Anteprima: La maledizione della traviata


 

Un racconto divertente, quasi serio, da leggere con una punta di leggerezza....

 

libri da leggere - bruno sebastiani - la traviata


Siamo nel 2001 a Parma e lì, durante i preparativi per celebrare i cento anni dalla morte di Giuseppe Verdi, si verificano alcuni episodi apparentemente incomprensibili. Basterebbe citarne alcuni per iniziare a credere alla maledizione della Traviata: la cantante principale perde la voce, il direttore d'orchestra la sua bacchetta! Ma su tutti questi avvenimenti c'è qualcuno che vigila, che indaga per appurare i fatti e contrastare la famigerata maledizione: Semilungo, un giornalista ben addentrato negli ambienti del teatro Regio di Parma.

Ma la vita non è mai semplice e lineare, anzi è spesso contorta e piena di contrattempi, questo per dire che è anche rassicurante poter addebitare le avverse fortune all'influsso di qualche essenza malefica, ma di malefico c'è solo l'impulso a vedere malefici dappertutto.


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Tutto ebbe inizio la mattina del lunedì 19 novembre 2001 nella stanza 314 dell’Hotel Palace Maria Luigia di Parma. Erano le dieci e già da un’ora almeno qualcuno aveva bussato alla porta, ma Cecilia Serrani non aveva nessuna voglia di alzarsi. Le bastava lanciare ogni tanto uno sguardo allo spicchio di cielo incollato come un pezzo di plastica grigia dietro la finestra, per decidere ch’era preferibile girarsi dall’altra parte e ripassare dal principio tutti i momenti meravigliosi vissuti la sera avanti.

Cecilia Serrani aveva 26 anni ed era una delle figure emergenti nel variegato mondo della lirica. La sua voce, impostata in principio sui toni del contralto, si era sorprendentemente affinata intorno ai 16 anni ed ora squillava nei registri più acuti del soprano naturale. All’età di 22 anni aveva debuttato, senza suscitare eccessivo scalpore, nella “Lucia di Lammermoor” diretta dal maestro Anfossi. Troppo presto, l’ammoniva in continuazione Lucia Cappellotto, la sua vecchia maestra, troppo presto per metterti in mostra, c’è ancora parecchio da studiare. Così Cecilia, che di natura era caparbia, dovette fare uno sforzo per ammettere che la sua vecchia maestra aveva ragione. Riprese a studiare con più vigore di prima sotto l’attenta guida di Lorella Guidotti, a Bologna, accettando solo piccole esibizioni, un paio di interventi in televisione ed un controluce prestato alla pubblicità con ben 30 secondi di “Dormi bambino caro”.

 

Dopo quattro anni era pronta per un nuovo debutto. E le celebrazioni del centenario verdiano che si tenevano a Parma, la “Traviata” al Teatro Regio che avrebbe aperto la serie di rappresentazioni previste per celebrare i cento anni dalla morte di Giuseppe Verdi, era la sua nuova, irripetibile, grande occasione.

Dunque, eravamo al 19 di novembre e la serata fatale era prevista per il 24. Ma già la sera prima, nell’ambito di un concerto i cui proventi erano destinati alle popolazioni bisognose dell’Afghanistan, perlomeno così dicevano gli organizzatori, aveva raccolto così tanti applausi da restarne stordita. Tutto il pubblico, anche quello più smaliziato, era rimasto felicemente conquistato dall’estensione e dalla limpidezza della sua voce, per non parlare dell’avvenenza che in un soprano non è l’aspetto determinante, ma che si traduce nella differenza che distingue l’applauso dall’ovazione. E Cecilia Serrani, già largamente premiata dalla natura, aveva fatto uso di tutta la sua civetteria per far breccia nel cuore dei parmensi.

 

Si era presentata sulla scena inguainata in un abito nero, lungo e affusolato, ma abbondantemente tagliato su un lato tanto da mostrare, quasi per intero, il candore della sua gamba destra. I capelli biondi, lunghi e sciolti sulle spalle, rubavano il fulgore delle luci, tanto che il tenore, Tarcisio D’Amato, che la seguiva solo due passi indietro, ne pareva oscurato.

