Anteprima

L'oscurità

                                                    romanzo surreale


 

L'oscurità è un romanzo surreale ambientato ai nostri giorni. 

E' un romanzo che indaga sulla natura umana.



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  Siamo a Corfinio, uno dei tanti piccoli paesi che punteggiano queste nostre montagne abruzzesi, un paese privo d’interesse, né antico né moderno, solo vecchio, un paese in cui non v’è nulla di rilevante se non la polvere e la povertà. La polvere è talmente abbondante, fa strano dirlo dal momento che a volte piove e a volte nevica, da far pensare che sia servita un secolo addietro per impastare le pietre con cui innalzare le case. Così ora, dopo un secolo capita anche ai sassi più coriacei, non stupisce che le pietre si sgretolino, che la malta si sbricioli e la polvere si trovi di nuovo libera di fluttuare nell’aria dove la porta il vento, se non c’è vento sta ferma. Si tratta di una polvere grigia che, lo dice il nome, ingrigisce tutte le cose. Là dove qualche donna fiduciosa ha messo dei gerani, che siano a fiori semplici o doppi, che siano eretti o ricadenti, che siano rosa, rossi o screziati, tutti indistintamente appaiono grigi. Grigie sono pure le foglie della salvia, del timo e della menta che qualcuno o meglio qualcuna, come non provarne tenerezza, insiste a coltivare fuori della porta di casa per farne buon uso in cucina. A questo punto è superfluo dire, ma lo diciamo lo stesso, che sono grigie pure le porte, le finestre e financo le persone.

 

 

     Tanto grigiore si deve al prodotto d’erosione del substrato roccioso su cui insiste il paese, vai a capire perché l’hanno costruito su una balza calcarea che non può stare senza sfarinarsi. Tuttavia, per non sembrare irriconoscenti verso coloro che per primi individuarono questo sito e lo preferirono a chissà quanti altri che evidentemente erano peggiori, dobbiamo presumere che in principio vi fosse della terra sopra quello che abbiamo definito substrato roccioso, terra che, spaccata dal gelo e dilavata dalla pioggia, è scivolata a valle. Dobbiamo presumere che in principio vi fossero dei boschi di cui è nota la propensione a lasciarsi abbattere per alimentare forni e camini. Crediamo di essere nel giusto nel presumere queste cose per il fatto che ora, per trovare qualche sparuto fazzoletto di terra su cui far pascolare le pecore, occorre spostarsi sempre più in alto, verso la cima della montagna che ancora conserva qualche traccia di bosco.

 

     La pietra, mondata dalla terra che la ricopriva, è financo abbagliante nelle giornate di sole. Ma non tragga in inganno questo suo apparente nitore, si tratta di una pietra molto facile a sgretolarsi, a polverizzarsi, a dilavare essa stessa nelle vie del paese quando il sole si copre e viene a piovere.

 

     Per quel che riguarda la povertà, altro dato rilevante ch’è possibile riscontrare nel paese di Corfinio, se fosse una pianta si potrebbe dire che cresce fiorente e rigogliosa come in nessun altro posto, se fosse una pianta neanche coi più potenti diserbanti la si potrebbe sconfiggere. Che sia per la polvere, che sia per l’esposizione del paese che riceve il sole, quando lo riceve, solo nelle prime ore del mattino per poi piombare nell’ombra del versante montuoso su cui sorge, che sia per qualche altra ragione di più difficile identificazione, si potrebbe pensare ad una maledizione divina, la povertà fiorisce ovunque. In questo nostro paese, forse unico nel panorama dei paesi di montagna, non v’è nemmeno una famiglia non diciamo ricca, ma perlomeno benestante o che dir si voglia agiata. Tutti arrancano da mane a sera nel tentativo di intrecciare uno di seguito all’altro i vari giorni della settimana, tentativo più arduo di quanto non si pensi. Difatti ogni tanto qualche giorno si perde, ogni tanto al pranzo del mercoledì si fa seguito con la cena del giovedì per poi arrivare alla colazione del sabato. La domenica no, la domenica, che piova, che nevichi o ci sia bel tempo, il pasto è assicurato dal dolce viatico che ognuno riceve dal curato per il semplice fatto di recarsi in chiesa per assistere alla messa. C’è però da dire, è superfluo spiegarne il motivo, che non tutti la domenica si recano in chiesa per assistere alla messa, cosa per la quale molti nemmeno si giovano di quel dolce viatico, per quanto, a volerla dire tutta, non s’è mai sentito di un viatico capace di riempire la pancia. Però è cosa nota che l’uomo si distingue dalle bestie per i sentimenti nobili ch’è capace di far palpitare nel suo cuore, sentimenti che affrancano dai bisogni più grossolani. Ciò è per dire che nutrire l’animo equivale a nutrire il corpo, quando non renda addirittura superfluo preoccuparsi del secondo nutrimento, il bello è che molti ci credono e se pur non ci credessero gli tocca farselo piacere lo stesso.

