Il metodo Stanislavskij

Bruno Sebastiani


La storia di una donna, dedicato a tutte le donne che non si arrendono.


In una sera flagellata dalla pioggia e raggelata da una serie impressionante di lampi, Valeria scappa di casa. 

     Valeria è una donna sposata da cinque anni e fugge da una situazione insostenibile. Smarrita, vulnerabile, disperata, fugge in primo luogo per tentare di ritrovare se stessa, il poco che ne è rimasto sotto cumuli di macerie: percosse, vessazioni, umiliazioni. È l’ombra di se stessa a partire dagli occhi, prima sempre gioiosi e sorridenti e ora, con scorie di terrore sedimentate nel fondo, due semplici laghi d’angoscia.

     Scappare di casa è solo un primo passo, il più lacerante, il più denso d’incognite. Altri ne saranno necessari alla strenua ricerca delle proprie peculiarità come donna, come prima arbitra delle proprie scelte, delle proprie priorità, della propria identità. Si tratta di un percorso difficile, tutto in salita, che può concludersi solo con un gesto risolutivo per affrancarsi dal passato, un gesto non facile, contrario alla propria natura, ma che alla fine si rivela il solo capace di liberarla per provare a volare con ali nuove. 

     Solo morendo si può sperare di rinascere, queste le ultime parole del romanzo e Valeria le fa sue mettendo in gioco tutta se stessa… per rinascere.


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Data pubblicazione

19 dicembre 2018

ISBN

9788829577019

                           € 3,49

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Copertina morbida, 172 Pagine

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Anteprima

  Il buio della notte è squarciato dai lampi che sembrano frantumarsi nel vorticoso baluginare dei fari delle vetture che procedono sulla corsia opposta. Vi sono momenti in cui la luce è tanto vivida da mostrare il confine del cielo, un confine schiacciato al suolo da montagne di nuvole le cui volute, al balenare dei lampi, oltre che gigantesche, hanno qualcosa di mostruoso nel loro sormontarsi come furie imbestialite. 

     Piove a dirotto sull’autostrada. 

     È dal pomeriggio, quando c’era ancora un po’ di chiaro in cielo, che la pioggia ha preso a flagellare la terra e ancora non smette. È stato un azzardo per Cosmo Diamanti guidare per otto ore filate fino all’aeroporto della capitale, ma poi è scesa la notte e le cose sono peggiorate, se prima la visibilità era precaria, in seguito si è fatta nulla o quasi. Difatti, da quando è partito da Roma per tornare indietro, prova la straziante sensazione di procedere sotto lo scroscio di una cascata, al buio. Gli sembra di procedere a tentoni nel senso che, tolti i riflessi sfrangiati dei fanali di posizione delle macchine che lo precedono, per il resto lo soccorre solo l’immaginazione. Il rombo che produce la pioggia sul parabrezza e sul tetto della sua Volvo lo fa sentire piccolo, insignificante, un microbo finito per caso nei recessi di un batiscafo concepito per studiare le profondità marine. Non ha la più pallida idea di come ci sia finito dentro, forse per un colpo di vento attraverso il portello rimasto aperto. E ora che il batiscafo sta procedendo verso i fondali da esplorare, calcola che ci vorranno mesi per tornare a vedere la luce. 

     Pensa all’oblio di una immersione oceanica per fare un salto indietro e rivedere il volto di Marina. L’ha inseguita fino all’aeroporto della capitale, una struttura che da lontano, attraverso le striature di pioggia provocate dal tergicristallo sul parabrezza, ha visto simile a un’immensa costruzione spaziale. Travature metalliche, metalliche pure le scale e le gabbie degli ascensori, schermi luminescenti, antenne paraboliche, fari giganteschi e imponenti vetrate da cui era possibile guardare dentro. 

     Era già tutto pronto per la partenza. 

     Si è precipitato nell’aerostazione pensando di essere ancora in tempo, ma lei se n’era già andata. Era lì, lo aspettava per l’ultimo saluto, ma in realtà se n’era già andata. L’ha trovata sotto il grande tabellone delle partenze e sul suo viso ha visto anche quello che non aveva immaginato ci potesse essere, un misto di rammarico e rabbia, un misto di tristezza e collera. Era pronta a partire e il suo sguardo, forse per un senso di fatalistica accettazione, tra le altre cose diceva: io l’avevo sempre pensato che potesse finire così.

     La pioggia battente non consente di vedere niente. Con le mani strette convulsamente sul volante, si chiede come facciano gli altri automobilisti a sfrecciare veloci sulla corsia del sorpasso. Per la verità sfrecciare è un termine eccessivo, nessuno è tanto pazzo da superare gli ottanta chilometri orari, c’è solo che lui giudica pazzia anche sfiorare i sessanta. Si lascia sorpassare da un TIR gigantesco che solleva montagne di spruzzi riducendo la visibilità a zero e ripensa alla prima volta in cui vide Marina.