 

Dopo l’introduzione orchestrale, aveva cantato due vecchie canzoni del primo Donizetti, l’Ave Maria di Gounod ed aveva duettato con D’Amato su arie del “Barbiere di Siviglia” di Rossini. Quando si era riparata dietro il sipario per la fine della prima parte del concerto, aveva lasciato un vuoto che rendeva palpabile l’attesa dell’inizio della seconda parte. Alla ripresa, aveva lasciato ampio spazio alle doti non trascurabili del tenore. Ma il pubblico aspettava solo lei, aspettava la sua Mimì, la sua Butterfly, la sua Traviata. Aspettava il suo “Amami Alfredo” che si era concluso in un tripudio di applausi, di evviva e di lacrime agli occhi. Per ben due volte era stata richiamata sulla scena. Il pubblico in piedi non si stancava di sentirla cantare. Se avesse potuto, l’avrebbe tenuta incollata sul proscenio fino all’alba.

 

Cecilia Serrani non era preparata a tanto successo. Neanche nei sogni ad occhi aperti che la incantavano a volte per buone mezz’ore davanti allo spartito, aveva avuto il coraggio di fantasticare una serata tanto travolgente. Alle dieci del mattino successivo, volteggiava ancora nell’ampio letto della sua stanza sull’onda di un applauso che pareva non dovesse mai finire. Quello che aveva vagheggiato durante gli snervanti esercizi di solfeggio con Lucia Cappellotto, quello che l’aveva sorretta nell’ostico impegno di migliorare la dizione e d’imparare a porgere la voce secondo i preziosi insegnamenti di Lorella Guidotti, ora si profilava come qualcosa di tangibile in cui affondare le mani e bearsene fino allo sfinimento. Era il successo. Era il favore del pubblico e degli addetti ai lavori. Era il lampo di gratitudine colto negli occhi della gente la sera avanti. Ed era il piacere di volteggiare nell’ampio letto della stanza 314 senza sentirsene in colpa.

 

Per anni si era imposto un regime di stampo militaresco. Per anni aveva affrontato mattine fredde e nebbiose sui mezzi pubblici per andare a studiare da Lorella Guidotti, a Bologna. Per anni ne aveva sopportato i pomeriggi torridi disertando le amicizie ed il mare. Ma ora poteva poltrire fino a restarne indolenzita. Ora poteva perfino ordinare il pranzo in camera, mangiare seduta sul letto e poi ricacciarsi sotto le coperte. Ora lo poteva fare perché la prova in teatro era fissata per le sei e le bastava solo mezz’ora per scaldare la voce e per ripassare quello che ormai conosceva a memoria.

 

Il telefono sul comodino cominciò a pigolare, due, tre, quattro volte, e la mano di Cecilia indugiava sulla cornetta aspettando di percepire il tremito del settimo squillo. Le piaceva farsi desiderare. Le piaceva insinuare nell’animo dello sconosciuto interlocutore il dubbio che fosse già uscita. Probabilmente era il tenore, era il suo “Alfredo Germont”, era Tarcisio D’Amato che da settimane le dimostrava un’attenzione che andava ben al di là dell’interesse professionale.

 

Anche per D’Amato la prima del 24 novembre rappresentava un debutto, un’occasione importante. Però, al contrario di ciò che accadeva a Cecilia Serrani, l’imminenza dell’evento lo rendeva insicuro, ansioso e nervoso. Forse dorme ancora, pensava contando mentalmente gli squilli del telefono che ingigantivano il vuoto di una giornata che non sapeva come affrontare.

 

Quattro, cinque, sei… Cecilia Serrani sorrideva, contava e aspettava. Al sette sollevò la cornetta e la portò mollemente all’orecchio, già predisposta a proferire un mellifluo: pronto? Ma non le uscì niente. Pensò il suo “pronto” in maniera perfino più seducente, ma anch’esso si tradusse in un silenzio assoluto.

 

«Cecilia? Ti ho svegliato? Perdonami, ma non ho resistito!» diceva Tarcisio D’Amato, reso ancor più insicuro dal mutismo che percepiva dall’altra parte. «Facciamo colazione insieme? Cos’è, non puoi parlare? Hai il dentifricio tra i denti? Ti richiamo tra cinque minuti, va bene?».

Cecilia Serrani, seduta sul letto, fissava la cornetta di nuovo muta come se da quella potesse scaturire una qualsiasi spiegazione. Forse un colpo di freddo, pensava, l’umidità di ieri sera, una corrente d’aria… Corse davanti allo specchio del bagno, accese la luce e prese a studiarsi la bocca e la gola come se le vedesse per la prima volta. Non c’era niente di anormale. Riflessa nello specchio, era quella di sempre, bella e seducente per la sottoveste trasparente, perdipiù già pronta a sorridersi per minimizzare l’accaduto.

