Verso ignota destinazione

Bruno Sebastiani

Copertina morbida

 

186 Pagine

 

Prezzo € 14,00 (IVA esclusa)

 

ISBN9780244374921

CopyrightLicenza di copyright standard

 

 

 

 

Marco Verratti ha tredici anni, frequenta la terza media ed è solo. Erin Gandolfi ha dodici anni, frequenta la seconda media ed è sola... due anime randagie che si trovano.

 



Acquista ora su

Vai all'acquisto su

Acquista Kindle



Anteprima

     «Max, hai sentito?».

     «Sì, ho sentito, è il campanello di casa».

     «Chi può essere a quest’ora?».

     «Non lo immagini? Di sicuro sarà tuo padre».

     «Ancora? Ma cosa vuole? Sono tre anni che è andato via di casa e ancora ritorna, per quale diavolo di motivo ritorna?».

     «Marco, possibile che non ci arrivi?».

     «E arrivaci tu allora, visto che sei più bravo di me».

     «Io ci arrivo, certo. Il matrimonio si è rivelato un disastro e tuo padre, appena può, passa di qua per rinfacciare a tua madre che è stata tutta colpa sua. Che c’è Marco, non ti convince?».

     «Sì, mi convince. È che non mi va che se la prenda con la mamma. Aspetta, zitto un attimo, fammi sentire cosa dicono».

     Cosa dicono si potrebbe sentire anche senza zittirsi perché gridano, si potrebbero sentire dalle cantine alle mansarde che si trovano sotto il tetto. Gridano lui da una parte e lei dall’altra con la porta chiusa nel mezzo.

     «Perché non mi apri? Non ho il diritto di entrare?».

     «Questa non è più casa tua, l’hai scordato? E ora vattene che ho da fare».

     «Santo Dio, Vera. Sfido che me ne sono andato, con te non c’è modo di ragionare».

     «Ma allora chi ti trattiene? Tornatene da dove sei venuto e lasciami stare. E smettila di gridare, i vicini sentono tutto».

     «Me ne frego dei vicini».

     «E a me non pensi, che qui ci vivo? A tuo figlio non pensi?».

     «Allora lasciami entrare, così la smetto di gridare».

     «Bada Alessio, sto perdendo la pazienza. Se non te ne vai chiamo la polizia».

     «E che mi può fare la polizia? Questa casa è anche mia, non ci pago il mutuo?».

     «Tu mi versi solo la quota stabilita dal giudice dopo il divorzio. Che ci faccio coi tuoi soldi è affare mio, tu qui non hai nessun diritto».

     «E mio figlio dove lo metti?».

     «Te lo sei segnato da qualche parte per ricordarti di avere un figlio?».

     «Vera, se non apri butto giù la porta».

     «Così ti denuncio per molestie e danni. Vattene Alessio. Sono stanca di starti a sentire».

     «Va bene, me ne vado, ma non finisce così».

     «È una minaccia?».

     «È una promessa».

     «Sto registrando sai? Sto registrando tutto quello che dici».

     «Tutto quello che dico? Ma sei impazzita?».

     «Sei tu che mi stai portando alla pazzia».

     «E Marco quando me lo fai vedere?».

     «Ti sei mai chiesto se lui ti vuole vedere?».

     «Ma lui che può dire? Ha solo tredici anni, se tu non me lo mettessi contro…».

     «Io non faccio proprio niente. In questa storia hai fatto tutto da solo. Te ne sei sempre infischiato di tuo figlio, ora cosa pretendi?».

     «Mi ci fai parlare?».

     «Vattene, si sta facendo tardi e devo finire di lavare i piatti».

     «Va bene, me ne vado. Ma avrai mie notizie».

     «Scrivimi una cartolina».

     Finalmente silenzio. A questo punto si sente il ciabattare di Vera Rosati che, dall’ingresso, torna in cucina. Appena dentro, alza il volume del televisore su cui stava seguendo una di quelle trasmissioni studiate ad arte per accrescere l’ansia del pubblico, nel senso che, stando a quel che dice la conduttrice, c’è un gran numero di persone scomparse. Sullo schermo passano numeri di telefono e fotografie, anziani, bambini, donne di mezz’età, adolescenti, chiunque le dovesse vedere telefoni. V’è pure qualche cronista che parla in diretta dai luoghi da dove le persone scomparse sono scomparse. Chissà cosa sperano di trovare, magari un biglietto che spieghi la ragione per la quale sono scomparse, oppure un indizio circa il nuovo indirizzo. Vera maledice suo marito per l’interruzione, la parte più bella ormai è persa, e riprende a lavare i piatti.

     «Se n’è andato?».

     «Sì, Marco. Se n’è andato».

