Abelardo ed Eloisa

                              Anteprima

Romanzo storico


Abelardo ed Eloisa, se non fossero realmente esistiti, si potrebbe pensarli personaggi mitologici per come riuscirono ad esprimere in maniera unica, inarrivabile, qualcosa verso cui l'umana progenie può solo tendere, tutti gli sconvolgimenti prodotti dall'amore.



Con l’approssimarsi della fine del primo millennio dell’era cristiana, l’Europa fu attraversata da un’ondata di superstizioso terrore. Molti, inequivocabili segni venivano registrati un po’ ovunque, e quei segni lasciavano presagire una cosa terribilissima: l’anno mille sarebbe stato l’ultimo e con esso si sarebbe realizzata la “fine del mondo”. Tuttavia quei segni, di per sé impressionanti, non sarebbero bastati da soli a promuovere l’attesa del Giudizio Universale se non fossero stati preceduti da vaticini, profezie, visioni apocalittiche rivelate sia da uomini dediti alla sapienza sia da ciarlatani. 

 

Le genti che popolavano l’Europa del X secolo erano facilmente impressionabili, in parte per ignoranza, la sorella maggiore della superstizione, ed in parte perché obiettivamente impressionanti erano le condizioni in cui trascinavano le loro misere esistenze. L’Impero Romano era crollato da un pezzo ed ugualmente s’era dissolto quello fondato da Carlo Magno. Il Cristianesimo aveva creduto in principio di poter rappresentare un rimedio ai mali terreni. Ma essi continuavano, disgrazia su disgrazia, rovina su rovina. Guerre, pestilenze, carestie, non mancava niente perché lo sconforto prendesse residenza stabile nei cuori di quei tribolati rendendoli apatici perfino alla speranza. Non sorprende quindi che uno scenario così angoscioso divenisse terreno fertile per le dottrine millenaristiche.

   

 Tali dottrine si erano sviluppate dapprima presso alcune comunità cristiane sparse per l’Asia Minore. Poi si erano diffuse anche in Occidente ed erano strettamente legate alla credenza di un imminente ritorno di Cristo sulla Terra per stabilirvi un regno di beatitudine destinato a durare mille anni, un regno riservato ai giusti. Dopo quei mille anni di gaudio, vi sarebbe stato il definitivo Giudizio Universale. Tali credenze erano suffragate da alcuni passi dell’Apocalisse di Giovanni, un libro visionario e tuttavia inquietante per come elencava passo dopo passo il decorso degli avvenimenti.

 

“Dopo di ciò, vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della Terra e trattenevano i quattro venti perché non soffiassero sulla Terra, né sul mare, né su alcuna pianta. Vidi poi un altro angelo che saliva dall’Oriente ed aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato dato il potere di devastare la Terra ed il mare: “Non devastate né la Terra, né il mare, né le piante finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi.” Poi vidi il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: essi erano centoquarantaquattromila.”

 

Dunque il numero dei giusti, il numero di coloro che si sarebbero salvati dal castigo divino per godere di quel millennio di beatitudine, era già stabilito ed appariva alquanto risicato. Un altro passo, anch’esso tratto dallo stesso libro di Giovanni, rende più esplicito il destino riservato ai giusti e, cosa tremenda, il destino riservato ai malvagi.

 

“Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, Satana, e lo incatenò per mille anni, lo gettò nell’abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui perché non seducesse più le nazioni fino al compimento di mille anni. Dopo, questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo. Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio in fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni. Gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima resurrezione. Beati e santi coloro che prenderanno parte alla prima resurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni. Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della Terra.”

 

Indubbiamente l’Apocalisse di Giovanni non lasciava eccessive speranze. Prevedeva il ritorno di Cristo sulla Terra per stabilirvi un millennio di beatitudine riservato ai giusti, 144.000 giusti. E tutti gli altri? Ben misera la sorte riservata a tutti gli altri ai quali toccava aspettare il compimento di quel millennio prima di poter risorgere, ma solo per appressarsi al verdetto supremo, solo per subire la condanna decretata nel Giudizio Universale definitivo.

 

Tale dottrina, attagliandosi anche alle superstizioni mai sradicate del tutto dal Cristianesimo, si diffuse finché la Chiesa di Roma si vide costretta a metterla al bando dichiarandola eretica. Tuttavia, benché bollata di eresia, quella visione apocalittica dell’imminente fine del mondo continuò a suggestionare le menti dei semplici, di coloro che prestavano le braccia alla terra al solo scopo d’ingrassare i signori, prelati o nobili che fossero, e che vedevano in quel regno di beatitudine preannunciato da Giovanni una sorta di affrancamento dai triboli in cui si dibattevano quotidianamente. Però Giovanni era stato chiaro in proposito, la selezione sarebbe stata severa e non tutti si sarebbero affrancati dai triboli. Il millennio di beatitudine era alle porte, ma solo per 144.000 giusti, un numero troppo esiguo per covare ragionevoli speranze di rientrarvi. In tale modo quella provvisoria fine del mondo da una parte era agognata, ma dall’altra era paventata per l’abisso che pareva aspettare al varco ognuno prima di richiudersi sulla sua testa.

