Il metodo Stanislavskij

Bruno Sebastiani

Romanzo di narrativa, sociale/psicologico.


La storia di una donna, dedicato a tutte le donne che non si arrendono.


In una sera flagellata dalla pioggia e raggelata da una serie impressionante di lampi, Valeria scappa di casa. 

     Valeria è una donna sposata da cinque anni e fugge da una situazione insostenibile. Smarrita, vulnerabile, disperata, fugge in primo luogo per tentare di ritrovare se stessa, il poco che ne è rimasto sotto cumuli di macerie: percosse, vessazioni, umiliazioni. È l’ombra di se stessa a partire dagli occhi, prima sempre gioiosi e sorridenti e ora, con scorie di terrore sedimentate nel fondo, due semplici laghi d’angoscia.

     Scappare di casa è solo un primo passo, il più lacerante, il più denso d’incognite. Altri ne saranno necessari alla strenua ricerca delle proprie peculiarità come donna, come prima arbitra delle proprie scelte, delle proprie priorità, della propria identità. Si tratta di un percorso difficile, tutto in salita, che può concludersi solo con un gesto risolutivo per affrancarsi dal passato, un gesto non facile, contrario alla propria natura, ma che alla fine si rivela il solo capace di liberarla per provare a volare con ali nuove. 

     Solo morendo si può sperare di rinascere, queste le ultime parole del romanzo e Valeria le fa sue mettendo in gioco tutta se stessa… per rinascere.



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Anteprima

  Il buio della notte è squarciato dai lampi che sembrano frantumarsi nel vorticoso baluginare dei fari delle vetture che procedono sulla corsia opposta. Vi sono momenti in cui la luce è tanto vivida da mostrare il confine del cielo, un confine schiacciato al suolo da montagne di nuvole le cui volute, al balenare dei lampi, oltre che gigantesche, hanno qualcosa di mostruoso nel loro sormontarsi come furie imbestialite. 

     Piove a dirotto sull’autostrada. 

     È dal pomeriggio, quando c’era ancora un po’ di chiaro in cielo, che la pioggia ha preso a flagellare la terra e ancora non smette. È stato un azzardo per Cosmo Diamanti guidare per otto ore filate fino all’aeroporto della capitale, ma poi è scesa la notte e le cose sono peggiorate, se prima la visibilità era precaria, in seguito si è fatta nulla o quasi. Difatti, da quando è partito da Roma per tornare indietro, prova la straziante sensazione di procedere sotto lo scroscio di una cascata, al buio. Gli sembra di procedere a tentoni nel senso che, tolti i riflessi sfrangiati dei fanali di posizione delle macchine che lo precedono, per il resto lo soccorre solo l’immaginazione. Il rombo che produce la pioggia sul parabrezza e sul tetto della sua Volvo lo fa sentire piccolo, insignificante, un microbo finito per caso nei recessi di un batiscafo concepito per studiare le profondità marine. Non ha la più pallida idea di come ci sia finito dentro, forse per un colpo di vento attraverso il portello rimasto aperto. E ora che il batiscafo sta procedendo verso i fondali da esplorare, calcola che ci vorranno mesi per tornare a vedere la luce. 

     Pensa all’oblio di una immersione oceanica per fare un salto indietro e rivedere il volto di Marina. L’ha inseguita fino all’aeroporto della capitale, una struttura che da lontano, attraverso le striature di pioggia provocate dal tergicristallo sul parabrezza, ha visto simile a un’immensa costruzione spaziale. Travature metalliche, metalliche pure le scale e le gabbie degli ascensori, schermi luminescenti, antenne paraboliche, fari giganteschi e imponenti vetrate da cui era possibile guardare dentro. 

     Era già tutto pronto per la partenza. 

     Si è precipitato nell’aerostazione pensando di essere ancora in tempo, ma lei se n’era già andata. Era lì, lo aspettava per l’ultimo saluto, ma in realtà se n’era già andata. L’ha trovata sotto il grande tabellone delle partenze e sul suo viso ha visto anche quello che non aveva immaginato ci potesse essere, un misto di rammarico e rabbia, un misto di tristezza e collera. Era pronta a partire e il suo sguardo, forse per un senso di fatalistica accettazione, tra le altre cose diceva: io l’avevo sempre pensato che potesse finire così.

