Donne in trappola

Bruno Sebastiani

 

 

Patrizia, Silvia, Carla, Margherita, quattro ragazze, amiche da sempre, restano intrappolate in un bungalow che in una notte resta sommerso dalla neve. Nessuno muore di fame nell'Europa del terzo millennio, dice una di loro, ma così bloccate e senza cibo, un'ora dopo l'altra, un giorno dopo l'altro, l'angoscia cresce e si fa dirompente tanto da diventare una quinta compagna, una presenza ostile che le fa regredire fino al tempo in cui accadde qualcosa che, per il viscido e lo sporco di cui era pervaso, venne rimosso. La trappola è fuori, intorno a loro. Ma è pure dentro di loro.


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Anteprima

15 febbraio, venerdì

 

     Patrizia apre l’occhio sinistro, l’altro è schiacciato contro il cuscino, e prova una strana sensazione. È come se questo piccolo movimento della palpebra aperta sia stato capace di mutare l’inerzia per la quale le cose, se uno non le sposta, stanno ferme. Difatti l’intera stanza con tutta la roba che v’è dentro pare che fluttui nell’aria come accade nei film di fantascienza quando mostrano l’interno delle navette spaziali. Ripete l’operazione di aprire e chiudere l’occhio sinistro e la sensazione, se possibile, si fa più accentuata. A un palmo dall’occhio sinistro c’è l’orlo del piumone che, a quel che sembra, si muove solo quando lo guarda, ondeggia, fluttua verso l’alto fin dove glielo consente il tessuto… pazzesco.

     Chiude l’occhio sinistro e continua a tenerlo chiuso per il bisogno di riordinare le idee. Ma la cosa è più complicata di quanto potesse pensare perché ora, nel buio delle palpebre abbassate, è come se fosse lei a fluttuare. Con un moto rotatorio lento e costante sta facendo un giro completo attorno al suo baricentro, cosa più pazzesca di quando era l’orlo del piumone a fluttuare. Aspettando di finire il giro che, a quel che sembra, si effettua nel più assoluto silenzio, presta attenzione a un rumore sibilante che a ondate cresce e poi scema come potrebbe fare uno spiffero nel telaio di una finestra al crescere e scemare del vento. C’è uno spiffero, ma non è ben sicura che ci sia anche una finestra, magari si tratta di uno spiffero ramingo che va cercando un telaio in cui incunearsi. Esistono gli spifferi raminghi? È pazzesco già il fatto che se lo chieda.

     Che la finestra ci sia o non ci sia, lo spiffero persiste. Ora Patrizia ne è sicura, ne sente distintamente il sibilo che a tratti s’attenua, sfuma fino a dissolversi del tutto per poi, sempre che sia lo stesso, ricomparire. Ora, sull’onda dello spiffero, si accorge che è ancora più arduo riemergere dal sonno, a tratti affiora, a tratti risprofonda senza mai smettere di ruotare attorno al proprio baricentro. Dopo un tempo che le pare lunghissimo, in realtà un minuto o due, apre di nuovo l’occhio sinistro e si sforza di lanciare lo sguardo in alto, dietro la testa. L’orlo del piumone lo ha saltato e ora vede il tavolinetto su cui stanno poggiate numerose cose: sigarette, accendino, libri, occhiali, pastiglie per l’alito, gocce per gli occhi, fazzoletti di carta, e infine orecchini, collanine, bracciali e anelli, si tratta di oggetti che è necessario togliere prima di coricarsi per evitare che durante il sonno s’impiglino da qualche parte. La strana sensazione permane, le cose che si trovano sul tavolinetto si direbbero senza peso, fluttuano a mezz’aria, scivolano verso il bordo, basterebbe lo spiffero a farle cadere, se cadessero sarebbe la cosa più pazzesca fin qui registrata.

