Anteprima

Un cane di nome Pegaso

di Bruno Sebastiani


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 Come ogni sera anche stasera, col progressivo annerarsi del cielo per l’incalzare della notte, l’uomo lascia la città e scende lungo il greto del fiume. Il cane gli va dietro un po’ perché conosce la prassi e un po’ perché non saprebbe dove altro andare. Neanche ricorda più bene in quale modo s’è lasciato convincere, al punto che s’è accodato a quest’uomo che non possiede nemmeno una casa in cui ripararsi. È facile che non comprenda appieno il senso con cui l’uomo si definisce un senzatetto, accezione più riguardosa per dire barbone, ma il risultato lo capisce e non è che sia tale da farlo andare in estasi. In sostanza che piova, che nevichi o ci sia bel tempo si dorme all’aperto.

 

     Ci preme precisare che non è che l’uomo sia un patito del dormire all’aperto, ve ne sono alcuni che ne fanno uno stile di vita. Il nostro uomo invece ne farebbe volentieri a meno, specie ora che siamo ai primi di dicembre ed il freddo si fa sentire. Lui una casa non ce l’ha, però, se potesse, passerebbe di buon grado la notte sotto i portici o nel vano di un portone, luoghi scomodi sotto tutti i punti di vista, ma senz’altro più riparati del greto del fiume. Tuttavia, da quando alcuni giovinastri, forse un tantino brilli o forse solo imbecilli, lo presero a male parole e lo molestarono fino a incendiargli i due pezzi di cartone che aveva rimediato per coprirsi, lui ha paura di passare la notte in città, preferisce dileguarsi. Di giorno non ci sono problemi, con tutto che sia dura rimediare ogni volta qualcosa da mettere sotto i denti per sé e per il suo cane, di giorno nessuno sarebbe tanto carogna da importunarlo. Ma di notte, per esserci già passato, ha troppa paura di fare brutti incontri.

 

     Visto come vanno le cose, verrebbe da pensare che di notte solo i tipi meno raccomandabili escano di casa. Persino i poliziotti, parliamo dei mai troppo apprezzati tutori dell’ordine che girano con fare solerte a bordo delle loro volanti, di notte sono i meno raccomandabili. Difatti non è raro che proprio loro, i poliziotti, prendano di petto qualche senzatetto, o se vogliamo barbone, e gli dicano che lì non può stare, vada a buttare il suo mucchio di stracci da un’altra parte. E mai che corroborino l’esortazione con l’indicazione del posto in cui potrebbe stare. Di notte capita a volte che ai poliziotti gli prenda così, se non hanno niente da fare se la prendono con qualcuno su cui gli viene facile esercitare il loro potere, anche per mantenersi in allenamento. Difatti anche fare la voce grossa non è cosa che si possa improvvisare, occorre una certa pratica, serve uno specifico addestramento. 

 

     Stante questa situazione, il nostro uomo neanche si sofferma a pensarci, ogni sera, non appena comincia a fare buio, scende lungo il greto del fiume ed il cane gli va dietro. 

     Il greto del fiume è un luogo che più inospitale non si può trovare. Il terreno è sassoso, sconnesso e disseminato di mille carabattole, bottiglie, barattoli, buste di plastica, mucchi di calcinacci ed altro che non serve precisare. È chiaro che molti rifiuti li porta il fiume e molti altri li buttano dall’argine, ma la sostanza non cambia, nel senso che il greto è un deposito di scarti, degno emblema di questa civiltà del degrado. Però l’uomo conosce il posto, del resto è da parecchio che lo frequenta, e sa dell’esistenza di un tronco messo di traverso, un tronco grosso e liscio simile ad una colonna di marmo presso cui ogni volta s’accampa per passare la notte. 

 

     Difatti, per quanto non si veda quasi niente, l’uomo procede come se avesse una bussola badando di mantenere una rotta parallela al corso del fiume. Inciampa ogni tanto, barcolla, però va avanti ed infine trova quella che si potrebbe definire una sua pertinenza personale. Il tronco sta lì, nessuno lo ha spostato, v’è pure il focolare che lui stesso ha provveduto a realizzare con delle pietre messe in circolo. Di legna per accendere il fuoco ve n’è quanta se ne vuole, basta cercare intorno e si trovano rami, sterpaglie ed anche pezzi di tavola lasciati sul greto da qualche piena del fiume. L’uomo, con fare stanco, si sfila dalla spalla la sua voluminosa bisaccia e prende a trafficare per accendere il fuoco. Nel frattempo il cane, che conosce a memoria l’intera procedura, passa in rassegna il territorio circostante alla ricerca delle tracce dei suoi precedenti passaggi.

