Il paese del silenzio

di Bruno Sebastiani

un romanzo psicologico

 

 

 

 

 

 

 

La sordità può essere sinonimo di isolamento, ma può anche essere il tramite per un sentire più consapevole fatto di sguardi, silenzi, emozioni.


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Anteprima

 Non so da quanto tempo mi trovo qui. I giorni sono passati, forse anche gli anni, ma non li ho sentiti. Sono passati via lenti, soffici e grigi, tutti uguali e senza che accadesse mai niente che mi restasse nella memoria. Ricordo soltanto il primo giorno, quando arrivai scortato da due agenti ed un medico. Fuori c’erano un paio di fotografi. A bordo di un’automobile dai vetri oscurati, entrammo veloci ed il portone si richiuse dietro di noi. Dentro era tutto estremamente pulito, liscio, senza niente su cui poggiare lo sguardo. Dentro erano luci diffuse, pareti vuote e lunghi corridoi con tante porte. Sopra ogni porta c’era una piccola luce verde.

     Quel giorno lo ricordo bene, fu l’ultima volta che vidi il cielo, la luce del sole, le nuvole. Le prime volte non mi accorgevo di questo. Ero ostile. Rifiutavo il nuovo posto. Non facevo nulla per tentare di capirlo. Le prime volte vedevo cambiare l’intensità della luce che pioveva compatta dal soffitto e neanche capivo che un altro giorno era passato. Poi mi accorsi che i giorni e le notti erano successioni di luce più o meno intensa. Allora mi ricordai dell’ultima volta in cui avevo visto il sole. Non che ne sentissi la mancanza. Era soltanto un accadimento, un punto certo da cui partire per riannodare il tempo successivo.

     Il fatto è che ho avuto sempre difficoltà a collocare le cose della mia vita nell’ordine con cui si sono verificate. Una fitta nebbia le avvolge. A stento distinguo persone, incontri, dialoghi e circostanze. A volte mi sembra perfino che non mi siano appartenute. Non so più cosa mi appartenga veramente del mio passato. Soltanto questo corpo l’ho avuto sempre con me, questo lo rammento. Pochi cambiamenti hanno segnato il passare degli anni. Io mi rammento sempre così, uguale a come sono adesso. È l’unica certezza, questo mio corpo di giovane uomo che mi pare lo stesso di quando ero bambino. 

     Non so dire di quando ero bambino. Non so dire di quando, più tardi, compresi la mia diversità. Non ci sono sorrisi, canzoni, parole a cui aggrappare un ricordo. Io sono sordo e sono così dalla nascita. Il silenzio impenetrabile dei primi anni mi ha protetto. Ho attraversato l’infanzia come rinchiuso in un recipiente in cui era stato fatto il vuoto pneumatico. Io mi sentivo, mi vedevo, mi toccavo, ma ero trasparente per gli altri. Non che io ci pensassi. Non capivo che questa fosse una cosa cui dover pensare, perché io mi sentivo come credevo ci si dovesse sentire. Cioè, a me sembrava che tutti fossero come me e che io non fossi diverso dagli altri. Non potevo sapere che c’era qualcosa da sentire o che si potesse chiamare qualcuno invece di toccarlo con una mano. Non avvertivo la mancanza dei suoni, dei rumori, delle risate. Io non sentivo senza sapere che ci fosse qualcosa da sentire. E tacevo senza sapere di tacere. Non avevo l’urgenza di nominare gli oggetti, di chiedere, di rispondere. Nessuno mi aveva fatto comprendere tutto questo. Nessuno parlava in mia presenza. Intorno a me c’era solo silenzio, un silenzio totale, caldo e protettivo. In questo modo, zitto, quieto e solo, ho trascorso i miei primi anni.

     Dei genitori non so dire molto. Mio padre volgeva sempre gli occhi altrove quando lo incrociavo col mio sguardo, poi si chiudeva nella sua stanza. Mia madre spesso piangeva. E dopo stava per ore come me, seduta, in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto.

     Sedevo giornate intere sul pavimento della mia stanza. Non veniva mai nessuno ed io non cercavo nessuno. Poi mi accorsi che forse qualcuno veniva, ma mia madre non mi mostrava, non mi faceva mai uscire dalla mia stanza quando c’erano gli altri. Io sedevo in silenzio e neanche pensavo. Non avevo immagini o parole per pensare. Non giocavo e non mi lagnavo. Non sapevo che ci si potesse lagnare. Non mi aspettavo niente perché non sapevo che c’era dell’altro, che il mondo di fuori non era quello che credevo io.

