IL CORNICIONE

Bruno Sebastiani

Romanzo sociale e d'amore, un po' all'Arsene Lupin

 

 

Sui banchi di scuola, nello scompartimento di un treno, nella sala d'attesa di un dottore, in fila alla posta... sono tanti i posti in cui poter fare l'incontro che, sol che il destino lo voglia, ti cambia la vita. A Milano, in una sera di fine novembre, accade sul cornicione di un palazzo di sette piani, questo per dire che il destino, sol che lo voglia, non si mette paura dell'altezza.



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Anteprima

  A Milano, all’incrocio tra Corso Magenta e Via Giosuè Carducci, nel senso che prende entrambe le vie, c’è un palazzo di sette piani il cui prestigio discende in maniera diretta dal prestigio di coloro che lo abitano o in cui hanno il loro studio. Si tratta per la maggior parte di rispettati cittadini che fanno il vanto di questa città, tra cui avvocati, procuratori finanziari, magistrati, architetti, oculisti, ingegneri e un paio di generali dello Stato Maggiore, uno ancora in attività e l’altro messo a riposo, ossia in pensione. Vi sono pure dirigenti inseriti a vario titolo nei consigli direttivi delle banche o nei vari apparati della Regione, di due si sa che lavorano nell’assessorato ai Lavori Pubblici e in quello della Sanità, assessorati che hanno un peso rilevante nel senso che i politici passano mentre i dirigenti restano e a loro occorre far capo per i vari appalti o commesse di forniture dei materiali occorrenti al regolare funzionamento dei servizi erogati dalla Regione. 

     Vista la qualità degli abitanti, visti i loro conti in banca e visto il loro tenore di vita, visto il fasto di cui si circondano per dare sostanza al loro stato emergente, non sorprende che l’ingresso del palazzo sia continuamente sorvegliato e che i vari appartamenti siano dotati di sistemi di allarme per scongiurare le effrazioni. I ladri dozzinali, quelli la cui abilità si esaurisce col forzare la portiera di una macchina, lo evitano. Ma per i ladri conosciuti nel loro ambiente per essere dei veri professionisti, violare i sistemi messi a difesa delle ricchezze contenute nel palazzo è una sfida dal sapore epico, con altri abiti e con strumenti diversi potrebbero sentirsi come doveva sentirsi il mitico Giasone che si recò nella Colchide per rubare il Vello d’oro.

     È un sabato sera di fine novembre, sono le undici e in cielo v’è un sipario scuro che impedisce di vedere le stelle, ma che riflette in maniera speculare il giallo dei lampioni scaglionati lungo le strade per contrastare il fenomeno più increscioso per questa città, la nebbia, una nebbia che col tempo si è fatta sempre meno opprimente come se si fosse ritirata a vivere nei quartieri della periferia, qui al centro è difficile trovarla, però i lampioni sono rimasti rendendo tutto giallo, specie le parti lucide come le pavimentazioni delle strade o le carrozzerie delle macchine, con effetti spettrali sui visi delle persone che tutte, indistintamente, si direbbero affette da disturbi epatici. Sarà per questo che a quest’ora della sera di persone in giro se ne vedono poche, chi può si serve dell’auto, o la propria o il taxi. 

     I mezzi pubblici a quest’ora della sera potrebbero pure non esserci, infatti i pochi che si vedono viaggiano quasi vuoti. Il tutto si spiega col fatto che è sabato sera, quando è difficile che qualcuno esca da casa per andare al lavoro, chi esce di sabato sera lo fa per andare in un teatro, in un ristorante o in uno di quei locali in cui tirar tardi fino al mattino senza far caso a come si ammazzano le ore, bere, fumare, impasticcarsi, vi sono tanti modi, purchè si ammazzino, le ore beninteso.

     Sono le undici e sul cornicione del palazzo che ci interessa, quello che fa da cornice al sesto piano nel senso che il settimo non era previsto, è stato aggiunto in fase costruttiva, ebbene sul cornicione si vede scivolare un’ombra. Si tratta di un individuo nero in ogni sua parte: scarpe, calzoni aderenti, giubbotto e passamontagna calato sul viso, ogni indumento è nero, pure lo zaino che tiene a tracolla è nero. Si muove piano, senza fretta, anche perché ormai non ha più nulla da fare, deve solo trovare un posto dove fermarsi a riflettere su come potersene andare. Il piano che aveva in mente è sfumato e ora si trova lì, intrappolato sul cornicione che gli permette di dominare dall’alto l’intera città senza che questo dominio gli consenta di individuare una via di fuga. 

