Il caso Solinas

di Bruno Sebastiani

un noir, tratto da una storia vera


 

 

 

 

Nulla è come sembra, si potrebbe dire seguendo il lento dipanarsi di un'indagine tesa a fare luce sulla scomparsa di un uomo, scomparsa che alla fine renderà evidente un'intenzione malvagia, mostruosa, agghiacciante.

 

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Anteprima

 Sono morto il 9 novembre 2021, il giorno del mio 45° compleanno, era di mattina, alle undici o giù di lì. Ho azionato la serranda del mio garage col telecomando, sono entrato, ho spento il motore, sono sceso dalla mia Jeep Renegade e ho fatto il giro per aprire il portellone del bagagliaio. Non avevo pensieri di nessun tipo, avevo solo fretta di salire in casa, forse devo a questo la disattenzione per la quale non ho sentito nessun rumore alle mie spalle. Dovevo prendere la valigetta coi preziosi che usavo per il mio lavoro di rappresentante, c’era pure la mia valigia piena di panni sporchi da lavare, difatti erano già quattro giorni che stavo fuori casa, tornavo da Zurigo. Ero lì che prendevo le mie cose quando, preceduto da uno schiocco, ho sentito un dolore lacerante al centro della schiena come se mi avesse colpito un masso di lava incandescente, forse da lì la vampa che, come una folgore, si è irradiata alle spalle, al collo, alla testa disgregando nel tragitto ogni connessione. Mi è sembrato di vedere rosso, un attimo dopo al rosso è subentrato un nero cupo e filamentoso che, come una scia, indicava la traccia della vita che fuggiva via. Non so dire se mi sia accasciato a terra oppure sul pianale del bagagliaio, non so dire se sia stato colpito da un cavo scoperto dell’alta tensione o da un proiettile esploso da distanza ravvicinata, magari un proiettile a espansione. Il non sapere queste cose mi pare pregiudizievole, difatti dopo tanto tempo ancora non mi so spiegare perché sono morto e come sono morto.

     Como, 9 novembre 2021, ore 19, 05

          

     «Pronto, parlo con la polizia?»

     «Sì signora, qui è il centralino della Questura.»

     «Oddio, non so con chi devo parlare.»

     «Di cosa deve parlare? Piuttosto, mi dice il suo nome e da dove chiama?»

     «Mi chiamo Elisabetta Veneri e chiamo da Cernobbio.»

     «Da Cernobbio dove?»

     «Da casa mia, in Via Regina.»

     «Vada avanti, signora Veneri, come la posso aiutare?»

     «Riguarda mio marito, Cristiano Solinas.»

     «Sta male, si è ferito o cosa?»

     «Non so cosa dire, oggi è il suo compleanno, ma non si è fatto vedere.»

     «Vive da un’altra parte? Siete separati?»

     «No, che dice, io e mio marito ci amiamo, per questo gli avevo organizzato una festa, lo facciamo tutti gli anni. Alle cinque c’erano tutti, amici, parenti e conoscenti e lui mi aveva detto che sarebbe rientrato verso l’ora di pranzo o nel primo pomeriggio. Ma niente, di lui non so più niente, pure il telefono, sapesse quante volte ho provato, è muto, staccato o rotto o non prende, non è che ci capisca molto, so solo che quando ti servono, questi oggettini tanto costosi non funzionano mai.»

     «Mi faccia capire, signora, suo marito doveva rientrare, rientrare da dove?»

     «Da Zurigo, ci è andato per lavoro, ma io a questo punto non so più cosa pensare, una rapina, un incidente o un malore, mi aiuti lei, cosa devo fare?»

     «Si calmi signora, vedrà che non è successo nulla di grave. Per prima cosa mi dia la targa della sua auto e io provo a rintracciarlo.»

     «La targa, sì, ha ragione, dovevo pensarci subito. Mi dia un momento, cerco di trovarla, a mente non la ricordo, le basti sapere che non ricordo nemmeno la mia, ma di sicuro l’ho scritta da qualche parte.»

     «Faccia con calma e mi dica un’altra cosa, a casa è da sola o c’è qualcuno con lei?»

     «La piccola è di sopra, in camera sua e qui, accanto a me, c’è mio cognato, è lui che mi ha dato il numero della Questura.»

     «Suo cognato come si chiama?»

     «Roberto Solinas, è direttore della Unicredit che si trova in Piazza Perretta.»

     «Mi ci faccia parlare mentre lei cerca la targa dell’auto di suo marito.»

     «Pronto? Sono Roberto Solinas, mi vuole parlare?»