     Patrizia torna a chiudere l’occhio sinistro, lo mantiene serrato e prova a ricordarsi chi è, dove si trova, cosa ci fa lì dove si trova. Il chi è le giunge indefinito come dovendo decifrare un testo scritto in gotico antico usando degli occhiali appannati. Il gotico antico è un carattere che non ha mai usato, non riesce a capire come può esserle venuto in mente. Tuttavia, aggirandosi a fatica tra le varie lettere che sono una derivazione delle più antiche rune, una prima verità si affaccia timidamente alla sua mente: ieri sera ha bevuto troppo. Ecco, finalmente tutto si spiega, anche la fastidiosa sensazione di cerchio alla testa si spiega. Ieri sera ha bevuto troppo e ora, come se potesse vedere in contemporanea tutti i bicchieri trangugiati, un lampo le illumina la mente e ricorda che non era sola, partecipava a una festa e c’erano le sue amiche. Ora deve stare attenta a non pretendere troppo da se stessa, si dice per darsi altro tempo come se lo sforzo appena compiuto l’avesse lasciata senza fiato: prima di ricordare il nome delle amiche è più importante che ricordi il suo.

     Idealmente chiude i documenti scritti in gotico antico e con uno sforzo gira la testa per guardare in alto. In questa nuova posizione anche l’occhio destro contribuisce all’interezza della visione in collaborazione col sinistro. Ma, inquietante anche il solo pensarlo, nel movimento di girare la testa l’è parso di sentire uno strano sfregamento come se nell’ingranaggio del collo vi fosse finita della sabbia, una sabbia fine di quelle a granulosità infinitesimale, ideali per la clessidra. Escludendo la sabbia si potrebbe pensare a una rugosità sospetta sulle facce delle vertebre cervicali i cui nomi, non a caso, sono in attrito tra di loro: Atlante ed Epistrofeo. Pazzesco che ricordi perfettamente i nomi delle prime due vertebre cervicali mentre per il resto è ancora un vagar tra le nebbie. Magari questa cosa del nome delle vertebre, che per alcuni aspetti è sorprendente, è anch’essa un effetto del troppo bere di ieri sera.

     Rimandando a più tardi un’analisi più approfondita della faccenda, Patrizia tenta di sfruttare le potenzialità dell’occhio destro che collabora col sinistro per una visione a tutto tondo e guarda in alto. Non si aspetta di vedere il cielo, qualcosa le dice che sarebbe normale vedere un soffitto. Invece, al posto del soffitto, vede un tetto sorretto da travi annerite e questa cosa, per strano che possa sembrare, in un certo senso la riconforta. Poteva svegliarsi in tanti posti diversi, alcuni anche poco raccomandabili, invece va aprendo gli occhi con tutte le esitazioni già descritte in un posto che le è familiare. Credeva, escludendo la possibilità che avesse dormito in macchina, di svegliarsi a casa sua oppure a casa di qualche amica. Invece si trova nel bungalow di nonno Luigi (Luigi Parvati era il padre di suo padre, suo padre non sa dove sia mentre suo nonno è morto cinque anni fa). 

     Un dubbio l’assale, per un momento non è ben certa della prima identificazione, in fondo i bungalow si somigliano tutti. Ma facendo un ulteriore sforzo per guardare con maggiore attenzione se ne convince, è il bungalow di nonno Luigi, lo riconoscerebbe tra mille per certe fessure lungo le travi che da bambina le piaceva riprodurre meticolosamente nei suoi disegni. Era piccola, da sotto in su le guardava e se le figurava come i segni della sofferenza del legno, le sue rughe, le tracce della sua vecchiaia. La successione delle fessure è qualcosa di peculiare, una roba tipo le impronte digitali, non c’è un altro bungalow come questo, anche lo spiffero gli appartiene. Ora ne riconosce la causa: il telaio della finestra del bagno è imbarcato.

     Così, stabilito un primo punto fermo, il bungalow di nonno Luigi che si trova a 2000 metri di altitudine non lontano dal Lac de Places de Moulin, mezz’ora di macchina da Aosta, ecco spianarsi la strada per spiccare un salto più significativo in merito alla propria identità. Lei, nipote di nonno Luigi, si chiama Patrizia Parvati, ha trentadue anni e da sei anni ha riguadagnato la propria libertà divorziando da Paolo Soleri, il fratello di Silvia Soleri il cui gomito avverte distintamente tra le scapole. Portare l’attenzione sul gomito di Silvia le dà modo di ricordare il succedersi degli eventi che hanno determinato questa situazione che persiste a restare nebulosa.