     Poi, più tardi, inaspettatamente, qualcosa cambiò. Una signora venne a trovarmi più volte. Entrava, mi sorrideva e si sedeva con me sul pavimento. Sedeva con me, ma era là per fare qualcosa. Mi mostrava spesso dei fogli colorati, dei disegni. E voleva che la guardassi mentre mi faceva dei cenni, dei versi con le mani. Non la capivo. Non capivo cosa mi volesse significare e restavo del tutto indifferente ai suoi sforzi di comunicare con me. A volte ripetevo le sue mosse, ma solo per gioco, per imitarla, forse per deriderla. Non ero capace di capire che i suoi disegni rappresentavano realmente qualcosa. Non avevo mai visto una mucca, un albero, una bicicletta e quei disegni non erano niente per me.

     La signora smise di venire. In principio mi dispiacque. In fondo veniva soltanto per me, faceva qualcosa con me, si aspettava qualcosa da me. A volte ripensavo ai suoi modi, al suo sguardo ora dolce, ora ansioso, ma sempre diretto a me, con intensità. Il suo sguardo non scivolava via irritato come quello di mio padre, o sconsolato come quello di mia madre. Questo in principio non lo comprendevo. Ed in seguito mi scordai perfino del suo viso. Ma per la prima volta cominciavo ad avvertire una cosa nuova, qualcosa che mi faceva percepire più compiutamente il tempo che passava, una specie di attesa.

     Cominciavo a scoprirmi irrequieto, impaziente per quell’attesa che si prolungava senza che ne sapessi definire i contorni. La mia attesa era una tensione, una maggiore presenza del mio corpo nella stanza, una più precisa percezione del fuori, dell’intorno a me. La mia attesa era una pressione, una necessità indefinita che mi lasciava insoddisfatto. Il silenzio impenetrabile dei primi anni aveva smesso di proteggermi.

***

     L’alta finestra della mia stanza era velata da una pesante tenda bianca. Una tenda tesa dal soffitto al pavimento. La tenda era sempre chiusa. Ed i battenti della finestra rimandavano su di essa delle ombre che a me parevano delle croci. Quando la tenda si gonfiava al vento di un’anta aperta, io vedevo quelle croci che si piegavano, s’incurvavano, flettevano. La tenda si dilatava e le croci si tendevano, si protendevano verso di me. Io le toccavo, ma era solo tessuto quello che scorreva sotto le mie dita. Allora restavo incantato a guardare quel lieve ondulare, quel tendersi e quel restare. E quando la tenda spiombava immobile, senza vento, io allungavo le mani, convito di poter finalmente afferrare quelle croci che invece si dileguavano nelle pieghe indolenti del tessuto.

     La tenda divenne per me cosa amica. A volte attirava la mia attenzione coi suoi movimenti lenti, morbidi e flessuosi. Altre volte restava immobile, grave e pensosa. Ma sempre mi rimandava il riflesso del giorno e della notte. A volte mi piaceva restare in piedi, davanti alla tenda, e scorrere col viso contro la trama del tessuto. Mi piaceva sentire sugli occhi e sulla fronte il suo frusciare. Ero capace di restare così, immobile, per lungo tempo. Poi dondolavo sulle gambe, ora a destra ora a sinistra, per sentire l’ombra delle croci proiettata sui teli. Con gli occhi chiusi avevo imparato a sentirla. Sentivo dove giungeva il sole e dove l’ombra dei battenti. Percepivo qualcosa di immateriale e mi esercitavo, instancabile, eccitato da quella nuova scoperta. Lo schermo della tenda mi rimandava la luce di giorni diversi, ora sereni, ora grigi, ora bui. E trascorrevano i mesi e le stagioni e cresceva in me l’attesa.

***

     Mi sono fermato per un po’. Dopo qualche giorno di inattività, riprendo a scrivere questi appunti. Li scrivo per il medico di questa clinica che non ha saputo escogitare un modo più diretto per comunicare con me. È da un pezzo che ha scoperto di potermi parlare, soprattutto di potermi ascoltare, attraverso la scrittura. C’è un muro invisibile che mi tiene prigioniero, così mi dice. Ed allora mi devo sforzare di scrivere tutto quello che mi passa per la testa.

     In principio mi poneva delle domande. Ma evidentemente non ero capace di rispondere in maniera diretta. Divagavo. Mi perdevo. Allora mi ha esortato a scrivere per conto mio. Potevo scrivere della mia vita, dei miei ricordi o di qualsiasi altra cosa. Quando ha letto gli ultimi fogli, ha creduto di poter cogliere una possibilità. Forse ero sul punto di sbloccarmi e mi ha fatto ripetere l’esperienza della tenda.