     Nicolas Aubry, cittadino svizzero, trentaquattro anni, ladro internazionale, attribuzione che discende dalla conoscenza di quattro lingue oltre la sua, francese, tedesco, italiano e inglese, capelli biondi e occhi azzurri, non si capacita di come si sia creato il contrattempo che gli ha impedito di portare a termine il colpo. Seduto a gambe incrociate sul cornicione che sporge solo ottanta centimetri, a un passo dal vuoto, non ha vergogna di ammettere con se stesso di sentirsi ridicolo. Per dirla diversamente si sente umiliato come un gatto che avesse perso lo scontro col suo avversario diretto per accaparrarsi i favori della gattina più seducente del caseggiato. Immaginarli appartati da qualche parte, il suo avversario e la gattina, senza che lui possa tornare a farsi vedere, così recita la regola, nel senso che perso lo scontro è doveroso sparire, gli rappresenta questo cornicione come un rifugio, condizione ulteriore per farlo sentire ridicolo. Nella sua lunga carriera costellata di successi non gli era mai capitato di rifugiarsi su un cornicione, così, oltre che ridicolo, si sente pure sprovveduto come il più arruffone dei ladri. Se una cosa del genere si dovesse risapere perderebbe in un colpo solo tutti i punti conquistati nelle precedenti, mirabolanti imprese. Ma non si risaprà, lui farà in modo che questa cosa non si risappia e questo vuol dire che il colpo fallito stasera è da considerarsi solo rimandato, quello che non è riuscito ora riuscirà sabato prossimo, sempre che… Ci sono sempre dei puntini di sospensione perché un piano, per quanto ci si sforzi di renderlo perfetto, alla fine sconta sempre un divario tra la teoria e la pratica, tra quanto si è meticolosamente studiato di fare e l’imponderabile di cui è impossibile tenere conto, ma che sempre si evidenzia, quando si evidenzia, indistinguibile come un grano di sale nei denti di un ingranaggio lubrificato con chili e chili di grasso, che si inceppi per un misero grano di sale è quasi impossibile, ma c’è un quasi di troppo ed è quello che è successo stasera.

     Nicolas Aubry è specializzato in furti di opere d’arte, furti che in genere mette a segno su commissione. Per la vita che conduce, una vita che lo costringe a restare nell’ombra, i suoi committenti non sono mai i collezionisti bensì i galleristi. E lui ne conosce parecchi, galleristi che spesso lo interpellano sentendosi con le spalle coperte, nel senso che per ogni quadro che gli chiedono hanno già un compratore, a volte più di uno come stasera. Infatti stasera avrebbe dovuto rubare una litografia di Joan Mirò per la quale è venuto a sapere che se la sarebbero contesa due collezionisti, uno di Amsterdam e uno di Amburgo, sa pure che questa contesa avrebbe fatto lievitare il prezzo. Ma in fondo si tratta dei soliti intrallazzi dei galleristi, si è detto, e lui con gli intrallazzi non vuole averci a che fare. Così, ricevuta la commessa, si è messo a studiare il piano.

     La litografia che lo interessa si trova in un appartamento ubicato al sesto piano di proprietà del giudice Attilio Fioramonti, operante nel settore amministrativo del Tribunale di Milano. Un magistrato dunque, c’era anche il rischio che viaggiasse con la scorta, a volte capitano questo genere di inconvenienti, ma non era questo il suo caso, lo ha potuto constatare personalmente. Infatti, per mettere a punto il suo piano, oltre agli informatori di cui si serve abitualmente, per un mese intero ha sorvegliato gli spostamenti del giudice e di sua moglie, ci sarebbe pure una figlia, ma lei a Milano non viene mai visto che vive a Londra. La sorveglianza gli ha permesso di appurare che c’è una domestica che viene ogni giorno dalle otto a mezzogiorno, la domenica non viene, fa riposo. Per quel che riguarda il giudice e sua moglie, ogni sabato sera escono alle otto per andare a teatro. È dal 2002, da quando è stato inaugurato, che si recano puntuali agli spettacoli che si tengono nel teatro Arcimboldi, non si perdono una recita, sono abbonati e hanno i posti prenotati. Sa che ci vanno pure quando non stanno troppo bene, per l’età che hanno, un’età pericolosamente vicina ai cinquanta, è facile che si ammalino, ma fanno uno sforzo e ci vanno lo stesso. In fondo è anche un modo per condurre un surrogato di vita sociale, cosa che si traduce col bere un bicchiere in compagnia degli amici al termine dello spettacolo, per la qual cosa non rientrano mai prima dell’una. Dalle otto all’una sono cinque ore, un tempo più che sufficiente per fare il colpo. 

