Anteprima

Passaggio in Irlanda

di Bruno Sebastiani


    Ci sono forze più grandi di noi. Ci sono confini che non si lasciano oltrepassare finché restano confini. Ma si tratta solo di barriere artificiali erette dall’ostilità e dall’indifferenza. Ed improvvisamente ti accorgi che non hanno alcun significato.

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Un romanzo di guerriglia, anche interiore, sullo sfondo di una terra generosa 

ma anche crudele per come ti pone di fronte al tuo destino senza alternative...


Anteprima Passaggio in Irlanda

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    Il sergente Martens è appeso al telefono da un tempo infinito. Stranamente immobile e lievemente piegato in avanti per essere pronto a ricevere gli ordini. Stranamente irrigidito. Ma il telefono resta muto e lui non dà segni d’impazienza. Aspetta. E nella sua fissità c’è un’aria assurda e straniante. Questa scrivania, simile a tutte le scrivanie disseminate nelle stazioni di polizia, è straniante. E quei ciclostilati fissati con le puntine da disegno sulla parete, la lampada, le sedie, la macchina per scrivere che batte un colpo ogni quarto d’ora…

 

     Il silenzio nella stanza è assurdo e straniante. Un silenzio fisico e asfissiante come se l’aria fosse di gomma. Un’aria che occupa tutto lo spazio e si gonfia, si gonfia, si gonfia. Un’aria che si adatta agli oggetti e li avvolge e li soffoca. Me la sento addosso come una membrana di lattice sottile. Si impadronisce di ogni tratto di pelle libera. Penetra nelle pieghe e negli orifizi. La sento nelle orecchie, nel naso, nella gola. Il tumulto che mi romba ancora dentro s’accresce col silenzio che respiro in questa stanza.

 

     La macchina per scrivere procede a fatica. Incespica e si trascina su per la salita fino al campanellino del fine riga. L’agente che batte il verbale si ferma e fissa il foglio. Stranamente irrigidito come il sergente Martens, non comprende quel che ha scritto. Plot! Plot! Plot! Il cursore si scuote appena dal suo torpore. Ogni colpo gonfia l’aria espansa nella stanza. Plot! Plot! Plot! Una pressione insostenibile. Un silenzio che brucia la gola e gli occhi. Il tumulto che mi romba ancora dentro sembra capace di farmi scoppiare.

 

     Il sergente Martens non si stanca di aspettare. È appeso al telefono da un tempo spropositato. Lievemente piegato in avanti.

 

     «Pronto! Si, buonasera a lei, signore! Infatti! È qui! Davanti a me! Lockerby! Steve Lockerby! Si! Certo signore! Un rapporto dettagliato, certo! Non farlo allontanare, sotto custodia! Ho capito! Fino a domani non far trapelare…naturale! Ci avevo già pensato! D’accordo! A domani! Come dice? No, nessuna ferita! Stravolto! Spossato! Si! Avverto subito il dottore!».

 

     Il sergente Martens sembra sul punto di fare un inchino. Non capisco di cosa stia parlando. Forse la mia è una diversa percezione attutita dal tremore, dall’angoscia, dal tumulto che mi romba ancora dentro.

 

     «Bisogno di riposo, certo! Stato confusionale! Provvedo al più presto! Buonasera a lei, signore!».

 

     La scrivania si allunga e tutta la stanza è una fuga. La vedo da un binocolo capovolto. Una stanza piccolissima e deforme. Il sergente Martens lo distinguo appena.

     «Senta, Lockerby. Può telefonare alla sua famiglia se vuole. Ma per il momento, niente contatti con nessun altro. Uno o due giorni, giusto il tempo di effettuare le prime indagini. Domani saranno qui due ispettori dei Servizi Speciali».

     «Mi dovete trattenere?».

     «Lei è libero di andarsene. Ma non è in condizioni…ora chiamiamo un dottore. Si faccia una doccia e indossi dei panni puliti. Le faremo avere tutto quello che le occorre».

     «Mi dovete trattenere?».

     Il sergente Martens lo distinguo appena. E lo sento ancora meno.

     «Garyl! A che punto sei con quel rapporto? Datti da fare e chiama il dottore! Venga con me!».

