La maledizione dei Corleone

Bruno Sebastiani



È l’ultima domenica di giugno ed è quasi mezzogiorno. Sebbene il sole picchi impietoso, la piazza è affollata. Questa è l’ora in cui nessuno che conti qualcosa può evitare di farsi vedere. Chi non conta niente, fa numero e sta a guardare. Questa è l’ora del passeggio, è l’ora della messa domenicale, è l’ora del giornale ed è l’ora del caffè.

 

La piazza è una riduzione architettonica singolarmente accurata delle dinamiche del paese. Non so dire quale architetto l’abbia progettata. Chiunque sia stato, di sicuro ha tenuto conto dei poteri del paese, del loro modo di rapportarsi, delle loro distinte sfere d’influenza e del patto sottaciuto di non ingerenza. Con la sua pianta a trapezio isoscele, la piazza del cui nome si è perso traccia perché da noi è detta semplicemente: “Tavulata ì San Giuseppe”, o per far prima: “Tavulata”, è il baricentro di Altofonte, il suo punto di propulsione e l’elemento di convergenza di tutto ciò che accade in paese e nei dintorni. La sua base minore termina a ridosso del sagrato della chiesa dedicata a Santa Maria di Altofonte. Ma per marcare la predominanza del potere spirituale su quello temporale, perlomeno così mi piace credere, l’architetto ha disposto tre gradini. In tale modo la piazza si trova mezzo metro più in basso del sagrato.

 

Con le spalle alla chiesa, si ha una visione perfetta dello slargo con gli edifici costruiti sui due lati che divergono verso la base maggiore del trapezio. Oltre la base maggiore s’apre il vuoto costituito da un’altra scalinata. E dietro quella, in fondo a quella, come fosse un sipario, s’erge il centro storico di Altofonte. È solo una cartolina piacevole a vedersi. Assai meno piacevole è dovercisi avventurare.

 

Con le spalle alla chiesa, gli edifici che sorgono sul lato destro rappresentano l’espressione del potere civico del comune. C’è il Municipio, il Comando della Polizia Urbana, l’Ufficio del Registro e la Biblioteca Comunale. Sul lato sinistro sorgono gli edifici ad esso correlati, l’Esattoria, la Caserma dei Carabinieri, la locale sottosezione distaccata da Palermo della Protezione Civile, lo studio notarile del dottor Carafa, la sezione della Coldiretti ed il patronato di derivazione cattolica “Punto d’incontro”, affiliato alla UIL. Non manca niente. Non manca neanche il presupposto alla mondanità. Infatti sui due lati della piazza, in mezzo agli edifici sopra citati, s’aprono gli ingressi invitanti di due bar.

 

I due bar in questione sono quanto di più contrastante si possa immaginare. Il Bar Impero giganteggia tra il Municipio e la Biblioteca Comunale con ben tre vetrine. E sul davanti, fin quasi al centro della piazza, offre i suoi servigi ai numerosissimi clienti potendo disporre di tre file di tavolini con poltrone di vimini ed ombrelloni. Proprio di fronte, tra la Caserma dei Carabinieri e la Coldiretti, s’apre la ben più misera, nonché unica, vetrina del Caffè Mondial. Il Caffè Mondial non ha facoltà di occupare lo spazio della piazza, in conseguenza di ciò offre ai suoi clienti solo una fila di sedie in plastica bianca addossate alla parete dell’edificio.

 

Il Caffè Mondial deve il suo nome così “internazionale” al nuovo gestore che l’ha rilevato una decina di anni fa. Prima si chiamava semplicemente Caffè Vallicelli, dal nome del proprietario. Naturalmente “Vallicelli” non poteva competere con “Impero”. Questo il motivo della nuova insegna che campeggia sulla porta d’ingresso, l’unica modifica apportata dal nuovo gestore rispetto al precedente.

 

Per avvalorare la loro fama di “illuminati”, gli amministratori di Altofonte negli anni si sono sempre premuniti di deliberare affinché la piazza restasse interdetta al traffico automobilistico. È un’isola pedonale. Per tale nobile ragione le macchine dei Vigili Urbani, dei Carabinieri, degli impiegati, degli assessori e perfino quella del sindaco, trovano parcheggio nelle vie adiacenti, un labirinto di sensi unici strangolati dalle auto in sosta.

 

È l’ultima domenica di giugno ed è quasi mezzogiorno. Sul sagrato, aspettando di entrare in chiesa, c’è un bel numero di persone. Non posso dire di conoscerle tutte, ma qui ci sono nato, questo è per dire che non mi sfugge il nome di quelle più in vista. C’è il dottor Chiorda, farmacista, con relativa consorte. Conversa amabilmente con Raffi, il veterinario, e con la di lui figlia la quale, incidentalmente, gli fa anche da assistente in ambulatorio dove si prende cura di cani, gatti e pappagalli. La figlia di Raffi è una vera bellezza. Su di lei si dicono tante cose, si dice pure che sia fidanzata. Ma del fidanzato nessuno sa niente. Pare che studi fuori, magari all’estero. Io ho seri dubbi in proposito, e non sono il solo a dubitarne. A mio parere il fidanzato è un’invenzione del padre per tenere lontani i paesani. So vagamente come la pensa Raffi. Dal suo pensiero discende che sua figlia, proprio perché sua figlia, deve puntare in alto. E l’alto non può essere qui, nel paese di Altofonte, nella peggiore delle ipotesi può trovarsi a Palermo, meglio ancora sul continente. 

 

Più avanti c’è l’assessore Bonanni che sorregge il braccio di sua nonna, Vera Annunziata Cutrì, maestra in pensione. È stata maestra di quasi tutti qui in paese. L’assessore Bonanni conversa con Palmiero Barca, caposezione del suo assessorato. C’è anche la moglie di Palmiero Barca che ride di tanto in tanto, ma non perde d’occhio i suoi due figli, due gemelli, che ruzzano intorno coi loro monopattini. Più avanti ancora c’è Anselmo Catania, commerciante di stoffe, che se ne sta in disparte con sua sorella ed il marito di lei. Anselmo Catania è rimasto vedovo da poco, per tale ragione ci tiene a far vedere che soffre. La sorella gli parla, ma lui si guarda in giro sconsolato. Tutti sanno che ha un’amante. L’aveva anche prima che gli morisse la moglie. L’ha conservata. Ed in fondo non si capisce perché avrebbe dovuto disfarsene. Però soffre.

 

Un po’ appartato rispetto al gruppo degli “istituzionali” vedo Erminio Baccini, imprenditore, con la sua piccola corte. Erminio Baccini in realtà è quel che si dice un “palazzinaro”. Ha cominciato cementando la vigna che gli lasciò suo padre nel momento di passare a miglior vita. Per cominciare nel suddetto modo, dovette ungere parecchie ruote. Ma quelle ruote, una volta unte ed oliate a dovere, non hanno più smesso di girare. Attualmente Erminio Baccini è titolare di numerosi appalti: un complesso scolastico, uno svincolo stradale a valle di Altofonte, una piscina comunale al coperto e la sistemazione di un piccolo nucleo di case popolari, nucleo che risale al primo dopoguerra e dove attualmente ci vivono solo i topi. 

