Doppio Inganno

di Bruno Sebastiani

romanzo thriller


 

 

Un anno, è già passato un anno. Eppure ricordo ogni particolare della scena come fosse ora, con lo stesso impatto devastante della prima volta. Rivedo i momenti raccapriccianti che hanno segnato per sempre la mia vita come se si fossero impressi in maniera indelebile nella mia mente. Mi basta chiudere gli occhi e rivivo in un crescendo di spavento e terrore l’incursione improvvisa dei banditi i quali, armi alla mano, in un istante hanno seminato lo sgomento là dove prima c’erano solo gioia e spensieratezza.

Anteprima

   Un anno, è già passato un anno. Eppure ricordo ogni particolare della scena come fosse ora, con lo stesso impatto devastante della prima volta. Rivedo i momenti raccapriccianti che hanno segnato per sempre la mia vita come se si fossero impressi in maniera indelebile nella mia mente. Mi basta chiudere gli occhi e rivivo in un crescendo di spavento e terrore l’incursione improvvisa dei banditi i quali, armi alla mano, in un istante hanno seminato lo sgomento là dove prima c’erano solo gioia e spensieratezza. 

     Ci trovavamo nella nostra villa di Cernobbio, sul lago di Como. Una villa incompleta, la nostra casa sull’albero, una casa da ultimare, così ne parlavamo con mio marito. Ci piaceva l’idea di doverla sistemare insieme. Improvvisarci idraulici e muratori e imbianchini. Forse per fortuna della villa non c’era mai tempo. Poi il tempo si esaurì in un solo istante. Quella sera eravamo in otto. Oltre a me c’era mio marito, Lorenzo Capasso. C’era poi il suo amico Luigi Bonfanti con sua moglie, Lucia Dalmazio. Lorenzo e Luigi si conoscevano da anni. Dopo l’università si misero insieme per fondare una società immobiliare. Erano soci e la società andava bene. Oltre loro c’era la mia amica, Miriam Molaioli, che si presentò con un tipo mai visto prima. Il suo ultimo compagno. Lei i compagni li cambiava con la stessa frequenza con cui cambiava le calze. Era uno spirito libero, così si definiva, era una che amava sperimentare. Benché tanto trasgressiva era la mia migliore amica. Ci conoscevamo dal tempo delle elementari. Io conoscevo la sua insofferenza a qualsiasi regola come lei conosceva il mio bisogno di certezze. A detta di chi ci girava intorno pareva follia supporre che la nostra amicizia potesse durare. Ma noi fin dal tempo delle elementari, benchè così diverse, avevamo capito che insieme ci completavamo. Avevamo bisogno l’una dell’altra. Con quelle premesse, benchè io mi fossi sposata e lei fosse rimasta lascivamente disponibile con chiunque, dirigevamo insieme una galleria d’arte, Artemide, sul Lungo Lario Trieste, a Como. A quelle cene informali che spesso ci consentivano di riunirci coi nostri vecchi amici non poteva mai mancare il fratello di Miriam, Luca Molaioli, con sua moglie, Vanessa Dallai. Luca, forse il più posato tra tutti noi, si era laureato in medicina e si stava ancora specializzando in neurologia. Ma già lavorava in uno studio privato e si era sposato con la bella Vanessa la cui ambizione più pronunciata era quella di diventare madre, possibilmente di un numero di pargoli superiore a tre e inferiore a cinque. Auguri, le dicevamo ogni volta che la incontravamo notando la sua pancia disdicevolmente piatta. 

     Era una calda sera di fine agosto che spingeva chiunque a stare all’aperto, specie lì, sul prato che dalla villa digradava verso la riva del lago. Erano le undici di sera, del lago non si vedeva niente. Da dove ci trovavamo, sotto il gazebo, il lago era solo una massa nera che però si faceva apprezzare per la brezza leggera che ci alitava sul viso. Avevamo mangiato, avevamo bevuto e ora la tiravamo in lungo a dirci le solite amenità che, con la stessa imprevedibilità di un passero, saltavano senza ragione da un argomento all’altro. Poco prima che la cosa accadesse ci stavamo pungolando sulle infedeltà più o meno rilevanti commesse a danno dei rispettivi partner.

     «Taci Miriam» diceva Luigi dandole una pacca sulla coscia. «Tu non fai testo, tu sei infedele per partito preso. Se ci fosse un campionato apposito risulteresti prima e ti darebbero la medaglia d’oro.»

     «Era ora che qualcuno riconoscesse i miei meriti. Ma non ti credere che sia facile, per assurgere ai primi posti della classifica ci vogliono costanza e dedizione, valori che difettano alla nostra Sara.»