     La pioggia battente non consente di vedere niente. Con le mani strette convulsamente sul volante, si chiede come facciano gli altri automobilisti a sfrecciare veloci sulla corsia del sorpasso. Per la verità sfrecciare è un termine eccessivo, nessuno è tanto pazzo da superare gli ottanta chilometri orari, c’è solo che lui giudica pazzia anche sfiorare i sessanta. Si lascia sorpassare da un TIR gigantesco che solleva montagne di spruzzi riducendo la visibilità a zero e ripensa alla prima volta in cui vide Marina.

     Era uno sconosciuto in quel tempo, eppure la sua casa editrice era riuscita a ottenere la disponibilità di una libreria prestigiosa per la presentazione del suo primo libro. Anche quella volta tutto accadde nella capitale, come dire che là la vide e là l’ha persa. Era commessa nella Libreria Godel, in Via del Tritone. Era ansiosa di conoscerlo, così gli disse in seguito, per aver già letto il suo libro, un libro che, a quel che vide, per opportune anticipazioni fatte circolare dalla casa editrice, aveva richiamato un discreto pubblico.

     Aveva scritto una storia ambientata nel tempo della Spagna franchista. Era il 1939 quando il generale Francisco Franco, al termine della guerra civile, inaugurò la sua terribile dittatura che rimase operativa fino al 1975, anno della sua morte. Non era molto che era uscito nelle sale il film Terra e Libertà del regista inglese Ken Loach, ambientato nel periodo della guerra civile spagnola. Chissà, forse senza quel film le cose sarebbero andate in maniera diversa, così si diceva notando l’affluenza nella libreria. Non poteva credere che tutte quelle persone, forse sessanta, forse settanta, forse anche di più, fossero venute perché interessate al suo libro, il libro di un autore sconosciuto.

     Durante la serata fu costretto a ricredersi, tutte quelle persone erano venute per lui, per vedere come fosse fatto e come avrebbe risposto alle loro domande, con quanta scioltezza, con quanta competenza, per sentirgli raccontare in base a quali presupposti avesse concepito il suo libro. Lui non aveva idea delle anticipazioni uscite sulla stampa romana in merito al suo libro. Sapeva che il direttore editoriale si era dato da fare, ma pensava ai soliti trafiletti informativi, magari due righe per pubblicizzare l’evento. Difatti è quasi una prassi far precedere ogni presentazione di un libro con inserzioni pubblicitarie. Ma nel suo caso si era fatto di più. E il pubblico che si presentò numeroso per sentirlo parlare gliene diede la conferma.

     In principio si sentiva nervoso, c’erano tante sedie vuote e troppi libri ammonticchiati sul tavolo del relatore, era stato un errore largheggiare in quel modo, già immaginava che molti sarebbero rimasti invenduti e la cosa gli sarebbe sembrata crudele. Ma la commessa che lo aiutava a sistemare le sue cose sul tavolo, e che si rivelò preziosissima col microfono che, nella fase di prova, emetteva solo sibili al posto delle parole, con la sua sola presenza, con la sua voce morbida, coi suoi sguardi colmi di considerazione, gli ridiede fiducia.

     La serata andò bene. Dopo l’introduzione del direttore editoriale, Cosmo Diamanti fece un piccolo sunto del suo romanzo, ovviamente senza svelare il finale. Poi iniziarono le domande, una raffica di domande sempre centrate sull’argomento, sempre argute e intelligenti. Il pubblico era preparato e lo incalzava, non era mai stanco di porgli quesiti ogni volta più insidiosi pur di sentirlo parlare. Un osservatore occasionale avrebbe potuto farsi venire il sospetto che la lista delle domande l’avessero concordata. Lui stesso a un certo punto si trovò a pensare una cosa del genere, pareva che gli facessero proprio le domande cui gli sarebbe piaciuto rispondere, mai domande generiche ma proprio quelle, le più pertinenti. Rise tra sé nel pensare quella cosa che forse si sarebbe potuta spiegare con una manovra di ipnosi collettiva, altrimenti come spiegare che gli ponessero solo domande di un certo tipo? Se lo chiese solo per gioco, ma quando incrociò lo sguardo della commessa vi lesse un trasporto che era impossibile attribuire alle sue qualità letterarie. Lo guardava, sorrideva e chiunque, vedendo la sua palese contentezza, l’avrebbe pensata manovrata. Forse l’aveva ipnotizzata, ma neanche sapeva come ci fosse riuscito.