 

     Per quanto ci s’interroghi e per quanto si provi a domandare in giro, non si riesce a capire per quale motivo il paese sia così arretrato, al punto che verrebbe da dire che sia rimasto letteralmente tagliato fuori dalla corrente tumultuosa del progresso. Se si potesse entrare nelle case, magari accampando il pretesto di dover fare un sondaggio per conto dell’amministrazione comunale, si vedrebbe che certe modernità vi hanno fatto il loro ingresso ancor prima che noi si bussasse alla porta. Difatti non v’è abitazione che non si faccia un vanto di possedere l’illuminazione elettrica, come se ciò non bastasse in una su due è possibile trovare un apparecchio televisivo che si vede poco e male, però c’è, di telefoni in tutto il paese ve ne sono un paio di dozzine, il minimo per poter dire che qui nessuno può legittimamente asserire di sentirsi isolato dal mondo.

 

     Tuttavia il paese nel suo insieme, ad onta delle su citate modernità, sembra la copia perfetta di come doveva essere nel lontano medioevo, per quanto è lecito presumere che nel lontano medioevo non fosse ancora sorto, questo per il fatto, come abbiamo già detto, che qui non v’è nulla di antico, ovunque si guardi si vede solo vecchiume.

 

    Per essere rimasto tagliato fuori dalla corrente tumultuosa del progresso, non ci possiamo sorprendere che nel paese di Corfinio i ritmi del vivere siano direttamente correlati col sorgere ed il tramontare del sole e con l’alternarsi delle stagioni, va da sé che sono correlati anche coi diversi giorni della settimana. Neanche ci possiamo sorprendere che, per tutte le difficoltà già menzionate, di tanto in tanto qualche giorno resti indietro, ma la domenica si fa un bel frego rosso sulla colonna delle entrate e delle uscite, si azzera tutto e si ricomincia una nuova settimana. Si stenta a credere che possa esistere un paese in cui nessuno fa programmi e neanche si lascia sedurre dalla perniciosa idea di abbandonare ogni cosa per andare a vivere altrove. Nel caso dovesse accadere una cosa del genere, basterebbe l’esempio del primo ed in breve il paese si spopolerebbe. Che sia per scongiurare questa nefasta evenienza, che sia per la mancanza di intraprendenza di cui tutti, magari in maniera inconsapevole, sono portatori, che sia per il grigiore che ricopre ogni cosa tanto da far dubitare che vi siano posti con altri colori, tutti restano qui e tirano avanti col tanto o col poco, diciamo col poco, che riescono a mettere insieme.