     Ieri era giovedì 14 febbraio, giorno dedicato a un santo tra i più popolari: San Valentino. Così lei, insieme a Silvia, Carla e Margherita, le sue amiche di sempre, proprio per irridere la sdolcinatezza che fa da cornice alla festa degli innamorati, ha partecipato a una festa. Sono ormai sei anni, da quando lei ha divorziato tornando libera, e determinata a restarci come le sue amiche, che si assoggettano al medesimo rito. 

     Il ristorante Croix de Ville, sito in Via Croix de Ville, per l’occasione organizzava una serata curata in ogni dettaglio per fornire la giusta convivialità agli innamorati. I tavoli erano tutti occupati, coppie, solo coppie, pareva bandita una diversa forma di aggregazione, coppie la cui età variava dai sedici agli ottanta anni. Sui tavoli era un profluvio di omaggi a forma di cuore, vi erano cuori di cioccolata, cuori di carta stagnola, candele rosse a forma di cuore, cuori di stoffa da usare come sottobicchieri, anche la musica fornita da un trio che suonava dal vivo era a forma di cuore. Le coppie innamorate, visto quanto era costato partecipare alla festa, nel caso si fossero freddate, si innamoravano nuovamente e si sussurravano parole sdolcinate forse mandate a memoria dai foglietti usati per avvolgere i Baci Perugina. Là, in quella smielatezza, Patrizia e le sue amiche, tutte rigorosamente non accompagnate, si sono presentate per fornire la solita versione graffiante di se stesse regalandosi una serata per sole donne dove, più che al mangiare, hanno prestato attenzione al bere. In sostanza hanno bevuto con lo stesso accanimento per cui sono famosi i portuali.

     Ora sono tutte e quattro qui, nel bungalow di nonno Luigi, due in un letto e due in un altro letto. Si tratta di letti piccoli, perciò la scomodità è assicurata, ma ieri sera erano così su di giri che nessuna ci ha fatto caso. Tra l’altro è abituale per loro, quando capitano in questo posto, da piccole ci capitavano spesso, di dormire avvinghiate come se temessero di rovinare in un precipizio durante il sonno. Ma ieri sera non era previsto. Come siano finite qui, a trenta minuti di macchina da Aosta, Patrizia non saprebbe come spiegarlo. Lei sembrerebbe la prima indiziata in virtù del legame parentale con nonno Luigi. Ma delle sue amiche non c’è da fidarsi, tra l’altro non era lei che guidava. E siccome in questo bungalow non è necessario possedere la chiave per entrare, si trova sull’architrave sopra la porta, nulla di più facile che l’idea sia venuta a una di loro.

***

     Patrizia, Silvia, Carla e Margherita hanno tutte trentadue anni, si conoscono da quando erano bambine. Tutte e quattro sono originarie di Aosta, cosa che le portò a frequentare insieme il ciclo delle elementari, poi quello delle medie, infine quello del liceo. Dopo il liceo, accade anche alle compagnie più coese, diradarono gli incontri senza mai perdersi di vista per ritrovarsi con maggiore continuità giusto sei anni addietro, in occasione del divorzio di Patrizia. Prima, da sposata, era come se avesse una macchia di colpevolezza impressa sulla fronte. Dopo invece, una volta divorziata, era come se fosse tornata fresca e pura come si vantavano di essere tutte le altre. Era appunto sei anni addietro quando, in un certo qual modo, si ritrovarono e tornarono indivisibili com’erano state un tempo.

     Indivisibili, una parola magica che pareva abbracciare tutte le esperienze, tutte le speranze, tutte le emozioni. Erano cresciute in quell’aura di indivisibilità che pareva capace di dare un senso più compiuto a tutte le cose che, se vissute singolarmente, si sarebbero svilite. E così, indivisibili, avevano attraversato prima gli anni più acerbi della fanciullezza, poi gli anni dei rivolgimenti ormonali dell’adolescenza che avevano comportato scoperte clamorose, ma sempre insieme. Va però precisato che, benché sempre insieme, non erano tanto uniformate da sentirsi in difetto quando si nascondevano le cose, quando, nel farsi le confidenze, omettevano qualche dettaglio che, se rivelato, avrebbe incrinato il sacro che atteneva alla propria intimità. Erano indivisibili, ma non tanto da omologarsi, ognuna stava bene attenta a tutelare la propria particolarità.