     «Meno male, se la mamma l’avesse lasciato entrare con la scusa che mi doveva parlare, mi sarei nascosto sotto il letto».

     «Sotto il letto ti avrebbe trovato».

     «E dove allora? Qui siamo al terzo piano, ti aspetti che fugga dalla finestra?».

     «Mi aspetto che ti fermi e gli parli».

     «Parlargli, credi che sia facile? Le rare volte in cui non lo posso evitare, come quando mi aspetta fuori della scuola, tutto si riduce alle solite idiozie. Con chi mi vedo, chi frequento, se c’è una ragazzina che mi piace e la prossima volta che ci vediamo ci facciamo due riti al canestro. Come se non sapesse che col canestro sono negato e due tiri con lui non li ho mai fatti».

     «Però queste cose non gliele dici. Io lo so come sei fatto, stai zitto e fai finta di niente. Ma poi ci continui a pensare e ti ci rodi il fegato. Se vuoi che tuo padre la smetta di tormentarti te lo devi togliere dalla testa. E questa cosa la puoi fare solo se gli dici ciò che pensi di lui».

     «Non è facile».

     «Nulla è facile se tu per primo ne hai paura».

     «Max, certe volte è davvero pesante starti a sentire».

     «Sapessi com’è pesante dirti come fare le cose e poi vedere che fai tutto il contrario».

     «Stasera ci troviamo pesanti. Allora sai che facciamo? Basta parlare e riprendiamo a giocare».

     Sul computer c’è già una partita in corso, Marco l’ha messa in pausa per l’arrivo di suo padre. Il gioco è quanto di più terribile si possa immaginare: The Foyle, ovvero invasione aliena. A bordo di certe astronavi del colore del fulmine, gli alieni arrivano e in poche ore distruggono ogni cosa. Il nostro bel pianeta in poche ore si riduce a una distesa di città in fiamme, edifici sgretolati, carcasse di auto coi cadaveri dentro in un viluppo di vampe purpuree e fumo nero. La speranza è riposta nei pochi terrestri che, col coraggio della disperazione, resistono. Marco è uno di questi. Muovendosi sullo schermo, individua gli alieni che, forse per risultare più terrificanti, sono verdastri. Quando ci riesce, li uccide. Poi esplora le basi, scova i superstiti, sempre di più man mano che sale di livello, nel gioco sono previsti nove livelli, e li conduce nei punti di raccolta per disporne l’evacuazione. Man mano che sale di livello, Marco guadagna strumenti che lo aiutano a costruire diversi tipi di dispositivi da utilizzare in battaglia che, per come si svolge, è una vera goduria, una continua esplosione di ordigni spaventosi, peccato che debba mantenere il volume basso per non disturbare sua madre.

     Marco Verratti ha tredici anni, frequenta la terza media e la sua cameretta parla per lui meglio di come potrebbero fare i pochi che lo conoscono. Un letto, un armadio, una scrivania e vari poster alle pareti che riproducono mostri galattici. Tranne i testi scolastici ha pochi altri libri. Il suo preferito lo tiene sul comodino, lo ha letto già sette volte, ma ne è tanto entusiasta che lo sta rileggendo: L’invasione degli ultracorpi di Jack Finney. Divergent, di Veronica Roth, viene per secondo in ordine di preferenza e lo tiene sulla scrivania, accanto al computer. Sotto la scrivania, ficcato in fondo così che non si veda, tiene lo skateboard che gli ha regalato anni addietro suo padre e che lui non ha mai imparato a usare.

     La battaglia è a un punto culminante, lo schermo è percorso dalle scie degli ordigni, certe robe giallo-sfrigolanti, mentre sullo sfondo si susseguono le vampe delle esplosioni. Marco sembra cavarsela egregiamente sotto il tiro incrociato degli alieni che gli sparano da tutte le parti. È già arrivato al terzo livello quando un ordigno che non riesce a schivare lo centra in pieno e lo polverizza. Fine del gioco. Se si vuole giocare, occorre ricominciare daccapo. Ma sono le undici, è l’ora di andare a dormire con la speranza che gli alieni non approfittino della notte per distruggere tutto.

     Marco Verratti ha tredici anni ed è solo. L’amico Max con cui parla non esiste. È un prodotto della sua fantasia, è l’altro da sé che capisce le cose, sa come vanno fatte, le stesse cose che lui non riesce a fare. È l’espressione della sua più sentita esigenza, quella di avere qualcuno con cui parlare perché, con tutto che vive in casa con sua madre, Marco si sente solo. Max è uno che non si mette paura, non arretra, non fugge, tutto il contrario di Marco che, nell’opinione dei compagni, è un vero fifone. Quella che combatte contro i compagni di scuola è la stessa battaglia che combatte ogni sera contro gli alieni. C’è però una differenza. Contro gli alieni ha acquisito una certa scioltezza e una volta è arrivato al quarto livello. Contro i compagni di scuola, immaginando anche in questo conflitto vari livelli, non è mai andato oltre il primo. Solo Max ci riesce. Max è forte e coraggioso, è simile a Johnny Rico, l’eroico protagonista di Fanteria dello Spazio di Robert Heinlein, un altro dei suoi libri preferiti.