     «Sì, la signora la sento agitata, forse lei mi può spiegare meglio cosa è successo.»

     «Io non so dirle cosa è successo, c’è solo che mio fratello è scomparso, di lui non abbiamo più notizie da ieri sera, quando ha chiamato mia cognata da Zurigo. Ecco, ha trovato il numero di targa, se vuole gliela detto.»

     «Sì, detti.»

     «Si tratta di una Jeep Renegade nera targata: AG534VZ, lei è in grado di rintracciarla?»

     «Mi occorre un po’ di tempo e non è detto che ci si riesca. Senta, suo fratello ci va spesso a Zurigo?»

     «Sì, ci va tre o quattro volte al mese, fa il rappresentante di preziosi e a quel che so da quelle parti ha numerosi clienti, ne ha pure qui, nelle zone di Bergamo e Brescia, ma mai tanti come quelli che ha in Svizzera. Perché lo vuole sapere?»

     «Solo per inquadrare meglio la persona. E dunque, se fa il rappresentante di preziosi vuol dire che, dovunque vada, si porta appresso un campionario, roba di valore.»

     «Sta pensando a una rapina?»

     «Non si allarmi, sto solo immaginando una delle tante ragioni che potrebbero spiegare il suo silenzio. Ora avvio la ricerca della targa, se scopro qualcosa in tempi brevi la richiamo. Tuttavia, che mi senta o non mi senta, sarebbe bene che domattina la signora si presenti in Questura e si ricordi di portare con sé una foto del marito.»

     «Sì certo, una foto per le ricerche, finora non ci avevo nemmeno pensato. Se lei la vedesse, è così sconvolta, parlo di mia cognata, che alla fine ha sconvolto pure me, tanto che domattina mi toccherà accompagnarla, non posso lasciare che venga da sola, anche perché, se nel frattempo si scoprisse qualcosa di tragico…»

     «Non ci pensi, signor Solinas, e tranquillizzi la signora, a volte ci si allarma per niente. Ora riattacco.»

     «Sì, buonasera.»

     

     Cristiano Solinas

     un anno prima della morte.

     Benchè fossimo sposati solo da dodici anni, mia moglie era riuscita a farne una tradizione, così ogni anno, cascasse il mondo, così diceva, nel giorno del mio compleanno mi organizzava una festa. E pensare che nemmeno quando vivevo a casa dei miei, a Ponte Chiasso, con due genitori che non ci facevano mancare niente, a me e ai miei fratelli, si era mai data tanta importanza ai nostri compleanni come se, tra le tante scadenze dovute alla crescita, la scuola via via più impegnativa, i giochi via via più elettronici, i calzoni prima corti e poi lunghi, i capelli prima corti e poi lunghi, quello di compiere gli anni fosse la cosa più banale del mondo, non c’era nulla da festeggiare, nulla per cui rallegrarsi. Eppure mia moglie, che al suo non ci teneva e sempre si stupiva se le facevo trovare una festa a sorpresa, ogni anno partiva con largo anticipo per organizzare una festa come si deve per il mio compleanno. Ovviamente lo stesso faceva per quello di nostra figlia il cui nome, Giada, ricavato da una delle tante pietre preziose con cui traffico quotidianamente, è sinonimo di serietà, fedeltà, giovialità. La nostra piccola non aveva ancora imparato a dire mamma e già per mia moglie era socievole e comunicativa perfino più di me. Dico questo per sottolineare che, benchè sul lavoro, coi miei clienti, fossi indicato come il più simpatico tra i vari rappresentanti, il più gioviale, il più espansivo, per lei, per mia moglie, ero un orso sulla via della guarigione. Sulla via, appunto, da là i suoi incessanti tentativi di risanarmi. Sempre da là la tradizione ormai consolidata di festeggiare i miei compleanni. Amore, i suoi ripetuti tentativi di correggere la mia presunta orsaggine nonché l’osservanza scrupolosa di valorizzare con una festa i miei compleanni erano tutte manifestazioni del suo amore per me. Non avevo dubbi in proposito, lei mi amava come io amavo lei. Il nostro, a detta di tutti quelli che ci giravano intorno, amici, parenti e conoscenti, era un matrimonio riuscitissimo, perdipiù impreziosito dalla piccola Giada che, con la sua venuta al mondo, aveva proiettato la nostra felicità ad altezze vertiginose. 