 

     Si potrebbe pensare che in questo paese, insieme alla polvere, si sia diffuso un vaccino per il quale ora tutti sono immunizzati dalle malattie che aggrediscono le restanti popolazioni, ci riferiamo all’insofferenza per la lentezza, ci riferiamo all’attivismo sfrenato, ci riferiamo a quella cosa inspiegabile che spinge a far debiti per acquistare cose di cui non si ha bisogno. Le restanti popolazioni vivono sempre di corsa e si scoprono sempre in ritardo, proiettate come sono all’inseguimento di qualcosa che corre più veloce di come corrono loro. In questo paese nessuno corre e nessuno fa programmi che possano proiettarsi più lontano della fine dell’inverno che stiamo vivendo, sempre che si arrivi a vederla, questo per il fatto che nessuno ha aspettative di vita che lo proiettino tanto lontano, qui la vita si misura in settimane e per alcuni sembrano distese vertiginose in cui potrebbero smarrirsi prima di vederne la fine.

 

      La singolarità del paese che abbiamo preso a pretesto per il nostro racconto si accresce a dismisura per la concomitanza di un evento che dire insolito è ancora poco. A memoria d’uomo non era mai accaduta una cosa del genere, pure chi vanti una sommaria erudizione scolastica afferma senza tema di sbagliare che, da che mondo è mondo, questa di oggi è la prima volta. Che sia la prima volta o che sia la replica di un primo tentativo approntato in passato, ci riferiamo, perché no, al tempo in cui scomparvero dalla superficie del pianeta quei bestioni orribili a vedersi anche detti dinosauri, resta il fatto che nei libri di storia non se ne fa menzione. Per quanto, come ognuno ben sa, la storia dell’uomo si può ricondurre ad una manciata di secondi rispetto alla storia della terra. Tuttavia quel che accade oggi, senza metterci a cavillare se sia una primizia o meno, quel che conta è la primizia assoluta che esprime per noi che ne scriviamo, intendendo con noi non solo l’individuo che siamo in qualità di edotti nella pratica dello scrivere ma la specie cui apparteniamo, quel che accade oggi, dicevamo, riguarda il sole il quale, contrariamente al suo costume, per quanto si siano fatte le nove, non sorge ancora.

 

 

Primo Corradi sta ritto sulla soglia della sua casa e guarda il cielo che si mantiene inspiegabilmente nero, va bene che piove, cosa per la quale il cielo è ricoperto di nuvole, ma da lì a mantenersi nero come se fosse ancora notte ce ne corre. Difatti Primo Corradi non sembra per niente persuaso come di chi, potendolo dire, nel caso qualcuno glielo domandasse, magari trattandosi di un amico di cui è nota la puntualità, potesse dire che non è nel suo stile tardare fino a tal punto, è chiaro che, considerando che il sole non sorge ancora, gli dev’essere successo qualche grave contrattempo.

     Primo Corradi deve il suo nome all’irrefrenabile entusiasmo che colse suo padre quando venne al mondo, n’era così contento che subito si mise in mente d’averne altri due o tre, financo quattro, due o tre e financo quattro che, nel caso fossero davvero venuti, avrebbe chiamato Secondo, Terzo e via di questo passo. Sua moglie, non siamo in grado di spiegarne il motivo, non sembrava condividere la contentezza del consorte né il proposito d’averne altri due o tre o financo quattro, specie con quei nomi. Non sapendo far di meglio, provò a fargli rimarcare l’assurdità dei nomi nel caso che, al posto dei maschi come si augurava il consorte, fossero venute delle femmine. In effetti Seconda, Terza, Quarta, per quanto femminili per quel che riguarda la declinazione dei termini, non suggerivano per niente la graziosità delle bimbe, piuttosto sembravano rimandare alle marce delle automobili. Fu così che, vuoi per l’entusiasmo del consorte che, come un fuoco di paglia, divampò e si spense nel giro di un’ave e di un padrenostro, vuoi per la sua stessa avversione a non rivivere la tormentosa esperienza con cui aveva messo al mondo Primo, Primo rimase primo e unico dando a intendere che in fondo un fratello l’aveva già e si chiamava Retromarcia.

