Anteprima

                     Nevjia

                                        Romanzo di attualità


La storia di Nevja...una storia di fantasia...fantasia che affonda le sue radici nella realtà...una realtà che abbiamo sempre sotto gli occhi...

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  Incontrai Nevja sulla piazzola di una stazione di servizio mentre percorrevo l’autostrada da Modena a Milano. Era tardi e pioveva forte quella sera. Io tornavo dall’aver trascorso le vacanze di Natale in casa di una mia cugina che vive a Carpi, una cugina che sento ogni due o tre mesi e che vedo una volta l’anno. Era il due di gennaio ed il traffico era intenso. Molti, proprio come me, facevano ritorno a casa dopo la fine delle feste.
     In quella circostanza potevo tirare dritto, specie vedendo il piazzale dell’autogrill gremito di auto in sosta. Oppure potevo semplicemente rifornire il serbatoio e riprendere la corsa sull’autostrada. In sostanza non avevo un’effettiva necessità di fermarmi. Tuttavia, pensando al quasi inevitabile ingorgo che avrei trovato più avanti, pensai che fosse opportuno effettuare una sosta. Ero stanco per le ore passate alla guida, ma non avevo una particolare fretta. A Milano non c’era nessuno che aspettasse il mio ritorno. Ed una capatina ai servizi igienici della stazione mi avrebbe affrancato dal bisogno di fermarmi più tardi.
     Lasciai l’auto in una zona buia e scoperta. Tutti i posti migliori erano occupati ed io per giunta non avevo l’ombrello. Calzai sulla testa il cappuccio del giaccone, tirai fin sotto il mento la chiusura lampo e di corsa attraversai il piazzale. C’era ressa davanti all’ingresso dei bagni, tra il bar-minimarket e l’officina. C’era ressa ed in più c’era un mare d’acqua sul pavimento nonostante il posto fosse riparato. A destra gli uomini, a sinistra le signore e l’androne comune era affollato. Tra la gente in attesa, per la prima volta la vidi. Bagnata anche lei, spaurita, stretta tra due dalla faccia chiusa, pareva una capinera scaraventata in quel posto dalla bufera.
     Avevo dieci anni quando mi capitò di raccogliere una capinera sbattuta dal vento sul davanzale. Un episodio vissuto con trepidazione in quel tempo, ma completamente dimenticato. Quella ragazza me lo fece ricordare. Ero ospite in casa della mia cugina di Carpi, in quel tempo ci vivevano anche i miei nonni, quando una sera di fine estate si scatenò un furibondo temporale. Con la faccia incollata ai vetri di una finestra, ammiravo estasiato la ragnatela di fulmini che incendiava la campagna. Il vento squassava gli alberi e le colture e spruzzava raffiche di pioggia sui vetri come fosse un idrante. In ginocchio su una sedia per vedere meglio, mi pareva di assistere ad uno scontro tra titani. La terra si difendeva come meglio poteva, ma le nuvole, per quel che capivo, avevano la meglio. Incalzavano, mugghiavano e sconvolgevano ogni cosa al loro passaggio. D’un tratto un oggetto piumoso fu scaraventato dal vento sui vetri, un oggetto piumoso che cadde riverso sul davanzale. Era un uccello che pareva stecchito, arruffato, spelato per le piume che aderivano al bagnato. Senza starci troppo a pensare, aprii e richiusi la finestra. Ma, con quel coso in mano, mi ritrovai bagnato nel suo stesso modo. Aveva un filino di sangue alla base del becco. Pensai che fosse morto e lo portai dal nonno.
     «È una capinera che non dovrebbe andarsene in giro con un tempo simile» mi disse quel vecchio che non ho mai rimpianto tanto quanto avrebbe meritato. «Ma non è morto. Mettilo al caldo e vedrai che si riprende».