 

Erminio Baccini si fa un dovere di pavoneggiarsi ogni domenica sul sagrato della chiesa attorniato da moglie, figli, figlie ed un numero vario di assistenti, mai meno di tre, coi loro familiari. Nel suo genere, il gruppo che fa capo ad Erminio Baccini è un campionario delle potenzialità di Altofonte. Le due figlie maggiori, diciannove e diciotto anni, sono da sempre nel mirino dei giovani di belle speranze del paese. Ma loro, come la figlia di Raffi, il veterinario, puntano in alto. E per rendere palese il loro puntare in alto, non guardano mai in faccia nessuno. Erminio Baccini, al contrario, per chiunque gli capiti a tiro ha un sorriso ed una parola cortese. È come un papa benedicente. Dall’alto dei suoi quasi cinquant’anni, guarda con aria bonaria chiunque gli si avvicini. Ma appare evidente che, quello suo, è solo l’atteggiamento espresso da chi si dispone a ricevere l’altrui ossequio. Ed infatti nessuno, passandogli accanto, evita di togliersi il cappello e di chinare la testa. E chi non porta il cappello, simula il gesto per significare rispetto. C’è un “riverisco” sulle labbra di chiunque gli passi vicino, purché ne incroci lo sguardo e ne riceva l’approvazione.

 

Tra gli altri c’è pure Luisa Lattanzi, nota pediatra. La sua notorietà è essenzialmente dovuta al fatto che non è sposata. Nonostante i suoi, si dice, quarant’anni, è ancora piacente, ma nubile. La qual cosa suscita numerosi pettegolezzi in paese. I pettegolezzi che la riguardano ruotano attorno al fatto che Luisa Lattanzi non disdegna, anzi gradisce, intrattenersi a parlare coi padri dei bambini che assiste. Lei insiste sul concetto di paternità responsabile. Così, ciò che dice normalmente alle madri, lei cura di dirlo anche ai padri. E se una madre si trova nell’impossibilità di accompagnare il suo piccolo in ambulatorio, lei insiste perché lo faccia il padre. Cosa può scaturire da questo non è dato saperlo. Probabilmente niente. Ma il solo fatto che sia disponibile ad appartarsi in ambulatorio col padre di un bebè la fa meritevole di essere chiacchierata. Ed infatti le chiacchiere al suo riguardo non mancano. Ma solo chiacchiere. Circostanze provate nessuna.

 

Sul sagrato della chiesa, oltre a quelli che ho potuto riconoscere, ci sono altri quaranta o cinquanta fedeli in attesa di accostarsi alla messa. E tutti sono perfettamente consapevoli di costituire, così raggruppati, un insieme omogeneo e dal significato incontrovertibile. Essi sono quelli che, manifestandosi rispettosi gli uni verso gli altri, ostentano anche il rispetto che nutrono per colui che vive oltre il portone della chiesa, che non è necessariamente Dio. Colui che attualmente vive oltre il portone della chiesa è don Gerardo Sgrigna, degno rappresentante della sua genìa, genìa distillata in secoli di trasformazioni, maneggi politici ed intrallazzi. In realtà, vista la qualità dell’attuale parroco, non vi è nessuno oltre il portone della chiesa capace di giustificare il rispetto esibito da coloro che sono in attesa sul sagrato. Ma l’idea che si dà di sé sul sagrato è necessaria per promuovere un contegno. E quel contegno, esibito di fronte al resto del paese, è una chiara manifestazione del proprio orientamento. E sia ben chiaro che solo questo conta, esibire il proprio orientamento. 

 

La necessità di puntualizzare l’atteggiamento di coloro che sono in attesa sul sagrato scaturisce dalla contemporanea presenza, sulla piazza, di coloro che alla messa non ci vanno. Il Bar Impero, con le sue tre file di tavolini tutti occupati, offre un chiaro esempio di ciò che intendo dire. Coloro che sono attualmente seduti ai tavolini del Bar Impero non sono meno noti o meno rispettabili di coloro che sono in attesa sul sagrato. Per me che ne conosco parecchi, verrebbe assai facile farne un unico mazzo senza operare distinzione alcuna. Ma coloro che sono seduti ai tavolini del Bar Impero, al pari di coloro che sono in attesa sul sagrato, sono consapevoli di rappresentare un insieme omogeneo e dal significato incontrovertibile. Essi sono quelli che disdegnano di manifestare rispetto. E disdegnando, è importante che si renda manifesto. Essi non riconoscono nessuna autorità a colui che vive oltre il portone della chiesa, che non è necessariamente Dio. E ciò vuol dire che non riconoscono l’autorità di chi accampa la protezione di un padrino superiore. I loro padrini sono talmente potenti, che si sentono sollevati perfino dal salvare le apparenze. Anzi, le apparenze sono determinanti. Ed infatti deve apparire chiaro che loro non sanno che farsene di chi dispensa favori ed appalti in virtù della protezione che viene da Roma, e sia ben chiaro che non si tratta di prelati ma di deputati. Essi non ne hanno bisogno perché favori ed appalti li ottengono per altre vie, vie che solo chi ha i coglioni può permettersi di percorrere.

 

I tavolini disposti su tre file del Bar Impero sono tutti occupati perché è l’ultima domenica di giugno ed è quasi mezzogiorno. Impossibile, per chi conti qualcosa, evitare di presenziare a questa sorta di rito collettivo. Tra i vari clienti riconosco Antonio Sgambati, noto commercialista. Si dice che abbia aiutato più di qualcuno ad aprire un conto all’estero, in quelli che vengono definiti paradisi fiscali. C’è Remo Trevigli, avvocato civilista. C’è Rocco Gargano, magistrato della procura di Palermo che torna ad Altofonte ogni fine settimana. Rocco Gargano è un elemento cardine del sistema. Si dice che abbia dei metodi infallibili per invalidare i processi scovando sempre qualche vizio procedurale. C’è Claudio Gambaterra, titolare di una catena di autosaloni, auto di importazione. Si dice, e di nuovo devo ripararmi dietro un “si dice” perché di notizie certe, qui ad Altofonte, non ce n’è nessuna, si dice che Claudio Gambaterra ricicli auto rubate, rubate in Germania ed in Francia principalmente. Una filiale della sua catena l’ha aperta da qualche anno anche qui da noi, ad Altofonte. Lui è paesano. E, come Rocco Gargano, si fa un dovere di tornare in famiglia ogni fine settimana.

 

Poco discosto, ed in amabile conversazione con uno che non conosco, scorgo Salvatore Terna, funzionario della Regione. Lavora a Palermo, presso l’assessorato alle opere pubbliche. Ma è di Altofonte e per i suoi spostamenti usa l’auto di servizio, una bella Mercedes nera, metallizzata e pure blindata. Perlomeno così dicono. Tra Salvatore Terna e l’uomo che non conosco c’è Vincenzo Prea, segretario comunale. Tale intimità potrebbe risultare sospetta, ma basta andare con l’occhio a qualche tavolo più indietro per scorgere il sindaco, Domenico Taormina. Dunque le istituzioni sono ben rappresentate, tanto che l’assessore regionale, c’è da scommetterci, si sente perfettamente nel suo elemento.