     Per il mio 44° compleanno, per il significato simbolico che spesso si attribuisce al numero 44, stabilità, forza di volontà, successo, integrità, saggezza interiore, mia moglie, cascasse il mondo, mi aveva organizzato una di quelle feste di cui, a suo parere, si sarebbe parlato anche negli anni a venire. In realtà già il giorno dopo era dimenticata, ma quella sera, nel suo dipanarsi, effondeva una forza che pareva capace di modificare pure la struttura della casa. Per fortuna la casa non subì variazioni, né migliorative né peggiorative, e pure io, per quel che ricordo, rimasi lo stesso che ero il giorno prima, quando mi mancava un giorno a compierne 44. Verso le nove, dopo il rito della torta e dello spumante, ubriaco più di chiacchiere e di risa sguaiate e di pacche sulle spalle, indossai il giaccone nuovo, dono di mia moglie, e mi avventurai fuori, sulla veranda da cui, oltre al freddo pungente contro cui nulla poteva il giaccone nuovo, mi concessi una botta rivitalizzante con la vista del panorama che si gode da casa mia. Alla luce dei lampioni a fungo disposti con scelta strategica negli angoli più suggestivi, vedevo il prato che digradava dolcemente verso il lago, vedevo il pontile e più avanti, dopo un balzo che si superava con tre gradini, vedevo il nero assoluto del lago che rimandava, come fosse uno specchio, il nero assoluto del cielo. Era una di quelle sere in cui le nuvole, spesse e compatte come se le avessero costrette a forza tra la cerchia dei monti, accorciavano le distanze, spegnevano i contorni riducendo ogni cosa a una dimensione più esile, più domestica. Era tutto lì, nel poco spazio illuminato dai lampioni. Benchè ne sentissi sul viso la vastità, del lago non si vedeva niente, al più se ne percepiva il respiro lento e smisurato come se, simile all’orso che mi portavo dentro, in quel novembre freddissimo, fosse caduto in letargo. Alle mie spalle, dalla porta finestra rimasta accostata, mi arrivava l’eco della festa ancora lontana dal raggiungere il suo culmine. Sentivo le grida sfrenate dei bambini, il vociare impastato di vino degli adulti, la voce stridula di due trentenni, amiche di mia moglie, che sempre venivano sperando di trovare qualcuno con cui accompagnarsi, invariabilmente se ne andavano da sole. Mi arrivava pure il miscuglio degli odori resi più acri dalla sudorazione, magari ero io che li immaginavo, eppure mi pareva di distinguere il dopobarba scadente che usa mio cognato, Giovanni Sabelli, il marito di mia sorella Letizia, il Givenchy Irresistibile che usa mia cognata, Viola Conforti, la moglie di mio fratello Roberto e il gusto fragola delle gomme da masticare perennemente in bocca alle figlie di mio fratello, Sonia e Sofia, due nomi che cominciano con la “S” per meglio coniugarsi con Solinas. 

     Mi feci più avanti per togliermi dall’afrore che mi giungeva da dentro e mi accesi una sigaretta, che poi era il pretesto che mi aveva consentito di uscire. Il fumo, più tiepido dell’aria, saliva un poco e immediatamente ripiombava al suolo scontando, nell’inutilità di quel tentativo, l’irrazionale che attiene a ognuno di noi, anche al fumo di una sigaretta. Non era da me lasciarmi andare a quel tipo di pensieri, io che di solito trovavo il bello e il divertente anche nel dover cambiare una ruota bucata sotto la neve, mi era capitato due volte, ora aspettavo la terza perché non c’è due senza tre. Non era da me, specie nel giorno del mio 44° compleanno, un traguardo dalle mille implicazioni, tutte favorevoli a sentire mia moglie, la mia carissima Elisabetta, che me le aveva elencate la sera prima al telefono. Una vampata di calore mi fece capire che qualcuno aveva aperto la porta finestra, col calore mi giunse un crescendo di rumore e un istante dopo, per contrasto, fu come se si fossero zittiti tutti. Accesi una nuova sigaretta e mi accorsi che c’era mio fratello con me, il caro Roberto di due anni più grande e di venti chili più pesante, ma il mio eroe indiscusso fin da quando, coi primi cimenti scolastici, si autoproclamò mio difensore da una banda di bulli che mi volevano taglieggiare.

     «Come va» mi disse, «ti senti più saggio di ieri?»

     «Per il momento mi sento solo più rincoglionito, chissà se domani mi scoprirò più saggio. Tu ci sei passato, come ci si sente quando ci si avvicina ai cinquanta?»

     «Ci si sente come quando scendevamo con la bicicletta senza freni da Via delle Ginestre, te ne ricordi?»