     La serata andò bene e quando tutti se ne furono andati, declinando garbatamente l’invito del direttore editoriale che aveva già prenotato per due per una cena, tornò alla carica con la commessa che stava facendo sparire microfono e prolunghe.

     «Come ti chiami?»

     «Marina.»

     «Io Cosmo.»

     «Lo so.»

     «Lo sai?»

     «È scritto sul libro… Cosmo Diamanti.»

     «Ah già, come non ci ho pensato?»

     «L’ho letto.»

     «Davvero l’hai letto?»

     «Sì, mi è piaciuto molto, descrivi le cose come se le avessi vissute veramente.»

     «È il complimento più bello che mi sia stato fatto… a che ora smonti?»

     «Alle otto, è quasi ora, il tempo di rimettere un minimo di ordine.»

     «Hai qualcosa in contrario se ti aspetto?»

     «Davvero mi aspetteresti?»

     «Non conosco niente di Roma, potresti farmi da guida.»

     «Cosa ti interessa vedere?»

     «Il vedere lo rimando a domani, a quest’ora mi interessa solo trovare un buon posto per mangiare, ti va di farmi compagnia?»

     Le andava. Ed era felicissima che le avesse chiesto una cosa del genere, fargli compagnia, era il desiderio che dentro di sé aveva espresso per tutta la sera.

     Fu così che conobbe Marina. 

     Fu così che lei lo conobbe. 

     Si trattenne a Roma quattro giorni e lei ogni sera lo portò a mangiare in un locale diverso. I quattro giorni passarono in maniera troppo rapida. In principio non lo sapeva, ma alla fine si sorprese a pensare che gli sarebbe piaciuto trattenersi di più, ma non poteva. Viveva a Varazze, vicino Savona, in una casa situata tra la Via Aurelia e il mare. E non viveva solo. C’era sua madre che, dal momento che non ci stava più tanto con la testa, aveva bisogno di assistenza ininterrotta, giorno e notte. Aveva trovato una giovane infermiera che, in mancanza di un lavoro più prestigioso, e più remunerato, si era detta disposta a quel sacrificio, giorno e notte con una donna non solo anziana, ma anche inferma di mente. Gli aveva detto che il suo più grande desiderio era dispensare le sue abilità infermieristiche in una clinica, un ambulatorio, ancor meglio in un ospedale. In attesa di fare il gran salto, si era rassegnata a lavorare in casa da lui. Ma un giorno libero alla settimana lo pretendeva, impossibile darle torto. Così, quando lei non c’era, era suo il compito di assistere sua madre.

     Venne a Roma per la presentazione del suo libro, ma lei gli fece giurare sull’immagine della Madonna del Boschetto, una Madonna che occupa un posto privilegiato nel cuore delle genti liguri, che sarebbe tornato prima di sabato, il suo giorno libero. Giurò senza eccessivo slancio, forse fidando che la Madonna, nel suo caso specifico, in caso di inadempienza, non ne avrebbe fatto una gran tragedia. Ma proprio Marina, probabilmente per il suo entusiasmo, per la sua spontaneità, per il suo essergli riconoscente di averla notata, gli fece tornare in mente il ritratto di Angela Schiaffino, la pastorella nativa della valle di Ruta, vicino Camogli, che aveva visto la Madonna in località Boschetto. Si era trattato di un incontro in sé molto semplice, per certi versi fortuito. 