 

Tra tanti dignitari scorgo Lino Martone, corrispondente locale del Giornale di Sicilia, il più importante quotidiano regionale con sede a Palermo, quotidiano storico oserei dire visto che è stato fondato dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, inizialmente si chiamava Giornale officiale di Sicilia. 

 

Lino Martone è un lestofante. Sembra schierato come un cavaliere di medioevale memoria in difesa della Giustizia. Ma è ambiguo. È noto per le sue corrispondenze locali contro la mafia. Ma i suoi articoli non riportano mai nulla di nuovo, mai nulla che non sia già noto all’opinione pubblica ed ai magistrati. Egli li scrive con l’unico intento di far capire che potrebbe scrivere ben altro. Potrebbe risultare più corrosivo, così lascia intendere nei suoi pezzi. Ma io penso che se non calca la mano è solo perché è un tipo compiacente. In altre parole, Lino Martone scrive contro la mafia perché ciò è funzionale alla mafia stessa. Infatti i suoi pezzi non scavano a fondo. Egli sa bene quando è opportuno fermarsi. In tale modo si guadagna della riconoscenza. Anche chi è preso di mira, gli è debitore perché Lino Martone evita accuratamente di citare date, riscontri, nomi e fatti. Egli scrive contro la mafia come potrebbe scrivere contro il cancro. Ne scrive in maniera generica per accontentare tutti. Ma mai che si faccia sostenitore di una terapia specifica al riguardo. Tuttavia ho spesso la sensazione che si diletti troppo a giocare col fuoco. Probabilmente non ne è del tutto consapevole, ma col suo modo di fare potrebbe bruciarsi. E ribadisco l’attributo che gli ho conferito più sopra, è ambiguo. Tra l’altro non capisco come il Giornale di Sicilia possa ospitare i suoi pezzi. Non capisco nemmeno chi è che potrebbe leggerli. Io li leggo. Sono caparbio in questo. Li leggo. Ma ogni volta, chiudendo il giornale, mi scopro più insofferente verso tutto e verso tutti. Lino Martone è in compagnia di un uomo di cui mi sfugge il nome. Chiedo lumi, e mi dicono che è uno del catasto. 

 

Non c’è bisogno di precisare che tutte queste degnissime persone, come quelle in attesa sul sagrato della chiesa, sono in piacevole compagnia. Mogli, sorelle, segretarie, c’è di tutto. Mancano i bambini. Ma si sa che i bar sono luoghi poco adatti alla frequentazione dei bambini.

 

Il Caffè Mondial, proprio di fronte, offre un campionario di clienti assai meno interessante di quello in esposizione nel Bar Impero. Già per il fatto di non poter disporre di tavoli sulla piazza, le sue attrattive sono tutte all’interno. Infatti, in una saletta appartata ci sono due biliardi. Ed ai biliardi, attorno ai biliardi, perde la maggior parte del suo tempo la gioventù annoiata di Altofonte. Chi non gioca, chi è stanco pure di stare a guardare, esce fuori ed approfitta delle sedie di plastica addossate al muro. Le sedie non sono tante, così è inevitabile che qualcuno resti in piedi. Infatti quello che sta in piedi sulla porta d’ingresso sono io. Sono quello che sta in mezzo. Alla mia destra c’è il Geco, mio amico d’infanzia. Si chiama Tommaso Acampora, ma per tutti è solo il Geco. Molti hanno un soprannome e quello di Tommaso è dovuto alla sua straordinaria capacità di restare immobile per ore. L’immobilità è una caratteristica di tutti i giovani del paese, immobilità come incapacità di intraprendere, di agire, di adoperarsi per un cambiamento.

 

L’immobilità del Geco non ha bisogno di nessuna interpretazione. Riesce a stare fermo in un posto per mezze giornate intere senza avvertire l’impazienza che provo io. Cioè, io sono immobile al pari del Geco. Ma mi piace credere di esservi costretto, di non poter fare diversamente. Lui invece nella sua immobilità ci sta bene. E non ha bisogno di nessuna scusante per restarci. Però parla, la qual cosa rappresenta un notevole passo avanti rispetto a chi sta immobile e pure zitto. Il Geco parla ed è la fonte di quasi tutte le mie informazioni sui notabili del paese. Le sue notizie non sono di prima mano, ma è come se lo fossero. Infatti lui riferisce ciò che sente dire da suo padre che fa il barbiere e si sa che i barbieri, per ogni cliente, sono come il loro confessore. Il padre del Geco si chiama Luigi Acampora, da tutti detto Gino, ed ha un Salone nella parte bassa di Altofonte, vicino alla fermata delle corriere.

 

Quello che si trova alla mia sinistra sulla porta d’ingresso del Caffè Mondial si chiama Matteo Maresca. Anche lui lo conosco dall’infanzia e ci uniscono numerose, comuni avventure. Anche se, tranne gli ultimi due anni, abbiamo frequentato scuole diverse. Matteo Maresca è un tipo straordinario, di lui avrei moltissime cose da raccontare, ma ce n’è una che lo tratteggia in maniera perfetta: è sempre affamato di donne. Il suo maggior diletto è quello di starsene in un posto ove sia possibile vederne tante. E siccome la piazza, specie di domenica, si trasforma in una specie di passerella su cui transitano le bellezze locali, bellezze perlopiù inarrivabili, Matteo Maresca ogni domenica si presenta puntale a presidiare il suo posto. Per far meglio, dovrei riferire i suoi commenti per ogni donna che passa, ma mi porterebbe via troppo tempo. Mi basterà dire che, col suo occhio analitico e bramoso, sembra capace di fare la radiografia ad ogni donna che ci sfila davanti. Quella ha appena scopato. Quella non lo vede da una settimana. Quella se lo sogna, ma non sa nemmeno com’è fatto. Il tenore dei commenti di Matteo Maresca si discosta raramente da quanto appena descritto. È inutile aggiungere che egli parla per se stesso. Non ha bisogno che qualcuno si dica più o meno d’accordo sulle sue congetture. Matteo Maresca le pronuncia ad alta voce e sembra che ce le riferisca per una sola ragione: palesare il suo spasmodico interesse per le donne, un interesse che, a quanto mi è dato capire, si esaurisce nel parlarne.

 

Io, tra Matteo Maresca ed il Geco, in fondo non mi discosto troppo da nessuno di loro. Mi chiamo Vincenzo Corleone, ho diciassette anni e frequento il quarto anno dell’Istituto Tecnico Alberghiero. Se dovessi citare una cosa che mi distingue dai miei compagni, me ne viene in mente solo una: sono impaziente. Impaziente di cosa non saprei dire, probabilmente che mi si chiarisca in mente un modo per andarmene. Infatti, al contrario del Geco che sta bene dovunque lo metti, e al contrario di Matteo Maresca per il quale un posto vale l’altro purché vi siano delle donne, io sono insofferente al posto che attualmente mi ospita. Vorrei andarmene. Ma a volte ho il sospetto che il primo da cui vorrei fuggire sia io, me stesso. Altofonte, il Caffè Mondial, il Geco e Matteo sono come una cornice. Me li colloco attorno come fossero la mia cornice. E lo stesso farei se mi trovassi a Londra, a Milano o ad Amsterdam. Tante cornici diverse, ma il quadro resterebbe sempre lo stesso. Come fare per raschiare il vecchio e dipingervi sopra una immagine migliore?