     Nel suo studio vi è un’ampia tenda verde che rimanda, ben marcata, l’ombra dell’inferriata della finestra. Sono rimasto a lungo di fronte alla tenda tentando di ritrovare l’intimità che mi legava alla mia tenda. Scorrevo delicatamente la trama con le dita, poi con la fronte, tentando di immergermi sempre più nel tessuto per sentire, dietro di esso, il freddo delle sbarre. Ho chiuso gli occhi sperando che non accadesse. Invece è accaduto. La tenda non mi si è rivelata, non mi ha restituito la leggerezza ed il fruscio che avvertivo sempre nella tenda della mia stanza. Di fronte ai miei occhi chiusi si è calato uno schermo nero, una parete altissima che non ho potuto scalfire. Invano ho tentato di sentire sotto le dita quell’antico e muto messaggio di cosa viva e familiare.

     C’è una parete invisibile e invalicabile che mi circonda ogni giorno di più. Mi isola. Mi costringe in un gelido senso di annientamento. M’è passata ogni voglia di scrivere e, senza più speranze, sono ripiombato nella mia cupa solitudine. I fogli che ogni giorno il dottore mi lasciava sul tavolo restavano bianchi. Ogni sera li ritirava e vi scriveva sopra la data. Oggi, sul foglio che mi ha lasciato, aveva scritto una frase: “Aiutami”.

***

     La tenda fu solo l’inizio, il primo tramite tra me ed il mondo esterno. Altre nuove sensazioni iniziarono a giungermi dalla finestra aperta. Mi correva un brivido lungo la schiena quando sentivo l’odore della terra bagnata dalle prime piogge. E quando l’autunno indugiava, un dolce sentore di muschio e di umido saliva dal prato a tenermi sveglio. Sentivo l’odore del gelo invernale ed il profumo secco dell’estate. Sentivo l’aroma della primavera ed anche la malinconia che precedeva la sera.

     I miei sensi si facevano sempre più vigili e sottili, percepivo ogni più lieve sfumatura. Imparai il trascorrere del giorno e delle stagioni. Proiettato fuori della mia stanza, ora sapevo percepire il caldo dell’erba e l’umido a ridosso degli alberi. Sentivo scivolare sulla casa l’ombra delle nuvole. E, quando i bassi cieli grigi spegnevano la luce dietro la mia tenda, sentivo la paziente attesa dei germogli che non osavano ancora fiorire.

     All’età di dodici anni fui internato in un istituto per non udenti. Mi accompagnò un mio parente con la sua automobile. Partimmo presto al mattino e pioveva. Ero un po’ spaurito, ma anche curioso del viaggio.

     Attraversammo campagne e paesi deserti. Qualche rara mucca sui prati restava immobile, incurante della pioggia. Dritti canali di acqua gelida costeggiavano la strada ed ogni tanto tagliavano i campi che alternavano colture diverse. Nonostante la giornata fredda e piovosa, ero incantato nel veder scorrere ai margini della strada quelle coltivazioni dai verdi tanto diversi, ora teneri, ora cupi, ora erbe tagliate, ora tenere infiorescenze. Vedevo, oltre le gocce tremanti sul finestrino, quel paesaggio meraviglioso sempre uguale, eppur mutevole. Lo vedevo per la prima volta, ma avevo la sensazione di conoscerlo da sempre. O forse, più che riconoscerlo, fu come se si risvegliasse in me il desiderio di conoscere. Percepivo distintamente una specie di urgenza, la stessa urgenza che aveva alimentato per anni il senso inquieto della mia attesa. Prima non avevo elementi per definire il mio bisogno di uscire dal buio, dal silenzio che mi aveva nascosto l’esistenza del “fuori di me”. Ora cominciava a chiarirsi l’enorme rinuncia che aveva isterilito la mia infanzia.

     Un sottile senso di ansia, di voglia di far presto, prese ad accentuare la mia irrequietezza. Facevo fatica a restare fermo sul sedile. Certo, in quel primo giorno non sapevo ancora niente. Non sapevo neanche immaginare come sarebbe stata la mia vita nell’istituto. Non avevo la minima idea di quel che ne potevo ricavare, ma occorreva far presto.

     Il direttore dell’istituto dovette notare la mia irrequietezza. In un certo senso la cosa gli piaceva perché denotava il mio carattere vivace. Ma io come persona, per aver accumulato tanto ritardo, partivo svantaggiato. I ragazzi internati nell’istituto erano tutti più piccoli di me. Per quella sola cosa, e per esservi internati già da diversi anni, progredivano facilmente. Io invece, coi miei dodici anni, per raggiungere il loro livello dovevo metterci il doppio dell’impegno. Ma non mi dovevo scoraggiare. Tempo pochi mesi e mi sarei rimesso in pari. Non so dire come feci a comprendere tutte quelle cose. Il direttore parlava principalmente col mio parente, ma non mi lasciava in disparte. Con l’espressività del viso e coi gesti delle mani mi faceva partecipe di quel che diceva con la voce. Mi parlava. E quella era la prima volta che qualcuno mi parlava.