     Primo Corradi ha cinquantotto anni ed è vedovo, ma se dicesse di soffrire di solitudine nessuno gli crederebbe per il fatto che sua figlia Marta, per quanto si sia sposata, è rimasta a vivere in casa sua. V’è rimasta per due ragioni, in primo luogo per non lasciare solo suo padre, in secondo luogo per non restare sola lei stessa in quanto il marito, Marco Sabelli, fa di mestiere la guardia giurata in un grosso centro commerciale che si trova in una città sulla costa, si tratta di Pescara. Il suo impiego si trova lontano dunque, tanto lontano che va al lavoro col treno e torna a casa solo due giorni ogni dieci, questo per il fatto che i treni sono pochi e vanno piano, al punto che già per andare e tornare se ne va, quando va bene, mezza giornata, quando va male il treno si ferma in aperta campagna ed è già tanto se arriva a destinazione, in un paio di circostanze è stato rimorchiato fino alla stazione di partenza.

     In effetti abbiamo parlato di treno e ciò, magari per l’indubbio fascino suggerito dal nome, potrebbe far pensare a chissà cosa. In sostanza si tratta di uno di quei buffi trenini a trazione diesel che transitano sporadicamente sulla linea ferrata che corre appaiata alla strada la quale, a sua volta, corre parallela al torrente che scorre nel fondo della valle, è superfluo aggiungere che tutto questo scorrere si snoda in direzione di Pescara. 

     Va da sé che la mancanza di collegamenti degni di tale nome ha favorito il restare indietro di questo paese e dei paesi confinanti dal restante territorio. Altrove si vedono gli indubbi segni del progresso, mentre qui sembra che il tempo si sia fermato, per quanto sarebbe complicato dire in quale punto si sia fermato, ci riferiamo al tempo, per il fatto che qualche modernità è arrivata anche qui, ma la vita scorre, si fa per dire, ad un ritmo che forse le era congeniale mille anni addietro.

     Il fatto che il sole non sorga ancora benché si siano fatte le nove, come abbiamo già detto, non convince per niente il su citato Primo Corradi. L’abbiamo lasciato che stava ritto sulla soglia di casa ed è ancora lì, scruta il cielo e ne confronta l’oscurità con l’indicazione inappellabile dell’orologio il quale, specie con la lancetta più corta, dice chiaramente che tale oscurità non avrebbe ragione di esserci, dopodiché scuote la testa, indizio manifesto della sua poca convinzione. Un ritardo nel sorgere del sole si potrebbe anche capire ed il fatto che non sia mai accaduto non vuol dire che non possa accadere, lo stesso Primo Corradi non è mai morto senza con questo voler dire che sia immortale, tutto in natura muta, si trasforma e financo scompare. Però sulla puntualità del sole tutti avevano imparato a farci conto. Il fatto che oggi ritardi lascia immaginare che anche lui, come chiunque del resto, forse è alle prese con qualche problema, chissà, magari inizia ad avvertite la stanchezza di replicare ogni giorno le stesse manovre, in tal caso l’imperativo di sorgere comincia a sentirlo assai meno imperativo. 

     Nell’eventualità che il sole sia stanco oppure, come escluderlo, nel caso un certo pessimismo sia penetrato nelle pieghe del suo animo, tanto da fargli reputare inutile il suo quotidiano arrabattarsi per sorgere e tramontare, neanche sarebbe possibile biasimarlo. Difatti a nessuno fa piacere sapersi indispensabile e nel medesimo tempo vedersi accolto con una cert’aria di sufficienza, pare che non possa dispensarsi dal vivificare la terra col calore dei suoi raggi solo perché così va facendo da millenni. Mai che qualcuno accolga il suo sorgere con un gesto di riconoscenza, si contenterebbe di poco, una parola, un sorriso o magari un agitare di braccia in segno di bentornato, forse il sole ci spera. Invece ogni giorno s’impegna e non poco per scalare la soglia orientale del mondo e si accorge che nessuno sta lì, in trepidante attesa di vederlo spuntare. L’ingratitudine è di questo mondo, il sole non ci voleva credere, ma adesso lo sa, forse non ad altro si deve questa sua inattesa nonché inopportuna decisione di non sorgere.