 

Probabilmente quella di non piacersi è solo una fase di passaggio che accomuna molti della mia età. Me lo ripeto spesso. Ma poi mi guardo attorno e, se pur colgo qualche segno di insofferenza, mi pare dovuto al luogo, all’ambiente, alle dinamiche che lo immobilizzano. Se pur colgo qualche segno di insofferenza, mi pare dovuto a qualcosa che in definitiva, con un pizzico di buona volontà, sarebbe possibile modificare. Ma io con me stesso ci devo convivere. E non so proprio da quale parte prendermi per cominciare, perlomeno, a sopportarmi. Forse dovrei fare come il Geco che sembra non porsi nessuna domanda. Perlomeno evita di doversi dare delle risposte, risposte che sarebbero insoddisfacenti. O forse dovrei fare come Matteo Maresca che s’è consegnato corpo ed anima alla sua ossessione. In fondo non fa nulla di male. Ed ha il vantaggio di stare bene con se stesso semplicemente perché non ha modo di mettersi in discussione. Egli è letteralmente proiettato al di fuori di se stesso, con lo sguardo incollato ad ogni donna di passaggio.

 

Probabilmente esagero. Probabilmente la mia inquietudine si giustifica col fatto che sono insofferente per natura. Mia madre avrebbe numerose cose da dire al riguardo. Sono insofferente e mi riesce più facile prendermela con me stesso piuttosto che col mondo che mi ospita. Probabilmente in tale modo obbedisco ad una legge naturale, una legge che riguarda l’economia dei mezzi. Lottare contro tutti è dispendioso, così riduco il mio orizzonte e mi limito a lottare contro me stesso. Ma anche lottare è faticoso. Richiede impegno e costanza, due cose per le quali non mi riconosco molto portato, basta vedere come a scuola mi barcameno appena. Ecco il motivo per cui resto qui, sulla porta d’ingresso del Caffè Mondial, resto qui e m’illudo d’essere un semplice spettatore. Sono io quello in mezzo, tra il Geco e Matteo Maresca. E chi passa e mi vede, non mi distingue minimamente da quelli che mi sono accanto.

 

Ma ecco che accade qualcosa. Il torpore che caratterizza anche questa domenica che si direbbe identica a tutte le domeniche, specie d’estate, viene ad un tratto scosso da un movimento insolito che si realizza in fondo alla piazza. Accade là, sul lato prospiciente la scalinata che immette nella parte vecchia del paese, il suo centro storico. Benché la piazza sia un’isola pedonale, e benché non sappia neanche immaginare come abbia fatto a risalire le scale, ad un tratto, facendosi largo a fatica tra la gente, vedo una moto che avanza. È tanta la sorpresa e lo stupore che molti, ostentatamente, neanche si spostano. Ma la moto, procedendo con molta circospezione, quasi dispiaciuta di arrecare disturbo, avanza ugualmente.

 

Non c’è bisogno che io puntualizzi che la moto non è sola. Infatti vi è un conducente e vi è pure un passeggero. Qualcuno impreca, qualcuno agita il pugno in segno di minaccia, ma i due motociclisti non se ne curano. Scivolano dolcemente sul lastricato della piazza schivando famiglie e carrozzine. Scivolano dando a vedere che sono dispiaciuti, non vorrebbero importunare nessuno. Ed infatti di tanto in tanto il conducente mette i piedi a terra. Non ha fretta. Si ferma ed aspetta paziente che la ressa davanti si diradi da sola. 

 

Tanto il conducente quanto il passeggero indossano jeans, magliette bianche e caschi integrali neri. La loro apparizione così inusitata potrebbe far pensare ad una forma promozionale sicuramente accattivante per la sua insita trasgressività. Io lo penso, Matteo Maresca lo dice ed il Geco annuisce: di sicuro i centauri, giunti al centro della piazza, provvederanno a distribuire inviti e volantini per una vendita straordinaria. Mi sembra plausibile. Probabilmente risulta plausibile a molti. Solo in tale modo è possibile spiegare come l’iniziale stupore sia già diventato curiosità, perfino interesse. E solo in tale modo è possibile spiegare come la moto, nonostante le numerosissime persone che gremiscono la piazza, riesca a sfilare indisturbata, seppure a rilento.

 

Ora la vedo distintamente, è a non più di trenta metri. È una Ducati rosso amaranto. Ma non distinguo il modello, e la cosa si spiega col fatto che non sono un esperto di moto. È una Ducati col motore al minimo e scivola tra la gente come al rallentatore. Il conducente ne asseconda il lento procedere con entrambi i piedi a terra. Pare che la stia portando a passeggio perché si goda questa bella giornata estiva sulla Tavulata di Altofonte.

 

Ma ad un tratto la scena s’inceppa, si blocca per qualche istante e subito riprende a scorrere con un ritmo diverso, molto più accelerato. Non appena la moto giunge davanti al Bar Impero, la vedo benissimo perché è proprio davanti ai miei occhi, il passeggero estrae qualcosa di voluminoso dalla maglietta. Non vorrei crederci, ma è impossibile dubitarne: è una pistola. Il tutto si svolge in una frazione di secondo. La frazione di secondo successiva porta con sé il fragore degli spari, tre, quattro, cinque spari. E quasi in sincronismo si sente il ruggito della Ducati col motore alle stelle, si sente il sibilo lacerante della sua ruota posteriore che morde il lastricato, si avverte subitaneo l’odore acre della sua gomma bruciata. Se avessi un cronometro ed il necessario sangue freddo per azionarlo in questo frangente, misurerei il tempo della scena per vedere che è durata non meno di sei-sette secondi. Non ho un cronometro. Ed in quanto al necessario sangue freddo, mi basterà dire che quello che normalmente staziona nella testa lo sento defluire per fuggire chissà dove, lasciandomi impietrito come un blocco di sale.

 

Non meno di sei-sette secondi, mentre la sensazione generale è che tutto si sia svolto in una frazione di secondo. Nella frazione di secondo successiva tutti urlano, corrono, si intralciano, cadono. La moto, compiendo mille acrobazie, tenta di lasciare la piazza con stridio di ruote e sibilo di freni. S’impunta, scarta, si piega, riprende. Sembra impazzita. Dal mio posto vedo il bagliore rosso amaranto che zigzaga tra la gente, fa l’impossibile per non travolgere nessuno, ma non può evitare di fracassare una fioriera. Ai piedi delle tre scale che immettono sul sagrato della chiesa vi sono delle fioriere che hanno l’infelice tendenza a restare ferme al loro posto, incapaci di spostarsi seguendo i dettami della prudenza. Tutti fan di tutto per togliersi dalla traiettoria della moto. L’intera piazza, prima gremita nell’indolente passaggio domenicale, è diventata il teatro di una fuga generale. Soltanto le fioriere restano testardamente immobili al loro posto, quasi votate al sacrificio supremo per avversare il nemico. Ed il nemico, per quanto abile nel destreggiarsi tra mille intralci imprevedibili, ne prende una in pieno.