     Sapevo come fare. In un angolo della soffitta, tra mille cianfrusaglie di nessun valore, c’era una vecchia gabbietta. Ve lo misi dentro e rimasi ad aspettare. Dopo mezz’ora sgambettava avanti e indietro come fosse ubriaco. Poi, man mano che gli tornavano le forze, prese a lisciarsi le piume con gesti convulsi, perfino rabbiosi, magari ce l’aveva con la pioggia, spalancando le ali e divaricando la coda. Lo tenni in quella gabbietta fino al mattino successivo. Ma non era il suo posto. Era nato libero e svolazzava impaurito quando mi avvicinavo. A quel punto decisi di portarlo fuori e lo feci volare. Ma ci rimasi male. Mi aspettavo perlomeno un’acrobazia oppure un gorgheggio di ringraziamento. Invece niente, sparì dietro il tetto e non si fece più vedere.
     Quella ragazza, a pochi passi da me, mi ricordava quel misero uccellino sbattuto dal vento sui vetri. Non aveva lo stesso filino di sangue perché sembrava che l’avesse versato già tutto. Difatti era pallidissima e vagamente frastornata, in più sembrava approdata in quel posto da un pianeta in cui non esistevano i bagni pubblici. Questo per il fatto che si guardava in giro senza raccapezzarsi, senza riconoscere niente. Pareva una disadattata, ma nel suo sguardo c’era autentica disperazione.
     A destra gli uomini, a sinistra le signore, ognuno fu risucchiato nel suo specifico ambiente e di lei avrei perso completamente le tracce se non l’avessi rivista in fila alla cassa del piccolo supermercato. Perché un’occhiata distratta la diamo a tutti, ma senza renderci conto che lo facciamo. Un’occhiata ce la scambiamo, esseri superficiali, almeno mille volte al giorno, ma solo per prenderci le misure, per controllare quanto spazio occupiamo, per non pestarci i piedi e per chiedere scusa quando ci urtiamo. Un’occhiata distratta la diamo a tutti, ma la seconda volta è diverso, non è accidentale. La seconda volta devi fare uno sforzo per ricordare dove hai già visto quel viso e quello sguardo. La seconda volta ti poni il problema di capirci qualcosa e quegli occhi erano troppo particolari per passare inosservati. La ragazza dei bagni, feci tra me ricollegando l’incontro precedente col suo viso. Era passata mezz’ora e tra di noi si erano interposte le immagini di almeno cento persone, eppure la riconobbi per come era smarrita, quasi rinserrata entro l’involucro di una strana paura.
     Stretta tra due dalla faccia chiusa, era dietro nella fila. Ma anche lei mi guardava, mi riconosceva, ero quello dei bagni. E si aggrappava al mio sguardo ogni volta in cui mi voltavo nella sua direzione. Era muta e atterrita, eppure gridava qualcosa. Ma non c’era più tempo, era il mio turno. La cassiera aspettava che dicessi qualcosa ed io pagai un giornale, una scatola di biscotti e due pacchetti di sigarette. Pagai ed uscii sotto una pioggia più intensa di quella che avevo lasciato. Di corsa attraversai il piazzale, mi liberai del giaccone e m’infilai nell’auto. Avviai il motore, attivai il tergicristallo e rimasi a guardare la pioggia che fendeva il cono di luce dei fanali. Stavo per partire, quando la vidi arrivare. Bagnata e trafelata, poté solo aggrapparsi alla maniglia della portiera.
     «Aiutami, ti prego!» gridava da fuori.
     Tolsi la sicura, lei aprì e in un lampo fu dentro.
     «Aiutami! Quelli mi uccidono!».
     Ero senza parole. Con la marcia ingranata e la frizione abbassata, non sapevo proprio cosa fare.
     «Partiamo! Partiamo! Se mi scoprono è la fine!».
     «Dove sei diretta?» riuscii a farfugliare.
     «Via di qua! Via di qua! Eccoli! Non farmi scoprire!».
     Ero troppo sorpreso per capirci qualcosa, neanche mi capacitavo di come fosse finita nella mia vettura, capivo solo che era terrorizzata. In quel momento vidi i due tipi dalla faccia chiusa sulla porta d’ingresso della stazione. Si erano affacciati e scrutavano il piazzale. Rannicchiata sul fondo della vettura, lei mi supplicava sconvolta.
