Anteprima

La spirale del tempo

Bruno Sebastiani

                                Romanzo di attualità


Come all'interno di un quadro,  seduti all'ombra di un pitosforo,   sul ciglio di una scogliera ai cui piedi s'apre il mare tra Scilla e Cariddi, immergiamoci nella lettura di questo bellissimo romanzo...

la spirale del tempo - libri da leggere - bruno sebastiani



   È difficile dire se sia una sensazione o una piacevole suggestione, però a volte abbiamo il sospetto che alcune cose accadono in un momento ben preciso del nostro vivere e non in un altro quasi che vi sia una logica, una necessità o una regia che ne determini il tempo. In alcuni casi lo stesso accadimento si direbbe dotato di un suo preciso volere, solo in tal modo è possibile spiegare l’opportunità del tempo in cui si manifesta. Questo per il fatto che un incontro, una scoperta, un libro che ci capita casualmente tra le mani hanno a volte conseguenze che, in altri momenti, sarebbero assai diverse. Ci sono cose che abbiamo da sempre sotto i nostri occhi e che solo da un certo momento in avanti siamo capaci di vedere. Gli stessi paesaggi che ci sono familiari aspettano che qualcosa dentro di noi maturi per svelarsi compiutamente al nostro sguardo.

 

Probabilmente è fuorviante se non, addirittura, deresponsabilizzante, attribuire un volere alle cose inanimate e agli eventi. Ma è anche un modo per sentirci meno foglie nel vento i cui incontri sono dovuti alla mera casualità. Meno foglie nel vento, che in ogni caso non vuol dire pedine manovrate dal destino, cioè non vuol dire controfigure sul proscenio di un teatro dove si recita solo quanto sta scritto senza improvvisare, senza mai assecondare un guizzo della fantasia.

 

Casualità o predestinazione, resta il fatto che Piero conosce Walter Reggiani nel preciso momento della sua vita in cui è quanto mai giovevole per lui conoscerlo. Con questo non vogliamo dire che prima ne sentisse la mancanza, tra l’altro neanche sapeva della sua esistenza. Ma, con un anno di meno, per le impressioni che avrebbe stampato per sempre nel suo cuore, non lo avrebbe saputo nemmeno ascoltare. Con un anno di meno, fino a tre mesi prima per la precisione, Piero mantiene una relazione che lo assorbe totalmente, una relazione con una donna molto più grande di lui, e che gli lega mani e piedi da almeno cinque anni. Se ne libera, sarebbe più opportuno dire che Fulvia lascia aperto lo sportello della gabbia, e Piero torna a guardarsi intorno con occhio straniero, con occhio che tutto assorbe e di tutto s’imbevera senza nulla riconoscere.

 

Piero, dall’età di nove anni, trascorre regolarmente le sue estati a Scilla, dalla zia Elisabetta, e mai, nemmeno una volta, ha intravisto la faccia del vicino, quel Walter Reggiani che, lo avrebbe saputo in seguito, da una decina d’anni vive in una casetta a due piani a picco sulla scogliera, e che ha il muro di cinta del giardino in comune con quello della zia. Quindi già c’era. Da almeno dieci anni già c’era. Ma Piero lo conosce soltanto nel 1998, quando ha ventiquattro anni.

 

A Scilla, la zia Elisabetta, sorella di sua madre, ha una casa a picco sulla scogliera quasi identica a quella del vicino. Ci vive sola da quando l’è venuto a mancare suo marito. E dipinge. È inutile dire, visto che Scilla si trova sul mare, che dipinge quasi esclusivamente vedute marine. Piero è il suo nipote prediletto. E da brava zia qual è, glielo dice spesso. Piero, dall’età di nove anni, non passa estate in cui non la vada a trovare. Va però detto che per la maggior parte del tempo si annoia, tuttavia resta caparbiamente legato a questo scoglio come le mura della casa.

