Bianca e nera

Bruno Sebastiani

 

 

Saverio Ardenza esce di prigione dopo aver scontato otto anni per l'infamante reato di pedofilia. Si tratta di un uomo il cui passato gli rende impossibile un qualsiasi reinserimento, ma nemmeno se ne cura. Il suo unico scopo, recuperata la libertà, è rintracciare colei che mise in moto la macchina della giustizia per metterla di fronte alle sue colpe.




Anteprima

  L’inferriata messa sulla finestra, per le luci disposte lungo il muro di cinta, proietta la sua ombra sul soffitto, sorta di rete in cui restano intrappolati i suoi pensieri. Saverio Ardenza, trentaquattro anni, disteso sulla branda, come ogni notte la osserva. E come ogni notte vi coglie un rimando che caratterizzerà indefinitamente la sua condizione di recluso. Domani scadrà la sua pena e lascerà il carcere di Opera. Ma si tratterà di un semplice transito da un luogo a un altro. Dentro o fuori, lui resterà sempre un recluso. La sua condanna non consente ripensamenti nel giudizio della gente. Lui per tutti resterà sempre un pervertito. Se pure si dovesse condurre come un santo, verrebbe visto ugualmente con sospetto perché certe inclinazioni non si correggono. Chi abusa una volta è portato ad abusare sempre, purchè le condizioni lo consentano. Se pure si dovesse condurre come un santo, vorrebbe dire che sta solo aspettando l’occasione giusta.

     Non c’è scampo, la trama che vede proiettata sul soffitto anche stanotte, l’ultima notte, lo cattura. In essa, lavorando di fantasia, attitudine che in otto anni si è ingigantita, al posto della rete vede una griglia di quelle che si usano per i cruciverba. Così pure stanotte, l’ultima notte, la imposta e la risolve. Uno orizzontale: resta quando si subisce un torto… sei lettere: rabbia. Due verticale: dolcezza al contrario… otto lettere: amarezza. E così via. Fino alla fine. Ogni notte un cruciverba diverso. Ogni notte lo stesso rancore. Credeva di non farcela. Non sapeva a cosa aggrapparsi e credeva di non farcela, specie le prime settimane, i primi mesi, i primi anni. Difatti i primi tempi furono durissimi, uno stillicidio continuo di soprusi, violenze, umiliazioni, pestaggi nei vani delle docce. Non c’è cosa peggiore che finire in carcere con una condanna per abusi su minori. Assassini, tipi loschi condannati per svariate rapine a mano armata, stupratori, autori di delitti di matrice mafiosa, tutti, per la palese virilità dei loro reati, si sentivano autorizzati a rendergli la vita un inferno. Per tutti loro nulla era più spregevole che avere abusato… che poi non era vero. Nulla era vero. La denuncia, l’istruttoria, il processo, ogni fase era suffragata da una montagna di menzogne. Il guaio di quelle menzogne stava nella faccia d’angelo della sua accusatrice. Una bimba dal viso talmente dolce e dalla voce così abile a suscitare turbamento, che era impossibile dubitare delle sue affermazioni. Lui negava ogni cosa, ma perfino colui che avrebbe dovuto difenderlo in tribunale aveva ripugnanza del suo cliente. 

     Otto anni, fu condannato a otto anni di reclusione e l’avvocato ebbe la spudoratezza di dirgli che era andata bene. Difatti nel suo caso, vista la pericolosità del soggetto, era facile vedersi appioppare il massimo della pena: dodici anni. Era stato fortunato, così gli disse l’avvocato stando bene attento a non guardarlo negli occhi. Anzi, doppiamente fortunato in quanto c’era la possibilità di scontare la pena nel carcere di Opera, come dire a due passi da casa visto che lui viveva a Como. A due passi da casa visto che a Como ci viveva tanto sua madre quanto sua sorella. Sua madre no, lei non sarebbe mai venuta, non avrebbe mai retto alla vista di suo figlio dietro le sbarre, ma sua sorella, volendo, avrebbe potuto fargli visita. Lei, ricacciando in fondo il suo risentimento, avrebbe voluto. Non se la sentiva di abbandonare suo fratello al suo destino. Ma suo marito era di diverso avviso. Che marcisca in prigione, le diceva riguardo al cognato che aveva gettato il discredito sulla famiglia. In effetti quel discredito coinvolgeva pure lei. Come sorella più grande, le chiedevano amici e conoscenti, come non si era mai accorta della spregevole inclinazione con cui cresceva suo fratello? A quelle domande non sapeva cosa rispondere. In effetti non si era mai accorta di niente e non si sapeva spiegare l’accaduto. Ma disattenta no, non lo era mai stata. Era più facile che lui sapesse dissimulare. Ecco, quella era la spiegazione: lui sapeva dissimulare. Oh, sì, in quella cosa era bravissimo. Ma di andarlo a trovare non se ne parlava. Per certi versi le dispiaceva, ma non se la sentiva. 