     Max, oltre i meriti già riferiti, è un amico fedele, affettuoso, quando ci si mette è anche divertente. La cosa che più gli piace di Max è la facilità con cui perdona i suoi sbagli, tutto il contrario di suo padre che una volta, per aver rovesciato un bicchiere di vino arrossando la tovaglia, lo sculacciò per bene e lo spedì a letto senza cena. Aveva cinque anni quella volta. Se ne ricorda bene perché, per come è stato capace di ricostruire le cose, gli pare che la frattura tra suo padre e sua madre sia cominciata proprio quella sera… tutto per colpa sua.

***

     Marco vive a Melegnano, un comune come ce ne sono tanti nella cintura di Milano. Si trova a circa dieci chilometri dalla città, lungo la Via Emilia. Melegnano è un paese orribile, pieno di palazzi scuri, giardini spogli, prati brulli e pieno di nebbia per gran parte dell’anno per via del Lambro, il fiume che lo attraversa. 

     Marco abita al terzo piano di un gigantesco casamento che insiste su tre lati di un quadrato. Il quarto lato è rappresentato dalla strada. Si tratta di un edificio che, nel progetto che aveva a cuore la riqualificazione del territorio, è stato realizzato negli anni Settanta del secolo scorso come risposta alla pressante richiesta di alloggi. Per chi lavora a Milano è più conveniente abitare a Melegnano, se non altro costa meno. Come quello in cui abita Marco, Melegnano è pieno di questi casermoni. Forse, nella mente degli urbanisti, simili tipologie abitative dovevano favorire la socializzazione, specie tenendo conto che qui è pieno di emigranti. Nella sostanza ognuno prova la sensazione di trovarsi in una caserma, con tutti che tengono d’occhio tutti, con tutti cui viene più facile farsi gli affari altrui, con tutti sempre pronti a sparlare dei vicini… Non è infrequente che qualcuno vagheggi l’orrida fantasia di far saltare in aria l’intero casamento. La sola cosa buona che presenta questa soluzione è il cortile su cui si affacciano un numero impressionante di finestre. Non è possibile starsene per conto proprio, c’è sempre qualche faccia dietro i vetri che osserva, che spia, che si fa un giudizio su chi staziona nel cortile. Ma di sera, lontano dai lampioni, con l’ausilio della nebbia, vi si può stare senza essere visti.

     Proprio di sera, con nessuno nei paraggi che lo potesse sbeffeggiare, Marco ha provato a fare un certo numero di tentativi per imparare a usare lo skateboard. Ci ha provato per alcune sere di seguito. Poi, dopo non si sa quante cadute, ha rinunciato. Lo skateboard glielo aveva regalato suo padre in occasione del suo ottavo compleanno, il suo ultimo regalo. No, non è esatto, l’ultimo regalo è stato il 2 febbraio dell’anno scorso, per il suo dodicesimo compleanno, quando si è fatto trovare fuori della scuola per regalargli un pallone da basket. Marco se lo è ritrovato davanti e lui gli ha messo in mano il pallone, così alla prima occasione ci facciamo due tiri al canestro, un’occasione che non si è mai presentata.

     Ora il pallone e lo skateboard si trovano sotto la scrivania, reperti fossili di un tempo che non è mai stato. La verità è che Marco si direbbe negato per le attività sportive, anche a scuola ormai lo conoscono per questa sua difficoltà. In realtà chissà cosa darebbe per poter competere coi più bravi. Lui vorrebbe, ma il suo corpo sembrerebbe inadatto allo scopo. Per la sua età è abbastanza alto, sfiora il metro e settanta, ma è il peso che non va bene, ha perlomeno dieci chili di troppo. Tutta colpa dei dolci. Marco ne mangia in continuazione. Ogni mattina, andando a scuola, si ferma al chiosco dei giornali che si trova all’incrocio tra Via del Giardino e Via delle Viole. Il chiosco, in teoria un’edicola, in realtà vende di tutto: giornali, riviste, fumetti, gomme da masticare, caramelle di tutti i gusti, penne, quaderni, portamonete, accendini e merendine. Le sue preferite sono le barrette di cioccolato Mars. Se ha i soldi a sufficienza ne compra quattro, due da mangiare sul posto e due le porta a scuola, per colazione.