 

     Sono già due anni che questo cane e questo uomo stanno insieme, anche se è ben difficile che il cane abbia un’idea del tempo che è passato da quando l’uomo gli si rivolse con tono sorprendentemente garbato invitandolo a seguirlo. In effetti il cane neanche saprebbe dire a quanto assommano gli anni suoi, e qualcosa ci dice che nemmeno il senzatetto che lo ha adottato saprebbe dire qualcosa di preciso in merito ai suoi di anni. Capita a volte che gli uomini, specie quelli che vivono ai margini del consesso civile, smettano di tenere il conto degli anni che passano. E se capita agli uomini figuriamoci ai cani, difatti il nostro non saprebbe dire che età ha e nemmeno ha conservato una precisa memoria di sé nell’età infantile quando, ancora innamorato di sua madre, d’un tratto ne fu strappato. Di sé potrebbe solo dire che ha sempre penato e non è che ora se la passi meglio. Ad ogni buon conto, da quando è in compagnia di quest’uomo, qualcosa da mettere sotto i denti la rimedia sempre.

 

     In effetti quest’uomo, non si capisce come, si direbbe che abbia le tasche tanto capienti che, sol che cerchi, trova sempre qualcosa da fargli rosicchiare. È pur vero che la roba che rosicchia non sempre è di suo gusto tanto da fargli fare salti di gioia. È facile che si debba accontentare di un pezzo di pane raffermo, una crosta di formaggio muffito, una salsiccia secca e dura come legno. Però, di qualsiasi cosa si tratti, è sempre meglio di quando cercava giornate intere contentandosi alla fine di lappare una carta oleosa, una di quelle carte utilizzate per avvolgere un pezzo di pizza oppure un panino. Della pizza o del panino era ben difficile che trovasse qualche traccia, però trovava l’odore e l’unto, al più trovava qualche briciola. Ed erano più le volte in cui era costretto a farsi bastare quelle misere cose che quelle in cui poteva ritenersi ragionevolmente sazio.

 

     Per inquadrare meglio questo cane dobbiamo dire che è maschio, di taglia media e con un manto riccio di colore incerto, un colore in cui predomina il marrone ed il nero, ma con vistose zone bianche, specie sul muso e sulle zampe. Orbene questo cane, era giusto due anni addietro, un giorno era tutto preso ad annusare i contorni di un tombino alla ricerca di chissà cosa, quando si sentì apostrofare da un tizio tanto male in arnese che veniva spontaneo ai passanti aggirarlo facendo mostra di non saperlo vedere.

 

     «Ma guarda che bel cane» gli fece. «Cos’è, hai perduto qualcosa, magari le chiavi di casa ti sono finite nel tombino? Ma no, altro che chiavi, io lo so cosa cerchi, tu hai fame e non credo di sbagliarmi. Te lo leggo negli occhi che tu stai cercando qualcosa da mangiare».

     In verità il cane lo guardava quel tanto che gli serviva per capire se fosse pericoloso, abituato com’era a ricevere pedate anche laddove non v’era motivo perché gliele rifilassero. Però il tizio male in arnese, dettaglio che il cane non poteva capire, non pareva intenzionato a tirargli una zampata. Anzi, ispido di capelli e con la barba incolta, per non parlare di quanto fosse incolto il suo abbigliamento, pareva animato dalle migliori intenzioni. Aveva un’enorme bisaccia che gli pendeva dalla spalla destra, cosa che lo costrinse ad una curiosa contorsione per cercare nella tasca destra del suo bisunto cappottone. Ne cavò un pezzo di carta che prese a srotolare con la stessa attenzione che ci avrebbe messo se vi fossero state delle gemme preziose, non sia mai cadessero nel tombino. Difatti se non erano gemme vi somigliavano molto per il fatto che erano croste di parmigiano.

     «Che ne dici se facciamo a metà?» gli disse chinandosi per fargli annusare il tesoro.

     Il cane annusò il parmigiano, poi tornò a guardare l’uomo per cercare di capirne le intenzioni. E nel guardarlo, i suoi occhi erano tanto umidi e profondi, tanto dolci e supplichevoli, che avrebbero intenerito satanasso.