     In otto anni tre sole volte è andata a trovarlo in prigione. La prima volta per informarlo di persona che la mamma era morta, pareva che stesse bene, i suoi sessantacinque anni se li portava a meraviglia, ma si sa, i dispiaceri… La seconda volta per chiedergli come intendeva procedere con la sua casa. Saverio, fino al momento dell’arresto, viveva in un piccolo appartamento nei pressi della stazione ferroviaria. Lo aveva preso in affitto con dentro i mobili e tutto l’occorrente. Ma negli anni qualcosa di suo ci aveva messo. Così, visto che lo doveva lasciare, c’era il problema di cosa fare delle sue cose. C’era pure il problema della sua vecchia Twingo che si trovava parcheggiata nel deposito giudiziario. Per ritirarla occorreva spendere una fortuna, forse conveniva rottamarla. Lo andò a trovare e ne parlarono. Qualche mese più tardi lo andò a trovare la terza volta e gli disse che per la macchina aveva trovato un compratore che si era sobbarcato la spesa per ritirarla dal deposito giudiziario. In più gli disse che aveva affittato un box in un residence e lo aveva riempito con le sue cose: vestiti, scarpe, biancheria, libri, dischi, fotografie, la sua amata chitarra per la quale aveva comprato una custodia. L’affitto del box veniva duecento euro al mese e lo pagava lei senza che suo marito ne sapesse niente. Questa cosa del marito che non ne sapeva niente non la disse. Però ci tenne a fargli sapere che aveva provveduto alle sue cose. Era come dire che aveva fatto il massimo, di più, vista la sua posizione, non lo poteva pretendere. Era come dire, difatti non lo disse. E per tutto il tempo della visita fu bene attenta a non guardarlo in faccia. Lui, più che alla macchina e alle sue cose, teneva a lei. Era innocente e nessuno gli credeva. Se almeno lei gli avesse creduto, avrebbe avuto un valido appiglio per resistere alle umiliazioni della prigione. Ma nemmeno lei gli credeva. Aveva trovato un compratore per la macchina e aveva sistemato le sue cose in un box di cui pagava l’affitto senza che suo marito ne sapesse niente. Ma non gli credeva. Una sola persona lo sapeva innocente: colei che mentendo lo aveva denunciato determinando la sua rovina.

PRIMA PARTE

     Si chiamava Bianca Pandolfi e aveva sei anni quando la conobbe, una bimba tanto bella e luminosa e gioiosa da pensarla in perenne contiguità con gli angeli. Il suo viso, più ancora il suo sorriso che faceva apparire dal nulla due fossette sulle guance dalla piega irresistibile, pareva il rimando alla gioia che aveva provato il Signore la prima volta che provò a modellare una donna. Si dice che la prima volta, con la tipica arroganza di chi tutto può sol che lo voglia, facesse scaturire dal nulla una donna già matura con tutti gli attributi della femminilità. Ma è più suggestivo pensare che, dovendosi cimentare con una cosa fin lì mai sperimentata, prima della donna nel suo aspetto finito tentasse di plasmare una bimba, magari più di una per fare una certa pratica. Se fosse possibile vedere quei prototipi si scoprirebbe che Bianca vi era già presente in tutte le sue sfumature. Era lei, specie negli occhi il cui blu profondo e scintillante era un attestato inconfutabile del suo candore, con quegli occhi giammai avrebbe potuto mentire.