     È chiaro che gli piace farsi desiderare, pensa Primo Corradi, come non ci ho pensato subito, è chiaro che vorrebbe vedersi riconosciuti i suoi meriti che invece noi accogliamo come se ci toccassero di diritto, per quel che mi riguarda, sole benedetto, sono pronto a riconoscerti tutte le tue portentose qualità, però affrettati a sorgere. Dopo aver così pensato, Primo Corradi torna a scrutare il cielo per vedere che nero era e nero rimane. Forse il pensiero di uno solo non basta, si dice a questo punto, per quanto, vista la piega inaspettata che sembra voler prendere questa giornata, è facile immaginare che altri, che stiano ritti sulla porta di casa, che siano affacciati alla finestra, che si trovino in cammino per andare da qualche parte, stiano pensando le stesse cose che frullano nella mente del nostro Primo Corradi. Ma, forse facendo proprio il significato del noto detto popolare secondo il quale al somaro non giova il fieno dopo che è stato allevato a legnate, il sole non sorge ancora. E siccome i detti popolari sono come le ciliegie, uno tira l’altro, ecco che al primo già ci viene di aggiungere un secondo detto il quale dice che è da saggi farsi bastare quel che c’è senza mettersi a recriminare su quel che manca. In tal modo vediamo Primo Corradi che, dopo aver scrollato numerose volte la testa, indice come abbiamo già detto della sua poca convinzione, magari in questa cosa il sole non ha colpa in quanto è più facile che la colpa sia tutta del diavolo, individuo che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo per avere qualcuno cui addossare tutte le calamità, in tal modo, dicevamo, Primo Corradi si ricorda che è tempo di mungere le vacche.

     Che il sole ci sia o non ci sia alle vacche fa poca differenza in quanto da dentro la stalla neanche lo vedono, inoltre, da come ripetono con insistenza il loro verso, quello del muggire, si direbbe che aspettino con impazienza che qualcuno si ricordi di sgravarle del peso del loro latte. Primo Corradi ha due vacche il cui latte gli assicura un duplice commercio, una parte se la riserva per fare del formaggio che poi rivende, la restante parte la consegna ad un raccoglitore che ogni giorno, verso le undici, passa col suo furgone. Nel paese di Corfinio, come Primo Corradi, molti altri producono latte e formaggio, per la qual cosa molti hanno vacche, ma anche capre e pecore. Chi si dedica ai maiali produce prosciutti e salumi, chi si dedica al legno produce sedie e scaffali, potremmo andare avanti a fare un elenco dettagliato di chi si dedica a cosa, tuttavia, dal poco già detto, risulta evidente che Corfinio, per le cose di primaria importanza, può dirsi autosufficiente. Per far meglio, in paese v’è un emporio cui fanno capo tutti i prodotti che ogni famiglia, scansata la parte che serve ai propri bisogni, destina agli altri così che ognuno possa rifornirsi di quel che gli manca. Da ciò risulta evidente che i prodotti in vendita, se non tutti la maggior parte, sono di provenienza locale assicurando in tal modo una forma di economia per alcuni versi primitiva, ma che evidentemente è congeniale all’indole della popolazione.

     La stalla di Primo Corradi non è altro che un’appendice della casa, si trova di lato, cosa per la quale non è che si debba andare lontano, uscire e trovarsi davanti alla porta della stalla è cosa che richiede una decina di passi. V’è però un inconveniente, forse sarebbe meglio dire una mancanza, che denota meglio di qualsiasi ulteriore considerazione noi potessimo fare il carattere per certi versi letargico di Primo Corradi, carattere che lo fa simile ai suoi simili nel paese di Corfinio, la stalla manca di illuminazione elettrica. Il buon uomo ogni volta si ripromette che quanto prima appronterà un rimedio, magari una prolunga dalla casa, tra l’altro basterebbero dieci, quindici metri di cavo, ma il rimedio resta pensato e mai intrapreso e la cosa, qui sta il bello, non turba minimamente il nostro Primo Corradi. Del resto non è che in una stalla ci si debba vedere per leggere e scrivere, alle vacche non si può chiedere anche questo, loro danno latte e, a quel che capiamo, riescono a darlo anche al buio. In più occorre dire che Primo Corradi riesce a portare a buon fine l’opera della mungitura anche con la poca luce che piove da un lume a petrolio appeso ad una trave del soffitto. Ecco dunque che la corrente elettrica è assai meno necessaria di quanto lo stesso Primo Corradi si trova a volte a pensare, se ne può fare a meno, sarà per questo che qui non è mai arrivata nemmeno attraverso una prolunga.