     Così stasera si è presentato puntuale per controllare la partenza dei coniugi Fioramonti. Alle otto sono usciti, c’era un taxi in attesa, l’addetto alla sorveglianza del palazzo, coi modi servili caratteristici di una guardia giurata di fronte a un alto magistrato, li ha preceduti e ha tenuta aperta la portiera del taxi, poi li ha salutati portandosi la mano destra alla visiera del berretto ed è tornato al suo posto, un banco nell’atrio simile al bancone di un hotel. Nicolas Aubry ha aspettato un’ora prima di passare all’azione. Poi, passando per Via San Nicolao, si è portato sul retro del palazzo fino a una botola che immette in una delle tante cantine poste nel seminterrato del palazzo, una semplice finestrella ad altezza di marciapiede con tanto di inferriata. Curando di non fare il minimo rumore e di non lasciare nessun segno, ha divelto i ferri, ha forzato la finestrella e si è calato nella cantina curando di rimettere tutto in ordine. Una volta dentro, in meno di un minuto ha forzato la serratura della porta metallica e si è ritrovato nel corridoio lungo e male illuminato del seminterrato. Lo ha percorso fino alla porta di fondo, un’altra serratura da forzare, poi è salito sulla scala, dodici gradini, nuova porta, nuova serratura da forzare, e si è ritrovato nell’atrio del palazzo. Lì, acquattato nell’ombra, ha dovuto aspettare che la guardia giurata si distraesse, cosa che è avvenuta puntualmente con la discesa dell’ascensore. Sono scese due signore, in realtà due gaie vecchiette in abito da sera con tanto di stola e cappellino vezzoso sui riccioli bianchi, e il vigilante si è precipitato come suo solito fin sul marciapiede per tenere aperta la portiera del taxi in attesa. Quando è tornato al banco mai avrebbe potuto immaginare che un ladro avesse approfittato della sua momentanea assenza per imboccare le scale. A piedi, l’uso dell’ascensore è vivamente sconsigliato in questi casi, Nicolas Aubry ha raggiunto il sesto piano e si è fermato davanti alla porta dell’appartamento dei coniugi Fioramonti. Sapeva già della porta, una porta robusta con serratura di sicurezza Dom Diamant, quelle che vengono dette a prova di ladro, prova che lui ha superato egregiamente in due minuti esatti senza lasciare nessun segno, neanche un graffio, niente. Una volta dentro casa aveva dieci secondi di tempo per tacitare l’allarme, ma gli informatori servono proprio a questo, infatti ne ha impiegati cinque per digitare il codice sull’apposita pulsantiera. Inibito l’allarme, ha chiuso la porta e, senza accendere le luci, allo scopo aveva una torcia, ha raggiunto lo studio del giudice Fioramonti. La litografia era lì, appesa tra altre di pittori meno importanti proprio di fronte alla scrivania. A quel punto veniva la fase più delicata, la fase in cui era più facile commettere errori, specie per il fatto che il furto non si doveva scoprire, da là la sua attenzione a non lasciare i segni dei suoi scassi, da là l’uso indiscriminato di appositi guanti di lattice per evitare di lasciare impronte, da là l’uso di un falso da montare nella stessa cornice dopo aver rimosso la litografia originale. Operando con metodo e senza fretta, iniziò a farsi spazio sulla scrivania, staccò la litografia dalla parete, ve la dispose sopra a faccia in giù e prese a studiare la cornice. Non era difficile, nello zaino aveva tutto l’occorrente per smontarla e rimontarla, previa sostituzione dell’originale col falso ovviamente, senza lasciare nemmeno un graffio, un’unghiata, una screpolatura, da fuori solo un esperto dopo attenta analisi avrebbe potuto notare la differenza tra la litografia che c’era prima e quella che avrebbe lasciato. Ma il giudice Fioramonti, forse bravo a farsi valere nelle aule del tribunale, non era un esperto, di arte capiva poco, sapeva solo che era conveniente investirvi. Stando così le cose, senza l’intervento di uno più esperto di lui, forse il furto non sarebbe mai stato scoperto per la felicità di tutti, compresa la figlia che viveva a Londra e che, alla morte dei genitori, benchè affranta per la perdita, avrebbe ereditato le loro ricchezze. 

     Ma mentre era lì che studiava attentamente la cornice prima di smontarla, col tipico sesto senso che si sviluppa spontaneamente in chi pratica il mestiere di ladro, trattenne il respiro e rimase in ascolto. C’era un rumore che non poteva mai dirsi insolito come non è insolito che un ascensore salga o scenda in un palazzo tanto alto. Ma lui in quel momento, per quel sesto senso citato più sopra, lo trovò insolito come se dopo una certa ora, erano solo le dieci e quindici, fosse proibito usare l’ascensore. Prese la torcia e con passi felpati tornò alla porta d’ingresso, accostò l’occhio allo spioncino e rimase in attesa. Ora lo sferragliare dell’ascensore lo sentiva nitidamente, ma sentiva pure delle voci che salivano di tono man mano che la cabina si avvicinava al piano, voci che, mentre le porte si aprivano, divennero distinte. 