     Saverio in quel tempo era istruttore di nuoto con regolare brevetto riconosciuto dal CONI nella Piscina Sinigaglia, lungo Viale Giuseppe Sinigaglia, a due passi dallo stadio omonimo, in riva al lago. Vi lavorava tutti i pomeriggi dalle tre alle sette per l’avvicendamento dei vari corsi riservati a persone di tutte le d’età, solitamente bambini. Vi lavorava insieme a Paola, una collega che pareva più portata con le femminucce per averne sfornate ben tre a distanza di due anni una dall’altra. Bianca la conobbe ai primi di ottobre, quando sua madre la iscrisse a un corso di nuoto per contrastare la forzata sedentarietà della sua nuova condizione di scolara. Faceva la prima elementare, ciò comportava quattro ore di permanenza a scuola, seduta al banco ovviamente, poi due ore di compiti nel pomeriggio, di nuovo seduta, più due ore di videogames per svagarsi, ancora seduta. Era quindi auspicabile, la maestra lo consigliava vivamente, che praticasse uno sport, magari il nuoto per il quale non era portata e che quindi, praticandolo, l’avrebbe aiutata a sbloccarsi. In effetti, vedendola, non pareva che avesse bisogno di sbloccarsi. Era sempre allegra, spigliata, mai intimidita. Ma la maestra sapeva quel che diceva sostenendo che aveva bisogno di sbloccarsi. Quando si trattava di esibirsi riaffioravano in lei le tipiche incertezze di chi vive un’infanzia lacunosa, priva di un valido sostegno. Lei un padre non lo aveva. Pareva non farci caso, ma la sua mancanza la sentiva. Un padre che l’avrebbe sorretta nei vani tentativi di imparare ad andare in bicicletta senza le rotelle. Infatti a sei anni ancora non ne era capace. Un padre che si sarebbe divertito a lanciarla in aria per riprenderla al volo. Un padre che l’avrebbe portata in barca e le avrebbe insegnato il governo del timone e poi le avrebbe insegnato a nuotare. Nuotare, la cosa che le faceva più paura. In effetti in acqua Bianca si faceva di marmo, dura, tesa, contratta. Strano per chi vive a due passi dalle azzurre acque del lago di Como, acque suggestive in ogni periodo dell’anno per certe sfumature che, specie nei mesi freddi, sembrano irradiare un sotterraneo calore, ma Bianca ne aveva un sacro terrore.

     Saverio, la prima volta in cui la vide, viola il costume, viola la cuffia e azzurri gli occhialini stretti nel pugno, serissima come se dovesse affrontare una prova di quelle che ti cambiano la vita, oltre ad ammirare il suo viso perfino troppo bello per una bimba, indovinò in un istante la sua difficoltà a lasciarsi andare nell’acqua. Non sarebbe stata un’allieva facile da trattare. Ne aveva viste altre come lei e già sapeva che sarebbe stato complicato insegnarle qualcosa, magari il minimo per poter stare a galla. Ma non era un problema suo. Per la divisione dei ruoli, toccava a Paola il primo approccio con le femminucce. Difatti Paola la prese in disparte e le parlò a lungo per convincerla che la sua paura dell’acqua era immotivata. Se avesse imparato a fidarsi, si sarebbe accorta che l’acqua si sarebbe fatta sua prima alleata per consentirle di nuotare, l’avrebbe sostenuta, se avesse fatto attenzione avrebbe colto la spinta, pari al peso del volume d’acqua occupato dal suo corpo, ma questo non lo disse, adatta a farla galleggiare. Le parlò a lungo e Bianca alla fine disse che sì, ci voleva provare, ma coi braccioli. Niente braccioli, le disse Paola, che avrebbero vanificato il suo entrare in confidenza con l’acqua. Il segreto sta nell’imparare a fidarsi, le disse ancora, perciò le fece scegliere una tavoletta dal colore intonato col costume e le fece vedere come usarla. La tavoletta era piacevole da tenere, leggerissima e di un bel viola acceso. Guardandosi intorno vide che nessuno l’aveva come la sua, i maschietti l’avevano coi colori delle squadre di calcio: giallo-rosse, bianco-nere o azzurro reale, il colore della maglia del Como. Le femminucce l’avevano di vari colori, ma tutti delicati, quelli che si chiamano tonalità pastello. La sua invece era di un viola tanto acceso che squillava come un segnale, una sorta di fanfara per sottolineare il suo incedere marziale verso la scaletta posta a bordo vasca. Ovviamente il suo incedere era tutto men che marziale, ma nella sua mente doveva apparire così: decisa, convinta, perfino temeraria. Paola le fece vedere come usare la tavoletta per procedere a pelo d’acqua sgambando e la lasciò col compito di fare un paio di vasche.