     Primo Corradi si trattiene a lungo nella stalla, forse con la segreta speranza che finché sta lì, finché evita di scrutare il cielo verso oriente, finché smette di desiderarlo, il sole alla fine si convince e sorge. Sta ancora lì, il latte lo ha munto e lo ha raccolto in due appositi recipienti in alluminio, uno per sé e uno per il raccoglitore che tra l’altro è un suo amico, tale Alfredo Bonfanti. Per fare le cose ammodo e per trattenersi il più a lungo possibile nella stalla, il nostro Primo Corradi ha pure badato al governo delle vacche, ora non ha altro da fare, eppure non si risolve ad uscire. Difatti è lì che lo trova sua figlia Marta, senza con questo voler dire che lo abbia cercato per mari e per monti, già sapeva di trovarlo nella stalla, però, data l’insolita oscurità che permane in cielo, lo immaginava da tutt’altra parte, magari sulla collina con lo sguardo fisso verso oriente per cogliere prima di tutti gli altri il chiarore del nuovo giorno.

     «Babbo, dunque è qui che sei» dice la giovane facendosi avanti.

     «Non te ne puoi sorprendere visto che ci vengo tutte le mattine».

     «Ma oggi non è come tutte le mattine».

     «Le mucche non lo sanno. Loro, che sia venerdì o sia domenica, che il sole ci sia o non ci sia, vogliono solo essere munte».

     «So bene che alle mucche non fa differenza che il sole ci sia o non ci sia, ma immaginavo che per te non fosse lo stesso. Come puoi portare avanti il tuo lavoro come se oggi fosse uguale a ieri?».

     «Non credere, Marta, anch’io non mi capacito di questa cosa che dire inaspettata è ancora poco. Ne temo le conseguenze, specie se questo ritardo, non sia mai, si protraesse più a lungo di quanto siamo disposti a sopportare».

     «Ti sei fatto un’idea di quello che potrebbe essere successo?».

     «Non so che dire, prima sul sole ci si poteva rimettere l’orologio, da quando lo conosco è sempre stato puntuale. E pure prima di conoscerlo, perlomeno per quello che se ne può sapere dai libri, sembra che non abbia mai mancato di sorgere. Immagino che oggi si trovi alle prese con un grave impedimento che gli impedisce di mantenersi fedele al suo costume, un impedimento non saprei dire di quale natura, speriamo solo che lo risolva al più presto».

     «Oh, babbo, questa cosa mi spaventa più di quando, da bambina, si scatenava il temporale e andava via la luce. Te ne ricordi quanto piangevo?».

     «Ricordo che piangevi anche perché non c’era più la mamma che veniva a prenderti tra le sue braccia. Però poco fa riflettevo su una cosa».

     E nel dire che rifletteva, forse per il verbo che rimanda ad una ben precisa funzione, Primo Corradi stacca il lume a petrolio dalla trave e lo poggia sul tavolo, questa luce che piove dall’alto potrebbe risultare ingannevole, finché il cielo rimane buio è bene che nessuna luce piova dall’alto.

     «Su cosa riflettevi, babbo?».

     «Riflettevo sul fatto che, se il sole fosse sorto all’ora consueta, nessuno se ne sarebbe accorto. Ora stiamo in ansia nel vedere che non sorge, ma quando fa il suo dovere nemmeno col pensiero gli rendiamo merito della sua puntualità».