     In tale modo, anche se loro quattro insieme erano più forti di tutte loro prese singolarmente, forse per non smarrire il proprio io, ognuna ci teneva alle sue debolezze.

     Andando indietro nel tempo è più facile capire il disagio che spesso le frenava nel farsi le confidenze. Quando accadeva, se omettevano qualche dettaglio, era per il timore di confessare una scabrosità che avrebbe innescato le solite critiche per le quali le amiche sono maestre. Sentirsi rimproverare di poca accortezza, di leggerezza o, peggio ancora, di impudicizia frenava lo slancio con cui si ricorreva alla comprensione delle amiche. Perciò si confidavano quasi tutto, ma il “quasi” restava come un confine a marcare le zone d’ombra in cui era disagevole per tutte avventurarsi. Che quelle zone d’ombra ci fossero, poche ma fitte, impenetrabili, era un fatto taciuto, ma condiviso.

     D’altronde non poteva essere diversamente perché quello era il tempo delle prime esperienze dettate dalla curiosità, ma con un ritorno quasi scontato di imbarazzo. Era il tempo dei primi convegni, quando ci si appartava dietro una siepe o nel fondo di un cinema, dei primi palpeggiamenti, delle mani del ragazzo di turno cacciate a viva forza sotto le magliette alla ricerca di… di cosa? Ci vuole una grossa dose d’immaginazione per cercare di spiegare cosa cercassero i ragazzi in quanto, sotto le magliette, era già tanto se trovavano delle sporgenze simili a nespole. Era il tempo dei primi baci, baci maldestri, raffazzonati, in alcuni casi nauseabondi. 

     Patrizia ancora oggi ricorda con una punta di ribrezzo l’esperienza rivoltante del suo primo bacio. Il ragazzo con cui si trovava, uno che, per prepararsi il terreno, si era portato parecchio avanti con un prolungato palpeggiamento, era da tutte considerato un gran figo. Patrizia era consapevole dell’invidia delle altre nel vedere che si appartava col gran figo, non capiva per quale motivo, tra tante, avesse scelto proprio lei. Non va dimenticato che quella era anche l’età dell’insicurezza, era difficile sentirsi all’altezza. Il gran figo invece, che si sentiva all’altezza e lo faceva capire dalla sua stravagante pettinatura a triglia, la moda del momento, per darsi un tono adeguato alla fama, masticava con l’ostinazione di una mucca che rumina gomme Big Babol gusto fragola. Nel momento in cui, dopo tanto palpeggiare, provò a baciarla, Patrizia si sentì ammorbare da quell’odore dolciastro con persistenze attaccaticce e per poco non rigurgitò il gelato sul suo piumino marca Kappa acquistato da Joe Sport in Via Monte Pasubio. Il gran figo venne prontamente retrocesso a gran zoticone, ma ciò non la salvò dal maturare un’inguaribile avversione per le fragole. Ancora oggi, al solo vederle, specie quando vengono usate per guarnire torte o crostate, prova repulsione.

     Quelli erano tempi imbarazzanti in cui a volte, in maniera inaspettata, capitava di ritrovarsi tra le mani qualcosa di viscido che non si capiva mai da dove fosse sbucato. Anche Patrizia ci si era trovata e ancora oggi ricorda la sensazione di stringere tra le mani un gattino senza pelliccia, ma ancora vivo e palpitante… che schifo. Doveva passare qualche anno prima che lo schifo lasciasse il posto, se non alla piacevolezza, se non altro al gusto della trasgressione.