 

Nel giugno del 1998, quando si affaccia tra le fronde del glicine che orna il recinto sul lato della strada, con una sacca a tracolla e varie borse che gli segano le mani, prova la sensazione di essersi sbagliato tanto trova cambiato il posto. Ma non è il posto, il giardino della zia è sempre lo stesso. È lui che lo vede con occhio sorprendentemente diverso. È lui che è tornato curioso e interessato smettendo, finalmente, di considerare tutto già vissuto.

La casa, il giardino, il sole scintillante ed il mare, tutto gli appare inondato di una luce nuova ed al contempo antica e commovente. Non è la solita cartolina lucida che descrive a volte a qualche amico. C’è calore, c’è l’odore delle cose vere, cose tra le quali è cresciuto a intervalli regolari tre mesi ogni anno. Ci sono le radici gelosamente conservate nei ricordi della zia, radici da cui si nutre senz’esserne cosciente. Altrimenti come spiegare questi puntuali tuffi nel passato che compie ogni estate lasciando la camera malamente arredata che divide con un compagno di studi a Roma?

 

I suoi genitori se ne vanno simultaneamente, per un incidente stradale, lasciandolo solo all’età di nove anni. In principio lo accolgono in casa di un altro parente. Ma la zia Elisabetta, benché confinata nel suo rifugio di Scilla, viene subito a rappresentare la continuità familiare così bruscamente interrotta. Però, col tempo, dall’iniziale bisogno di sorbire un amore maternamente assai simile a quello perso, i suoi ritorni a Scilla divengono sterili repliche di se stessi, privi di autentico interesse, quasi obbligati come quando si torna a casa da scuola o dal lavoro al termine di ogni giornata. Col tempo, per quella sorta di selvatichezza che spesso intristisce la fanciullezza, i suoi ritorni a Scilla si fanno astiosi e silenziosi. Rifiuta la zia, il mare, il posto. Soprattutto, rifiuta di riconoscere a se stesso questo bisogno d’amore per il quale, come un pendolare, traversa l’Italia in treno per farne una scorta prima dell’inverno.

 

Nel giugno del 1998, dopo la lunghissima e asfissiante parentesi di Fulvia, Piero si concede all’abbraccio della zia con l’animo colmo di gratitudine per questa donna che ad ogni suo ritorno lo accoglie come se uscisse da un’estenuante convalescenza. Come sei pallido, gli dice ogni volta, pallido e smagrito. Il volto scavato, le occhiaie, i capelli troppo lunghi, la zia tutto analizza e disapprova rinfocolando ad ogni passo se stessa nel proposito di rimetterlo in sesto. Le altre volte Piero si divincolava e la spiazzava concedendole, al più, qualche grugnito ed una risolutiva alzata di spalle. Le altre volte si comportava come un orso. Ma nel giugno del 1998 deve fare uno sforzo per non piangerle sul petto. Lei non si stanca di carezzarlo e di arruffargli i capelli sorpresa, quanto e forse più di lui, del suo mutato umore.

Quanto ha? Piero se lo chiede in questo momento, tra le sue braccia, come se d’improvviso trovasse riduttivo collocarla in quella fascia d’età per cui, quando si è giovani, quelli grandi sembrano solo dei vecchi. Ha diciotto anni più dei suoi. Ma deve arrivare al giugno del 1998 per appropriarsi del fatto che è ancora giovane, bella e maternamente ripiegata su di lui. Ad un tratto le chiede se non ha mai pensato di rifarsi una famiglia.

«Ma io ce l’ho già una famiglia!» gli dice. «Se tu non fossi così vagabondo!».

«Devo studiare! Lo sai che torno a Roma per studiare!».

«Lo so! Lo so! Tre esami e la tesi! Ma ricordati sempre che questa casa è tua! C’è già un atto depositato dal notaio!».

C’è un atto depositato dal notaio. E questo è un particolare che gli rammenta sempre. Ma sentirglielo ribadire adesso, con questo fuoco negli occhi tanto vicini ai suoi, è come se una mano gli strizzasse il cuore nel petto fino a farlo fermare. Piero rappresenta tutto per la zia e la zia, in questo preciso momento, rappresenta tutto per lui. Piero è la sua famiglia. E una famiglia, frenando a fatica le lacrime, s’accorge di averla anche lui. Che si debba arrivare ogni volta al confine per capire che il paese più ospitale è quello che stiamo per lasciare? Sembra un controsenso, eppure il bene che abbiamo lo apprezziamo solo quando siamo sul punto di perderlo.