     «Oh, babbo, come puoi pensare che il sole, alla distanza in cui si trova, possa risentirsi…Ma no, guarda cosa mi fai dire. Tu ne parli come se il sole fosse capace di compiacersi o di irritarsi. È solo un astro che sta lì perché qualcuno ce lo ha messo oppure ci si è trovato per caso. È solo un astro, babbo, e come tale può solo diffondere luce e calore».

     «So bene quanto te che il sole è solo un astro, ma quello su cui riflettevo riguarda noi. Vedi, Marta, prima pensavo a noi che riceviamo continuamente dei tesori e nemmeno ce ne sorprendiamo, sembra quasi che questi tesori ci siano dovuti. Ma siamo proprio sicuri che ci spettino veramente? Cosa abbiamo fatto per meritarli?».

     «Oh, babbo, oggi sei troppo complicato per me o forse sono io che vorrei essere solo rassicurata. Tra l’altro neanche saprei dire cosa ho mai fatto per meritarmi ciò che la vita fino ad oggi mi ha dato a titolo gratuito».

     «No, Marta, non si tratta di questo, io pensavo a qualcosa di diverso. Non posso credere che l’economia dell’universo sia comparabile all’economia del nostro paese dove ancora vige la regola del baratto. Io credo che sia necessario prestare una diversa attenzione alle cose che ci circondano umanizzandole, divinizzandole addirittura come facevano i popoli antichi, per sentirle più simili a noi».

     «Lasciamo stare, babbo, ho difficoltà a seguirti. Ero venuta per dirti che ha telefonato Marco dal Centro».

     «Strano che abbia chiamato visto che deve venire domani».

     «Non viene, mi ha detto che è stato precettato».

     «Che vuol dire?».

     «Che deve trattenersi sul posto di lavoro. Licenze, permessi, riposi settimanali, è tutto sospeso».

     «Ma è solo una guardia giurata, non è che deve badare all’ordine pubblico. Sta là solo per sorvegliare la regolare affluenza dei visitatori del centro commerciale, che nessuno si faccia male, che nessuno rubi qualcosa».

     «Oh, babbo, so che non ti piace il suo lavoro, ma a volte pare che tu lo faccia apposta a sminuirlo. Non credere, è solo una guardia giurata, ma anche lui ha le sue responsabilità».

     «Lascia stare, Marta, e non badare a quello che dico. Dimmi invece di tuo marito, quando conta di venire?».

     «Non ha saputo dirlo, quando saprà qualcosa me lo farà sapere. Ma c’è un’altra cosa che ti devo dire, Marco ha sentito numerose voci, una più inquietante dell’altra. Già si parla di un piano d’emergenza per il razionamento della corrente elettrica, stando così le cose è facile che tra poco ce la toglieranno».

     «Ci toglieranno la corrente?».

     «Sembra che la priorità sia quella di assicurare la massima fornitura possibile alle fabbriche e alle aziende del settore alimentare, in special modo alle serre che ora, se le cose non cambiano, hanno bisogno di luce e calore prodotti artificialmente».

     «Se questo è vero, vuol dire che le autorità non si aspettano che il sole torni a sorgere».

     «Forse è presto per dirlo, come t’ho già detto si tratta di un piano d’emergenza, è un modo per approntare le prime misure che si ritengono necessarie. C’è inoltre da considerare che l’allarme è scattato ieri sera».

     «Spiegati meglio, il sole ieri sera s’è limitato a tramontare, nessuno poteva immaginare che non sarebbe sorto».

     «Per noi è così, ma ci sono altri paesi che hanno aspettato invano tutta la notte che il sole sorgesse».

     «Vuoi dire che già da ieri sera del sole non si sa più niente?».