 Dalla finestra che dà sul davanti, da cui nella bella stagione è possibile vedere la distesa degli alberi fino al Lac de Places de Moulin alla cui estremità, meta di tanti escursionisti, c’è il rifugio Prarayer, entra una luce moribonda, tremolante. Ieri sera gli scuri sono rimasti aperti e ora nella stanza, Patrizia ne vede il riquadro sul pavimento che si va insinuando con movenze minacciose tra i due letti, filtra una luce emaciata e vagamente palpitante. Lo stesso effetto si avrebbe se davanti alla finestra vi fosse uno sciame di farfalle bianche anche dette cavolaie o raparole.

    

      Amore della mamma, siamo al 15 di febbraio, solo a una come te potevano venire in mente le farfalle.

     È vero, mamma, hai ragione… solo a una come me.

     

     Il vento che scuote le cime degli alberi produce una strana sonorità vibratile come potrebbe fare l’aria spinta a viva forza nelle canne di un organo gigantesco, canne più o meno grandi in ragione dei suoni e registri costituiti dai tronchi degli alberi, dalla volumetria delle chiome, dai rilievi sul terreno. La sonorità che viene da fuori a tratti viene sopraffatta dallo spiffero che in alcuni momenti sibila sinistro come potrebbe fare uno spettro le cui dita fossero rimaste intrappolate nello stipite imbarcato della finestra del bagno… questa è la cosa più pazzesca di tutte.

     Il letto di fronte, col suo piumone bianco panna, ha lo stesso andamento di una catena montuosa con tanto di picchi, vallate e ghiaioni morenici. Dormire in due nello stesso letto, cosa che da bambine le mandava in visibilio come fosse il tramite per chissà quali fantastiche avventure, ora è stato declassato a mera scappatoia quando nell’immediato non c’è nemmeno un divano o un sacco a pelo. Patrizia ha diviso il suo con Silvia, l’amabile Silvia che per tre anni, tanto è durato il matrimonio, è stata sua cognata. Ora, scaduta la parentela, è tornata l’amica di sempre restando fedele al suo stile, quando si dorme in due nello stesso letto, di ficcarle un gomito tra le scapole. Carla e Margherita, nel letto di fronte, per le loro abilità contorsionistiche, producono un groviglio che sarà complicato sbrogliare.

     Patrizia, avvertendo in bocca l’insieme dei retrogusti dei tanti vini bevuti ieri sera, prova a sollevarsi su un gomito. Il movimento, benché limitato in termini di altezza, le procura un senso di vertigine per il quale avverte l’urgenza di un sostegno a cui puntellarsi, andrebbe bene anche una semplice ringhiera. Il letto ne è sfornito e lei, come precipitando dalla vetta del Cervino, stramazza di nuovo sul cuscino. Però vede che Carla e Margherita non se la stanno passando meglio, a parte la complicazione aggiuntiva di doversi sbrogliare, c’è la sua stessa vertigine da vincere, come una testa si mostra oltre il bordo del piumone immediatamente ricade sul cuscino.

     È vero che ieri sera, per festeggiare in forma di dispregio la festa degli innamorati, hanno bevuto come avvinazzate. Ma questo risveglio denuncia una disabitudine agli alcolici che stride non poco col loro ritenersi adulte, emancipate, rotte a ogni tipo di eccessi. Una volta sobrie sarà opportuno tornare a rifletterci. Vanno bene le feste in forma di dispregio, ma forse da ora in avanti sarà opportuno stabilire un limite al numero delle bottiglie e impegnarsi a rispettarlo.

     Amore della mamma, una come te dovrebbe stare alla larga dagli alcolici, con la tua costituzione debole… Margherita poi, lo so che è lei che ti porta sulla cattiva strada, a te e a tutte voi, ve ne dovreste liberare.

     Come ci si libera di un’amica?

     Lo so, lo so, vi frequentate da tanti anni, ma a tutto c’è un limite.