     Mi avviai con lui, preso per mano. Ed un repentino innamoramento mi fece desiderare il suo sorriso, il suo sguardo indulgente, la sua protezione. Mi condusse in una stanza dove c’erano quattro letti vuoti. I bambini in quel momento erano in classe. Sistemai i bagagli. Quindi il direttore, sempre tenendomi per mano, mi accompagnò a conoscere i compagni. Ci fermammo davanti ad una porta a vetri. Era la porta della classe. E dentro c’erano sette bambini e cinque bambine che sembravano molto intenti a scrivere sui loro quaderni. Un’insegnante, battendo le mani, in qualche modo riusciva a dar loro il tempo per alzare lo sguardo ed osservare il disegno che aveva in mano. Ad ogni battito mostrava un nuovo disegno. E, a quel che capivo, i bambini lo riconoscevano e si buttavano a scrivere sui loro quaderni.

     Feci conoscenza con tutti. Ognuno mi salutava posando una mano sul cuore ed aprendola poi verso di me con un sorriso. Poi la stessa mano, con le dita chiuse, la portavano agli occhi per aprirla di nuovo verso di me. Volevano significare che erano felici di vedermi. Non so come, ma compresi d’intuito il loro linguaggio. Li imitai. E con un senso di liberazione mi trovai a ridere sereno.

***

     Le lezioni si svolgevano al mattino. Nel pomeriggio ci lasciavano più liberi. In tal modo ci riunivamo in una vasta sala comune con altri bambini di altre classi. In totale eravamo circa cinquanta. Erano quasi tutti più piccoli di me. Ed erano anche tutti bravissimi ad esprimersi col linguaggio dei gesti. Presto lo imparai anch’io. In fondo quella era la cosa più facile da imparare. La mia insegnante si mostrava sorpresa, ma io intuivo agevolmente il significato dei gesti e mi veniva facilissimo eseguirli.

     C’era un’armonia segreta nei gesti che eseguiva la mia insegnante. Le sue mani, le sue dita morbide, si muovevano con una tale grazia che intenerivano. Parevano disegnare dei ricami nell’aria. Ed il viso, gli occhi, la bocca partecipavano al gesto che si trasmetteva lentamente, coinvolgente. Il suo linguaggio mi parlava di me, di me in quella scuola, di me in quel cortile, di emozioni e di cose che non conoscevo, ma che credevo di immaginare. I compagni invece si scambiavano domande sugli oggetti, sui giochi preferiti, sui loro famigliari, fratelli e sorelle. A me pareva di cogliere più compiutamente la bellezza del nostro linguaggio nella possibilità di poter parlare finalmente delle mie sensazioni, delle luci, delle ombre, dei colori.

     Le lezioni di scrittura, almeno in principio, le trovavo assai sgradevoli. Le prime lettere, le prime parole copiate dai disegni dell’insegnante, mi sembravano dei segni privi di senso. Vocali e parole non mi appartenevano. Pur copiandole bene, non ne coglievo il significato. Conoscevo pochissimi termini, pochissimi verbi, ma ignoravo del tutto la logica che sostiene la costruzione delle frasi. Quel che ad ognuno sembra cosa acquisita, parte integrante del proprio esistere, parlare, articolare una domanda o una risposta, io ho dovuto impararlo recando quasi violenza alla mia precedente natura.

     Una sola cosa mi lasciava tranquillo: il direttore. Egli veniva spesso a trovarmi. Forse perché attardato rispetto ai compagni, si interessava, sfogliava il mio quaderno ed io tremavo al piacere della sua presenza. Seduto accanto a me, seduto al mio banco, il suo braccio sulle mie spalle, mi infondeva calma e sicurezza. Scriveva con me, mi proponeva i suoi esercizi e computava su di me nelle operazioni aritmetiche. Ed io capivo che si aspettava qualcosa da me. Contavo qualcosa per lui. E quando facevo bene, mi sorrideva ed io avvertivo una gran gioia nel cuore. Quando non facevo bene, mi sorrideva ugualmente. Sminuiva i miei errori. Fingeva di non notarli. Il suo ottimismo non cedeva mai. Ed infine imparai.

     In seguito tutto mi sembrò facile, chiaro e naturale, al punto che di nuovo sorpresi la mia insegnante per la velocità con cui apprendevo. Scrivevo frasi corrette e coerenti sui semplici soggetti proposti. E ben presto imparai ad esprimere i miei pensieri, le speranze, i sogni. Anche con la scrittura, come per il linguaggio dei gesti, prediligevo argomenti interiori, le mie sensazioni, gli stati d’animo. E sempre di più mi scoprivo capace di cogliere gli aspetti più magici di quel mio primo anno di vita nell’istituto, il mio primo anno di vita.