     Era uno sconosciuto in quel tempo, eppure la sua casa editrice era riuscita a ottenere la disponibilità di una libreria prestigiosa per la presentazione del suo primo libro. Anche quella volta tutto accadde nella capitale, come dire che là la vide e là l’ha persa. Era commessa nella Libreria Godel, in Via del Tritone. Era ansiosa di conoscerlo, così gli disse in seguito, per aver già letto il suo libro, un libro che, a quel che vide, per opportune anticipazioni fatte circolare dalla casa editrice, aveva richiamato un discreto pubblico.

     Aveva scritto una storia ambientata nel tempo della Spagna franchista. Era il 1939 quando il generale Francisco Franco, al termine della guerra civile, inaugurò la sua terribile dittatura che rimase operativa fino al 1975, anno della sua morte. Non era molto che era uscito nelle sale il film Terra e Libertà del regista inglese Ken Loach, ambientato nel periodo della guerra civile spagnola. Chissà, forse senza quel film le cose sarebbero andate in maniera diversa, così si diceva notando l’affluenza nella libreria. Non poteva credere che tutte quelle persone, forse sessanta, forse settanta, forse anche di più, fossero venute perché interessate al suo libro, il libro di un autore sconosciuto.

     Durante la serata fu costretto a ricredersi, tutte quelle persone erano venute per lui, per vedere come fosse fatto e come avrebbe risposto alle loro domande, con quanta scioltezza, con quanta competenza, per sentirgli raccontare in base a quali presupposti avesse concepito il suo libro. Lui non aveva idea delle anticipazioni uscite sulla stampa romana in merito al suo libro. Sapeva che il direttore editoriale si era dato da fare, ma pensava ai soliti trafiletti informativi, magari due righe per pubblicizzare l’evento. Difatti è quasi una prassi far precedere ogni presentazione di un libro con inserzioni pubblicitarie. Ma nel suo caso si era fatto di più. E il pubblico che si presentò numeroso per sentirlo parlare gliene diede la conferma.

     In principio si sentiva nervoso, c’erano tante sedie vuote e troppi libri ammonticchiati sul tavolo del relatore, era stato un errore largheggiare in quel modo, già immaginava che molti sarebbero rimasti invenduti e la cosa gli sarebbe sembrata crudele. Ma la commessa che lo aiutava a sistemare le sue cose sul tavolo, e che si rivelò preziosissima col microfono che, nella fase di prova, emetteva solo sibili al posto delle parole, con la sua sola presenza, con la sua voce morbida, coi suoi sguardi colmi di considerazione, gli ridiede fiducia.

     La serata andò bene. Dopo l’introduzione del direttore editoriale, Cosmo Diamanti fece un piccolo sunto del suo romanzo, ovviamente senza svelare il finale. Poi iniziarono le domande, una raffica di domande sempre centrate sull’argomento, sempre argute e intelligenti. Il pubblico era preparato e lo incalzava, non era mai stanco di porgli quesiti ogni volta più insidiosi pur di sentirlo parlare. Un osservatore occasionale avrebbe potuto farsi venire il sospetto che la lista delle domande l’avessero concordata. Lui stesso a un certo punto si trovò a pensare una cosa del genere, pareva che gli facessero proprio le domande cui gli sarebbe piaciuto rispondere, mai domande generiche ma proprio quelle, le più pertinenti. Rise tra sé nel pensare quella cosa che forse si sarebbe potuta spiegare con una manovra di ipnosi collettiva, altrimenti come spiegare che gli ponessero solo domande di un certo tipo? Se lo chiese solo per gioco, ma quando incrociò lo sguardo della commessa vi lesse un trasporto che era impossibile attribuire alle sue qualità letterarie. Lo guardava, sorrideva e chiunque, vedendo la sua palese contentezza, l’avrebbe pensata manovrata. Forse l’aveva ipnotizzata, ma neanche sapeva come ci fosse riuscito.

     La serata andò bene e quando tutti se ne furono andati, declinando garbatamente l’invito del direttore editoriale che aveva già prenotato per due per una cena, tornò alla carica con la commessa che stava facendo sparire microfono e prolunghe.

     «Come ti chiami?»

     «Marina.»

     «Io Cosmo.»

     «Lo so.»

     «Lo sai?»

     «È scritto sul libro… Cosmo Diamanti.»

     «Ah già, come non ci ho pensato?»

     «L’ho letto.»

     «Davvero l’hai letto?»

     «Sì, mi è piaciuto molto, descrivi le cose come se le avessi vissute veramente.»

     «È il complimento più bello che mi sia stato fatto… a che ora smonti?»

     «Alle otto, è quasi ora, il tempo di rimettere un minimo di ordine.»

     «Hai qualcosa in contrario se ti aspetto?»