Chiuse gli occhi un istante, li riaprì e ricominciò dal principio, buon giorno Cecilia, provò a dire, bella giornata, vero? Lo specchio non poteva ingannare, aveva visto distintamente i movimenti della bocca e del viso, ma non aveva sentito nessun suono, neanche un sibilo coperto dalla raucedine, niente di niente. Buon giorno! Buon giorno! Buon giorno! provò a più riprese. Bella giornata! Bella giornata! Giornata di merda!

Lo specchio non poteva ingannare. Lei era quella di sempre che apriva la bocca, tirava fuori la lingua e faceva mille boccacce, ma la voce era sparita. Provò a sibilare, a fischiare, a cantare, provò a gorgogliare simulando un gargarismo, infine provò a mordersi le labbra fino a sentire dolore. Non era un sogno. Non era un incubo della peggior specie. Aveva perso la voce, quella stupenda voce che, solo poche ore prima, le aveva schiuso le porte di un Olimpo radioso.

 

Non può essere! Non può essere! si ripeteva furiosa misurando a grandi passi la sua stanza e guardando in ogni luogo, perfino sotto il letto, come se sperasse di ritrovare la voce perduta durante la notte, magari rotolata da qualche parte durante il sonno. Ci dev’essere un modo! Ci dev’essere un modo! si diceva. La voce non sparisce via di colpo così, come se fosse un mal di testa che quando ti passa non sai mai dove finisce. E alle sei ci sono pure le prove!

 

Con le mani tra i capelli, Cecilia Serrani camminava e si spremeva le tempie per farne uscire la soluzione. Ogni tanto si fermava, gonfiava i polmoni e provava un acuto, niente. Se le avessero asportato le corde vocali durante il sonno, il risultato sarebbe stato identico. Non poteva cantare, non poteva parlare, nemmeno bisbigliare. Era inspiegabilmente e drammaticamente muta. E già si vedeva avviata verso un destino di miserevole abbandono.

D’improvviso il telefono riprese a squillare con tono più ingiurioso e irriverente rispetto al soffio suadente che le aveva carezzato il risveglio. Cecilia Serrani si bloccò al centro della stanza con la disperazione nel cuore. È Tarcisio! È Tarcisio! Dev’essere lui! si diceva sconvolta. Forse è il solo che in questo frangente mi potrebbe aiutare. Ma come faccio a rispondergli? Come faccio, che non mi esce il più piccolo suono da questa stramaledettissima bocca?

 

Il telefono sobbalzava e si contorceva sul comodino e lei, a due passi di distanza, lo fissava irresoluta aspettando che le venisse un’idea, una cosa qualsiasi, che le permettesse di comunicare. Poi, d’improvviso come aveva iniziato, il telefono s’acquietò di colpo. Cecilia Serrani si portò le mani al petto come se le avessero tirato un colpo di pistola. Insisti! Insisti! Non sono uscita! Vienimi a cercare! gridava nel cuore. E si concentrò con tutte le sue forze sul volto, sul naso, sulla fronte di Tarcisio D’Amato per fargli arrivare il suo disperato bisogno d’aiuto. Si concentrò sulle sue mani vigorose e sul numero della sua stanza, a poche porte di distanza dalla sua, stesso piano, stesso albergo. Si concentrò fino a sentirsi svenire, ma il telefono restava muto e nessun passo si avvicinava frusciando sul tappeto rosso del corridoio. Era come se fossero andati via tutti dall’albergo e lei fosse rimasta sola, seminuda, abbandonata e impietrita come una statua di sale, come una parvenza di persona, come la pelle avvizzita di un serpente fuggito al sole per asciugare la sua nuova pelle.

 

Si sentiva precipitare e bruciare nel fuoco della disperazione. In più era già convinta d’aver smarrito le connessioni della ragione. Era convinta d’essere sul punto d’impazzire, perché solo la follia poteva contenere quel fenomeno che sarebbe parso incredibile a chiunque. Poi si scosse, aprì il cassetto del comodino ed estrasse un foglietto su cui scrisse di getto: “Aiutami ti prego! Cecilia”. Lo ripiegò e, senza pensarci due volte, uscì dalla stanza correndo a piedi nudi sul tappeto rosso del corridoio. Davanti alla stanza 320, la stanza di Tarcisio D’Amato, si bloccò e baciò più volte il biglietto prima d’infilarlo sotto la porta come un naufrago che bacia il suo messaggio prima di tapparlo in una bottiglia che affida alle onde. Infilò il biglietto sotto la porta e scappò via. Ma fatti pochi passi, tornò indietro fino alla 320 e bussò piano alla porta.