     Con uno scatto, non si capisce se di disperazione o di risolutezza, Margherita si divincola da Carla, tira via il piumone dalla sua parte e si mette a sedere sul letto coi piedi sul pavimento. Con dei gambaletti da palestra a righe gialle e nere alle estremità inferiori, con una maglietta dei Queen che le arriva a metà coscia, nera coi classici due leoni rampanti che sembrano balzarsi incontro arpionandosi ai suoi seni, resta un pezzo così, immobile. Forse le serve del tempo perché la sua parte neuronale riconosca e accetti questa nuova posizione. Il suo risveglio, non diversamente da quello di Patrizia, è un lento e faticoso riemergere dalla sonora sbronza della sera prima. Immaginando uno stagno melmoso, è come se finora avesse messo fuori solo il naso e gli occhi. Le orecchie no, sono ancora sotto, lo spiffero non lo sente, non sente nemmeno lo sbatacchiare del vento sulle cime degli alberi. Ma quel che vede le fornisce un quadro che non si sa spiegare, c’è qualcosa di famigliare in questo posto, ma lei si dovrebbe trovare in un posto diverso.

     Alla fine alza gli occhi e incrocia quelli di Patrizia che, di nuovo sollevata su un gomito, sembra ammirata dalla sua audacia.

     «Come ti senti?» le domanda Patrizia.

     «Uno schifo.»

     «Mi sa che ieri sera abbiamo esagerato.»

     «Senza il mi sa, abbiamo esagerato. Però è stato bello.»

     «Non noti niente di strano?»

     «Cosa?»

     «Non so… questa luce.»

     «Tu riesci a vedere la luce? Sei una miracolata. Ma dov’è che ci troviamo?»

     «Nel bungalow di nonno Luigi.»

     «E come ci siamo finite?»

     «Non so che dire, magari tra mezz’ora mi verrà in mente, ora ho ancora le idee confuse.»

     «Devi andare al bagno? Se no ci vado io.»

     «Sì, vai, io posso aspettare.»

     Margherita si concentra, ripassa mentalmente i movimenti che sta per fare, ha bisogno di coordinarsi se non vuole tirarsi su dal letto e finire lunga sul pavimento. Infine, quando si sente pronta, fa un bel respiro accompagnato da una smorfia indirizzata a Patrizia per significarle che ce la sta mettendo tutta, e si avvia. Barcolla, Patrizia non capisce se per finta o per davvero. Nel dubbio sorride e si prepara a sgusciare dal letto con tutte le cautele del caso.

     Il bungalow di nonno Luigi costituisce il loro rifugio da sempre, fin da quando erano bambine. A volte, specie nei mesi estivi, vi passavano settimane intere e la scusa era sempre la stessa: rallegrare la solitudine di nonno Luigi. La verità era che loro, quassù, si sentivano libere come in nessun altro posto. Nonno Luigi è morto cinque anni addietro e loro hanno continuato a venirci, per fare meglio hanno preso l’abitudine di lasciare qualche capo intimo, qualche maglietta e qualche felpa nei cassetti del comò, così possono decidere di venirci in qualsiasi momento senza che si renda necessario passare prima per casa. Spazzolini, dentifrici, asciugamani e accappatoi, qui c’è tutto quel che serve per passarvi una notte o due, tutto meno le cibarie, quelle bisogna procurarsele prima di partire da Aosta, è dubbio che ieri sera ci abbiano pensato. Erano troppo ubriache per preoccuparsene e non è la prima volta che arrivano quassù per averlo deciso all’ultimo minuto. Quando accade, è sempre una sorpresa vedere al mattino cosa hanno indossato per passare la notte.

     Patrizia, per non esser da meno di Margherita, si tira in piedi di slancio e, come lei, ha bisogno di una pausa per la sensazione che il pavimento si vada inclinando paurosamente verso il lago. Lentamente la testa le si sgombra e il pavimento torna orizzontale, muovendo il primo passo abbassa gli occhi e vede cosa ha indosso. Non ci vorrebbe credere, non capisce come l’è venuta tra le mani, aveva deciso di buttarla nel fuoco invece l’ha indosso. Si tratta di una tunica che le arriva alle ginocchia, in pratica è una sottana blu scuro con tante stelline d’oro. È il ricordo della recita scolastica che fece in terza media per celebrare la festa del Natale. La recita prevedeva che ogni interprete facesse una cosa, c’era chi faceva la capanna, chi il bue, chi l’asinello… lei faceva il cielo e Silvia, lo ricorda come ora, faceva la stella cometa.