 Era il 1518 e la Madonna non aveva ancora segreti da svelare, cosa che invece la spinse a mostrarsi nel 1917 a certi pastorelli in una zona vicino Fatima… sempre pastorelli, mai il papa o capi di stato o personalità di spiccata importanza nel panorama mondiale. Là, in località Boschetto, tutto avvenne per caso, c’è da pensare che alla Madonna piacesse il posto, la vista spettacolare della pineta che digradava verso il mare, magari era usa venirci senza che nessuno ne sapesse niente. Angela, in maniera del tutto inaspettata, se la ritrovò davanti e, sbalordita, rimase a fissare con tanto d’occhi la splendida visione. A quel punto la Madonna, vistasi scoperta e anche per dare un senso mistico alla sua apparizione, invece di farsi venire un’idea su come dare un’esistenza dignitosa ai poveri a cominciare dalla casa che in genere era un semplice tugurio, le disse che le sarebbe piaciuto avere un tempio a lei dedicato proprio lì, a fronte delle centinaia che già aveva sparsi per ogni dove, gliene occorreva un altro in località Boschetto. Ma Angela, nel suo sbalordimento, non trovò nulla da ridire sul suo desiderio e immediatamente, in tutta umiltà, promise che si sarebbe data da fare affinché fosse edificata una chiesetta, chiesetta che un secolo più tardi divenne un santuario.

     E lui avevo giurato.

     Più della Madonna, la sua considerazione andava alla povera pastorella che rimase povera anche in seguito, lo rimase fino alla fine. Quella visione non le portò niente, pure la salute, che era precaria, rimase tale. Altri la scavalcarono per attribuirsi il merito della chiesetta e lei misconosciuta visse e in modo identico morì. 

     Così, dopo quattro giorni a Roma, con tutti i rincrescimenti del caso, tornò a Varazze. Con Marina in quattro sere non era accaduto nulla di troppo compromettente, tranne qualche bacio non osarono spingersi oltre, ma si salutarono già convinti di avere una relazione. Nel primo anno tornò a Roma ben sette volte, ovviamente per consolidare la relazione. Lei, sempre per lo stesso motivo, decise di passare le vacanze estive a Varazze. Tutto filava liscio. E tutto continuò a filare liscio anche negli anni successivi, il secondo anno, poi il terzo, poi il quarto…

 Una gragnola di lampi violenti come flash illumina a giorno l’autostrada declassandola irreversibilmente da Autosole, come pomposamente si fa chiamare, in qualcosa di più umile, ora è simile a una pista che attraversa le acque di una palude. Le automobili arrancano con affanno come se temessero di trovare un tratto di sabbie mobili. I TIR invece, più spericolati, turbinando voracemente come trombe marine, sfiorano i novanta e sollevano tutta l’acqua che sommerge la strada per rimetterla in gioco. Piove a dirotto dal cielo e piove a dirotto dalla terra. Sebbene il tergicristallo sia impostato alla massima velocità, non si riesce a vedere niente. È come attraversare gli effetti burrascosi che si vedono al cinema per ricreare le tempeste come quella si scatena nel film interpretato da George Clooney: La tempesta perfetta. Sull’autostrada mancano le onde del mare, montagne d’acqua immense e paurose, per il resto la situazione è disastrosa come nel film.  Solo al chiarore dei lampi si vede qualcosa senza che ciò contribuisca a migliorare la situazione.

     È una pazzia proseguire così. Non è neanche mezz’ora che guida sull’autostrada e già si pente di aver intrapreso il viaggio. Ha guidato senza sosta per l’intera giornata da Varazze fino all’aeroporto della capitale solo per ricavarne una tremenda delusione. Avrebbe dovuto calcolare un intervallo tra l’arrivo e la partenza, una sosta da passare in un motel. Invece, come per allontanarsi da Marina più velocemente di come sarebbe riuscito all’aereo che l’avrebbe portata a Città del Capo, vai a capire come l’è riuscito di trovare un nuovo spasimante che vive e lavora laggiù, l’ha salutata e si è rimesso subito in viaggio.

     Ora guida sotto la pioggia in direzione di Varazze con la sgradevole sensazione di essere il più tardo degli uomini a capire le cose. Difatti non ha ancora ben capito per quale motivo l’ha persa. Lei ha parlato di distanza, per un momento ha pensato che si riferisse alla distanza chilometrica, il momento successivo gli è parso di capire che intendesse qualcos’altro. Poi lo ha rimproverato di essere in sintonia più coi personaggi dei suoi libri che con lei. In tutta sincerità deve ammettere che lo ha rimproverato più con gli sguardi che con le parole. Però ci ha tenuto a rimarcare il concetto che attiene alla distanza e, per renderlo più chiaro, così che non potesse dire d’averla fraintesa, invece degli sguardi ha usato le parole.