     La scuola, o meglio il suo incubo, è proprio lì, a due passi, all’incrocio tra Via del Giardino e Via delle Dalie. In questa zona ogni strada porta il nome di un fiore, forse per suggerire una fragranza che sicuramente manca. L’Istituto Scolastico che già per il terzo anno consecutivo lo tiene prigioniero è intitolato a Paolo Frisi, insigne cittadino di Melegnano il quale, due secoli addietro, si distinse nei campi della matematica e dell’astronomia. Spiace per Paolo Frisi, ma qui nessuno sembra intenzionato a seguire le sue orme. Marco meno di tutti. Basta vedere la faccia con cui ogni mattina si appresta a varcare il portone della scuola, se entrasse in un reclusorio sarebbe più contento.     

     Marco non sarebbe poi tanto male se, per qualche strana ragione, non si sentisse responsabile della crisi che ha determinato la fine del matrimonio tra i suoi genitori. In effetti nessuno lo ha mai accusato di niente. Ma lui ricorda gli scatti d’ira di suo padre, le volte che c’era, e gli pare di ricordare che quegli scatti fossero sempre per causa sua. Il primo che rammenta risale a quando rovesciò sulla tovaglia un bicchiere di vino. Venendo più avanti con gli anni, le occasioni per quegli scatti si sono moltiplicate. E Marco si è spesso domandato per quale motivo suo padre non è mai stato capace di perdonarlo. Si è pure domandato come mai sua madre non avesse mai preso le sue difese. 

     Il risultato è che entrambi i genitori lo hanno deluso e ciò si ripercuote sul suo rendimento scolastico, per non parlare di come si ripercuote nei rapporti coi compagni. Insegnati e compagni lo giudicano difficile, chiuso, introverso, non ha amici, nessuno lo aspetta fuori della scuola per fare un tratto di strada insieme, nessuno fa salti di gioia dovendo dividere con lui lo stesso banco. E come non ha amici non ha neanche nemici, tranne Dario e Riccardo, due tipi rozzi che ogni tanto lo importunano come importunano tutti gli altri. 

     La verità è che Marco frequenta la scuola, ma è come se non ci andasse. Ci va, col corpo è presente, c’è pure da dire che, vista la sua stazza, è difficile che passi inosservato. Ma con la mente è sempre perso all’inseguimento di qualcosa che non è nell’aula, che non è neanche a Melegnano. Si potrebbe dire, come gli alieni contro cui combatte ogni sera, che non sia di questo mondo. Capisce la lingua, ma trova incomprensibili le usanze, i modi di fare della gente, il loro vezzo di abitare a ridosso l’uno dell’altro per sopportarsi sempre meno. Può ben dirlo dal momento che nel suo casamento, benché ci sia nato, ha rapporti cordiali solo con Caterina, la vecchia che abita sotto di lui, al secondo piano, e che spesso dalla finestra lo sorveglia. Sa che Marco, con sua madre al lavoro e suo padre fuori di casa per via del divorzio, in pratica vive da solo. Così al mattino sorveglia che vada a scuola, poi sorveglia per vederlo tornare. Ed è tanto gentile che spesso, mentre lo sente che sale le scale, apre la porta e gli dà un involto con qualcosa da mangiare, due fili di pasta, una fettina, una coscia di pollo, due patate. Ma no, gli dice, questa roba non era per te, era per me, ma non ho più l’appetito di un tempo, sarebbe un peccato sprecarla.  

     Da quando suo padre vive fuori di casa per via del divorzio, Marco vive da solo. Sua madre già prima di sposarsi lavorava e lavora tuttora alla Carrefour che si trova sulla Via Emilia, quindici minuti a piedi. Ora, per ovvi motivi famigliari, fa solo il turno della mattina. Ciò comporta che attacchi alle sette per smontare alle quindici. Peggio sarebbe se attaccasse alle tredici per smontare alle ventuno. Suo padre prima di sposarsi non si sa cosa facesse. Ma subito dopo prese a lavorare alla Erste Klasse Auto che si trova in Via Clateo Castellini 63, fa il rivenditore di auto usate, sempre favolose occasioni. A sentire lui, quelle che gli passano tra le mani sono sempre favolose occasioni, possono ben dirlo i clienti che, nel caso non ne siano soddisfatti, hanno tre mesi di tempo per riportare indietro l’auto d’occasione e comprarne un’altra più favolosa di quella che lasciano, con relativo sovrapprezzo ovviamente. Da quando è andato via di casa vive in un piccolo disimpegno alle spalle del suo ufficio. Si tratta di una soluzione squallida adottata nella fase dell’emergenza, è un ripiego, ripiego che si protrae da ben tre anni.