     «Certo che me ne ricordo, ogni volta scendevamo con la paura di impattare nel retro di un trattore, là solo trattori si trovavano, però eravamo bravi a schivarli.»

     Mio fratello si fece dare una sigaretta delle mie, mi si fece più vicino, accese con la mia e per un pezzo rimase zitto come per il bisogno di riordinare le idee. Impensabile fino a poco prima, dalle parti di monte Legnone si mostrò una falce di luna, tentativo effimero come quello azzardato dal fumo della sigaretta, infatti il suo chiarore, simile a uno strappo, fu immediatamente ricucito per ripristinare il nero assoluto che c’era prima.

     «In realtà ti ho cercato perché ho bisogno di parlarti di Giovanni.» mi disse senza guardarmi.

     «Sì, lo avevo immaginato.»

     «Era venuto in banca da me per farsi dare un prestito, tu sai meglio di me come stanno le cose, così non l’ho potuto accontentare. Eppure è riuscito a mettere su una ditta che si occupa della manutenzione di parchi e giardini, tu ne sai qualcosa?»

     «Sì, l’ha messa su coi soldi che gli ho dato io.»

     «Ci avrei scommesso.»

     «Che dovevo fare? Letizia è nostra sorella, l’ho fatto per lei più che per lui. Ma mi è sembrato che abbia capito la lezione, ha detto che vuole rigare dritto e i soldi che gli ho prestato, con la mano sul cuore, mi ha assicurato che me li renderà fino all’ultimo centesimo.»

     «Tu gli hai creduto?»

     «No.»

     «Quanto gli hai dato?»

     «Il minimo per acquistare un furgone di seconda mano e gli attrezzi necessari alla nuova attività: 15000 euro.»

     «Che si sommano ai 15000 del maggio scorso.»

     «Lo so, ma quando me lo trovo davanti con la sua aria da cane bastonato, quando penso che a casa c’è mia sorella che aspetta che suo marito si decida una buona volta a fare quel che ci si aspetta da un capofamiglia, io non me la sento di voltargli le spalle. Fortunatamente i soldi per me non sono un problema, ma gli ho fatto promettere…»

     «Se io avessi messo in banca le promesse di Giovanni ora sarei un uomo ricco. Scommette, è una cosa più forte di lui, appena si ritrova qualche soldo in tasca si chiude in qualche fetida sala scommesse e si gioca tutto. Quanto pensi che riuscirà a tenere in piedi la nuova ditta?»

     Tornai a guardare dalle parti di monte Legnone nella speranza che la falce di luna, fidando nella disattenzione delle nuvole, si procurasse un nuovo varco da cui farsi vedere. Ma niente, si era trattato di un tentativo velleitario e, come tale, irripetibile.

     «Stasera l’ho visto allegro, questo mi fa ben sperare sulla durata della nuova ditta.»

     «No Cristiano, la nuova ditta è destinata a fallire come tutte quelle che l’hanno preceduta, si rivelerà l’ennesimo buco nell’acqua. Si direbbe che Giovanni, a parte la moglie, mistero assoluto su come gli riesca, non sia capace di tenersi niente. Inoltre io credo che la tua generosità non gli sia di nessun aiuto, è un irresponsabile e finché sa di poter contare su di te continua a comportarsi da irresponsabile.»

     «Cosa vuoi che faccia?»

     «Devi fare come faccio io, nei primi anni sapessi quante volte l’ho aiutato, poi ho chiuso i rubinetti.»

     «E a Letizia non pensi?

     «Certo che ci penso, penso a lei e penso a Marco che si ritrova un padre privo di dignità, sempre alla ricerca di un aiuto da parte dei cognati. Pure Marco ci soffre, non credi? Bisogna che Giovanni si ravveda e siccome, come la droga, la smania di scommettere crea dipendenza, bisognerebbe convincerlo a farsi curare.»

     «Sì, forse hai ragione, bisognerebbe convincerlo, ma non sarà facile, questa esigenza deve partire da lui.»

     «Lascia fare a me, proverò a parlarne con Letizia, se mi riesce di convincere lei poi in due sarà più facile convincere lui. Ti va di rientrare?»

     «Rientra se vuoi, io mi fumo un’altra sigaretta.»

     «Sì, io rientro, non vorrei offendere tua moglie che tra l’altro, lasciatelo dire, stasera si è superata, ti ha organizzato una festa meravigliosa. In principio non ci credevo, troppo bella per essere anche dolce e affettuosa, invece si sta rivelando una moglie esemplare, basta vedere come riempie di premure non solo te, vecchio orso, ma pure la piccola Giada. Evidentemente sei nato fortunato.»


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