     Nella piscina, il cui soffitto a volta con ampi lucernari era alto dieci metri, ogni rumore veniva amplificato tanto che il vociare di trenta bambini, il loro sguazzare nell’acqua, pareva prodotto da trecento. Le voci degli istruttori si perdevano, solo i più vicini le intendevano. Perciò spesso usavano i fischietti per richiamare l’attenzione, per gridare un’esortazione oppure una correzione circa la tecnica del procedere a pelo d’acqua con la tavoletta. Più alta la testa Federica, gridava Paola, più tese le braccia Maurizio, gridava Saverio, un gridare sempre preceduto dal trillo del fischietto. Bianca quelle grida e quei trilli di fischietto nemmeno li sentiva. Era talmente intenta nel tentativo di percepire la spinta con cui l’acqua avrebbe dovuto sostenerla, una spinta che non sentiva confermandola nella convinzione che dell’acqua non c’era troppo da fidarsi, che procedeva come in apnea, sorda e cieca a tutto quel che c’era intorno. Fu così che disattese la prima regola, quella di procedere mantenendo la destra della corsia. C’erano otto corsie per trenta bambini, perciò era normale che in ognuna ce ne fossero tre o quattro. Bianca, senza nemmeno vedere dove andava, con le mani bianche per la stretta con cui teneva la tavoletta, sgambando a più non posso per la certezza che se avesse smesso sarebbe affondata, andò a scontrarsi con un bambino che procedeva nella direzione opposta. Dopo l’urto perse la tavoletta e in un attimo fu presa dal panico. Prese a gridare e a smanacciare sentendosi prossima al naufragio. E più gridava più beveva con l’aggravante che gorgogliava e tossiva facendosi via via più paonazza. Saverio se ne accorse prima di Paola e così come si trovava, costume, maglietta e fischietto, si gettò in acqua e in due bracciate la raggiunse. Se si fosse limitato a soccorrerla, magari aiutandola con una spinta a riguadagnare il bordo della vasca, di sicuro Bianca si sarebbe precipitata in direzione dello spogliatoio e col nuoto l’avrebbe finita lì con buona pace tanto della maestra quanto di sua madre. Invece lui la raggiunse, la prese saldamente sotto le ascelle e la tenne così dandole il tempo di riaversi. Poi dopo, recuperata la tavoletta, la esortò a riprovarci con lui accanto. Lei non ne voleva sapere, ma lui le promise che non l’avrebbe mollata, se si fosse trovata in difficoltà l’avrebbe sorretta da sotto, quello che avrebbe dovuto fare l’acqua e che non aveva fatto: acqua traditrice. Ma no, insisteva lui, l’acqua nemmeno ti conosce, è nella sua natura darti una spinta come la darebbe a chiunque, anche a un gatto oppure a un torsolo di mela, c’è solo che ti sei scomposta disperdendo gran parte della sua spinta. Non ti credo, diceva lei. Devi credermi invece, guarda gli altri bambini, tu non sei diversa da loro. Se loro ci riescono ci puoi riuscire anche tu… ad andare in bicicletta senza rotelle, tutti ci riuscivano tranne lei. Fu un lampo, Bianca si tolse gli occhialini per liberarli dall’acqua e lo guardò dritto in faccia.

     «Mi resti accanto?»

     «Ti do la mia parola.»

     «E se affogo?»

     «Ti prometto che non accadrà.»

     «Solo fino in fondo alla vasca, va bene?»

     «Va bene, solo fino in fondo alla vasca.»

     Ne fecero tre, le prime due insieme, con lui accanto, la terza da sola. E quando risalì sul bordo vasca era raggiante, era riuscita là dove solo lei non riusciva mentre per gli altri era una cosa elementare… la bicicletta senza rotelle, tra i tanti bambini del palazzo solo lei non la sapeva usare. Ma appena a casa, magari nel chiuso del garage per non farsi vedere, ci avrebbe riprovato. Se ci riuscivano gli altri poteva riuscirci anche lei.

