Anteprima

                        L'isola

Romanzo surreale


Leggi dell'isola che finalmente libera, va alla deriva, galleggia e non affonda, e soggiacendo al fascino dell'altrove rabbrividisce al piacere di lasciarsi trasportare dalla corrente...



libri da leggere - bruno sebastiani - l'isola

Si potrebbe pensare che ciò che ha poche possibilità di accadere, come per esempio che un aereo cada di punta sulla punta dell’Everest, magari con quel senso di fatalismo cha fa rima con pessimismo, prima caratteristica dei perdenti, mandi sprecate le scarse possibilità in suo possesso e rinunci del tutto ad accadere. D’altra parte come non capirlo, è cosa nota che ciò che ha poche possibilità di accadere, per quanto si incaponisca ad esaminare più attentamente le scarse possibilità in suo possesso, per quanto stia all’erta per cogliere al volo la prima occasione favorevole, avendo cognizione di avere una possibilità su un milione di realizzarsi, in pratica è come se sapesse d’essere destinato a rimanere inespresso. Questo per dire che, viste troppo esigue le sue speranze, l’evento che ha poche possibilità di accadere alla fine smette del tutto di stare all’erta e con una cert’aria di sconfitta si dichiara battuto senza neanche aver lottato. In tal caso neanche ci sentiremmo di biasimarlo ed anzi ci sentiremmo solidali per la nota legge che porta sempre a parteggiare per il più debole, per colui che nasce perdente, ché la giustizia non è di questo mondo, c’è chi nasce con troppo e chi con quasi niente. 

     Tuttavia, dopo attenta analisi delle varie vicende, siamo pervenuti alla convinzione che ciò che ha poche possibilità di accadere, magari per ripicca e dando prova di una perseveranza degna di menzione, ci si metta di puntiglio per cogliere al volo la prima e forse unica occasione che gli permette di verificarsi. Laddove ciò che ha molte possibilità di accadere può anche concedersi qualche distrazione, quel che ha poche possibilità di accadere deve ingegnarsi per sfruttare al meglio la prima occasione favorevole. Difatti è già raro che un aereo cada di punta sulla catena dell’Himalaya, se però quando cade non si sta più che attenti così che l’evento che lo vorrebbe sulla punta dell’Everest ne segua passo passo l’evolversi affinché si realizzi, va a finire che l’aereo riguadagna quota e va a sfracellarsi sul Tibet, un luogo dove non fa soverchia impressione in quanto di aerei sul Tibet ne cadono una decina ogni anno.

     Se così non fosse, se cioè l’evento che ha poche possibilità di accadere, visti inutili i suoi tentativi, si lasciasse vincere dallo sconforto e rinunciasse del tutto a verificarsi, dovremmo rivedere la convinzione della quale abbiamo parlato più sopra. Ma c’è un episodio che non solo ci conforta in quel che abbiamo elaborato, ma che inoltre ci dà la misura di come l’episodio in questione, appena intravista la possibilità di verificarsi, si sia adoperato mettendoci il doppio dell’impegno che ci mettono i restanti episodi ed abbia tenuto duro finché non si è verificato. Difatti, senza lo zampino dell’episodio in questione che ha preso al balzo la prima e forse unica occasione della sua vita per verificarsi, mai una nave da crociera, una delle più moderne al mondo, una, per intenderci, la cui strumentazione è tale da competere con la strumentazione che si trova a bordo delle navette spaziali, mai una nave da crociera, dicevamo, parliamo della Costa Concordia, avrebbe speronato l’isola del Giglio. Qualcuno potrebbe saltare su a dire che si è trattato di mera sfortuna o fatalità, no signori miei, altro che sfortuna o fatalità, non è nel nostro costume, ma consentiteci di usare in questo frangente il tono che ci compete per affermare che la sfortuna o la fatalità non c’entrano per niente. A nostro parere l’evento, per la prima volta al mondo a quel che risulta, un evento che aveva già smesso di sperare, appena s’è accorto di avere qualche possibilità, s’è adoperato al limite delle sue risorse per verificarsi. Onestamente si deve convenire che se la stessa nave o un’altra della sua stessa stazza si trovasse a ripercorrere per un milione di volte la stessa rotta, mai e poi mai finirebbe col cozzare contro l’isola del Giglio e ciò per due distinte ragioni, la prima ha a che fare con le doti del timoniere, nel senso che ci vuole più abilità per centrarla che per mancarla, la seconda ha a che fare con l’isola che ha smesso di trovarsi dove si trovava, nel senso che ora al suo posto c’è solo mare.