     «M’era sembrato che avessi fame, ma non avevo capito che ne avessi così tanta. Da quant’è che non mangi?».

     Il cane non sapeva cosa dire. Se pure l’avesse saputo, come dirlo? E dunque taceva, però non riusciva a staccare gli occhi da quell’involto che l’uomo, con una naturalezza sconcertante, posò in terra vicino al suo muso.

     «Sei un caso disperato. Pensavo di dartene metà, ma non mi regge il cuore di privarti della mia parte».

     Ma che…davvero lo posso mangiare? pareva chiedere il cane allungando il muso verso l’involto col parmigiano senza smettere di guardare l’uomo come se non potesse credere a tanta bontà. Stava là incerto, come se temesse uno scappellotto non appena avesse sfiorato il prodigioso cibo.

     «Mangia con calma, non t’ingozzare, nessuno ti corre dietro. E non ti stare a preoccupare se io resto senza».

     Il cane non se lo fece ripetere e dieci secondi dopo il parmigiano era sparito, questo a riprova che ce n’era davvero poco. Ma, per poco che fosse, questa cosa vale anche per gli uomini, più della quantità contava il gesto. E quel gesto di puro altruismo gli fece abbassare le difese. Lappata per bene la carta, il cane prese a lappare la mano che gliel’aveva offerta e quello fu l’inizio di qualcosa che si potrebbe definire amore a prima vista.

     «Sei solo, vero? Vedo che non hai un collare e questo vuol dire che non hai un padrone. Non te ne devi vergognare, un padrone non l’ho neanche io, cosa che ha i suoi vantaggi ed i suoi svantaggi. Difatti come te, anch’io sono solo. Se la cosa non disturba i tuoi piani, puoi seguirmi, così in due ci faremo compagnia».

     Ciò detto, l’uomo male in arnese tirò su la sua bisaccia e riprese a camminare. Il cane rimase per un po’ a pensarci, poi gli andò dietro dicendosi che, nella peggiore delle ipotesi, l’uomo se ne sarebbe stancato e l’avrebbe allontanato. Non c’era bisogno di una pedata, se gli avesse detto sciò avrebbe capito. Ed invece, sorpresa delle sorprese, l’uomo pareva contento che lo seguisse. In effetti non aveva capito un bel niente di quello che gli aveva detto, che era solo come lui e che insieme potevano farsi compagnia, però vedeva che di tanto in tanto si voltava e lo incoraggiava a seguirlo. Dopo un pezzo l’uomo si fermò e lo guardò con attenzione.

 

     «Per ben cominciare ci dobbiamo presentare» gli disse con una certa gravità nella voce. «Io mi chiamo Costantino e tu, dal momento che sei un randagio, immagino che neanche ti ricordi come ti chiami. Ma già, che ti sto a dire, è più facile che tu neanche ce l’abbia un nome. Occorre rimediare e se a te sta bene ti chiamerò Pegaso».

     Il cane, chissà come, avvertiva che quello era un momento solenne. Quell’uomo sbucato dal nulla e che rispondeva al nome di Costantino stava provvedendo a sanare, senza che glielo avesse chiesto, la sua più rilevante mancanza. Difatti, da anonimo che era, già si ritrovava un nome, Pegaso. Il nome non gli diceva granché, gli pareva troppo pretenzioso, non gli era mai capitato di sentire un padrone chiamare il suo cane in quel modo. Buk, Rex, Fiocco, Fido, se Costantino fosse stato più accorto gli avrebbe dato un nome più usuale, più da cane. Però lì, proprio per ben cominciare, sarebbe stato scorretto farglielo rimarcare. Dopo aver così riflettuto, anche per far capire che apprezzava i suoi sforzi, si mise seduto e per far meglio lasciò spenzolare la lingua.

     «Tu neanche sai chi era Pegaso, vero? Pegaso era un cavallo. Però attenzione, non si trattava di un cavallo qualsiasi perché aveva le ali. Sì, hai capito bene, Pegaso poteva volare. So bene che tu sei solo un cane e nemmeno se ti allenassi con disciplina e accanimento potresti mai volare, ma sognare non costa».