     Da dietro la vetrata, dove le mamme e i papà seguivano con apprensione le imprese natatorie dei loro piccoli, la madre di Bianca, coi pugni stretti sulla bocca per impedirsi di gridare, non si perdeva un frammento di quel che accadeva a sua figlia. Già sapeva che si sarebbe trovata in difficoltà, ma quando la vide in preda al panico arrivò a maledirsi per aver tanto insistito col nuoto. A quel punto dava per scontato che Bianca si sarebbe arresa e una volta a casa l’avrebbe incolpata per la pessima figura che le aveva fatto fare in piscina. Invece era arrivato un istruttore che non solo l’aveva soccorsa, ma era stato capace di trovare le parole giuste per convincerla a riprovarci, era stato capace di motivarla come nemmeno a lei riusciva di fare. E Bianca ci aveva riprovato, due vasche con l’istruttore accanto e una da sola. E quando era risalita sul bordo vasca, sua madre lo vedeva anche da dove si trovava, era felice, si sentiva come se avesse vinto una sfida dal valore immenso. Tutto per merito di quell’istruttore che ora ci dava dentro col fischietto per segnalare che la lezione era finita. Neanche si poteva pensare che avesse chissà quale esperienza perché appariva giovane, quanto poteva avere? Venticinque, forse ventisei anni, a trenta non ci arrivava. In fondo come lei che di anni ne aveva venticinque. Lo rivide nello spogliatoio dove Saverio entrò per prendere una bottiglietta d’acqua al distributore. Lei, come gli altri genitori, stava là per aiutare sua figlia ad asciugarsi dopo la doccia e a rivestirsi. Lo vide, lasciò sua figlia da sola e gli si fece accanto.

     «Le posso rubare due minuti?»

     «Certo, me li rubi.»

     «Sono Gloria Pandolfi, la madre di Bianca.»

     «Una bimba bellissima.»

     «Sì, bellissima, ma non sempre la bellezza risolve le cose. Se non era per lei…»

     «Mi chiamo Saverio e sono mezzo nudo, perciò saltiamo le formalità e diamoci del tu.»

     «Hai ragione, diamoci del tu… se non era per te che sei riuscito a stimolarla nel modo giusto…»

     «Non ho fatto nulla di particolare, queste cose capitano spesso coi bambini e Bianca ha dimostrato che, a saperle parlare, sa ascoltare.»

     «A saperle parlare, evidentemente io non sempre ci riesco.»

     «A me viene più facile perché sono un estraneo.»

     «Sì, forse è così. Ma ora ti lascio, Bianca mi aspetta e tu hai i tuoi bambini che ti aspettano.»

     Saverio stava per aggiungere qualcosa, ma si limitò a un ciao e a un cenno di mano in direzione di Bianca prima di tornare in piscina. Non sempre succede, ma a volte capita che parlando con un estraneo rimane vivissima nella mente la sensazione di aver parlato con una persona che, non si sa come né quando, avevamo già conosciuto. Saverio e Gloria non si erano mai visti, eppure si separarono con la mente in subbuglio, un aprire e rovistare con fare frettoloso i vari cassettini della memoria, nel tentativo di ricordare dove si erano già incontrati. Pareva così facile trovare d’impatto il tono giusto per parlarsi, le giuste parole con pause comprese, anche se in effetti avevano scambiato non più di venti o trenta parole, che di sicuro c’era stato un tempo in cui erano stati in confidenza. Ma quando? Forse a scuola? Lui aveva preso la maturità nell’Istituto Comprensivo Lora Lipomo, quello in Via Mantegazza, ma lei? Prima di allontanarsi avrebbe dovuto chiederle dove aveva studiato. Lo stesso pensava Gloria, chissà se ha studiato anche lui nel liceo classico Alessandro Volta, quello che si trova in Via Cesare Cantù? Era una sensazione, solo una sensazione che rimase tale anche le volte successive, quando, sempre fugacemente, trovarono il modo di scambiare venti o trenta parole, non le stesse ma quasi.

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