 

Non vedo distintamente la scena, ma dal rumore e dai movimenti della gente capisco che tanto la moto quanto i suoi occupanti sono finiti lunghi sul lastricato. È il momento favorevole. Si potrebbe tentare di acciuffarli. Ma uno dei due è armato, lo si è ben visto. Forse lo è anche l’altro. È il momento favorevole. Ma nessuno ci prova.

 

Non vedo distintamente la scena anche perché è rapidissima. Non dura che una frazione di secondo. Ma presumo che, come prima, questa esiguità del tempo sia dovuta ad un’alterazione della mia capacità percettiva. Ma non credo di essere il solo, io sono sicuro che tutti provino la mia identica sensazione: il tutto si svolge in una frazione di secondo. Nella frazione di secondo successiva i due motociclisti tirano in piedi la Ducati, vi saltano in groppa e spariscono dalla piazza per una viuzza laterale.

 

Se potessi osservare la scena dall’alto come a bordo di una mongolfiera, vedrei i movimenti apparentemente scomposti della gente che tuttavia traducono perfettamente la piena emozionale che ha travolto la piazza. Vedrei le famiglie che si ricompongono, vedrei i conoscenti che si chiamano e si raggruppano, vedrei delle masse che si allontanano e poi si rinserrano attorno al luogo dello scontro. Il luogo dello scontro è incentrato sul corpo di Lino Martone che giace a terra in un lago di sangue. Attorno al suo corpo, tra tavoli e sedie rovesciate, vedrei gli altri clienti che pian piano si rialzano, si guardano in giro smarriti e si tastano increduli i vari distretti dei loro corpi per constatare che non sono feriti. Li vedrei attoniti di fronte al cadavere, quasi increduli al pensiero che uno dei cinque colpi poteva mancare il bersaglio e colpire chiunque di loro. Vedrei due carabinieri che contemporaneamente a due camerieri del Bar Impero raggiungono il luogo dello scontro ed iniziano ad urlare per allontanare la folla.

 

Non ho le ali e non dispongo di una mongolfiera, per cui mi è impossibile osservare la scena dall’alto. La osservo dal mio posto, sulla porta d’ingresso del Caffè Mondial. Ma già vengo travolto da quanti ne fuoriescono per vedere cosa è successo. Il tutto si svolge in una frazione di secondo. Nella frazione di secondo successiva non vedo più niente per lo sciame di teste e di spalle che mi si parano davanti. Matteo Maresca è uno di loro. Lo vedo che spinge e s’insinua per guadagnare la prima fila. Vorrei non pensarci, ma già sento che mi prende lo sconforto. Mi schiaccio addosso al Geco per schivare le spinte di quanti sopraggiungo da dietro. E di nuovo sento affiorare da dentro il mio solito assillo: devo escogitare un modo per abbandonare il mio paese.

 

RIMINI

 

Pietro Scordo è di Forlì. E come tutti quelli della sua terra, è generoso e cordiale. La cosa che mi ha subito colpito, quando l’ho conosciuto, è il suo parlare inarrestabile. È capace di parlare per ore senza avvertire il minimo segno di stanchezza. È talmente abile con le parole, che forse non deve ad altro il suo successo. Da cinque anni porta avanti una pizzeria in via Ennio Colelli, a Rimini, la “Makumba Pizza”. E le cose gli vanno bene. Ma non saprei dire quanto dipenda dalla bontà del suo impasto o dal florilegio di parole col quale impreziosisce ogni pizza.

 

Pietro Scordo l’ho conosciuto l’anno scorso, era il giorno di ferragosto. L’ho conosciuto quando ho letto un biglietto sulla porta d’ingresso della sua pizzeria nel quale diceva che cercava un ragazzo. Io mi trovavo a Rimini col Geco da cinque giorni. C’eravamo sistemati al Camping Torre Pedrera, sul lungomare in direzione di Cesenatico. Era la prima volta che uscivamo dalla nostra Sicilia. Per quella nostra prima volta, avevamo puntato su Rimini con tante speranze e pochi soldi in tasca. Le speranze ruotavano attorno agli ammaestramenti di Matteo Maresca, ammaestramenti elargiti a piene mani in quell’ultimo anno di scuola. Secondo il suo parere, a Rimini c’era una popolazione femminile tre volte superiore a quella maschile. Per tale disparità demografica, anche volendo, era impossibile pensare di sfuggire alle indiavolate predatrici. Non si doveva fare niente. Era sufficiente scendere dal treno per trovarsi immediatamente contesi dalle fanciulle in calore. E se per colmo di sfortuna si superavano i cancelli della stazione senza aver ancora avviato una relazione, poco male. In tale modo si aveva l’opportunità di guardarsi un po’ meglio in giro. Si poteva scegliere. Ma era matematicamente provato che, una volta sul lungomare, non avremmo avuto scampo. C’era una tale ressa di tedesche, inglesi, scandinave da perderci la testa. E noi avremmo dovuto semplicemente aspettare senza neanche tentare un seppur timido approccio. La forza del maschio mediterraneo, sempre secondo il parere di Matteo Maresca, era tutta nel suo magnetismo. Le donne a sentir lui ci si sarebbero fiondate addosso al primo sguardo.

 

Col Geco, scendemmo alla stazione di Rimini con tante speranze e pochi soldi in tasca. Coi nostri bravi zaini sulle spalle, ci infilammo nel sottopassaggio per riemergere sul primo marciapiede, quello che immetteva nell’atrio della stazione. Indubbiamente di ragazze in giro se ne vedevano parecchie. Perlopiù bionde, calzoncini corti e magliette aderenti, se ne stavano stravaccate sul marciapiede. A giudicare dalle cose che tenevano intorno, in terra proprio come stavano in terra loro stesse, bottigliette d’acqua, cartate di frutta, tranci di pizza smozzicati, pareva che su quel marciapiede ci stessero bivaccando da più giorni. Poi capimmo che a Rimini, chi era a corto di soldi, sceglieva di trasferirsi alla stazione. E là s’accampava in attesa del treno che lo avrebbe riportato a casa. E spesso quell’attesa si protraeva per più giorni perché i treni erano affollati. Ed in fondo era ininfluente prendere l’uno o l’altro, perso un treno si poteva aspettare il successivo.

 

Tanto io quanto il Geco rimanemmo favorevolmente colpiti nel vedere tanta mercanzia diligentemente allineata lungo il marciapiede come a far bella mostra di sé. Però ci sorprese il fatto che vi passammo davanti senza che nessuna ragazza osasse il gesto di saltarci addosso. Forti dei ragguagli coi quali ci aveva perfino asfissiato Matteo Maresca, e consapevoli del nostro magnetismo, ci aspettavamo che si scatenasse una rissa tra quelle nordiche per stabilire a chi saremmo toccati in premio. Invece non suscitammo nessun appetito. A giudicare dagli avanzi del cibo che si vedevano tutt’attorno, probabilmente a Rimini avevano fatto perfino indigestione, in ogni senso.