 

Quando tornò nella sua stanza, era affannata come se avesse corso per l’intera città di Parma. E se fosse già uscito? si chiese inorridendo. Magari è giù nell’atrio! Oddio! Oddio! Fa che mi senta! E cominciò a girare nella stanza gridando “aiuto” con tutta la convinzione che le riusciva di mettere in quel suono che non ne voleva sapere di farsi sentire. S’arrestò di colpo ad un rumore di nocche che battevano contro l’uscio. Chi è? le venne spontaneo, ma rimase solo un’intenzione. E l’espressione che offrì a Tarcisio D’Amato scostando l’uscio era quella di una donna che aveva smarrito la chiave per mettere in moto se stessa. Lo fece entrare come se fosse un cospiratore, scrutando veloce il corridoio e chiudendo subito la porta.

 

«Cos’è, non ti senti bene? Ti vedo sconvolta!» disse il tenore mostrando il biglietto che rimise lesto in una tasca. «Di che aiuto hai bisogno?».

Cecilia Serrani, con le spalle all’uscio, si profuse in una serie di gesti e di smorfie intraducibili.

«Parla perdio! Cos’è accaduto?».

Possibile che non capisci? gli urlava Cecilia Serrani spalancando la bocca e facendogli intendere che da quel misero orifizio non sarebbe uscito nient’altro.

Tarcisio D’Amato ebbe un lampo negli occhi e d’improvviso parve capire tutto.

«C’è qualcuno nel bagno?» bisbigliò con voce sottile, insospettata nel suo petto tenorile. «C’è qualcuno che ti minaccia? Magari un tuo ammiratore che s’è intrufolato con qualche pretesto?».

E lesto si accostò alla porta del bagno spalancandola di colpo per vedere soltanto che non c’era nessuno.

«Che scherzo è questo?» gridò stentoreo girandosi di nuovo verso la ragazza.

La poveretta pensò che avrebbe pianto volentieri tra le sue braccia. Ma si trattenne e corse al cassetto del comodino. Ne estrasse un foglio e scrisse veloce: “Non ho più la voce! Non riesco neanche a parlare!”

«Ma com’è accaduto?» mormorò Tarcisio D’Amato leggendo il biglietto mentre lo scriveva e indugiando con gli occhi sui seni di lei che ballonzolavano leggeri nell’ampia scollatura della sottoveste. «Hai preso freddo ieri sera? Oppure hai avuto uno spavento? Dove hai passato la notte?».

Dove vuoi che l’abbia passata? Non vedi il letto disfatto? immaginò di dire Cecilia Serrani mostrando il cuscino stropicciato e la coperta in disordine. Prese un altro foglio e si lasciò cadere sul bordo del letto per scrivere: “Non posso neanche bisbigliare! Sono muta del tutto! Che posso fare?” concluse calcando la penna e guardando negli occhi il prode Tarcisio D’Amato sperando di cogliervi la soluzione.

«Senti dolore da qualche parte? Magari hai la gola irritata oppure hai subito qualche trauma?» disse comprensivo il tenore chinandosi su di lei. «Fammi vedere».

E prese a palpeggiarle il collo, la gola e poi più giù, fin sotto le ascelle.

«Hai qualche nodulo ingrossato? Non mi pare, vero?».

E Cecilia Serrani, meccanicamente, palpeggiava e pressava proprio dove aveva palpeggiato e pressato lui. Poi scosse la testa sconsolata per dire che non sentiva niente d’insolito.

«Forse è la tensione del debutto, del resto anch’io mi sento nervoso. Senti Cecilia, non so proprio cosa dire» concluse Tarcisio D’Amato raddrizzandosi sulla schiena e voltandosi di colpo.

 

Era così dilettevole carezzare quella pelle vellutata che, se fosse dipeso da lui, avrebbe continuato a palpeggiarla fino all’inizio delle prove previsto per le sei. Ma non voleva passare per un profittatore, aveva un debole per Cecilia, diciamo che s’era preso una bella cotta, ma non era quello il modo di assecondare la sua passione. Stava già per andarsene, quando Cecilia Serrani si alzò di scatto e lo afferrò per un braccio. Non mi lasciare, per favore! Non so proprio cosa fare! lo implorò con gli occhi. E lui finse di concentrarsi per scovare una via d’uscita.