     «Posso ripetere solo quello che mi ha detto Marco, ieri sera il sole è tramontato regolarmente e da quel momento se ne sono perse le tracce. Il continente americano ha aspettato invano il suo sorgere, lo stesso vale per il Giappone, per l’Australia e per l’oriente asiatico. In sostanza da ieri sera è scesa la notte su tutto il pianeta».

     A questa notizia Primo Corradi si lascia cadere sullo sgabello che gli serve per mungere le vacche, è notte su tutto il pianeta, dunque la cosa è più seria di quanto si potesse immaginare, altro che ritardo, qui ci sono tutti gli elementi per poter dire che il sole ha fatto fagotto e si è trasferito altrove, ha fatto finta di tramontare e lì, approfittando del buio, se l’è filata. Non serve a niente restare nella stalla come a fargli credere che può fare con comodo, che può prendersi tutto il tempo che gli serve, che può sorgere quando si sente pronto per farlo in quanto lui ha smesso di desiderarlo. Non ha smesso di desiderarlo ed ora che ci pensa meglio si convince che, se pure restasse barricato nella stalla per un mese intero, mai gliela darebbe a bere, ne è prova il fatto che il sole ha tagliato la corda quando nemmeno immaginava che lo potesse fare.

     È difficile spiegare cosa prova in questo momento Primo Corradi, più dello sconcerto e dello smarrimento ora in lui prevale quella cosa che ha a che fare con la fiducia quando viene tradita, tutto si poteva aspettare, ma non che il sole se ne andasse senza fargli capire niente di ciò che aveva in mente di fare. Fiducia tradita, questo per il fatto che si era sempre considerato un interlocutore privilegiato dell’astro di fuoco, mai una volta gli aveva fatto mancare il giusto riconoscimento dei suoi meriti, proprio quello che trovava carente negli altri, difatti non a caso poc’anzi ha rimproverato sua figlia che, se il sole fosse sorto all’ora consueta, neanche se ne sarebbe accorta. Se dovesse dire di sé come se qualcuno glielo domandasse, direbbe che mai una volta ha trascurato di guardare verso oriente con gesto riconoscente come se il sole, nel suo sorgere, gli confermasse l’intenzione di mantenersi fedele alla promessa, una promessa fatta a lui personalmente, a Primo Corradi.

     I lettori avranno già capito che, nel ricostruire questo ragionamento, rischiamo di dipingere Primo Corradi come in realtà non è, si direbbe un visionario. Però non si può disconoscere che alcuni uomini amano giocare con queste cose, ad alcuni piace immaginarsi interlocutori diretti degli astri, gli parlano, gli chiedono il loro parere sulle cose che li affliggono e non è che si aspettino delle risposte, anche il tacere aiuta, specie quando questo tacere venga inteso nella sua forma partecipativa. Era tutto un inganno, Primo Corradi parlava al sole come altri parlano alla luna ed era convinto che lo stesse perlomeno a sentire, invece ora capisce che, se pur lo stava a sentire, magari perché non aveva mani per tapparsi le orecchie, non gli dava importanza.

     «Cos’hai, babbo. Forse ho fatto male a riferirti le cose che ho saputo da Marco».

     «No, hai fatto bene, la verità, per quanto amara, è sempre preferibile alla menzogna».

     «Per il momento la corrente c’è ancora, ne approfitto per portarmi avanti con qualche lavoro, ho delle cose da stirare. Credi che sia il caso di procurarci lanterne e candele?».

     «Di candele ne abbiamo una scatola piena, per il momento possono bastare. E poi fare incetta di cose solo per tenerle di scorta è il modo più spiccio per diffondere il panico».

     «Il panico non ha bisogno che qualcuno lo diffonda, credo che non ci sia angolo del pianeta dove non sia già esploso. Oh, babbo, non vorrei affliggerti, ma io sono terribilmente spaventata, non capisco come fai a mantenerti calmo».

     «Agitarsi non serve, figlia mia, noi, fragili come siamo, possiamo solo sperare che questa cosa finisca presto».

     «Hai ragione, babbo, speriamo solo che finisca presto».

 


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