     «Davvero mi aspetteresti?»

     «Non conosco niente di Roma, potresti farmi da guida.»

     «Cosa ti interessa vedere?»

     «Il vedere lo rimando a domani, a quest’ora mi interessa solo trovare un buon posto per mangiare, ti va di farmi compagnia?»

     Le andava. Ed era felicissima che le avesse chiesto una cosa del genere, fargli compagnia, era il desiderio che dentro di sé aveva espresso per tutta la sera.

     Fu così che conobbe Marina. 

     Fu così che lei lo conobbe. 

     Si trattenne a Roma quattro giorni e lei ogni sera lo portò a mangiare in un locale diverso. I quattro giorni passarono in maniera troppo rapida. In principio non lo sapeva, ma alla fine si sorprese a pensare che gli sarebbe piaciuto trattenersi di più, ma non poteva. Viveva a Varazze, vicino Savona, in una casa situata tra la Via Aurelia e il mare. E non viveva solo. C’era sua madre che, dal momento che non ci stava più tanto con la testa, aveva bisogno di assistenza ininterrotta, giorno e notte. Aveva trovato una giovane infermiera che, in mancanza di un lavoro più prestigioso, e più remunerato, si era detta disposta a quel sacrificio, giorno e notte con una donna non solo anziana, ma anche inferma di mente. Gli aveva detto che il suo più grande desiderio era dispensare le sue abilità infermieristiche in una clinica, un ambulatorio, ancor meglio in un ospedale. In attesa di fare il gran salto, si era rassegnata a lavorare in casa da lui. Ma un giorno libero alla settimana lo pretendeva, impossibile darle torto. Così, quando lei non c’era, era suo il compito di assistere sua madre.

     Venne a Roma per la presentazione del suo libro, ma lei gli fece giurare sull’immagine della Madonna del Boschetto, una Madonna che occupa un posto privilegiato nel cuore delle genti liguri, che sarebbe tornato prima di sabato, il suo giorno libero. Giurò senza eccessivo slancio, forse fidando che la Madonna, nel suo caso specifico, in caso di inadempienza, non ne avrebbe fatto una gran tragedia. Ma proprio Marina, probabilmente per il suo entusiasmo, per la sua spontaneità, per il suo essergli riconoscente di averla notata, gli fece tornare in mente il ritratto di Angela Schiaffino, la pastorella nativa della valle di Ruta, vicino Camogli, che aveva visto la Madonna in località Boschetto. Si era trattato di un incontro in sé molto semplice, per certi versi fortuito. 

 Era il 1518 e la Madonna non aveva ancora segreti da svelare, cosa che invece la spinse a mostrarsi nel 1917 a certi pastorelli in una zona vicino Fatima… sempre pastorelli, mai il papa o capi di stato o personalità di spiccata importanza nel panorama mondiale. Là, in località Boschetto, tutto avvenne per caso, c’è da pensare che alla Madonna piacesse il posto, la vista spettacolare della pineta che digradava verso il mare, magari era usa venirci senza che nessuno ne sapesse niente. Angela, in maniera del tutto inaspettata, se la ritrovò davanti e, sbalordita, rimase a fissare con tanto d’occhi la splendida visione. A quel punto la Madonna, vistasi scoperta e anche per dare un senso mistico alla sua apparizione, invece di farsi venire un’idea su come dare un’esistenza dignitosa ai poveri a cominciare dalla casa che in genere era un semplice tugurio, le disse che le sarebbe piaciuto avere un tempio a lei dedicato proprio lì, a fronte delle centinaia che già aveva sparsi per ogni dove, gliene occorreva un altro in località Boschetto. Ma Angela, nel suo sbalordimento, non trovò nulla da ridire sul suo desiderio e immediatamente, in tutta umiltà, promise che si sarebbe data da fare affinché fosse edificata una chiesetta, chiesetta che un secolo più tardi divenne un santuario.

     E lui avevo giurato.

     Più della Madonna, la sua considerazione andava alla povera pastorella che rimase povera anche in seguito, lo rimase fino alla fine. Quella visione non le portò niente, pure la salute, che era precaria, rimase tale. Altri la scavalcarono per attribuirsi il merito della chiesetta e lei misconosciuta visse e in modo identico morì. 

     Così, dopo quattro giorni a Roma, con tutti i rincrescimenti del caso, tornò a Varazze. Con Marina in quattro sere non era accaduto nulla di troppo compromettente, tranne qualche bacio non osarono spingersi oltre, ma si salutarono già convinti di avere una relazione. Nel primo anno tornò a Roma ben sette volte, ovviamente per consolidare la relazione. Lei, sempre per lo stesso motivo, decise di passare le vacanze estive a Varazze. Tutto filava liscio. E tutto continuò a filare liscio anche negli anni successivi, il secondo anno, poi il terzo, poi il quarto…