     Ciò detto l’uomo riprese a camminare e Pegaso prese a trotterellargli dietro rimuginando su quella cosa del cavallo che poteva volare. Ancora adesso di tanto in tanto ci pensa ed ogni volta si convince d’aver frainteso tutto, chissà cosa aveva intenzione di dirgli quel giorno e chissà per quale motivo gli parve di capire che l’uomo che aveva detto di chiamarsi Costantino gli parlasse di un cavallo che poteva volare. Magari si trattava di una metafora, cosa che il cane ha difficoltà a penetrare. Per dirla tutta questo cane, senza che ciò suoni come un appunto alla sua cultura, neanche sa cosa sia una metafora. 

     Ad ogni modo da quel giorno, erano giusto due anni addietro, si porta appresso questo nome: Pegaso. E si salva solo per il fatto che solo accidentalmente Costantino gli si rivolge chiamandolo col nome che lui stesso gli ha dato. Per la strada o sotto i portici, Costantino se la cava dicendogli: forza bello, non ti fermare. Oppure gli dice: diavolo d’un cane, smetti di fissare quella cagnetta sull’altro lato della strada, non è roba per te. Per strano che possa sembrare, Costantino lo chiama col nome che lui stesso gli ha dato solo nei momenti d’intimità, quando gli parla come fosse una persona, quando gli dice cose che nemmeno una persona potrebbe capire e che Pegaso invece fa mostra di capire.

 

 

***

 

 

     Spuntano le prime stelle in cielo, un cielo terso e traslucido come seta. Ciò lascia capire che sarà una notte gelida, una di quelle notti in cui il poco calore del giorno se ne vola via col passare delle ore e prima dell’alba sarà tutto ghiacciato. Pegaso già c’è passato e sa che domattina, dovunque si volterà a guardare, vedrà solo il bianco della brina sopra tutte le cose. I sassi del greto, gli arbusti, le erbe intristite dal gelo, le bottiglie, i barattoli, tutto domattina apparirà come rimesso a nuovo dal sottile strato di ghiaccio che, a vederlo da vicino, assume forme prodigiose, aghetti, infiorescenze, ricami sottilissimi.

     Indubbiamente quello della brina è uno spettacolo insolito, uno spettacolo che merita di essere visto, ma sentirselo addosso produce una sensazione incresciosa che è tutto il contrario dell’ammirazione. Le cose vanno bene quando Costantino, durante la notte, si ricorda di alimentare il fuoco, uno o due legni ogni tanto, giusto per conservare quel poco di calore presso cui è più gradevole dormire. Ma capita a volte che il pover’uomo precipiti nel pozzo profondo del suo sonno con la stessa pesantezza di un masso. In quei casi il fuoco langue, arde stentatamente per una o due ore, poi soccombe. Ed allora ci si risveglia come guadagnando la superficie di un ghiacciaio in cui si sia precipitati la sera prima. Quando ci si risveglia, tanto i vestiti dell’uomo quanto la pelliccia del cane sono duri come corazze, dure sono le giunture, le articolazioni e pure le palpebre si direbbero incollate sugli occhi, per sollevarle ci vuole la mano di Dio.

     Quando Costantino non si prende cura del fuoco, dormire all’aperto più che al giusto riposo somiglia ad una punizione. E quella di stanotte si sta rivelando una tremenda punizione, vai a capire quali mancanze hanno commesso. Raggomitolato ai piedi del suo padrone, Pegaso trema, rabbrividisce ed ogni tanto ha un sussulto. Ma la sua mentalità di cane mai lo porta a domandarsi per quale motivo insiste a tenersi questo padrone ch’è sguarnito di tutto. Forse non ha nemmeno una chiara coscienza che al mondo vi sono cani più fortunati cui è concesso dormire nella confortevolezza di una casa oppure, nei casi più disperati, nell’asciutto protettivo di una cuccia di legno sistemata in giardino o sul balcone. 

     Se Pegaso fosse più scaltro, tanto da farsi venire qualche dubbio sull’affidabilità di questo bizzarro padrone che un giorno se l’è accaparrato con poche croste di parmigiano, probabilmente lo pianterebbe lì, nei pressi del tronco messo di traverso sul greto del fiume, e si metterebbe in cerca di un nuovo padrone. C’è però da dire che, pur senza le ali del più blasonato antenato, è un cane fedele. Magari questa cosa si può tradurre col fatto che non è tanto scaltro. Ad ogni modo, senza metterci a sottilizzare sul suo grado di scaltrezza, col tempo si è affezionato a questo bizzarro padrone. È vero che lo costringe ad una vita grama, la stessa vita grama che conduce lui, ma mai e poi mai lo potrebbe abbandonare. 