 

«L’unico consiglio che ti posso dare è di consultare un dottore» disse infine. «Ma ci vuole uno specialista. Un otorinolaringoiatra».

Va bene! Va bene! Seguo il tuo consiglio e vado dal dottore! Ma dove lo trovo? Da chi posso andare? Troppe cose da dire e nessuna voce per farlo. Cecilia Serrani restava aggrappata al suo braccio e aspettava che, messa da parte la sua ritrosia, a lei pareva ritrosia, si dichiarasse pronto ad aiutarla. Aspettava e lo fissava nella convinzione che, se avesse girato lo sguardo, lui si sarebbe defilato di colpo, di più, sarebbe sparito com’era sparita la voce.

 

Poi, vedendo che faceva resistenza, lo tirò a sé e lo spinse a sedere sul letto, prese un altro foglio e scrisse: “Non conosco nessuno qui a Parma! Stammi vicino, per favore! Non ho altri che te!” Lo scrisse e glielo porse sulle due mani come un’offerta d’amore. A questo punto, per amor di correttezza, ci sentiamo in dovere di dire che Tarcisio D’Amato non era per nulla incline a sobbarcarsi le altrui seccature. Se poteva, le evitava avendone già parecchie per proprio conto. Ma Cecilia Serrani, seminuda e smarrita, pareva pronta a cadergli tra le braccia. E quello, seccatura o non seccatura, non lo lasciava indifferente, tra l’altro che gli cadesse tra le braccia era una cosa che desiderava da quando l’aveva conosciuta.

«Anch’io, come te, non conosco nessuno a Parma» le disse con voce gentile e lì allungò una mano per carezzarla con tenerezza sul viso e sulle spalle, solo per confortarla, non si pensi a chissà cos’altro. «Cerco di rintracciare Enzo Ferrari, il soprintendente, e mi faccio consigliare da lui».

 

“Sei matto?” Cecilia Serrani lo pensò e lo scrisse di getto

. “Se viene a sapere che ho un problema alla voce, mi sostituisce subito con la Gerelli! Quella aspetta soltanto che mi faccia male per prendere il mio posto! Se non fosse irrazionale, penserei che sia stata lei a giocarmi questo tiro!”

Le ci volle un poco per scrivere tutto questo. E, mentre scriveva, Tarcisio D’Amato seguiva i movimenti nervosi della penna sul foglio. Poi prese a svagare con lo sguardo sul collo allungato, sul tenero incarnato delle spalle e sull’ombra dei seni che gonfiavano la trama leggera del tessuto.

«Va bene, come vuoi tu. Non gli diciamo niente per adesso» le disse piano all’orecchio come se dovesse confessarle il suo amore. «Allora sai che faccio? Scendo nella hall e cerco il direttore. È un uomo gentile e raffinato. Lui mi saprà senz’altro indicare il recapito di un otorino affidabile».

Più di questo non posso fare, avrebbe voluto aggiungere. Ma non ne ebbe il tempo perché Cecilia Serrani lo abbracciò con lo slancio di un sopravvissuto che afferra la corda che lo trarrà in salvo. Lo abbracciò e nascose il viso nel suo petto possente piangendo sommessamente, in fondo ci aveva sperato fin dal principio, e lasciando che le sue grandi mani le scivolassero sulla schiena, tra la pelle e la seta della camicia da notte, mani voraci che, dalla schiena, si posarono sulle prominenze dei fianchi, mani che più giù non poterono arrivare perché il tessuto della sottoveste, in quel punto, era teso al massimo.

Un minuto, solo un minuto di abbandono, poi l’urgenza dell’evento riprese il sopravvento. Cecilia Serrani si sciolse dall’abbraccio, si alzò dal letto scuotendo le spalle per spiombare la sottoveste fino ai polpacci, e gli prese la testa premendola contro il suo ventre. Sei un tesoro, era come se gli dicesse. Non saprò mai come ringraziarti. Glielo disse con le dita tra i capelli ed offrendogli il profumo del suo sesso appena velato dal tessuto setoso. Poi si scosse e scrisse sul retro del precedente biglietto: “Dammi quindici minuti e ti raggiungo nella hall”.


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