 

I precedenti ritorni a Scilla di Piero si sono succeduti in maniera incolore. Eppure la zia ha conservato il suo amore come un tesoro in cui ora, finalmente, può affondare le mani. Quest’amore è la cosa più preziosa che gli può donare. Più della casa con tanto di atto depositato dal notaio. Ma Piero doveva rinascere per apprezzarne il valore. Quest’amore gli necessita dall’età di nove anni. Però lui, per una sorta di anestesia spalmata sul cuore quando gli dissero che aveva perso entrambi i genitori, s’indurì al punto da sentirsene affrancato. Quello che non possiedo, si diceva, è come se non esistesse. E così, nel giro di ventiquattr’ore, imparò a starne senza.

 

Oggi per la prima volta, sciogliendosi dal suo abbraccio, è felice di vederla felice. E mentre si sottopone all’inevitabile rassegna dei suoi quadri invernali, è folgorato dal pensiero che Fulvia, anagraficamente, si pone a metà strada tra sé e la zia. Fulvia, che lo ha quasi adottato in principio rischiando alla fine di soffocarlo, sta là a dimostrare che non s’è per niente affrancato dal suo bisogno d’amore. Lo ha semplicemente traslato su un piano diverso. Lo ha trasfigurato tanto da confonderlo col bisogno dei suoi baci. Lo ha gabbato, potrebbe aggiungere ora, perché questo bisogno esisteva e aspettava soltanto che lui ne divenisse consapevole. E non c’è cosa più sconvolgente, ma alla fine anche rassicurante, che appropriarsi definitivamente della menomazione che ci affligge. Fino ad oggi Piero s’è comportato come se avesse perso improvvisamente la vista e avesse rifiutato ostinatamente un cane d’accompagno o un bastone. Ha continuato a vagare incespicando, urtando e facendo cadere gli oggetti. Ha insistito nell’offrire di sé uno spettacolo pietoso fingendo che della vista, che ha perso non per sua colpa, poteva perfino stare senza. Accettarla e ripartire da questa mancanza è soltanto il primo passo. Ma senza un primo passo, nessun percorso può chiamarsi tale. Piero sente e subisce la mancanza della madre che ha perso. Comprenderlo oggi è istantaneo al collocare sua zia in un alone iridescente che la rende migliore di quanto riesca a ricordare.

 

Con questo mutato atteggiamento che lo rende più fragile e insicuro, ma infine anche riconoscente che lei ci sia, esce dalla casa per rinnovare l’impatto con lo spettacolo che gli è familiare, ma che oggi vede come se fosse la prima volta. Dal fondo del giardino si esce su un tratto sterrato che passa per sentiero, si traversa per fare non più di dieci passi e ci si arresta di fronte ad un vuoto che pare capace d’inghiottire l’intera costa con tutte le case che vi gravano sopra. Non è tanto l’altezza della scogliera a suggerire una tale vastità quanto l’andamento con cui digrada, in maniera quasi speculare da questo punto, su entrambi i lati. Sotto i suoi piedi è un poderoso bastione che man mano frana, a destra e a sinistra, per farsi massi giganteschi, poi sassi, poi sabbia ciottolosa e rugosa, poi sabbia fine che brilla dall’alto come un nastro d’argento. E poi c’è il mare che si gonfia e si spande sulla riva col suo ritmo intenso e lento come un respiro d’animale. C’è il mare con la schiena lucente d’azzurro e di verde. C’è il mare con le scaglie finemente cesellate delle sue onde.