     C’è inoltre da considerare che, nella sua precedente condizione di randagio, mai nessuno aveva fatto mostra di volerlo adottare. Per quanto, in onore alla sua razza, guardasse tutti coi suoi occhi profondi e buoni, per quanto supplicasse a volte con la lingua penzoloni, per quanto provasse a intenerire con l’umido dello sguardo ch’era un chiaro rimando al pianto della sua anima, mai che qualcuno si intenerisse. Il massimo ritorno di solidarietà, lo ricorda bene, gli è venuto dai bambini, non tutti, certi era meglio perderli che trovarli. Però alcuni bambini, quelli più piccoli, quelli più innocenti e per ciò stesso più sensibili al suo patire, è capitato a volte che si spingessero tanto avanti da tirargli un pezzo della loro merendina. Il resto del genere umano, se non lo ha preso a pedate, ha lasciato semplicemente che lui continuasse per la sua strada, pacche d’affetto poche, cibo ancora meno, indifferenza tanta.

     Considerando tutte queste cose, vediamo Pegaso che sospira con fare rassegnato e si tira più che può le zampe sul muso nella speranza che Costantino si desti e riattizzi il fuoco. Ma la notte finisce, il cielo scolora e Costantino si trova ancora nell’identica scomoda posizione che ha assunto ieri sera quando, dopo aver acceso il fuoco, s’è allungato in terra su un fianco, s’è tirato sulla testa il bavero del suo cappottone e s’è messo a dormire. È davvero strano che dorma così a lungo. È ancora più strano che non avverta il gelo, un gelo così pungente che ormai gli dev’essere penetrato fin nelle ossa.

     Le stelle sono svanite da un pezzo ed il cielo si fa sempre più chiaro verso oriente. Chi c’è passato sa perfettamente che questo è il momento in cui la gelata si fa più intensa. Si direbbe che pure il mormorio del fiume, in questo momento che si trova in bilico tra la notte appena passata ed il giorno che sta per venire, perda la sua consueta intonazione pervasa di poesia. In questo momento si direbbe che l’acqua scivoli a valle con una certa ruvidezza, si direbbe più grumosa come se fosse prossima a diventare ghiaccio. 

     Il cane, accucciato ai piedi del suo padrone, è attraversato da tremori a intervalli sempre più ravvicinati e di tanto in tanto si lascia scappare un gemito. Può darsi che stia sognando e nel sogno stia dando la pariglia ad uno dei tanti gatti che, nella zona delle ville, sempre si mostrano sul muro di cinta col pelo dritto e la coda gonfia. Può darsi che nel sogno, per una volta almeno, stia mettendo in fuga uno di questi boriosi che ogni volta, con sua tremenda vergogna, si mostrano e lo mettono in soggezione. Può anche darsi che non stia sognando nulla di tutto questo. Tra l’altro neanche sappiamo se i cani sognano e loro, poveretti, mai che possano dire qualcosa di esaustivo al riguardo. C’è solo che, vederli scuotersi e sentirli uggiolare nel sonno, ce li fa immaginare alle prese con qualche esperienza onirica comparabile a quelle che sperimentano gli uomini. Ad ogni modo non è dato sapere se, come sembra che facciano gli uomini, anche i cani ricorrano al sogno per esprimere i loro desideri più repressi, quelli che perfino da svegli avrebbero difficoltà a riconoscere, quelli che, anche riconoscendoli, avrebbero vergogna a confessare.

     Di qualsiasi cosa si tratti, è anche lecito supporre che l’attività onirica dei cani sia limitata alle esperienze o ai bisogni più grossolani, niente a che vedere coi desideri repressi, quelli inconfessabili. Può darsi che c’entri solo il cibo da sgranocchiare, può darsi che c’entri il senso di protezione che può dare un padrone affettuoso, può darsi che c’entri solo il bisogno che s’avverte più immediato, nella fattispecie un fuoco per contrastare il gelo di questa mattina di dicembre, un gelo per il quale s’invidiano gli orsi che, come viene la stagione fredda, cadono in letargo.

