Natale rosso sangue

Bruno Sebastiani

 

 

SINOSSI

Cranleigh, un piccolo paese non lontano da Londra, nell'imminenza del primo Natale dopo la guerra, viene sconvolto da una serie di efferati delitti. C'é un assassino tra noi, dice sbigottita la gente non potendo credere che le tante morti causate dalla guerra non abbiano saziato la voglia distruttiva che è nell'uomo. Ma ci sono offese, ci sono crudeltà che, non importa quanto la gente abbia patito, pretendono sempre il loro prezzo di sangue.

 


 Data pubblicazione ebook

12 novembre 2018

ISBN

9788829546176

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Cartaceo su  lulu.com

ISBN9780244432782

Licenza di copyright standard

Pubblicato10 novembre 2018

Pagine154

Copertina morbida con rilegatura termica



Anteprima

  Quando Nick Neston torna dalla guerra nessuno è in grado di riconoscerlo. Lui stesso, da come è smarrito, non è in grado di riconoscere nessuno. Cranleigh, a un’ora e mezza di treno da Londra, è un paese piccolo, qui si conoscono tutti. Ma lui vi torna come fosse uno straniero.

     Aveva ventisei anni quando, nel febbraio 1941, si presentò volontario per arruolarsi in marina. Se avesse voluto, avrebbe potuto scansare la guerra in quanto, come capo famiglia, doveva provvedere al sostentamento di sua madre e di tre sorelle. Il padre era morto da tempo, già per rammentarlo doveva fare uno sforzo. Ma l’amor di patria, o se vogliamo l’odio per i nazisti, fu più forte dell’amore che provava per i congiunti, i quali congiunti, partito lui, si videro costretti a farsi più assidui nell’emporio ereditato dal padre defunto. Con la benedizione di sua madre e dopo ripetuti abbracci da parte delle sorelle, Hester, Betty e Francine che era la sua gemella, si presentò volontario e fu imbarcato su un dragamine.

      Il dragamine era utilizzato in una maniera quanto mai versatile, era stato concepito per dragare le mine, ma il più delle volte le piazzava, specie nel Mare del Nord, il più vicino possibile al porto di Amburgo per ostacolare i traffici tedeschi. La guerra divampava, le missioni si facevano ogni volta più lunghe e pericolose e il dragamine su cui era imbarcato Nick Neston era sempre fuori, in mare aperto. Licenze per tornare a casa non se ne davano. Era irragionevole perfino pensarci. Così per tre anni gli fu possibile rimanere attaccato al mondo solo attraverso le notizie captate dalla radio. C’era un mondo là fuori, da qualche parte, e la radio ne parlava. Ma erano tanti i sibili e i fruscii che era difficile capirci qualcosa.

     La guerra, una volta intrapresa la sua marcia, continuò ad andare avanti distruggendo ogni cosa al suo passaggio. Mai che si voltasse indietro per restare atterrita di quel che aveva combinato. Avanti, sempre avanti tirandosi dietro uomini e cose. Fu così che nel febbraio 1944, dopo tre anni esatti dal suo imbarco, il dragamine su cui si trovava Nick Neston fu centrato da un siluro lanciato da un sommergibile tedesco. Dopo il boato dell’esplosione si avvertì uno schianto seguito da un movimento a tutta prima incomprensibile, una cosa tipo capovolgimento che portò il mare a posizionarsi al posto del cielo e il cielo al posto del mare. Neanche il tempo di calare in acqua le scialuppe e il dragamine era già affondato. 

     In quell’acqua gelida solo pochi superstiti riuscirono ad aggrapparsi a qualche relitto. Dopo qualche ora, da pochi che erano, restarono pochissimi tanto da potersi computare con le dita di una sola mano. Era dura restare aggrappati a qualcosa che galleggiasse col gelo che condensava il sangue nelle vene, che rattrappiva il corpo, che bloccava i movimenti e faceva il vuoto nella mente. Il mare ci metteva del suo a schiaffeggiarli con onde che erano come rasoiate e i pensieri non si faceva in tempo a pensarli che subito congelavano.

     Nick Neston restò aggrappato al suo relitto per tre giorni e tre notti. Quando fu avvistato da un peschereccio danese in rotta verso Esbjerg era solo un essere informe avvinghiato al legno che lo sosteneva. Uno dopo l’altro, senza nitidezza come osservando una fotografia sgranata, aveva visto sprofondare i compagni che, come lui, aspettavano i soccorsi. Uno dopo l’altro senza un urlo, senza un lamento, senza nemmeno un saluto, tutti erano scomparsi e lui era rimasto solo, sballottato dal mare che scavava voragini nei suoi occhi attraversati da immagini terrorizzanti. Fu ripescato e si tentò di rianimarlo. Ma presto si vide che era solo un relitto d’uomo cui il Mare del Nord gli aveva lasciato solo un respiro rantoloso, per il resto gli aveva rubato tutto, perfino le parole.