 

Dall’alto, Piero lo vede ansimare come un vecchio marinaio pigro e appagato di potersi finalmente riposare sulla riva. Ma tutt’altra cosa è andargli vicino e magari scagliare una pietra tra le sue creste spumose. Allora rabbrividisce e si ritrae con fare schivo e altero. Questo mare lo conosce, ma è come se debba ogni volta prendergli le misure. Sogghigna e lo sfida. Ma dopo, quando Piero si fa una cosa sola col suo elemento, sa prenderlo e stringerlo proprio come ha fatto la zia. Sa donargli il calore di un abbraccio al quale finge di concedersi, ma che in realtà si riannoda al ricordo degli anni passati annullando il distacco, annullando le pause dei suoi inverni romani e producendo una sola, folgorante immediatezza. Ed è come se non ne fosse mai uscito da quando vi è entrato la prima volta.

Questo mare, lo capisce ora con una lucidità impressionante, lo accoglie come un grembo materno sempre pronto a riprenderlo nel caso si sia pentito della vita. Questo mare è una via d’uscita. E Piero, nuotando lentamente verso il largo, ricorda che più di una volta ha pensato di chiudere gli occhi tra le sue braccia. Ma in questo momento è felice. Ed inoltre, certe cose si trasmettono anche col solo contatto della pelle, anche il mare è felice.

Sulla riva si volta a strizzargli l’occhio, inforca i sandali e prende a risalire la scogliera. Non c’è uno stradello, neanche qualcosa che possa somigliare ad una pista, solo pochi gradini, giù in basso, scalpellati nella roccia da qualche volenteroso. Poi massi, anfratti ed una lunga cicatrice, verso la sommità, sulla quale è più agevole camminare come su un cornicione. Appena scollinato sul piano, gli va l’occhio ad un gigantesco pitosforo cresciuto poco discosto dal giardino della zia. Sotto quell’ombra c’è un uomo su una sedia a rotelle che sonnecchia. Poco dietro, sdraiata su una scaglia piatta di calcare, c’è una ragazza con un libro aperto sull’addome, il viso al cielo e gli occhi chiusi. Sono entrambi talmente immobili, da sembrare dipinti. E lo sfondo del quadro, la frescura imprigionata nell’ombra del fogliame lucente, contiene una calma che trasfigura i corpi tanto da renderli forme inanimate, sagome o, più propriamente, calchi.

 

È difficile spiegare il senso d’irrealtà contenuto in questa composizione, ma Piero, nell’attraversare il sentiero e valicare la linea che delimita la luce dall’ombra, prova netta la sensazione d’entrare effettivamente in un quadro. Dopo un istante, anche lui ne fa parte, unico elemento verticale malamente accordato all’insieme dei piani orizzontali e della prospettiva suggerita dall’obliquo della ragazza sdraiata sulla pietra. Questa sensazione di entrare a far parte di un insieme sufficiente a se stesso, e circoscritto, gli rimane addosso finché, alla fine, non varca di nuovo la linea che delimita l’ombra dalla luce.

Nel quadro, con fare discreto ma deciso, si avvicina all’elemento che, per la complessità delle forme, pare il soggetto principale: la sedia a rotelle dalle brillanti cromature.

«Buongiorno!» saluta con tono gioviale. «Si sta godendo il fresco?».

L’uomo solleva le palpebre senza fare il minimo gesto, ma stira un poco le labbra in quello che potrebbe sembrare un sorriso.

«Fresco? Per la verità sono solo intento ad ascoltare il silenzio». risponde l’uomo con voce dolce e gradevole. «È un esercizio che ripeto spesso, ma ho ancora molto da imparare».

«Confesso di non averci mai provato» ribatte Piero sorridendo come per concedergli che gli ha detto la prima cosa che gli è venuta in mente per burlarsi di lui. «Tuttavia immagino che sia sufficiente tacere. O c’è dell’altro?».