 

     La sua mano si allunga dal fondo della stanza. È una molla che mi agguanta. Vorrei fuggire, ma resto inchiodato sulla sedia. Schiacciato da quest’aria di gomma che le poche frasi udite non hanno per nulla sgonfiato. Una pressione opprimente. Un silenzio lacerante più di una violenta esplosione. Vorrei fuggire, ma mi lascio condurre. Mi lascio accudire e spogliare dei miei panni laceri e infangati. Mi lascio denudare senza vergogna. Mi lascio scorrere addosso l’acqua della doccia…

 

     Avevo dimenticato quanto fosse piacevole questo delicato crepitio delle gocce in rapidissima successione, un crepitio come di tenera grandine sulla mia pelle nuda. Non ricordo nemmeno da quanto tempo non mi lavo. Lascio che l’acqua mi si rovesci sulla faccia come una pioggia beatifica. Sulle palme delle mani. Sulle braccia indolenzite. Scivolo sul fondo della doccia e mi lascio piovere addosso. Scivolo e mi lascio massaggiare da mille dita in forma di rigagnoli. Mi lascio cullare e forse mi addormento. Di sicuro mi addormento, perché apro gli occhi e sono un altro.

 

    Doccia poderosa e salutare. Sotto lo scroscio sono un masso alla base di una cascata. Sono un masso che si lascia scavare, modellare e smussare. E questa nuova forma sono io. Io infreddolito, nonostante il grande accappatoio che mi stringo addosso. Io che comincio a ricordare l’intera vicenda in ogni particolare. In questo bagno angusto ritrovo la memoria del tormento, del freddo patito, della fame, dello sconforto. Ritrovo la memoria di quelle cose che non avrei mai pensato di dover sopportare. Ritrovo la dimensione della paura, dell’abbrutimento e della miseria che mi hanno fatto desiderare di morire. Ritrovo l’esatta collocazione di me di fronte agli eventi che ho provato a rimuovere dalla coscienza perché in nessun altro modo avrei potuto sopravvivere.

 

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SALLY

 

 

 .................Sally la conobbi una sera in un locale del porto, un locale buio e maleodorante nel quale entravo sempre con aria riluttante. Ma quel locale era una specie di approdo per tutti noi che venivamo da fuori, dall’Inghilterra. Erano già cinque anni di fila che accettavo quelle trasferte di lavoro a Belfast. La norma prevedeva che la verifica e la messa a punto delle apparecchiature per il controllo della navigazione fossero in genere affidate ai nuovi assunti, a quelli che non lasciavano a casa una famiglia ed a quelli che avevano troppo bisogno dei soldi della trasferta per rifiutare. Io appartenevo alla seconda categoria, non ero sposato. Per cui, dopo cinque anni, si può dire che conoscessi tutto nei dockyard, i cantieri navali dislocati sulla riva sinistra del Lagan. In cinque anni avevo diretto squadre ogni volta diverse. Ma i posti da frequentare erano sempre gli stessi.

 

     Lungo il quay non c’era molto da scegliere, poche taverne che si facevano un merito nel sembrare peggiori di quel che erano. Malfamate e frequentate spesso da gente che coi cantieri non aveva nulla a che vedere, le taverne del left quay avevano una caratteristica in comune: là dentro non si parlava mai di lavoro. I tecnici della Conwoy che si erano avvicendati negli anni, le avevano elette a loro sede di rappresentanza. Loro avevano il solito problema di sentirsi tropo lontani da casa. E sembrava che Belfast fosse ancor più lontana del suo porto. Per questo non si allontanavano mai dalla banchine al termine del lavoro. Anche gli alloggi si trovavano appena fuori del recinto dei cantieri. In tal modo capitava che qualche squadra completasse il periodo della trasferta senza mai uscire dal porto e senza vedere nient’altro.

 

     Sally la conobbi una sera nella taverna di O’Sullivan. Scesi i cinque gradini che dalla porta sulla strada ti piombavano direttamente nel fumo del locale, ed in principio mi parve di essermi sbagliato. Donne se ne incontravano spesso. Donne di ogni altezza, di ogni stazza e di ogni colore. Donne scandinave, slave, orientali, donne sempre pronte a darsi da fare. Ma era la prima volta che mi capitava di vedere da O’Sullivan una ragazza come quella. Sembrava ritagliata direttamente da un quadro dell’anarchia. Pallida, emaciata, vestita completamente di nero e con una gran massa di capelli rossi sulla testa. Occupava un tavolo sul fondo insieme ad altri due tizi poco definibili. Sembravano studenti, scrittori o artisti impegnati.