 

 

***

     

 

     Tutto ha inizio in una limpida sera di metà gennaio del 2012, per la precisione siamo al tredici del mese ed è venerdì, non sappiamo se i dati appena riportati possano avere qualche interesse per gli amanti della cabala, magari i più dotati sono capaci di trarne dei presagi per inquadrare e quindi spiegare la faccenda, noi, profani di cabale, citiamo i dati solo in ossequio al nostro dovere di cronisti. Dopo aver detto che siamo al tredici del mese e che è sera, diciamo pure che il vento è assente oppure, per dirla alla maniera marinara, diciamo che c’è calma piatta. Per fornire un quadro completo della situazione aggiungiamo che su in cielo v’è una trapunta di stelle che si riflettono in maniera identica sul mare che è liscio e lucente, non vi sembri esagerato se diciamo che questo mare è simile ad uno specchio, al punto che sembra vi siano due firmamenti al posto di uno. Dopo aver detto del mare liscio e lucente, ci sembra doveroso aggiungere ch’è un vero peccato turbarne la quiete col solo solcarlo, cosa che la Costa Concordia, non sappiamo quanto sensibile a questo specifico aspetto, è facile che se potesse fare di testa sua avanzerebbe in punta di piedi come per carezzarlo e non solcarlo, cosa che la Costa Concordia, dicevamo, pur controvoglia, non può esimersi dal fare per il fatto che vi è una velocità di crociera da rispettare e tale velocità, Dio la perdoni, sfiora i diciotto nodi.

     Ora qualcuno, il solito spirito contrario, potrebbe obiettare che il caso che è oggetto del nostro racconto non si sarebbe mai verificato se la nave avesse navigato in maniera più guardinga, più piano per intenderci. Non ci sentiamo di escluderlo, nondimeno non possiamo dimenticare, come detto più sopra, che il caso in questione, appena intravista la possibilità di verificarsi, di sicuro s’è attivato dando fondo a tutte le sue risorse per non mandare sprecata l’occasione. Se è giusta questa nostra ricostruzione, cosa suffragata dalla tenacia degli aventi, anche i più rari, a volersi verificare costi quel che costi, si potrebbe dire che la Costa Concordia non aveva scampo, era destinata a cozzare contro l’isola del Giglio sia che procedesse alla ragguardevole velocità di diciotto nodi e sia che scivolasse sull’acqua in maniera sonnolenta come fosse una gondola. C’è inoltre da dire che la velocità di crociera non è qualcosa che scaturisce dalla fantasia del comandante o del suo secondo o di qualcun altro che abbia pratica di queste cose, purché si trovi nella plancia di comando. Difatti la Costa Concordia, oltre a fare del suo meglio per assicurare una piacevole navigazione ai passeggeri, cosa che le riesce egregiamente in quanto è stata costruita con questo preciso scopo, altrimenti non si spiegherebbe perché i passeggeri fanno a gara per imbarcarvisi, deve anche sforzarsi di rispettare un certo orario, cosa non da poco se si pensa che altri passeggeri dovranno imbarcarsi stasera, quando la nave farà la sua prima tappa nel porto di Savona. 

     La crociera ha avuto inizio oggi, nel tardo pomeriggio, dal porto di Civitavecchia. Con una manovra impeccabile, anche per non sfigurare davanti ai tanti accompagnatori presenti sul molo per l’ultimo saluto, diciamo pure con l’aggiunta di due rimorchiatori, la Costa Concordia ha salutato la terraferma e si è ritrovata in mare aperto, così si dice del mare non perché lontano dai porti sia uso aprirsi, tra l’altro è nota la sua inclinazione a colmare i vuoti, come gli si lascia un varco subito lo riempie, ma solo perché, dovunque si volti a guardare, vede solo se stesso trovandosi sicuramente più attraente di quelle orribili costruzioni in cemento armato che chiamano banchine. 

     La prima fase di navigazione si è svolta senza inciampi. Non è che ci voleva l’esperienza di un vecchio lupo di mare per navigare in questa prima fase senza inciampi. In pratica, dovendo risalire il mare Tirreno per raggiungere il porto di Savona, non ha dovuto fare altro che mantenere una rotta parallela alla costa, cosa che sarebbe riuscita anche ad un mozzo. Presa la suddetta rotta, l’ha conservata fin quando in lontananza, era già buio ma gli strumenti di bordo sono capaci di vedere come se avessero gli occhi di un gatto, s’è profilata la sagoma scura del promontorio di Orbetello noto anche col nome di Monte Argentario. Ora dovete sapere che dalla punta del promontorio all’isola del Giglio vi sono dodici miglia marine, come dire che nel mezzo vi potrebbero passare non una ma trenta portaerei affiancate l’una all’altra come per una parata, sempre che si possiedano trenta portaerei e sempre che, nel caso si possiedano, si lascino persuadere a sfilare in parata, ché è nota la loro vocazione individualistica.