     «Ecco, lo sapevo che mi mettevi in mezzo» dissi io. «Eppure sai benissimo, anzi lo sapete tutti, che io e Lorenzo siamo come le due facce opposte della stessa foglia: indissolubilmente legati. Non potrei nemmeno concepire l’idea di essergli infedele, lo stesso vale per lui, ne sono certa.»

     «Nemmeno col pensiero?» provò a insistere Miriam.

     «Assolutamente no.»

     «Nemmeno con uno strafigo?»

     «Nessuno strafigo potrebbe darmi la stessa sensazione di completezza che mi dà Lorenzo quando si presenta con carta e penna e prende a fare progetti su come sistemare la casa. Prima o poi la sistemeremo, dice ogni volta. E il bello di questa cosa, benchè siano già sei anni che tiriamo avanti così, è che entrambi ci crediamo. Tu mi sai dire cosa c’è di più romantico? Altro che strafigaggine, qui si parla di beatitudine. E smettila di punzecchiarmi, tu queste cose non sai neanche come sono fatte, come diceva Luigi: non fai testo.»

     Ricordo ancora la faccia divertita di Alessio, mi pare che così si chiamasse, il suo nuovo compagno, il compagno di una sera o di una settimana, con Miriam era difficile che una relazione si potesse protrarre per un tempo più lungo. Ricordo ancora il suo gesto di alzarsi per rifornire il bicchiere della sua ineguagliabile compagna. Finché dura, era come se dicesse, è meglio godersela, a cosa serve recriminare? Era lì che riforniva di vino ghiacciato il bicchiere di Miriam, eravamo tutti lì che giocavamo a provocarci solo per ridere e per berci sopra un sorso di vino a suggello della concordia che era alla base del nostro stare insieme quando, dal nero che marcava il confine del lago, si materializzarono due tizi nerovestiti con tanto di pistole. Più tardi capimmo che erano arrivati con un motoscafo, lo avevano attraccato al pontile. Noi, alticci di vino e risate, sorpresi dalla loro irruzione, restammo come pietrificati, chi in piedi col bicchiere in mano, chi seduto alle prese con l’accendino che non ne voleva sapere di sprigionare la fiamma per accendere l’ultima sigaretta. I due tizi nerovestiti con tanto di pistole e passamontagna si fecero avanti e le risa di prima si raggelarono sulle nostre facce.

     «Collaborate e non vi accadrà niente» disse uno dei due, ma dal tono beffardo con cui lo disse… niente, magari io lo sentii beffardo, magari non lo era. Tuttavia brandiva la pistola con aria tanto minacciosa che io già mi aspettavo che facesse fuoco, magari un colpo in aria per meglio spaventarci.

     «Cosa volete?» chiese con voce esitante il caro Luca, forse più posato di tutti noi per l’abitudine a trattare con le turbe perlopiù immaginarie dei pazienti.

     «Vogliamo tutte le vostre cose. Forza» aggiunse mentre il suo complice buttava sul tavolo una borsa di tela nera, «vogliamo tutto, telefoni, portafogli, orologi, bracciali, orecchini. Se fate i bravi ci sbrighiamo in due minuti e ce ne andiamo.»

     La sorpresa unita allo sgomento di trovarci sotto tiro da due tizi che sarebbero apparsi minacciosi pure se, al posto delle armi, avessero brandito fiori ci impietrivano. Nessuno di noi per un pezzo lunghissimo, forse solo qualche secondo, fu capace di fare un gesto o dire mezza parola. Poi il tizio che aveva parlato fece un passo avanti, gesto che noi interpretammo come se stesse perdendo la pazienza. E allora pian piano iniziammo a buttare sul tavolo i nostri averi: orologi, portafogli, telefoni e mille altre cianfrusaglie come bracciali e girocolli, quasi tutta bigiotteria, che il complice arraffava e ficcava nella borsa. Era terribile che si portassero via le nostre cose, specie i contanti nei portafogli e i documenti e le carte di credito, ma non ci importava. Purchè se ne andassero alla svelta non ci importava. 