     Col cielo addosso si accosta alla finestra e per un bel pezzo resta fissa a guardare davanti mentre una voragine le si apre nella mente per la sensazione che il mondo sia scomparso. Sul davanti, verso destra, ieri sera c’era lo spiazzo dove hanno lasciato la macchina, ora è tutto scomparso. La macchina, lo spiazzo, la distesa degli alberi digradante verso il lago, il lago: cerca a una a una tutte le cose che avrebbero dovuto esserci e che invece non ci sono. Al loro posto c’è un’enorme quantità di roba bianca che nasconde l’intero paesaggio. La stessa cosa accadeva quando passava una mano di biacca su un quadro mal riuscito oppure venuto a noia. Riportava a vergine la tela e già mentre passava la biacca immaginava linee e campiture di colore per creare il nuovo quadro. In quella operazione si immaginava in possesso di capacità demiurgiche per operare  efficacemente sulla realtà, chissà chi le aveva messo in mente quella cosa, forse Carla che tra tutte era la più dotata con le arti grafiche.

     Sbalordita, liberandosi a fatica dello stordimento causato dalla sbornia di ieri sera, si domanda quanta biacca ci sarà voluta per cancellare l’intero paesaggio che si vedeva dalla finestra. Forse un’autocisterna non sarà bastata, magari hanno usato uno di quegli aeroplani attrezzati per irrorare diserbanti dal cielo…  pazzesco che qualcuno si sia dato tanto da fare durante la notte. E la macchina? Anch’essa è scomparsa, Margherita non ne sarà contenta, era la sua. Guardando con più attenzione capisce che la biacca non è biacca, è neve, montagne di neve, una buona parte già caduta e la rimanenza in procinto di cadere in maniera vorticosa per le folate di vento che soffiano in modo discontinuo, ciò spiega come lo spiffero a volte si senta e a volte scompaia. Neve, neve, neve, si direbbe una tormenta di quelle che fanno notizia, ecco a cosa si deve lo sfarfallare che prima aveva attribuito a uno sciame di cavolaie o raparole.

     Tesoro della mamma, te l’avevo detto che non potevano essere farfalle, ma tu, con la tua solita svagatezza, sei sempre l’ultima a capire le cose.

     Sì mamma, con la mia solita svagatezza…

     «Non c’è corrente e neppure l’acqua viene» Margherita, tornando dal bagno, la informa di questi ulteriori guai.

     «Probabilmente le condotte si saranno gelate.»

     «Le condotte può darsi, ma non si è mai sentito che le linee della corrente gelino .»

     «Magari la cosa si spiega con la tormenta.»

     «Che tormenta?»

     «Guarda fuori.»

     Margherita le va vicino, si accosta ai vetri e rimane scioccata alla vista del paesaggio drasticamente cambiato rispetto a come lo ricordava, o come lo immaginava perché ieri sera non ne ha visto molto.

     «Caspita che bufera! Ma com’è possibile?»

     «Non so che dire.»

     «Ti pare regolare tutta questa neve in una notte sola? Qui c’è qualcosa che non torna.»

     Patrizia la guarda come aspettandosi una smorfia o uno sguardo per buttare sul ridere quello che ha detto. Ma non c’è nulla da ridere, Margherita guarda la neve che cade in maniera turbinosa e rimane serissima. Cosa c’è che non torna in una nevicata alla metà di febbraio? Ovviamente se ne potrebbe contestare l’eccessiva copiosità, una nevicata del genere sarebbe normale a quote più elevate. Qui, a duemila metri, tanta abbondanza non si era mai vista. Tuttavia in Val d’Aosta non è che ci sia una regola, la copiosità della neve dipende dagli inverni. Qui se c’è una cosa che non torna è la loro leggerezza a non averla prevista. Ieri sera si sono ficcate qui dentro e ora sarà dura uscirne, sempre che vi si riesca.  Con una valutazione sommaria Patrizia calcola che durante la notte è caduto quasi un metro di neve, perfino la macchina n’è sommersa.

     Patrizia lo pensa senza il coraggio di dirlo: sono bloccate.