«Certo che c’è dell’altro. Molto altro» fa l’uomo muovendosi per la prima volta per cercare una nuova posizione sulla sedia. «Per ascoltare il silenzio occorre, prima d’ogni altra cosa, tacitare tutte le voci che ci risuonano dentro. Vede, è talmente abituale che neanche ce ne rendiamo conto. Però è indubbio che nella nostra mente si accavallano in continuazione immagini, pensieri, disquisizioni inutili e voci, tante voci, prima tra tutte la nostra. Ognuno di noi, dentro di sé, si parla, si esorta, si consiglia, argomenta senza avere la piena consapevolezza di volerlo fare. In sostanza tutti noi, in ogni momento, siamo attraversati da mille pensieri che hanno il solo effetto di disperderci. Lei provi a tacitare la mente, provi a svuotarla, allora sentirà quello che io da tanto tempo tento di ascoltare, parlo del silenzio assoluto, quello che spegne tutte le tensioni dilanianti dell’anima».

 

Piero non si aspettava un piglio tanto severo in quest’avvio di conversazione. Ne resta sorpreso ed anche un po’ spiazzato perché le sue intenzioni non miravano a nulla che potesse andare più in là del salutare e l’azzardare, magari, qualche osservazione sul posto, sul mare, al più sulla bella giornata. Un’occhiata alla ragazza, ch’è rimasta distesa col viso al cielo e gli occhi chiusi, lo consolida nella sensazione provata in principio: è finito in una specie di cerchio magico entro cui tutto, perfettamente normale, appare irreale. Da qui in avanti anche lui prende a muoversi con straordinaria sintonia rispetto all’insieme. E se passasse qualcuno, vedrebbe un quadro con tre figure dipinte.

 

«Ammetto che è assai difficile pervenire all’ascolto del silenzio assoluto» riprende Piero dopo una breve pausa di riflessione. «Ma per quel che mi riguarda, ammesso che ciò possa accadere, penso che finirei con l’addormentarmi. Voglio dire, insomma, che difficilmente resterei lucido fino a cogliere le tensioni dilanianti dell’anima che si spengono. Anche perché, sebbene la mia vita non sia stata un tripudio di gioie, tensioni del genere non mi pare che mi appartengano».

 

L’uomo resta a guardarlo sfoderando un sorriso che Piero trova gradevole e irritante nel medesimo tempo. È gradevole per l’intensa bonomia contenuta nello sguardo, ma irritante per la sensazione che lui sappia esibirlo a comando come in questo momento, notevolmente in ritardo rispetto al primo buongiorno ed in palese contrasto con questa specie di contraddittorio col quale hanno cominciato a parlare. Per dirla in maniera diversa, questo suo sorriso ha un che di compiaciuto e suona falso come se abbia concluso che è inutile spiegargli una cosa che non può capire. Piero rimane un po’ interdetto e sta per uscire dal quadro quando l’uomo, facendo mostra di una notevole capacità di percezione, e insinuando nella voce un tono più cordiale, lo previene.

«L’ho dunque così contrariata che va già via?».

«Vai già via?» gli fa eco la ragazza che, come in risposta ad un comando, apre gli occhi e si solleva su un fianco.

 

A questo punto Piero, come non capirlo, è attraversato dal pensiero di trovarsi al cospetto di due squinternati. Ma la ragazza ha un visino davvero delizioso.

«Se è così difficile ascoltare il silenzio» fa con l’aria di volersi scusare, «io, con la mia presenza, posso solo disturbare».

«Lascia che del silenzio se ne occupi lui» gli dice lei graziosa. «Io so solo che qui non viene mai nessuno per parlare».

«Si sieda e non faccia caso a prima» aggiunge l’uomo.

Arrivato a questo punto, facendo forza con le mani sui braccioli, si alza in piedi. Poi, come per scrollarsi di dosso un annoso torpore, si scuote e fa qualche passo verso il sole che incendia lo stradello, appena al di là della linea che separa l’ombra dalla luce. In realtà si allontana di pochi metri, ma Piero avverte subito il cambiamento prodotto dalla sua uscita di scena e si gira a guardare la ragazza.

«Perché la sedia a rotelle se può camminare?».

«Perché per camminare ci vuole vigore. E lui è corroso da un rimorso che non lo lascia vivere».

Squinternati magari no, pensa Piero, ma certo molto strani. E lei si mette a sedere sulla pietra per farsi più vicina.