     Dopo tanto tremare, ad un tratto il cane si scuote ed alza il muso per guardarsi intorno. Non è facile capire cos’è che gli sarebbe piaciuto vedere, però appare evidente che quel che vede non è tale da fargli fare salti di gioia. A parte il gelo che c’è intorno, vede che il suo padrone è ancora lì, nell’identica posizione che aveva ieri sera, steso su un fianco sul duro del greto. Non s’è mosso dunque, ma in più appare rigido come il tronco su cui ha disposto la sua bisaccia. 

     Per la verità, fin dalla prima volta in cui lo vide lo giudicò male in arnese. Ed in questi due anni di convivenza mai che sia migliorato, ha continuato a vederlo male in arnese. Ma oggi, non saprebbe come dirlo, gli appare più male in arnese del solito. Tra l’altro è anche difficile indovinare quanti anni può avere. Con questo non vogliamo dire che Pegaso ci stia pensando, però, non saprebbe come dirlo, prova la sensazione che in questa sola notte si sia fatto più vecchio di cent’anni. Le guance, ora che le guarda meglio, si direbbero sgonfie. La barba è la stessa di ieri sera, ma si direbbe più rasposa per le incrostazioni di ghiaccio che la rendono vitrea. Anche la fronte, mai troppo spaziosa, ora si direbbe rientrata e lo stesso si può dire per le labbra che, lisce e nere come piume di corvo, sembrano sul punto di scomparire.

     Pegaso guarda senza capire ed intanto prende ad annusare i dintorni come per familiarizzare col posto che in realtà è sempre lo stesso, ma che oggi trova stranamente diverso. Tra le pietre messe in circolo vi sono dei legni carbonizzati che odorano di vecchiume. E Costantino, ora che lo annusa meglio, s’avvede che non sa di niente. Si potrebbe pensare che lo stesso ghiaccio che ricopre ogni cosa abbia asfissiato il suo effluvio naturale. E pensare che fino a ieri il suo padrone lo poteva riconoscere tra mille anche ad occhi bendati per il suo particolare sentore, noi diremmo fetore, ma i cani sono meno schifiltosi degli uomini. Ora invece, cosa che Pegaso non si sa spiegare, quel sentore è svanito. E quello che fino a ieri era un uomo ora, fa strano dirlo, è solo una forma curiosamente modellata per sembrare un uomo. Nella sostanza è solo materia inerte, materia che se fosse estate puzzerebbe mentre ora è congelata.

     Giunto a questo punto, Pegaso si allontana alla ricerca di un albero contro cui sollevare una zampa, operazione che in genere occorre replicare sollevando la zampa contro diversi alberi. Quindi ritorna annusando meticolosamente tutte le asperità del terreno, non si può mai sapere cosa si nasconde sotto la prima patina del ghiaccio, magari un pezzo di pane avanzato dal bivacco di qualche sera addietro. Ma niente, per quanto cerchi non trova niente. E già la fame si fa sentire, tanto che, se fosse capace di catturarlo, arriverebbe a mangiarsi perfino un topo di fiume. Ma pure i topi, come non capirli, con questo gelo se ne stanno al riparo nelle loro tane e tutto quel che vede in giro di vivo sono cornacchie. Le cornacchie non mancano mai, anche se è ben difficile che trovino qualcosa da beccare. Ad ogni modo ci sono, perlopiù volano sul fiume. Capita pure che di tanto in tanto si posino allargando le loro grandi ali sul ramo di un albero e finiscono sempre col darsi fastidio. Difatti stanno un poco, poi bisticciano tra di loro e di nuovo si levano in volo.

     Pegaso torna ad accucciarsi ai piedi del suo padrone, ma di rimettersi a dormire non gli sembra il caso. Ora che è ben desto e affamato, trova stranissima questa situazione che sembra dilatarsi nell’attesa che accada qualcosa, quando è già chiaro che non accadrà niente. E visto che non accade niente si alza, uggiola un poco e col muso cerca di scuotere il suo padrone che mai ha dormito così tanto, al punto ch’è grosso il rischio che si dimentichi come si fa a svegliarsi. Prova a scuoterlo, ma quasi subito desiste perché, per quanto sia cane, capisce che il padrone è pervenuto ad una condizione di rigidità permanente. Se insistesse a scuoterlo, potrebbe arrivare a slogarsi il collo senza che il padrone faccia mostra di accorgersi delle sue premure. Che fare dunque, questo è il tremendo interrogativo che ora sfreccia come un baleno accecante nella mente del povero cane che, Pegaso nel nome, non sa volare e non sa dove trascinare il suo corpo smagrito e infreddolito.

 


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