rivelata indicata, non era ancora riuscita ad esibirsi in un bel pianto. Da fuori, i due colleghi più anziani ed anche Gustav, il tipo corpacciuto, si limitarono a scuotere le braccia in segno di saluto, tieni duro, siamo tutti con te. Il primario chirurgo s’era raccomandato: troppe visite tutte insieme lo potevano stancare.

     «Che paura! Che paura! Te l’immagini come sono rimasta quando sono venuti a dire che ti avevano sparato?».

     Il pubblico più interessante se ne era andato. In ogni caso, anche suo figlio era capace di apprezzare le sue doti, almeno così pensava la signora Else vedova Leitner. In realtà Augusto Leitner, forse s’è già capito, ne aveva fin sopra i capelli di sua madre, la sopportava solo il fatto che non guadagnava abbastanza, o almeno che non riusciva a far rimanere abbastanza di quel che guadagnava, per andare a vivere per conto suo. Una casa già la possedeva, gliel’aveva intestata suo padre proprio allo scadere del suo ventunesimo compleanno. Ma per viverci aveva sempre calcolato di non avere le necessarie risorse. Però quel vassoio non può essersi rovesciato per caso, prese a pensare l’eroe, e se è finito in testa al bandito tanto da sventare il colpo, che devo pensare? Che una mano invisibile me l’ha soffiato e gliel’ha scaraventato sulla testa. È chiaro che è andata così. E questo ha un significato ben preciso, un significato che solo io posso capire.

     L’attesa era finita. Il treno, sul quale anni prima era salito, ad un tratto aveva dato uno scossone. Ed ora che s’era messo in moto, non c’era più niente che lo potesse fermare. 

     Due settimane più tardi Augusto Leitner, ormai ristabilito, venne gratificato, al termine di una commovente manifestazione dall’alto contenuto civico, con un assegno di sessantamila euro, il dieci per cento del bottino recuperato. Con quella somma in mano, ritenne giunto il momento di prendere il volo. Si licenziò dalla banca, con grande dispiacere del direttore che, fatti due conti, aveva visto che le cabine rileva-metalli gli erano costate più di quanto aveva sborsato ad Augusto Leitner e non era scontato che si rivelassero altrettanto efficaci. Contestualmente al primo licenziamento si licenziò anche dalla signora Else, sua madre, omettiamo di riferire del dispiacere, o del sollievo, della suddetta signora. Quindi buttò al gabinetto i suoi vecchi biglietti da visita sui quali veniva indicato come “Consulente finanziario” e ne ordinò di nuovi sui quali era scritto: Augusto Leitner, scrittore.

     Prima Augusto Leitner era di casa al bar Korona. Per otto anni aveva lavorato nella filiale che gli si trovava di fronte. E sia che lavorasse allo sportello sia che vi si recasse come fattorino, sempre a quel bar faceva riferimento per le sue evasioni. Ora, nella sua nuova condizione, ora che era evaso senza possibilità di venire riacciuffato, gli serviva un nuovo porto ove tirare le reti in barca per valutare il pescato. Quella metafora piscatoria gli tornava puntualmente nella testa ogni volta in cui si pensava nella sua nuova veste di scrittore. Paragonava il suo periodo precedente ad un lungo vagabondaggio. Aveva incrociato in lungo e in largo sui mari di mezzo mondo come un peschereccio con le reti a strascico. Ora, per la necessità di manovrare con più scioltezza, doveva ritirare le reti. E chissà se non c’era qualcosa di buono tra le maglie che avrebbe ritirato?

     Il nuovo porto gli si impose da solo, nel senso che fu come se il porto stesso lo scegliesse per il fatto che, nel vederlo passare, gli fece giungere alle orecchie il suono suadente e vibrato di uno strumento a fiato, quasi certamente una tromba con la sordina. Era il Caffè Graziani che apriva la sua bella porta e le sue quattro vetrine proprio al centro di Piazza Walter. Ed era il figlio della padrona che si deliziava con la trombetta approfittando di ogni momento libero dal lavoro. 

     Con la stessa puntualità che osservava prima in qualità di bancario, Augusto Leitner prese a recarsi ogni mattina al Caffè Graziani per allontanarsene non prima delle cinque del pomeriggio. In tutto quel tempo stazionava ad un tavolo appartato, consumava svariati caffè e scriveva, studiava e scriveva. La naturale discrezione della padrona, di suo figlio, di un secondo cameriere e degli avventori impediva di portare allo scoperto la ragione di tale, febbrile, attività. Nessuno aveva l’ardire di sondare i fattori stimolanti dello scrittore, lui non ne parlava e restava un mistero di cosa avesse così tanto da scrivere. Tuttavia lo scrittore in quanto tale divenne un’immagine familiare, una ricchezza ed un ornamento per il Caffè Graziani. I clienti abituali entravano ed abbassavano spontaneamente il tono della voce nel vederlo al suo posto quasi che gli dovessero del rispetto per il solo fatto che c’era e che riempiva fogli su fogli di minuta scrittura azzurrina. Ignoravano di cosa scrivesse, questo già s’è detto, ma è facile supporre che avrebbero continuato a rispettarlo, abbassando spontaneamente il tono della voce, anche se avessero scoperto che quella scrittura non aveva né capo né coda, che procedeva in maniera casuale e inanellava considerazioni su considerazioni solo occasionalmente conseguenti l’una all’altra.  