     «Questa è l’ultima volta» diceva il giudice, «figure così non ne voglio più fare, me lo immagino che staranno tutti ridendo di noi.» 

     «Che ne potevo sapere che il ciclo mi sarebbe venuto proprio stasera?» ribatteva sua moglie. «Calcola che erano quattro mesi che non mi veniva, ormai mi ero rassegnata, mi pensavo in menopausa.» 

     «E c’era bisogno di fare tanto chiasso per quattro gocce di sangue?» 

     «Avrei voluto vedere te…» 

     Il resto di quel bisticcio coniugale condotto a bassa voce per la solita rispettabilità che in un palazzo si incrina con poco Nicolas Aubry smise di orecchiarlo, gli bastava sapere che alla signora era venuto il ciclo e rapidi erano tornati a casa. 

     Svelto come un gatto tornò nello studio e in un baleno fece sparire ogni indizio della sua presenza. La litografia tornò al suo posto, gli attrezzi furono ricacciati nello zaino, gli oggetti spostati sul piano della scrivania furono riordinati in maniera identica a come si trovavano prima. Arrivato a quel punto restava solo un oggetto fuori posto: se stesso. Cosa fare di se stesso? Doveva sparire e non sapeva come fare. La via diretta per la porta d’ingresso era impraticabile, tra l’altro già si sentiva l’armeggiare del giudice che la stava aprendo, e le finestre avevano le grate. Così, fidando più nell’istinto che nell’effettiva conoscenza dell’appartamento, imboccò le scale e raggiunse il piano di sopra dov’erano situate le camere da letto. Anche lì vide che le finestre erano munite di grate, ma c’era un bagno dotato di una esigua finestrella a metà parete, nulla di complicato da forzare, ma era davvero minuscola, trenta centimetri per cinquanta, solo un bambino sarebbe riuscito a passarci. Ma la situazione era disperata, non c’era tempo per individuare una diversa via di fuga. Così salì sull’asse in pregiato legno di rovere che ricopriva la tazza, forzò la finestrella, scese per far sparire le impronte delle sue scarpe, quindi si issò a forza di braccia, prima lo zaino e poi il suo corpo che riuscì a far passare improvvisando manovre da contorsionista. Dall’altra parte vide che la parete spiombava e finiva con mezzo metro di tetto e un parapetto, due metri più sotto c’era un cornicione. In sostanza l’intero settimo piano ospitava tutte le camere da letto di tutti gli appartamenti del sesto, gli unici che risultassero articolati su due piani. Nicolas Aubry richiuse la finestrella, ma gli ci volle un attimo per capire che lì non poteva restare, c’era il rischio che dalle altre finestre, benchè munite di grate, lo potessero vedere. Così si sporse e saltò sul cornicione, ne percorse un tratto finché non trovò un posto dove fermarsi. 

     Aveva bisogno di riflettere, cosa che in effetti sta ancora facendo. Ma l’agitazione con cui si è dato alla fuga se la sente ancora addosso sotto forma di calore, una sorta di vampa che, nonostante sia novembre, lo fa sudare. Al passamontagna calato sul viso c’è abituato, ma in questo momento gli pare che non lo faccia respirare. E poi qui, sul tetto del mondo, coi palazzi di fronte che sono due piani più bassi del suo, non c’è alcun senso tenerlo. Già si sente ridicolo per essersi rifugiato sul cornicione, col passamontagna si sente due volte ridicolo. Con un gesto che sa quasi di sfida se lo toglie e lo ripone in una tasca laterale dello zaino. Quindi cerca nella tasca interna del giubbotto e ne cava un cigarillo marca Partagas Chicos, secondo quanto sta scritto sull’etichetta si tratta di sigaretti cubani. Anche al cigarillo c’è abituato, ma non gli era mai capitato di fumarne uno sul tetto del mondo, perciò accende e tira di gusto. Tuttavia nel suo mestiere il piacere di fumare spesso si coniuga con la soddisfazione di aver portato a buon fine un colpo. In questo caso al posto della soddisfazione c’è una mescolanza di sensazioni in cui predomina il disappunto, cosa che il cigarillo sottolinea con una punta di bruciaticcio come se fosse in combutta con la signora Fioramonti che si è fatta venire il ciclo dopo che per ben quattro mesi era rimasto latitante. Che l’abbia fatto apposta sembra azzardato dirlo, ma non c’è ladro che non sia un tantino scaramantico. Così anche il nostro Nicolas Aubry, tra una tirata e l’altra del suo prezioso cigarillo, si dice che a pensare male del prossimo è peccato, ma spesso ci s’indovina.