     Orbene, dovendo transitare in un braccio di mare largo dodici miglia, anche il timoniere più temerario, anche il più sicuro dei propri mezzi, non avrebbe difficoltà ad ammettere che la cosa migliore sarebbe quella di restare nel mezzo. Se non è per compiere una prodezza, cosa per la quale si privilegiano in genere le agili barche da regata o i più acrobatici catamarani, se non è per alzare il punteggio che potrebbe esprimere una giuria schierata apposta per esaminare l’esibizione, anche il timoniere più spericolato non vedrebbe motivo di sfilare con un simile pachiderma troppo a ridosso del promontorio oppure, come può venirci in mente, troppo a ridosso dell’isola. Però, riflettendoci meglio, chiunque si troverà a convenire che le scelte assennate quasi mai comportano quel minimo di emozione e di gusto dell’imprevisto che vengono considerati il sale della vita, senza con questo voler dire che la stessa vita, per farsi apprezzare, debba risultare per forza di cose quasi imbevibile come fosse una salamoia. C’è però da dire che il brivido dell’avventura la rende senz’altro più accattivante, per quanto, quand’anche fosse piatta come il ponte delle su nominate portaerei, risulterebbe sempre preziosa e insostituibile, specie per chi se la vede togliere.

     Per la forza delle considerazioni appena esposte, magari col discutibile proposito di procurare ai viaggiatori un’emozione non compresa nel prezzo del biglietto e neanche indicata nelle varie opzioni aggiuntive previste dalla carta d’imbarco, la Costa Concordia, giunta in prossimità del promontorio di Monte Argentario, vira decisamente verso ovest con l’intenzione di sfiorare l’isola del Giglio. Se ci passate il paragone, in sostanza la Costa Concordia, con l’intenzione di sfiorare l’isola del Giglio, cerca di riprodurre quel che accade in una corrida, là dove l’abilità del torero non si misura con la sua capacità di tenere a debita distanza il toro quanto, al contrario, di lasciarlo avvicinare fino a farsene sfiorare. Non ce ne chiedete la ragione, si tratta di una cosa così lontana dal nostro modo di sentire che non siamo in grado di spiegarla, però è un fatto che il pubblico che affolla le gradinate dell’arena va letteralmente in visibilio per il torero che, a rischio della sua stessa vita, un passaggio dopo l’altro, lascia che il toro gli passi sempre più vicino, a pochi centimetri dal suo addome. Il torero che infiamma di più l’entusiasmo del pubblico, quello che viene subissato di applausi, non è mai quello, Dio ne scampi, che si conduce in maniera accorta. Un simile torero, ammesso che esista, non troverà mai un impresario disposto ad ingaggiarlo, per quanto, se pure lo trovasse e scendesse nell’arena, sarebbe sufficiente vederlo alle prese col toro in maniera prudente, che subito verrebbe sonoramente fischiato. Siamo d’accordo, si tratta di una cosa irragionevole, occorre avere sangue spagnolo nelle vene per capirla, resta il fatto che il torero che intende conquistare il suo pubblico affinché gli decreti il meritato trionfo è quello che, con scelta sicuramente incosciente, s’espone al punto che il corno appuntito del toro gli laceri la camicia, se poi arriva a procurarsi uno squarcio è anche meglio. Il torero per il quale le donne gremite sulle gradinate potrebbero financo compromettersi lì, davanti a tutti, sarà quello che avrà versato il suo sangue prima di versare quello del toro sulla sabbia rovente dell’arena.