     C’è un’area di servizio qualche chilometro più avanti, ha visto a malapena il cartello che la indica, ha un nome che sembra una burla, si chiama Mascherone Est. Sa di sconfitta doversi fermare dopo nemmeno mezz’ora che si trova alla guida, ma con questa pioggia è follia proseguire. Chissà se pure il suo aereo avrà difficoltà a decollare, potrebbero arrivare a cancellare il volo per le troppe scariche elettriche in cielo. 

     Nel caso accadesse, gli potrebbe inviare un SMS per dirgli: torna a prendermi, l’aereo non parte, ti aspetto. 

     E allora, nella speranza che questo SMS arrivi, è preferibile che si conceda una sosta nell’area di servizio Mascherone Est, non lontano dalla capitale. Sarebbe disonesto da parte del destino fargli arrivare l’SMS mentre percorre il tratto di autostrada che va da Firenze a Pisa o magari più sopra, tra Pisa e La Spezia. Sarebbe come dirgli: se la vuoi ti devi sobbarcare nuovamente l’enormità del viaggio, un mare di chilometri e un mare di pioggia. No, è preferibile fermarsi e aspettare qui.

     Il piazzale dell’Autogrill è di una desolazione mortale. Tutta la sua vitalità si esaurisce nell’insegna che svetta sul tetto della costruzione e nelle scaglie di luce che si riflettono nelle zone allagate. Macchine parcheggiate ne conta tre, si potrebbe anche pensare che appartengano agli inservienti in quanto, da fuori, il bar con annesso self-service si direbbe deserto. Cosmo spegne il motore, ma non si risolve a scendere, quasi intimorito dal frastuono della pioggia che ora, col motore spento, risulta assordante. 

     Sotto la tettoia che protegge l’ampia porta vetrata nel verso dell’uscita vede un uomo che fuma. La pioggia è tanto impetuosa che i suoi spruzzi lo raggiungono anche sotto la tettoia, difatti le scarpe e l’orlo dei pantaloni sono bagnati, ma non se ne cura. Con qualcosa di caparbio nel portamento tiene la sigaretta tra le labbra, gli occhi socchiusi, le mani in tasca e fuma. Al balenare di un lampo si vede più distintamente che l’uomo in realtà è un giovane, vent’anni o poco più, e sotto la giacca a vento indossa un grembiule color amaranto che gli arriva alle ginocchia. Dal colore del grembiule capisce che è un dipendente, magari lavora in cucina e visto che non c’è nessuno è uscito a fumare.

     Cosmo non sa cosa fare. Il posto è talmente desolato che, se prova a immaginarsi lì dentro, seduto al bar col volto di Marina in viaggio per Città del Capo che lo guarda da dietro il bancone per chiedergli cosa desidera, si sente male. Se non sta attento rischia di vedere il suo volto dappertutto. Se si fissa sul ragazzo che fuma, c’è il rischio che anche il suo volto diventi femminile. Aveva smesso di saperla vedere per la distanza e ora non gli riesce di togliersela dalla mente. Prima di decidere se entrare a bere qualcosa al bar è preferibile fare una puntata ai gabinetti.