 

     Seduti al banco, con le spalle al locale, c’erano quasi tutti i tecnici del mio gruppo. Mi sistemai in fondo alla fila, di fronte all’unico specchio dello scaffale che mostrava qualche chiazza di lucido tra le macchie brune. Ogni altro cristallo dietro le bottiglie pareva di legno per gli strati di sporco e nicotina accumulati negli anni.

 

     Da O’Sullivan, più che negli altri locali, capitava spesso di incontrare personaggi strani. Musicisti, pittori, tipi loschi, gente di ogni condizione. Anche facoltosi che avevano voglia di emozioni forti. Le taverne del porto, in quanto ad emozioni, non deludevano mai. E come capita spesso in circostanze del genere, l’oste ed i camerieri avevano imparato a conoscerli tutti. Sapevano ogni cosa di ognuno meglio che se avessero frequentato un pub di paese. Ed anch’io, sulla scia di quel che sapevano l’oste ed i camerieri, avevo imparato a conoscerli tutti. Ma quei tre seduti al tavolo più in ombra non li avevo mai visti. Però capivo che non erano turisti. Erano del luogo. Certamente irlandesi. Ma avevano qualcosa di estraneo all’ambiente peggio che se fossero sbarcati nel pomeriggio da una nave proveniente da Singapore.

 

     Seduto davanti all’unico frammento di specchio dell’immenso scaffale, non riuscivo a staccare gli occhi da loro. Dalla ragazza soprattutto. Curvi sul tavolo tondo per essere più vicini, parlavano fitto e non si curavano di nessuno. Non si zittivano un istante e non alzavano mai la faccia per dare un’occhiata in giro. Per un pezzo rimasi ad osservarli. Tre giovani distinti, coi tratti del viso regolari. Ma assai inquieti. Addirittura irritati in qualche momento per degli scatti che riuscivano comunque a controllare. Sembrava che stessero litigando. Ma nel vocio del locale non coglievo da quel tavolo nessuna parola.

 

     Seduto davanti allo specchio come fosse uno schermo televisivo, provavo lo strano impulso di alzare il volume per intendere il senso della loro discussione. E risi tra me. In genere sono un tipo discreto, ma quella sera mi pareva che tutto fosse solo noia e apatia. C’era qualche ora di vuoto prima di andare a dormire e le chiacchiere dei compagni le conoscevo a memoria. Per un po’ fui coinvolto dalla solita sceneggiata su chi era di turno a pagare. Che poi finiva sempre che ognuno pagava per quel che aveva bevuto. Ma il gioco di scovare ogni volta il generoso di turno era una specie di teatrino, una recita, un modo di celiare. Soprattutto, un sistema per scovare nel mucchio chi avesse realmente una ragione per offrire. Compleanni, anniversari, date importanti, tutto andava bene per estorcere un’altra bicchierata. Alla fine toccò a Parrish che il giorno prima aveva fatto tredici anni da quando era stato assunto alla Conwoy. Strano che solo il giorno dopo lo avessero scoperto.

 

     In ogni caso, io non bevevo mai più di un bicchierino. Il whisky di O’Sullivan aveva sempre un sapore aspro e graffiante. Mai caldo e vellutato come la marca delle bottiglie lasciava sperare. Mai più di un bicchierino. Infatti da O’Sullivan raramente mi fermavo più di mezz’ora. Stavo per salutare, quando incrociai lo sguardo della rossa riflessa nello specchio. Era sola. Non avevo visto i suoi compagni andar via. Certamente erano usciti, c’erano delle monete sul tavolo. E nel bicchiere della ragazza galleggiava la schiuma della sua birra riscaldata. Guardava nella mia direzione, ma era assorta. Pallidissima nell’ombra fumosa del locale e talmente immobile da sembrare finta. Una porcellana, al più un manichino abbandonato nell’angolo buio per non dare nell’occhio.

     Fissandola attraverso lo specchio ambrato, quella ragazza perdeva la consistenza del suo corpo. Tra le bottiglie era solo un’illustrazione, una stampa antica, una fotografia. La guardavo come si può guardare un quadro, un foglio di calendario, una foto di giornale. D’un tratto alzò gli occhi e per un istante ci fissammo. Subito distolsi lo sguardo. Guardai altrove. Guardai il bancone e la fila dei compagni. Guardai l’oste che spillava altra birra. Ma sentivo gli occhi suoi addosso. Ed appena, come per caso, guardai di nuovo verso lo specchio ossidato, la vidi girarsi per non incrociare il mio sguardo. Un gioco a rincorrerci ed a fuggirci che ripetemmo varie volte. Un gioco intrigante per una strana attrazione che si era subito stabilita tra noi, senza che nessuno volesse darlo a vedere.