     In maniera non troppo dissimile, abbandonata la precedente rotta, una rotta talmente scontata che la poteva tenere anche un timoniere con gli occhi bendati, vediamo che la Costa Concordia ora sta puntando decisamente verso l’isola del Giglio. Affinché la cosa non passi inosservata, anche perché tutto questo si fa per accrescere il loro gaudio ed anche per far crescere d’importanza questa nave temeraria, vediamo che il comandante, un bell’uomo che risponde al nome di Francesco Schettino, microfono alla mano, attraverso la diffusione sonora attiva su tutta la nave, cattura l’attenzione dei viaggiatori che subito lasciano stare ogni cosa, bevande, pietanze e giri di ballo, e si accostano alle vetrate per assistere a questo straordinario fuori programma. Spuntano telefonini e macchine fotografiche, come nella più blasonata festa di Piedigrotta, dal nulla iniziano a divampare nei vari saloni i lampi dei flash e, come obbedienti ad un comando, i grandi si tirano sulle spalle i più piccoli e tutti guardano ammirati l’ardita manovra del comandante che punta a lambire l’isola del Giglio.

     L’isola, forse temendo il peggio, come non capirla, guarda sgomenta questa nave che è lunga come due campi di calcio e che, a sprezzo del pericolo, si avvicina alla sua zolla sottomarina magari nella presunzione di essere una canoa. Guarda sgomenta e trattiene financo il respiro, non può credere a quel che vede, le pare un’autentica follia, prova pure a scostarsi, non è che servirebbe molto, poche decine di metri, giusto quel tanto che basterebbe per evitare una disastrosa collisione, ma accidenti, coi piedi cementati nella roccia, più che allungare le articolazioni non può fare. Le apparecchiature di bordo ronzano, sibilano, attivano i loro led e trasmettono dati a ritmo continuo, fondale basso, troppo basso, testone di un comandante, deciditi a richiamare la nave, muoviti e vira a dritta, se potessero gli darebbero pure una mazzata sulla testa. Ma il prode comandante, che forse una mazzata sulla testa l’ha ricevuta da piccolo, in tal caso tutto si spiegherebbe, tiene duro immaginando lo sbalordimento e la meraviglia dei viaggiatori che ora, da dietro le vetrate, vedono sfilare l’isola a pochi metri e, se si potessero sporgere, la potrebbero financo toccare.

     A questo punto tornano buone le considerazioni fatte più sopra, nel senso che se la nave andasse più piano, se filasse al rallentatore anche per far meglio apprezzare la bellezza di quest’isola che sfiora appena, un’eventuale collisione non avrebbe grosse conseguenze. Se filasse al rallentatore e si verificasse una collisione, al più si creerebbe qualche ammaccatura allo scafo, verrebbe via la vernice, ma si tratterebbe di danni di poco conto. Va da sé che, anche con danni di poco conto, l’armatore andrebbe su tutte le furie, scriteriato di un comandante, gli direbbe, dove avevi la testa, ti ho consegnato una nave nuova di zecca e me la riporti piena di graffi. Ma lì sarebbe sufficiente che i passeggeri gli esprimessero tutta la loro soddisfazione per questo comandante che in quanto a fuori programma è un vero campione, che subito si farebbe passare la rabbia e direbbe che si, è tutto merito mio, me lo tengo caro da quando affondò un traghetto nel porto di Napoli. 

     Che sia per accrescere il brivido dello sfioramento, che sia perché l’evento, intravista la possibilità di verificarsi, giochi tutte le sue carte per agguantare al volo questa ghiotta occasione, che sia per non far gravare sulla tabella di marcia questo portentoso fuori programma, per una di queste cose o per tutte cumulativamente, la nave, invece di andare più piano, procede alla ragguardevole velocità di diciotto nodi. I viaggiatori non stanno nella pelle, dalle vetrate panoramiche dei ponti più alti è come stare al cinema, con la differenza che al cinema ogni ricostruzione è solo finzione mentre qui è tutto così reale da far pensare che ci sia sotto qualche trucco, si ha la sensazione che le rocce brunite dell’isola, come sormontandosi l’una sopra l’altra, si stiano preparando per balzare sulla nave alla stregua di pirati per prenderne possesso. Oltre a ciò si vedono gli alberi che adornano gli anfratti, si vedono i gabbiani disturbati nel sonno da questo imprevisto passaggio che si alzano in volo, si vede la scia della nave che si frange sugli scogli, si vedono così tante cose che i viaggiatori, da dietro le vetrate, già si esaltano e si dicono l’un l’altro, è una vera fortuna che siamo capitati nelle mani di questo comandante, se questo è l’inizio, chissà che sorprese ci riserverà nei restanti giorni di crociera. Quando tutti hanno ripreso la scena coi loro apparecchi a scatto singolo o multiplo per serbarne memoria e per rivederla a casa tra l’invidia dei parenti, e quando le parole di ammirazione all’indirizzo del comandante crescono di livello fino a sfiorare l’ovazione, ecco lo schianto che gela tutti e, più di tutti, non serve dirlo ma lo diciamo lo stesso anche perché ben gli sta, gela il prode comandante.