 

Il Geco avanti ed io due metri dietro, uscimmo dalla stazione con la sensazione di essere invisibili. Nessuna aveva alzato gli occhi per squadrarci. Nessuna era rimasta colpita dal nostro magnetismo. Poco male, ci dicemmo, perché quelle intraviste sul marciapiede della stazione sapevano di sudore e sporcizia. E viste le loro condizioni, si poteva pensare che fossero reduci da chissà quali battaglie. Poco male, quindi, e puntammo verso il lungomare.

 

A dire il vero, le ragazze che adocchiammo sul lungomare erano di un altro livello. Pareva che si fossero date appuntamento per un concorso di bellezza, tutte abbronzate, bellissime e seducenti, ma tutte inspiegabilmente indifferenti al nostro passaggio. Ci consolammo al pensiero che eravamo appena arrivati, ragione per la quale anche noi eravamo sporchi e sudati, in più gravati da due pesanti zaini. Diamo tempo al tempo, ci dicemmo esortandoci a far nostra la più elementare norma della saggezza popolare, quella che promette un premio a chi sa aspettare.

 

Tornammo indietro e prendemmo per il viale Porto Palos, dove c’erano i campeggi. Lo percorremmo tutto senza trovare un posto libero. Pareva che solo noi non sapessimo che era la seconda decade di agosto. I vari gestori che interrogammo si limitarono a guardarci sconsolati invitandoci a provare più avanti. Per trovare una piazzola su cui piantare la nostra tenda dovemmo fare sette chilometri. Se prima eravamo solo sporchi e sudati, dopo sette chilometri a piedi con tanto di zaini sulle spalle eravamo distrutti. Infine trovammo il Camping Torre Pedrera che aveva ancora qualche spazio libero vicino ai bagni. Non era il massimo, ma di rimetterci in marcia per trovare una sistemazione migliore non se ne parlò neppure. Ci fermammo e piantammo la nostra tenda valutando che il bagaglio di speranze col quale eravamo giunti a Rimini era ancora intatto, non ne avevamo speso neanche un centesimo. A cominciare dal giorno dopo, ci dicemmo fingendoci convinti, sarebbe cominciata la nostra “bella vita”.

 

In effetti il giorno dopo provammo la sensazione di esserci alzati col piede giusto. Avevamo piantato la tenda vicino al complesso dei bagni. Per quel solo fatto c’era un tale andirivieni nei dintorni, che immediatamente decidemmo che era inutile raggiungere la spiaggia. Quel che si poteva vedere dalla nostra postazione era il massimo, specie quando le ragazze uscivano dalla doccia. In poche ore passammo in rassegna l’intero campionario del campeggio. Ed anche il campionario del campeggio ci passò in rassegna, e devo dire che accadde in maniera lusinghiera per noi. Infatti a metà mattinata avevamo già raccolto una discreta collezione di sorrisi.

 

Le cose volsero definitivamente al bello quando iniziammo a parlare con quattro ragazze accampate a ridosso della nostra tenda. Loro non avevano nessuna tenda, dormivano nei sacchi a pelo. E non erano neanche nordeuropee, erano italiane, italianissime. Venivano dalla provincia di Avellino. Tra tante tedesche, inglesi e scandinave avevamo conosciuto delle “meridionali”. Ma non ci sembrò il caso di sottilizzare perché tutt’e quattro erano carine e simpatiche. Facemmo gruppo ed in tale modo passammo una bella giornata, giusto preambolo alle giornate che sarebbero venute. Alla sera, per festeggiare la felice circostanza che ci aveva fatto incontrare, ci convinsero a seguirle in un ristorante che si trovava sul lungomare di Rimini. In realtà, sapendo di non poter contare su un capitale rilevante, noi avevamo già convenuto che per quei giorni di vacanza al mare ci saremmo arrangiati con poco. Pur di stare a Rimini, ci saremmo accontentati di un panino a cena, magari un trancio di pizza o, al più, qualche fetta di anguria. Ma le ragazze insistevano e noi non volevamo fare la figura dei taccagni. Così le seguimmo.

 

Lungo la strada scherzammo come fossimo amici di vecchia data. Poi al ristorante, anche per merito delle prime due bottiglie di vino svuotate in un secondo, l’atmosfera iniziò a farsi rovente. Tanto io quanto il Geco sapevamo che dovevamo andarci coi piedi di piombo, c’era il rischio che i nostri risparmi se ne volassero via in un colpo solo. Ma l’atmosfera s’era fatta rovente. Ci si prospettava una notte di baldoria. Fu così che ci liberammo in fretta di qualche scrupolo di troppo, bando alle economie, e ci lasciammo andare. Mangiammo pietanze raffinate, afrodisiache come si trovarono a spiegarci le ragazze, perlopiù crostacei. E bevemmo quattro bottiglie di vino, una più pregiata dell’altra. Non ci facemmo mancare neppure il gelato finale, un gelato affogato in un liquore dal nome impronunciabile, mi pare che fosse russo. Ma chissà, forse quel gelato era di troppo. Ad un tratto una delle quattro avvertì dei dolori alla pancia e mancò poco che perdesse i sensi lì, sul tavolino. Le compagne la soccorsero, le misero qualcosa di fresco sulle tempie, le fecero aria coi tovaglioli. Poi, quasi di peso, la sollevarono e l’accompagnarono al bagno.

 

Io ed il Geco restammo soli, ed anche un po’ dispiaciuti. Ma la nottata era nostra. Se pur da quattro che erano si fossero ridotte a tre, ce n’era sempre una d’avanzo. E già facevamo programmi su come spartircele. Continuammo a fare programmi per un buon lasso di tempo immaginando tutte le combinazioni possibili tra noi due e le quattro amiche, perché di sicuro anche la quarta si sarebbe rimessa. E nel fare programmi non dimenticammo di levare un’ode di ringraziamento a Matteo Maresca per i suoi preziosi consigli.Poi un cameriere iniziò a sgombrare la tavola e con estrema cortesia ci chiese se volevamo il conto. E noi, cortesi quanto lui, gli dicemmo che sì, il conto lo poteva preparare. Ma in ogni caso dovevamo aspettare che le nostre amiche tornassero dal bagno. Tuttavia era bene anticipare i tempi. In tale modo, non appena fossero tornate, avremmo diviso l’ammontare e lo avremmo saldato. Così il cameriere ci portò il conto e noi restammo ad aspettare. Aspettando, ci venne naturale buttare un’occhiata al totale. E ci sentimmo sbiancare. Quel totale, pur diviso in sei parti, avrebbe inferto un colpo ferocissimo alle nostre risorse. Ma ormai eravamo in ballo, era impossibile tirarci indietro. La nottata che ci si prospettava meritava quel sacrificio. E sarebbe stato da sciocchi guastarcela per una mera questione di denaro. Nei giorni successivi avremmo stretto la cinghia, ci dicemmo. E continuammo ad aspettare.