 

     Forse entrambi avevamo qualcosa di diverso cui pensare. Quasi le sette. Decisi di uscire, ma non prima di averle dato un’ultima occhiata. La fissai. Anche lei alzò gli occhi su di me e ad un tratto il gioco era finito. Mi sforzai di non cedere ed anche lei s’impose di non abbassare lo sguardo. Il gioco era finito. Non c’era più modo di fare marcia indietro. Una strana situazione, non più lunga di qualche secondo, che mi procurava una piacevole sensazione. Sorrisi e, sempre attraverso lo specchio, le feci un cenno di saluto col bicchierino vuoto che avevo davanti. Rispose al saluto e non finse di non aver capito. Continuò a guardarmi. Forse era troppa la curiosità. Mi voltai e, senza parlare, le chiesi se aveva voglia di bere. M’indicò la sua birra come per dire che ne aveva abbastanza. Non mi risolvevo a scendere dallo sgabello e lei non faceva niente per incoraggiarmi. Però non si sottraeva. Mi guardava con l’aria di chi aspetta di vedere come va a finire. Mi venne in mente che avevo ancora una possibilità. Cavai dalla tasca un pacchetto di sigarette e di nuovo la interrogai con lo sguardo. A quel punto rise di cuore. Chissà, forse la mia aria era davvero buffa. Mi avvicinai e, sempre senza parlare, cavai due sigarette e per un poco fumammo. Aveva l’aria compiaciuta per qualcosa che non capivo.

 

     Avevamo cominciato coi gesti e coi gesti continuammo anche fuori del locale. Si alzò sul collo il bavero del lungo mantello e incassò la testa nelle spalle per significare che sentiva freddo. Mi stropicciai le mani per dire la stessa cosa. Ed iniziammo a passeggiare nella pioviggine che scendeva insieme alla notte. La luce dei lampioni si sminuzzava in mille scaglie lucenti sul lastricato bagnato. Una luce giallastra che sapeva di zolfo come il sentore che alitava la corrente del Lagan tra i chiattoni ancorati. Un sentore che neanche il vento più irruento aveva mai disperso. Un sentore imprigionato nei cementi del bastione, nelle travi dei paranchi e nei containers ammassati in quel luogo da sempre destinati a funzionare da rimesse, officine, ripostigli. Un sentore che era parte integrante dei cantieri, inconfondibile, una sorta di marchio di fabbrica.

 

     Ed il gioco dei gesti, come il gioco degli sguardi, ad un tratto non fu più sufficiente.

     «Sei sicura di volere andare ancora avanti?».

     «Non mi ero mai addentrata fino a questo punto. Cosa c’è là in fondo?».

     «Capannoni e solo capannoni per un buon chilometro ancora. E dietro quelli, c’è la grande darsena dei cantieri. Ma parli dunque?».

     «Anche tu? E pensare che ti credevo muto!».

     «Magari hai anche un nome».

     Dopo mezz’ora eravamo amici.

 

     Alzo gli occhi alla finestrella strombata per vedere se nevica ancora. Da fuori penetra una luce opaca, inconsistente. È un grigiore illividito che non lascia sperare in nulla di migliore. Chiudo gli occhi e la cella di questa stazione scivola nelle spire di un ghiacciaio che scorre a capofitto verso un mare glaciale. Spire su spire di gelo e deserto, e forse l’intero paese di Hamilton verrà sepolto. Non capisco da dove mi viene questo senso di freddo e di niente. Mi avvolgo nella coperta che non riesce a scaldarmi. E questa febbre? Forse è una reazione al patimento dei mesi passati. È una reazione allo stremo con cui ho attraversato pianori innevati e boschi.    

 

     Disteso sulla brandina, mi sento ancora fluttuare come ieri nella stanza del sergente Martens. Ed anche i ricordi riaffiorano a tratti come bolle di gas in un mare del pleistocene. Bolle di corpi in combustione o in putrefazione. Ricordi pesanti e mare denso. Ricordi spesso risospinti a rollare sul fondo. Sento la febbre che mi assale.


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