     «Via di qua! Te ne prego, via di qua! Se mi scoprono è la fine!».
     «È successo qualcosa? Avete litigato?».
     Non sapevo cos’altro chiedere.
     «Non farmi scoprire! Non farmi scoprire!».
     I due uomini, incuranti della pioggia, già attraversavano il piazzale e guardavano sotto ogni vettura. In breve li avremmo avuti vicino. Lei tremava ed io non sapevo cosa fare. Però capivo che non c’era tempo per altre spiegazioni, magari me le avrebbe fornite dopo, in quel momento contava solo fuggire. Per cui sollevai il piede dalla frizione e lasciai che la vettura scivolasse dolcemente in avanti per lasciare il parcheggio. Manovravo piano per non attirare l’attenzione dei due che la cercavano e piano puntai verso l’uscita. Ma in quel momento non c’erano altre macchine in movimento e quella cosa li colse come un presentimento, i due tipi smisero di cercare e presero a correrci dietro gridando frasi minacciose. Li vedevo nello specchietto retrovisore, erano inferociti e correvano veloci. Svicolai tra le auto ferme in attesa davanti alle pompe del carburante, serpeggiai tra gli inservienti ed i clienti scesi a stirarsi le gambe e accelerai verso l’autostrada. Prima di tuffarmi nel fiume di auto che procedeva a rilento verso Milano, ebbi il tempo di vedere uno di quei segugi che tornava indietro ed apriva la portiera di un’auto in sosta. Era chiaro che non avevano nessuna intenzione di mollarci. Tempo venti secondi e si sarebbero lanciati al nostro inseguimento.
     Già elencavo mentalmente tutte le imprecazioni del mio repertorio. Già maledicevo la mia solita sfortuna che mi faceva incontrare una ragazza carina soltanto per cacciarmi nei guai. Già pensavo di risolvere quel fastidioso inconveniente scaricandola alla prima piazzola di sosta. Ma incrociai il suo sguardo al riverbero di qualche fanale, incrociai i suoi occhi disperati che parevano leggermi nel pensiero.
     «Al primo parcheggio che trovi, fammi scendere» mi disse con una voce che tremava di pianto. «Ma per adesso, te ne prego, fai in modo che non mi prendano!».
     «Perché scappi da loro? Cos’è successo?».
     «Te ne prego, per favore! Fai in modo che non mi prendano!».
     Non c’era nulla da fare. Qualsiasi fosse la ragione di quella fuga, contava soltanto la strada che riuscivamo a mettere tra noi ed i nostri inseguitori. Il traffico era intenso e le auto procedevano incolonnate e rallentate. Sulla corsia del sorpasso si avanzava ad un’andatura non troppo diversa da quella tenuta sulla corsia di marcia. Ma gli inseguitori ci stavano addosso e non ci perdevano d’occhio. Li avevo individuati, una ventina di macchine più indietro, per il loro nervoso zigzagare. Non c’era modo di batterli in velocità. In quella situazione era impossibile distanziarli. Dovevo escogitare qualcosa e dovevo farlo in fretta.
     I loro fari, spostandosi a tratti sulla corsia d’emergenza, si facevano più vicini ed io incalzavo inutilmente la colonna che mi stava davanti. Dovevo ideare qualcosa mentre, lo vedevo dai cartelli, si avvicinava l’uscita per Fidenza. Settecento metri, cinquecento, duecentocinquanta, li avevo quasi dietro. D’improvviso, senza mettere la freccia, svoltai per Fidenza tagliando la strada alle macchine che mi stavano dietro. Una manovra azzardata, una manovra che avevo sempre deplorato quando l’avevo vista compiere da altri. Sulla rampa d’uscita, li vidi arrestarsi più avanti ed ingranare la retromarcia. Presto ci sarebbero stati di nuovo dietro. Ma avevo un lieve vantaggio e lo dovevo sfruttare senza perdere nemmeno un secondo.