«Questa sedia è come un segno visibile del suo male e lui vi si aggrappa, la usa e la esibisce per ricordare agli altri, e a se stesso, che è consunto dentro. A me non dice mai niente però tu, se gliene dai modo, se ci entri in confidenza, vedrai che te ne parla. Ti fermi molto?».

«Tutta l’estate. Sto qui da mia zia, in quella casa gialla» le risponde Piero accennando alla casa con la testa.

«Ma allora sei Piero, il nipote di Elisabetta!» fa lei balzando in piedi come se la cosa le facesse un immenso piacere.

«La conosci?».

«Se la conosco? Si può dire che passo più tempo con lei che con mio padre!».

«Questa è la verità» fa alle sue spalle l’uomo che intanto ritorna sui propri passi per affondare, quasi stremato, sulla sedia. «È l’amara verità» continua sconsolato. «Del resto, chi vorrebbe stare con un uomo simile?».

«Non dargli retta! Vuole farsi compatire! Io mi chiamo Silvia! Ti rivedo oggi?».

La ragazza, che in principio gli era sembrata una mummia, si mostra così felice dell’incontro che Piero non sa cosa dire.

«Oggi?».

«Nel pomeriggio, verso le cinque, veniamo sempre qui fuori a prendere il fresco, vero pà? Ma adesso dobbiamo rientrare».

«Walter Reggiani» scandisce l’uomo tendendo la mano, e questo è il commiato ed anche un invito a farsi rivedere.

 

Piero resta all’interno del quadro che lentamente si svuota e, all’improvviso, avverte un gelo che prima non c’era. Avverte la tensione che gli è rimasta impressa sulla mano dalla stretta dell’uomo. Avverte il suo timore d’essere lasciato solo. E resta a guardarlo mentre si allontana con Silvia dietro che spinge la carrozzella, segno visibile del suo male. Tutto perfettamente normale eppure irreale, solo questo riesce a pensare guardando, di nuovo in pieno sole, il pitosforo immenso, l’ombra e lo sfondo privo di figure. Irreale e rapido a dissolversi come quest’incontro di non più di cinque minuti che gli lascia, tuttavia, una stranissima sensazione nella mano, una mano che ha stretto centinaia di altre mani prima di ora, ma nessuna, come quella di Walter Reggiani, gli ha mai lasciato tanto freddo sulla pelle.

«Non mi ricordo bene. Otto o nove anni sono passati di sicuro» fa la zia Elisabetta che si smarrisce nel fare il conto, ma Piero, questi suoi vicini, non li ha mai incontrati.

«Quando vennero ad abitare nella villetta confinante» la zia sorride nel ricordare quel tempo, «Silvia era ancora una bambina. Non ci posso credere che prima di oggi non li abbia mai visti».

«Mi ha detto che ti frequenta come se questa fosse casa sua».

«Ed è vero. L’ho sempre tra i piedi. Si vede che la tua presenza le mette soggezione. Per questo evita di venire quando ci sei tu che giri per casa».

«A me non pare il tipo che si lascia intimidire».

«È cambiata. Ed inoltre in quest’ultimo anno è diventata proprio una signorina».

«E di lui cosa puoi dirmi? Sembra un uomo veramente provato dalla vita».

«Non ne so molto, ma deve avere un passato che gli rimorde. Anche Silvia non ne parla volentieri».

«Lei che fa? Non studia?».

«Ha preso un diploma, ma non chiedermi quale. Ora si limita a stare con suo padre, ma a volte ho la sensazione che sia una sorta di perversione. Pare che si diverta a mostrarsi leggera e dimentica del passato tanto più lui vi è invischiato e se ne rode».

«Forse lui ha qualche responsabilità nella scomparsa della madre?».

«Può darsi. Ma io mi faccio i fatti miei. E Silvia, anche se non sembra, resta chiusa come un riccio».