 

Poi ci accorgemmo che il cameriere, pur muovendosi svelto tra i tavoli per servire gli altri clienti, non ci perdeva mai di vista. Per la sua neanche troppo discreta sorveglianza, cominciammo a sentirci a disagio. Perché tardavano le nostre amiche? Cosa stavano combinando? S’erano allontanate per soccorrere una che aveva avuto un malore, ma erano passati tre quarti d’ora! Possibile che quel malore si fosse rivelato tanto grave? Io ed il Geco ci guardavamo smarriti negli occhi non sapendo come interpretare quella circostanza. Poi il cameriere, con un piglio che non prometteva nulla di buono, venne deciso verso il nostro tavolo.

     «Allora? Che intenzioni avete? Vi risolvete a pagare oppure devo chiamare il direttore?».

     Il Geco fu più pronto di me. Piegò il tovagliolo, guardò il cameriere e gli sorrise.

     «Lei sospetta che la vogliamo imbrogliare? Si tranquillizzi, noi stiamo solo aspettando il ritorno delle nostre amiche».

     «Quali amiche?».

     «Quelle che erano con noi fino a poco fa. Cos’è, le ha dimenticate? Eppure lei stesso le ha servite!».

     «Non le ho dimenticate! Ma loro se ne sono andate!».

     «Che vuol dire andate? Guardi, le apparenze possono ingannare. Le nostre amiche si sono semplicemente allontanate per andare al bagno, c’era una di loro che non stava bene. E noi, come d’accordo, le stiamo aspettando proprio per dividere il conto».

     «Allora sentitemi bene! Intanto pagate il conto! Poi, quando tornano, vi fate restituire la loro parte! Ma guarda se uno, oltre che lavorare, deve pure sentirsi preso per il culo!».

     In realtà il cameriere disse ben altro, o perlomeno ce lo fece intendere mostrandoci il pugno e facendo due occhi da mastino inferocito. La situazione era davvero incresciosa. E servì a poco decidere all’istante che quel ristorante non ci avrebbe più annoverato tra i suoi clienti. Servì a poco perché coloro che erano seduti agli altri tavoli pareva che avessero perso ogni interesse per ciò che stavano mangiando. Tutti non avevano altro da fare che stare con gli occhi puntati su di noi per vedere come andava a finire. E poteva finire in un modo soltanto: pagammo il conto prosciugando i nostri risparmi. Quindi ci alzammo ed andammo a cercare le nostre accompagnatrici.

 

Nel bagno riservato alle donne era impossibile entrare. Così chiedemmo ad una signora che ne usciva. E la signora ci assicurò che dentro non c’era nessuna ragazza. Ne era sicura? Lo chiedemmo anche ad un’altra signora. Ma il risultato fu lo stesso, le nostre amiche non c’erano. Si erano volatilizzate. A quel punto, se ci avesse investito un camion, non ci avrebbe lasciato tanto doloranti. Restammo impietriti davanti alla porta dei bagni riservati alle signore. Ma infine, per le occhiate sospettose delle suddette, ce ne dovemmo allontanare.

 

Ci ritrovammo sul lungomare di Rimini senza neanche il coraggio di guardarci negli occhi. Ci sentivamo umiliati, bastonati ed anche appesantiti dal troppo vino bevuto. Intorno c’era tutta l’animazione per la quale Rimini andava famosa. Ma noi eravamo sordi e ciechi a tutto il clamore che ci turbinava intorno. A passo lento tornammo al campeggio. Ed è inutile dire che il bivacco approntato a ridosso della nostra piazzola era deserto. Le quattro perfide accompagnatrici erano svanite.

 

Solo quando ci fummo rintanati nella nostra tenda, trovammo il coraggio di rovistarci nelle tasche per vedere quanto ci era rimasto. Ci era rimasto pochissimo, quasi niente. Tolte le spese per il campeggio, potevamo contare su mezzo panino al giorno per sei giorni. In una sola sera, in una sola stramaledettissima sera, avevamo dilapidato praticamente tutto. Ma più del denaro perso, ci bruciava l’offesa, il raggiro perfidamente studiato nei minimi dettagli dalle quattro megere. Altro che notte di baldoria! Altro che turbinare di sesso! Le quattro megere ci avevano inquadrato fin dal mattino sapendo perfettamente cosa poterci sfilare: una cena sfarzosa! Ed in cambio di cosa? In cambio dello smacco di lasciarci a bocca asciutta!

 

Eravamo talmente avviliti, che il nostro primo pensiero fu quello di rifare i bagagli il giorno dopo per tornarcene a casa. Il biglietto del ritorno lo avevamo acquistato già alla partenza. Per le spese del treno eravamo coperti. Ma con quale coraggio potevamo tornare a casa dopo solo tre giorni? Come spiegare la brevità della nostra vacanza che nei propositi, e nei proclami abbondantemente sbandierati, doveva rappresentare una sorta di iniziazione? Raccontare ciò che ci era accaduto era come metterci un adesivo sulla fronte con su scritto: Coglione.

 

A quel punto il Geco partorì la sua idea. Almeno una settimana la dovevamo far passare. E siccome era impossibile sopravvivere per sette giorni con mezzo panino al giorno, dovevamo trovare il modo di guadagnare qualche soldo. Tutto avrei messo nel conto lasciando Altofonte per Rimini, la mia prima uscita dalla Sicilia, ma mai avrei immaginato che mi sarei dovuto arrangiare anche solo per mangiare. C’è chi dice che solo lontano da casa si cresce. E forse c’è del vero in questo. Infatti ad Altofonte non mi sarei mai armato della stessa faccia tosta che imparai ad esibire a Rimini.

 

Il giorno dopo ci facemmo coraggio e ci mettemmo alla ricerca di un seppur misero lavoretto. Cominciammo a battere metodicamente negozi, magazzini, lavaggi auto ed anche ville con giardini. Dappertutto chiedemmo qualcosa da fare. E un po’ qua e un po’ là, trovammo da spizzicare. Potammo una siepe. Svuotammo una cantina. Aiutammo a scaricare un camion di elettrodomestici presso un grossista per la fortunata circostanza che proprio quella mattina gli si era guastato il muletto.

 

Insomma, senza troppo largheggiare, arrivammo al ferragosto. E proprio per il ferragosto, per pubblicizzare le feste previste nei vari locali per il ferragosto, il Geco trovò un lavoro che garantiva una certa continuità: distributore di volantini. Aveva conosciuto un egiziano che aveva in carico una certa zona. E quello, ritenendo di non poter fare tutto da solo, lo prese come aiutante. Così il Geco si prese il suo bel pacco di volantini e cominciò il suo giro. Li piazzava sotto i parabrezza delle auto in sosta, nelle cassette delle lettere, nelle fessure dei portoni o li consegnava direttamente nelle mani dei passanti.