     Per fortuna al casello di Fidenza non c’era quasi nessuno. Pagai il pedaggio senza aspettare il resto. Poi via, per strade di campagna male illuminate e semivuote. Via, sotto una pioggia che il tergicristallo non era capace di smaltire. Via, per strade fiancheggiate da canneti gialli, campi brulli, pioppi spogli. Nei tratti più lunghi di rettilineo controllavo nello specchietto retrovisore, ma la curva arrivava prima che potessi scorgere i fanali dei nostri inseguitori. Probabilmente li avevo seminati e probabilmente neanch’io avrei saputo ritrovare la strada per tornare indietro. Forse mi avevano perso, ma non ero tranquillo. E continuavo a filare sulla strada a tratti allagata, filavo sollevando spruzzi degni di un fuoribordo, filavo e cambiavo direzione ad ogni incrocio. Filavo senza badare a dove andavo, tanto che sicuramente sono ripassato per gli stessi posti. Infatti per tre volte di seguito ho inquadrato coi fanali il portico di una cascina in tutto identico a quello inquadrato dieci minuti prima.
     Dopo tanto correre mi fermai nella rientranza di un capannone, spensi il motore e rimasi ad aspettare. Col buio finalmente, e col silenzio, la pioggia sul tetto parve farsi più lieve. Forse il frastuono che sentivo prima non veniva da fuori. Forse mi rombava nella testa. Forse lo dovevo alla stretta rabbiosa delle mani sul volante, al tremito delle gambe e al brivido che scuoteva la ragazza accovacciata sul pavimento. Col buio finalmente, e col silenzio, tornammo ad essere soltanto noi in quella vettura sfuggita alla caccia del nemico. Noi, estranei nonostante tutto, ma già complici e stranamente vicini.
     «Ci seguono ancora?» disse con una vocina che pareva timorosa di farsi sentire.
     «Forse ci hanno perso» risposi passando una mano sul parabrezza appannato. «Ma non ne sono sicuro. È meglio aspettare».
     «Ti ho messo nei guai?» chiese di nuovo dal pozzo in cui restava nascosta in fondo alla vettura.
     Che potevo dire? Che senza di lei sarei quasi arrivato a Milano? Che non sapevo neanche dove mi trovavo e che, soprattutto, ignoravo la natura del pericolo dal quale mi dovevo guardare? Era saltata al mio fianco e, senza darmi scelta, senza spiegarmene il motivo, mi aveva costretto a guidare come un pazzo. Ma l’apprensione che affiorava nella sua voce non ammetteva risposte di nessun tipo. Accesi una sigaretta, abbassai due dita di finestrino e mi misi a fumare. 
     Ogni tanto, sulla strada allagata dalla pioggia, s’avvicinava un fruscio, ogni tanto s’indovinava il riverbero di un fanale, ogni tanto s’udiva il singulto di un motore che poi svaniva e ci ripiombava nel silenzio irreale della notte. Giunto alla terza sigaretta, lei si alzò dal pavimento e si mise a sedere al mio fianco. Tremava, forse di paura, forse di freddo. Probabilmente anche lei, come me in quel momento, riviveva gli eventi della serata, la fuga concitata, la corsa affannosa per strade sconosciute e la calma straniante della notte che aveva inghiottito il nemico. Probabilmente anche lei, come me in quel momento, cercava le ragioni di una minaccia che pareva svanita non appena avevamo lasciato l’autostrada. Era passata un’ora e quella minaccia era come se non fosse mai esistita. La macchina degli inseguitori era svanita ed io aspettavo senza sapere quanto e cosa aspettare.
     «Mi chiamo Andrea» le dissi piano. «Mi dici il tuo nome?».
     «Ti chiami Andrea? Ma è un nome di donna».
     Suonava innaturale quel suo tono vagamente irriverente.
     «Posso chiamarti Andrè?».
     «Forse lo trovi più maschile? Ad ogni modo fai come vuoi».
     «Il mio nome è Nevjnja. Ma tutti mi chiamano Nevja».
     «Sei polacca o rumena o cosa?».
     «Sono nata a Ljevosa, vicino Blatec, in Macedonia».    
     «Addirittura!» esclamai non per dire che ne fossi sorpreso, ma per mascherare il fatto che neanche sapevo dove fosse la Macedonia.


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