     La rapina era riuscita, ci avevano preso le nostre cose e se ne stavano andando quando, per un movimento brusco forse dovuto alla tensione, Lorenzo urtò un bicchiere che rovesciò il suo contenuto sul tavolo e poi, dopo due giri, cadde sul prato. Non ho mai capito cosa dovette passare per la testa del bandito, il solo dei due che aveva parlato. Non ho mai capito cosa credette di vedere in quel piccolo incidente del bicchiere rovesciato. Ma forse sono io che mi ostino a cercare una ragione che possa giustificare il suo gesto, un gesto che nessuna ragione potrebbe mai giustificare. Forse aspettava solo che qualcuno di noi gli fornisse un pretesto, non c’è una diversa spiegazione, gli serviva un pretesto. Lorenzo urtò un bicchiere e lui reagì con due colpi di pistola, due colpi sparati in pieno petto. Atterrita, per un istante lo vidi rimanere in equilibrio precario su un piede solo. Poi lo vidi cadere all’indietro travolgendo due sedie mentre sul suo viso già si disegnava una smorfia di dolore che è l’ultima cosa che mi è rimasta di lui. La sola che rivedo continuamente nelle mie notti solitarie. In quel momento mi sentii trafitta nel suo stesso modo. Perdevo sangue. Vedevo il rosso che si spandeva sulla sua t-shirt bianca ed era come se sanguinassi copiosamente. Poi urlai e mi accasciai travolgendo Miriam che da dietro aveva provato a sorreggermi. Altri si mossero, altre voci provarono a soverchiare le mie urla strazianti e alla fine nessuno di noi riuscì a vedere i due banditi che si defilavano riguadagnando il nero della riva. Più tardi abbiamo capito che c’era un complice sul motoscafo col quale erano venuti. Era là che li aspettava, magari col motore in moto. 

     Quando tornai a guardare vidi che c’era Luca accanto al cadavere. Lui come medico era il più accreditato. Ma per fare cosa? Non c’era più nulla da fare, già prima di accasciarmi lo avevo capito. Lorenzo era morto. Morto per aver rovesciato un bicchiere. Mi avvicinai a lui mentre Luca, con gesti pietosi, gli chiudeva gli occhi. Lui, il mio altro da me che era tutto per me. Io senza lui non ero più niente. Amore mio, gli dicevo posando le mie labbra umide di pianto sulle sue labbra già chiuse per sigillare definitivamente le parole che mi sarebbe piaciuto sentire. Parole che sarebbero rimaste inespresse per sempre. Amore mio, insistevo. Ma lui taceva. E mentre Miriam con l’aiuto di Alessio, sì, mi pare proprio che si chiamasse Alessio, mi tiravano via invitandomi a soffiarmi il naso e a mandare giù un bicchiere di roba forte, era tanta la mia rabbia che, se mi fosse riuscito, gli avrei rifilato un calcio. A lui, al mio amore che mi lasciava sola lo avrei preso a calci perché non doveva permettersi di morire in quel modo, a tradimento. Poi, atterrita dal mio stesso pensiero, quello di prenderlo a calci, compresi che ero fuori di me. Scioccata. Ero tanto sconvolta che avrei potuto combinare uno sfracello. Ci dicono che pure i peggiori criminali, pure gli stupratori e gli assassini seriali, hanno diritto a un giusto processo. Hanno diritto che un avvocato o uno stuolo di avvocati provino a discolparlo o a sminuire le sue colpe. Ci dicono che c’è sempre la presunzione d’innocenza. Il reato, nel caso ci sia stato, bisogna provarlo al di là di ogni ragionevole dubbio. Ce lo dicono con tanta insistenza che io fino a mezz’ora prima ci credevo. Per la verità ci credo tuttora. Ma in quel terribile istante, traumatizzata com’ero, se mi fosse stato possibile, se qualcuno lo avesse catturato e me lo avesse portato davanti, quel bandito lo avrei sbranato. Gli sarei saltata al collo e lo avrei sbranato. Al pensiero dei miei denti che gli laceravano le carni persi conoscenza. Ma fu un attimo. Al secondo bicchiere di roba forte rinvenni. E questa è diventata la mia costante. Ogni giorno lo attraverso spinta da una forza che non mi appartiene. Lo attraverso come fossi narcotizzata. Poi alla sera rinvengo.

     «Nella macchina ho un secondo telefono» sentii Luigi che lo diceva.

     Sentii pure Lucia che gli diceva di correre, di andarlo a prendere, bisognava chiamare la polizia, forse con un po’ di fortuna era ancora possibile intercettare i banditi in fuga col motoscafo. Poi non sentii più niente. Mi rifiutai di sentire. Sprofondai sulla sedia e ci rimasi per tutti gli anni a venire. In realtà pochi minuti, giusto il tempo di vedere Luigi che tornava col telefono in mano per dire che la polizia era stata allertata e si trovava già sulla strada, veniva da Como. Difatti a Cernobbio, tolti i vigili urbani, non c’era altro.  


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