 

Era il giorno di ferragosto ed io non avevo niente da fare. Feci un giro con l’idea di arrivare alla stazione. Ormai la vacanza a Rimini era agli sgoccioli. E vedere i treni era come agguantare idealmente quello che mi avrebbe riportato a casa entro pochi giorni. Le strade erano deserte e le saracinesche erano tutte abbassate. Del resto era così dappertutto. Solo qualche bar, qualche ristorante e qualche pizzeria potevano sperare di accalappiare qualche cliente. Lungo via Ennio Spinelli vidi la porta aperta della “Makumba Pizza”. Vi entrai col desiderio di mangiare qualcosa. Ed in quella scorsi un foglietto appiccicato sulla porta d’ingresso: Cercasi ragazzo.

 

La Makumba Pizza era la classica pizzeria a taglio, dove entravi e trovavi tante teglie messe in fila sul banco, tante teglie con tanti gusti diversi. E tu sceglievi quello che più ti solleticava, ne prendevi un trancio e lo mangiavi in piedi o passeggiando sulla strada. Niente di più semplice. Ma la Makumba Pizza curava anche un servizio di consegna a domicilio. C’era una scritta apposita realizzata con lettere adesive rosse: Consegna a domicilio.

 

Interessante, feci tra me. Ed entrai.

Sul bancone, come previsto, facevano bella mostra di sé varie teglie coi vari tipi di pizza. E nel disimpegno retrostante, intento ad armeggiare con la pala nel forno, scorsi Pietro Scordo, il proprietario. Naturalmente in quel momento non sapevo il suo nome. L’ho saputo in seguito. In quel momento ero interessato soltanto al messaggio scritto sul foglietto appiccicato sulla porta d’ingresso.

 

     «È vero che qui dentro cercate un ragazzo?» gli chiesi.

     Voltò la testa, mi squadrò e mi sorrise.

     «Perché l’avrei scritto?».

     «Cioè, volevo dire, è ancora disponibile il posto?».

     «Non dirmi che tu sei uno di quelli che cercano lavoro e sperano di non trovarlo».

     «Io lo cerco sperando di trovarlo».

     «Allora, se ti interessa, io cerco un ragazzo».

     «Mi interessa, ma non so se sono all’altezza. Non so niente di pizze. Cosa dovrei fare?».

     Il proprietario terminò di girare le teglie, chiuse il forno, posò la pala e venne dietro il bancone.

     «Io mi chiamo Pietro Scordo» mi disse e mi tese la mano.

     «Vincenzo Corleone» e ricambiai la stretta.

     «Mi serve un ragazzo per una settimana».

     «Sarebbe perfetto».

     «Per la consegna delle pizze a domicilio».

     «Per la consegna a domicilio?» gli feci eco. «Non sono di Rimini. Avrei problemi a trovare gli indirizzi».

     «Ho uno stradario. Ho un motorino ed uno stradario. Mi manca solo il conducente».

     «Che fine ha fatto il vecchio conducente?».

     «Augusto Scordo. È mio nipote. Proprio stamattina è caduto per schivare una macchina che veniva in senso vietato. S’è lussato una spalla. Niente di grave. Ma io sospetto che lui la faccia più grossa di quanto non sia per godersi una settimana di mare».

     «Come dargli torto?».

     «Infatti non me la prendo. Ha la tua età. Ed ogni estate mi raggiunge per darmi una mano. Certo, la mattina sto chiuso e lui se la gode. Ma la vita vera si svolge di sera. E lui, da tre anni che passa le sue estati a Rimini, ne ha solo sentito parlare».

     «Dunque, lei crede che io potrei sostituirlo?».

     «Per cominciare mi dai del tu. Chiamami Pietro come io ti chiamerò Vincenzo. E per il lavoro, è più facile di quanto non creda. I miei clienti, quelli che mi conoscono e mi telefonano, abitano tutti in zona. Vedrai, ti basteranno un paio di giri per orientarti. Se ci vuoi provare, stacca tu stesso il biglietto dalla porta. Ho delle pizze in forno. Poi ti dico le altre condizioni».

 

     Staccai il biglietto dalla porta. E poi Pietro mi disse le altre condizioni. Ma prima di dirle, lo vidi tornare dal disimpegno dov’era il forno con un motorino. Era un Garelli. E sul portapacchi posteriore aveva un contenitore di polistirolo camuffato con delle bande adesive con su scritto: Makumba Pizza. Volle vedere un mio documento e ne prese nota, nel caso fossi scappato col motorino. Poi mi illustrò i dettagli. La pizzeria apriva alle cinque del pomeriggio e chiudeva alle due di notte. Ma la richiesta di pizze a domicilio di solito cominciava solo dopo le otto. Per il compenso mi offrì cinquanta centesimi per ogni pizza consegnata. E perché non mi sembrasse poco, ci tenne a precisare che ogni volta sarei partito con un carico che poteva variare dalle sei alle dieci pizze. E che fino alle due di notte avrei potuto fare da dieci a quindici viaggi. Calcolai rapidamente che ogni sera avrei potuto guadagnare dai trenta ai settantacinque euro. In più c’erano le mance, mance che ero autorizzato a trattenere interamente.

 

Accettai. Ed anche se in principio mi sentivo un po’ timoroso, arrivai a trovarci perfino il mio divertimento. Dopo un po’ di consegne, imparai ad apprezzare l’imprevedibilità con cui si manifestava il nominativo di ogni indirizzo. Era sempre una sorpresa ascoltare una voce sconosciuta al citofono che mi rispondeva in tono di giubilo, la stessa sorpresa con cui, poco dopo, la voce si materializzava nelle fattezze di una persona sorridente. Evidentemente l’arrivo delle pizze ordinate per telefono accendeva il buonumore. Ed io imparai, in base alle persone che mi venivano incontro sulla porta, a figurarmi l’interno, la particolarità degli abitanti che si trovavano in quella casa ed il tipo di rapporto che intrattenevano tra loro. A volte era un uomo a venirmi incontro sulla porta. In tale caso, se consegnavo due pizze, mi figuravo la sua amante nel soggiorno. A volte era una donna a venirmi incontro sulla porta. E se era giovane e se aspettava due pizze, capitava spesso che avesse solo qualcosa di leggero addosso. In tale caso era facile intuire il resto. Magari il suo uomo stava facendo la doccia. E quel che non vedevo mi pareva chiarissimo, benché fosse solo frutto della mia immaginazione. Capitava pure che mi venissero incontro per le scale dei bambini. Ed allora la mia comparsa generava allegria, solo allegria, lasciando poco spazio al mio torbido fantasticare.

 

Ad ogni ritorno in pizzeria, Pietro Scordo mi accoglieva con un gran sorriso, quasi avesse temuto di non vedermi tornare sano e salvo. Imparò a fidarsi di me. Imparò ad apprezzarmi per la mia solerzia e per la mia puntualità. Ed al termine della settimana, si trovò a dire che se fossi tornato l’anno dopo, magari per due settimane, avrebbe concesso due settimane di libertà al nipote senza bisogno che si lussasse una spalla. Insomma, ci lasciammo da buoni amici. Ed io quest’anno, memore della sua offerta, gli ho telefonato. E se ora mi trovo sul treno per Rimini, è perché so di potermici trattenere senza gravare sulle finanze familiari. Pietro Scordo mi aspetta con impazienza, la stessa impazienza che probabilmente prova suo nipote per potersi godere un poco di libertà.

 



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