     A parziale discolpa del comandante e di coloro che lo supportano col loro prezioso contributo nella plancia di comando occorre dire che da sopra non si vede niente, tranne l’isola da sfiorare ed il mare da solcare non si vede altro. Però gli strumenti di bordo è da un pezzo che producono un gran baccano per far capire che vedono qualcosa, ma nessuno gli dà retta, si potrebbe pensare che questi strumenti siano stati installati soltanto per fare la felicità dei loro costruttori. O forse è vera una seconda ipotesi, e cioè che il vero lupo di mare non sa che farsene degli strumenti, il vero lupo di mare naviga seguendo una rotta che porta stampata nel cuore, cosa che lo distingue dal dilettante che ha bisogno di bussole, carte nautiche e strumenti che scandagliano il fondale. Quel che da sopra non si vede, per quanto sia fedelmente riportato sulle carte che riproducono questo fondale, quel che anche non vedendolo si può facilmente immaginarne l’esistenza in quanto non s’è mai sentito di un’isola il cui piedistallo sprofondi in maniera verticale come sono solite fare le fondamenta di un palazzo, quel che da sopra non si vede, dicevamo, è il suo gradino sommerso. In pratica si tratta del substrato roccioso che sorregge l’impalcatura dell’isola, un substrato in alcuni punti incavato tanto da produrre delle grotte sommerse, in altri punti prominente tanto da produrre delle rocce affioranti solitamente dette scogli. Vi sono però delle prominenze, le più subdole, che non arrivano a vedere la luce, che gli piaccia o meno sono condannate a restare sotto la superficie del mare e qui, in questo tratto, ve ne sono alcune che sulle carte vengono riportate col nome di rocce delle Scole. 

     Ecco dunque che la Costa Concordia, col proposito di sfiorare l’isola, finisce sopra queste benedette rocce delle Scole che da sopra non si vedono ma non per questo sono meno pericolose di quelle che si vedono. Difatti, filando come si suol dire col vento in poppa ed intonsa come può esserlo una nave appena uscita dai cantieri, dal nulla si procura uno squarcio di settanta metri sotto la linea di galleggiamento, all’altezza della sala macchine. Possiamo immaginare lo sbalordimento dei marinai qui presenti, ignari del fuori programma improvvisato dal comandante a beneficio dei passeggeri, un momento prima badavano al regolare funzionamento dei motori, un momento dopo si trovano a lottare con l’acqua del mare che irrompe non invitata nella sala macchine. Visti inutili i loro tentativi di rimandarla indietro, tra l’altro, vista la temperatura di quest’acqua, la cosa migliore è non averci a che fare, non sapendo come tamponare la falla insomma, pensano che sia opportuno salvare la pelle lasciando al loro destino i poveri motori, in tal modo abbandonano la sala macchine e si chiudono dietro le apposite porte stagne.

     L’impatto è stato talmente violento, complice la velocità, questo l’abbiamo già detto, che è facile immaginare che l’abbiano sentito in ogni parte dell’isola. Va però detto che in questo periodo dell’anno l’isola è scarsamente abitata, spariti i turisti che l’affollano nelle restanti stagioni, ora vi sono solo poche centinaia di residenti che, se si tiene conto dell’esiguità delle risorse troppo legate al turismo, si potrebbero anche definire irriducibili. C’è inoltre da dire che i residenti sono abituati ai tremori della terra, se pure li sentono non vi danno soverchia importanza, magari per il fatto che, quando soffia il maestrale, il mare si scaraventa sulle rocce brunite dell’isola con una tale baldanza che tremano le case, vibrano i vetri delle finestre, cadono le tegole dai tetti ed i gatti rizzano il pelo. Tutto questo per dire che l’impatto di sicuro s’è sentito per ogni dove, ma nessuno ha saputo collegarlo con una cosa che non sta né in cielo né in terra, perlomeno così si dice di una cosa quando è assurda, ché tale è questa sciaguratissima circostanza che vede una nave da crociera libera di manovrare scontrarsi con un’isola che, per sua natura, non può nemmeno fare un passo di lato per togliersi da dove si trova. Alla nave sarebbe bastato tenersi al largo, tantopiù che di largo ne aveva ben dodici miglia, vi si poteva smarrire in quel largo, invece niente, è andata e l’ha speronata come fosse un rompighiaccio in navigazione attraverso la banchisa polare.

 

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