 

Tra i quadri dell’ultimo inverno, in mezzo a tante marine, c’è un ritratto della ragazza. Al mattino Piero l’ha appena notato. Torna a guardarlo, dopo mangiato, e trova che la zia, con notevole acume, ha colto il carattere saliente di quel viso: il sorriso, l’atteggiamento divertito sono solo aspetti esteriori. Lo sguardo appare spento e ciò che affiora sembra un’espressione adottata apposta per mimetizzarsi. Piero conosce l’abilità della zia, eppure lo sorprende una resa così penetrante dell’ambiguità di quel volto. Silvia è due donne in una. Ed il ritratto, come una radiografia, penetra dietro la pelle per arrestarsi nel chiuso dei suoi occhi. Rimane a lungo davanti al quadro senza cornice ed infine conclude che i diciotto, vent’anni al massimo, della ragazza sono troppo pochi per sostenere quel peso che le grava dentro. Silvia è molto più grande, probabilmente già disincantata, delusa della vita. Soltanto la sua pelle è rimasta pulita, ma si vede chiaramente che è solo epidermide stesa a ricoprire un tormento.

 

Alle cinque Piero torna a varcare la linea che separa la luce dall’ombra per ripararsi al fresco del pitosforo. Walter Reggiani è solo, sull’immancabile sedia a rotelle, e non pare troppo attento ad ascoltare il silenzio quanto, piuttosto, a sonnecchiare. Ma basta il fruscio dei suoi passi a fargli rialzare la testa per guardarsi intorno con aria smarrita.

«È solo?» gli chiede Piero piegandosi a stringergli la mano.

«Dev’essere scesa al mare. Ma ha lasciato il suo libro, vedrà che torna. Se vuole, la può raggiungere».

«Se non la disturbo, preferirei restare un po’ qui, al fresco» gli dice Piero scuotendo, senza farsi vedere, la sua mano destra per fugarne il gelo che v’è rimasto impresso.

«Non mi dica che preferisce la mia compagnia a quella di una bella ragazza».

«Non mi tenti, signor Reggiani. No, scherzo. Magari tra mezz’ora scendo anch'io».

«A lei piace parlare?».

«In genere sono più bravo ad ascoltare».

«Dote rara. Guardi mia figlia, per esempio. L’ho sempre intorno, ma mai che mi ascolti».

Sorride, e Piero lascia correre pensando che lo sguardo di Silvia non s’è spento per caso. Con un padre del genere, si dice, a chiunque verrebbe di chiudersi a riccio. Ad ogni modo quest’uomo, per le sensazioni che gli ha suscitato, e per il tormento condensato nel suo inconsueto strumento di locomozione, lo incuriosisce. Di più, proprio per l’ambiguità del sorriso che gli ha rivolto al mattino, gli suscita uno stranissimo desiderio di smascherarlo e, in definitiva, di conoscerlo meglio. E Walter Reggiani, probabilmente, non desidera altro. Aspetta soltanto che Piero si sieda in terra, al suo fianco, per cominciare un racconto che parte da molti anni addietro, dall’infanzia addirittura.

 

«Mi pare di capire che lei è un ragazzo discreto, tuttavia si sarà chiesto cosa può avermi ridotto in questo stato. Ci tengo a precisare che non sono malato, ma i miei quarantasei anni li ho vissuti ad un ritmo talmente esagerato, che ora mi sento consunto come se ne avessi cento. No, pensandoci bene, è improprio parlare di ritmo esagerato. È più giusto dire che ho vissuto in maniera distorta, fuori dai canoni consueti e accumulando, alla fine, un carico insostenibile di sensi di colpa».

Walter Reggiani parla piano guardando un punto indistinto davanti a sé, un sasso, una foglia o più probabilmente niente. La sua voce si ode appena e Piero comprende subito che lui gli fornisce solo un pretesto, non v’è alcun dubbio che il suo più urgente bisogno è proprio quello di parlare a se stesso.

«Andando indietro negli anni, mi accorgo che tutto è cominciato con la perdita di mio padre. Avevo tre anni in quel tempo e mi ritrovai a vivere, unico maschietto, con quattro donne che avevano la sventurata propensione di viziarmi fino all’inverosimile».


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