     In Inghilterra era già dato per disperso insieme al resto dell’equipaggio. Poi giunse la notizia di un naufrago ripescato da un peschereccio danese. Per evitare che cadesse in mani nemiche, visto che la Danimarca era già occupata dai nazisti, Nick Neston fu trasbordato in mare aperto a bordo di un cacciatorpediniere inglese che lo trasportò a Newcastle. Da là fu internato in un ospedale militare.

     Qualche settimana più tardi la famiglia che risiedeva a Cranleigh, in un misto di gioia e preoccupazione, ricevette la notizia dell’esistenza in vita dello sventurato figlio. Nick Neston si era miracolosamente salvato dal naufragio che aveva coinvolto la totalità dell’equipaggio del dragamine su cui era imbarcato, ma aveva bisogno di un lungo periodo di internamento nell’ospedale militare. Si sperava che solo col tempo sarebbe potuto pervenire a un discreto recupero. Nella missiva non si faceva menzione della sua attuale condizione, non si capiva bene cos’è che avrebbe dovuto recuperare. Il sollievo di saperlo vivo, col passare dei giorni, si trasformò in angoscia immaginandolo invalido, privo di gambe, di braccia, magari di un occhio o tutti e due. La madre si disperava e le sorelle erano più sconfortate di lei.

     Passò qualche mese e, non ricevendo più notizie, Francine decise di affrontare il complicato viaggio fino a Newcastle per fare visita al fratello. Lei, in qualità di sorella gemella, si sentiva coinvolta come se le sventure di lui fossero toccate a lei. Soffriva nell’identico modo, ma non aveva una visione chiara di quel che la portava a soffrire. In sostanza non sapeva in quali condizioni l’avessero ripescato, quali ferite gli avessero ricucito, quali arti gli avessero amputato e magari già sostituito con delle protesi.

     A Newcastle Francine poté vederlo, con sgomento lo vide e lo riconobbe a fatica nel senso che Nick era l’ombra di se stesso, senza un guizzo, senza una scintilla. Era vivo secondo i parametri medici e non gli mancava niente, due gambe, due braccia, due occhi, il corredo iniziale c’era ancora tutto, niente protesi, tutta roba originale. Ma era inesplicabilmente spento, non ricordava niente. Il medico che l’aveva in cura le disse che l’amnesia in un certo senso era salutare, cancellare il ricordo delle terribili esperienze patite era forse il solo modo per non impazzire. 

     Difatti Nick Neston non impazziva, stava tranquillo, dove lo mettevano restava, non esprimeva mai una preferenza, mai una volta che si lagnasse, la vita gli scorreva accanto e lui nemmeno la vedeva. Francine chiese se c’erano margini di miglioramento e il medico le disse che si trattava di un caso difficile, il paziente rispondeva solo in parte alle terapie per la difficoltà a memorizzare nuove informazioni. Ma si trattava di una fase transitoria, aggiunse, aveva fiducia nei suoi sistemi e si diceva convinto che presto avrebbe cominciato a ricordare tutto il nuovo che gli avrebbero insegnato restando in ogni caso evanescente la sua vita di prima. 

     Al pensiero che suo fratello mai l’avrebbe riconosciuta, Francine istintivamente si voltò a cercare uno specchio per convincersi di esistere. Non ce la faceva a essere se stessa e basta, le serviva la sua controparte, senza suo fratello si sentiva incompleta. Riflettendo su quella cosa si fece coraggio e provò a suggerire che Nick fosse dimesso, probabilmente il ritorno a casa, tra persone che gli volevano bene, tra gli oggetti che gli erano famigliari, avrebbe favorito il recupero della memoria. Il medico le disse che in genere lui stesso insisteva per un sollecito reinserimento di simili pazienti nei loro nuclei famigliari. Ma per Nick Neston ci voleva altro, era necessario sbloccare la sua incapacità a memorizzare nuove informazioni, altrimenti sarebbe stato tutto inutile.

     Al termine della visita, sul punto di andarsene, Francine abbracciò calorosamente suo fratello, gli disse pure qualche parolina all’orecchio, di quelle che facevano parte del loro vocabolario privato, ricevendo in cambio un saggio della sua lontananza. Lei lo stringeva e piangeva mentre lui, alla stregua di un estraneo, semplicemente si lasciava tenere aspettando che le passasse. Nemmeno per un momento provò a capire chi fosse, cosa ci facesse lì, per quale motivo lo stringesse, per quale misteriosa ragione bisbigliasse… una ragazza che non aveva mai visto, una ragazza che lo chiamava per nome, un nome che sapeva suo solo per l’insistenza del dottore a chiamarlo in quel modo.