     Questa pioggia non è normale, gli addetti ai lavori nel loro gergo la chiamano rovescio. Ma questo rovescio sta durando dal pomeriggio, rovescio persistente, in più viene giù in maniera torrenziale, rovescio persistente e torrenziale. Questo spiega come fare di corsa dieci metri sotto un simile rovescio sia già sufficiente a infradiciarsi dalla testa ai piedi. Cosmo entra trafelato nei gabinetti riservati agli uomini, ha solo l’imbarazzo della scelta su quale usare perché l’ambiente è totalmente deserto. Ne sceglie uno a caso, se ne serve, poi si porta sul lato dei lavandini per lavarsi le mani. Nello specchio che ha davanti si vede e, sotto strati e strati di stanchezza e scontentezza, si riconosce. Tira un sospiro di sollievo, poteva anche capitare che al posto del suo vedesse il volto di Marina. Poi, pensandoci meglio, capisce che questa cosa non poteva succedere dato che questi gabinetti sono a uso esclusivo degli uomini. Marina, nel caso ne avesse avuto bisogno, si sarebbe dovuta servire dei gabinetti riservati alle donne. Pensandoci ancora meglio capisce che è da idioti pensare a questa cosa dei gabinetti in cui Marina non sarebbe potuta entrare. È da idioti continuare a pensare a lei anche senza gabinetti perché l’SMS non è arrivato, lei è partita.

     Pigia il pulsante e offre le mani al getto di aria calda per asciugarle e già questo gesto gli presenta la fuga di Marina sotto un aspetto diverso. Siamo al 15 di dicembre, manca una settimana all’inizio dell’inverno mentre a Città del Capo tra una settimana sarà estate. Questo potrebbe significare che ha sentito l’impulso irrefrenabile di fuggire verso il sole, sole che in maniera del tutto fortuita dirige una concessionaria di automobili di importazione, già per entrare a vederle, le automobili, occorre avere un conto in banca di quelli che il direttore della filiale ti fa un inchino quando ti vede. Meglio non pensarci anche perché, di questo passo, un’idiozia tira l’altra, c’è il rischio che l’idiozia diventi permanente.

     Il settore bar self-service è meno deserto di come lo aveva immaginato. C’è una giovane coppia che sta addossata al bancone, lei parla e agita le mani, lui ascolta e annuisce. V’è così tanta armonia nel loro stare insieme, che viene spontaneo pensarli in luna di miele. C’è qualcuno tanto coraggioso da sposarsi in dicembre? E tanto sfortunato da incappare, nel giorno del fatidico sì, in un rovescio persistente e torrenziale? La donna addetta al bar in questo momento gli dà le spalle, la vede che sta sistemando tazzine e piattini sulla macchina del caffè man mano che li va togliendo dalla lavastoviglie. Quando si gira vede che ha un’età indefinita, tra i trenta e i quaranta. Forse ne ha di meno, ma ne dimostra di più per una cert’aria che, più che stanchezza, suggerisce amarezza. Indossa un grembiule amaranto simile a quello che aveva il giovane che stava fumando sulla porta. In più indossa un buffo cappellino di carta con una linea rossa lungo il bordo e la A di Autogrill stampigliata di lato. Il cappellino è obbligatorio usarlo per ragioni di igiene, ma lei lo porta come fosse un ornamento grottesco indossato per prendersi gioco di… di chi non si sa, forse di se stessa.

     Cosmo si sente combattuto. Gli servirebbe un caffè per svegliarsi. Ma il freddo, col favore della delusione e della corsa in autostrada sotto la pioggia, gli è penetrato fin nelle ossa. Più del caffè ora sente il bisogno di un liquore forte, qualcosa per scaldarsi. Mentre ci pensa decide che è da pazzi rimettersi in marcia con questo tempo, è il caso di aspettare che la pioggia si faccia meno battente e che la frequenza dei lampi si faccia più sporadica. Si volta a guardare il piazzale che sembra scomparire sotto il diluvio e sente che non ce la farebbe a rimettersi al volante. 

     L’SMS non è arrivato, lei è partita, non ha senso affrettarsi.

     La donna col buffo cappellino gli va vicino e gli chiede cosa desidera. Cosmo ci pensa un altro momento, poi ordina una grappa tipo barrique, quella ambrata e dal sapore vellutato. La donna, sempre con una nota di amarezza che sembra prevalere sulla stanchezza, riempie un bicchierino e glielo posa davanti. Cosmo lo guarda come per concedersi una pausa prima di gustare il fuoco contenuto nel magico liquore. Infine beve un sorso. Poi si volta a guardare il resto del locale che, da approdo per i naviganti, stasera è possibile immaginarlo uno scoglio da cui i naviganti si tengono alla larga. Fuori furoreggia il temporale, ma quasi nessuno cerca riparo qui dentro.