     Augusto Leitner, in quel primo periodo di tirocinante scrittore, scriveva tutto quello che gli passava per la testa perché il progetto non gli era ancora chiaro, ma intanto lo assecondava assecondando, nel medesimo tempo, la propria fecondità. Infatti, di una sola cosa poteva dirsi certo: il progetto avrebbe richiesto un’infinità di parole. E così quello lui faceva: sfogliava libri di storia, sfogliava memoriali e biografie e poi si gettava a capofitto sui fogli esaurendone una buona quantità prima di esaurire se stesso.

     Il figlio della padrona, ventiquattro anni, taglia da peso massimo e cuore di burro, fu il primo che, senza secondi fini, tentò di capirci qualcosa. Si chiamava Herbert e in quel caffè faceva di tutto, oltre che suonare la tromba nei momenti di pausa. Un giorno, posando sul tavolo ov’era asserragliato Augusto Leitner un vassoio col terzo caffè della mattinata ed un bricco di latte, senza chiedere niente, gli si sedette di fronte. Perché quella di sedersi di fronte è una cosa che sanno fare tutti, purché ci sia una sedia e purché la sedia sia libera. Alla bisogna, se ne può prendere una libera da un tavolo vicino. Ma sedersi di fronte non è immune da conseguenze. Il gesto, già da solo, implica complicità, implica confidenza. Oppure, se è la prima volta, implica un invito alla complicità, all’intesa, alla confidenza. È come entrare nella propria stanza lasciando la porta aperta, chiunque vi si può affacciare.

     Herbert peso massimo gli si sedette di fronte e Augusto Leitner alzò gli occhi dal suo quadernone.

     «Lo so» gli disse dopo averlo fissato ben bene negli occhi ed aver deglutito una buona metà del suo caffè. «Tu vuoi capirci qualcosa. Ma credimi, te ne parlerei volentieri se, prima di te, ci capissi qualcosa anch’io».

     «Sei ancora a questo punto?».

     «Mi ci sto avvicinando, sento che mi ci sto avvicinando, ma ancora mi sfugge il senso finale di questo mio lavoro».

     «Sei partito senza un progetto?».

     «Il progetto ce l’ho. Anzi, è l’unica cosa che posso dire di avere. Ma lo devo penetrare per metterlo in chiaro. O meglio, devo lasciare che esso stesso mi si chiarisca perché io sono solo il mezzo, sono il tramite per qualcosa che non è dentro di me, ma sopra di me».

     Herbert peso massimo lo guardò a lungo, totalmente partecipe del problema che assillava il suo interlocutore. Lo guardò senza trovare nulla da ridire e nemmeno da contestare. Se Augusto Leitner diceva d’essere un tramite per qualcosa che non era dentro di lui ma sopra di lui, a lui stava bene. Piuttosto, gli sarebbe piaciuto potergli dare una mano.

     «Posso fare qualcosa?».

     «In questo momento nemmeno io posso fare più di quello che già faccio. Perché, vedi, io non sto traducendo in realtà un progetto quanto, piuttosto, sto tentando di favorire la condizione affinché il progetto stesso mi si lasci comprendere».

     Herbert, dall’alto della sua taglia da peso massimo, si limitò ad annuire.

     «Ad ogni modo» riprese Augusto Leitner finendo di bere il suo caffè, «mi piace quando ti sento suonare».

     Di nuovo Herbert si limitò ad annuire e quella fu la prima volta che gli si sedette di fronte.

     Prima il giovane Herbert Graziani suonava la tromba solo per se stesso, per diletto e per passatempo. Dopo, sapendo che allo scrittore faceva piacere e che non lo distoglieva dalla sua attività letteraria, prese a suonare mettendoci una dose supplementare d’intenzione. In tale modo, le pause ch’era solito prendersi si allungarono. E sempre in tale modo, al secondo cameriere accadde di dover sbrigare una dose di lavoro aggiuntiva rispetto a quella che sbrigava prima. 

     Herbert peso massimo aveva un debole per il suono smorzato, perfino bisbigliato ch’era possibile ottenere con la sordina, per questo la sua tromba n’era sempre munita. In tale modo, una pausa alla volta, un concerto alla volta, divenne abituale, com’era abituale l’immagine dello scrittore, vederlo suonare sprofondato su un divano in fondo al locale. La sua mole imponente diventava plastica, quasi elegante dietro la cortina di arabeschi ch’era capace di produrre col suo strumento. Fu così che il Caffè Graziani, grazie alla simultanea presenza dello scrittore e del musicista, divenne il più frequentato di Piazza Walter.

 

 


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