 

Per tale incertezza si può ben comprendere l’ansia e lo smarrimento che attanagliavano le genti pur adempiendo, e come sottrarvisi?, alle solite occupazioni quotidiane. In quel remotissimo Medioevo era già cosa davvero ardua sopravvivere fino a quarant’anni. Se poi, oltre alle difficoltà materiali, ci si mette anche il senso di impotenza nei confronti di un ipotetico pronunciamento divino riferito a quei 144.000 giusti, è facile immaginare lo sconforto con cui si conducevano le popolazioni verso la fine del X secolo. Già, verso la fine del X secolo perché con esso si concludeva il millennio, un appuntamento troppo carico di implicazioni misteriche e superstiziose perché i più esaltati non vi ravvisassero la scadenza preannunciata da Giovanni.

 

Quegli anni videro un fiorire di veggenti, indovini, maghi, sensitivi, spesso in buona fede, più spesso per bieco calcolo. Tali personaggi presero a girovagare per campagne e borghi diffondendo tra i villici la loro visione: la fine del primo millennio dell’era cristiana avrebbe coinciso con la fine del mondo. Alcuni di quei personaggi riferivano la profezia come fosse un parto spontaneo dovuto alla loro capacità divinatoria. Altri si dicevano messaggeri che agivano per incarico di un angelo che li aveva abbondantemente istruiti in proposito. Altri ancora si dicevano semplicemente dei portavoce, magari emissari di un sant’uomo che faceva il profeta di professione. In qualunque veste si presentassero, più o meno credibili che fossero, non mancavano mai di terrorizzare il volgo annunciando che era già troppo tardi per pentirsi.

 

Naturalmente, oltre a coloro che girovagavano di borgo in borgo, anzi prima di loro come per preparare il terreno in cui far attecchire quelle nefande profezie, la seconda metà del X secolo aveva visto un fiorire di pubblicazioni che sembravano stillare sangue per le visioni apocalittiche di cui erano infarcite. Tra i tanti testi letterari, la palma del più sconvolgente va senz’altro alle Cronache dell’anno mille del monaco benedettino Rodolfo il Glabro. Rodolfo, allievo di Guglielmo da Volpiano, detto il Glabro in quanto calvo, era un uomo colto, complicato, sottile e fanatico. Egli, in qualità di teologo, asseriva che Dio è coincidenza di opposti: “immobilmente mutevole e mobilmente immutabile”, e tutto il suo libro (Le Cronache dell’anno mille) era improntato alla ricerca della mano di Dio nella storia umana. Forse nessuno scrittore più di lui, in tutto il Medioevo, ebbe una coscienza tanto lucida e disperata della malvagità dell’uomo, che né interventi celesti, né pellegrinaggi, né reliquie, né apparizioni meravigliose potevano alleviare. Nelle sue Cronache egli raccontò prodigi e calamità naturali che tuttavia sembravano rivelare un piano soprannaturale, orrori che la nostra fantasia ha difficoltà a concepire, corruzioni, stupri, empietà, guerre, vizi innominabili, epidemie, follie. Ed era convinto che il mondo si stava avviando verso la sua prossima fine. In quella trama di eventi catastrofici, Rodolfo cercava un senso, una spiegazione, una giustificazione. A chi si doveva addebitare la colpa delle sventure e delle nefandezze che formavano il tessuto della storia? Agli uomini col cuore guasto e le mani insanguinate? Oppure a Dio che di generazione in generazione si vendicava implacabilmente dei peccatori? È inutile dire che il senso tanto cercato alla fine sfuggì a Rodolfo. Ma il suo libro si attagliò perfettamente allo spirito delle dottrine millenaristiche determinandone, benché bollate di eresia, una più estesa circolazione.

 

Un altro libro sconsigliato alle persone troppo impressionabili era la Cronaca di Ademaro di Chabannes nella quale, tra le altre cose, sta scritto: “Una peste terribile colpì l’Aquitania. La carne dei maiali sembrava rosa dal fuoco, si staccava dalle ossa e andava in putredine. Gli uomini riempivano le strade dei luoghi di pellegrinaggio, assediavano le chiese, si ammassavano alle porte fino a soffocare. Il miasma che circondava le chiese non riusciva ad allontanarli. La folla aumentava, l’infezione anche. Essi morivano sulle reliquie dei santi. I ricchi divennero pallidi e magri. I poveri rosicchiavano le radici delle foreste. Molti, cosa terribile a dirsi, si lasciarono andare a divorare carne umana”.

 

Prima dei due libri appena citati, nel 954, Assone, monaco di Montier-en-Der, nella Champagne, aveva dedicato alla regina di Francia, Gesberga, sposa di Luigi XIV, un libello Sull’Anticristo. In tale libello Assone non faceva riferimento all’anno mille. Tuttavia diceva che il tempo del Giudizio Finale, un tempo noto solo a Dio, non poteva essere lontano. 

 

Con quanto terrore si aspettasse la fine del millennio lo attesta un libro postumo nel quale vengono riportati episodi mai avvenuti, ma plausibili nel tempo in cui si sarebbero verificati. Il testo si ritrova nella seconda edizione degli annali del convento di Hirschau (in Renania), redatto da un benedettino tedesco che si faceva chiamare Trithein. Un passo di tale testo recita: “Nell’anno mille dalla nascita di Cristo, violenti terremoti squassarono l’Europa abbattendo ovunque solidi e magnifici monumenti. Nello stesso anno apparve in cielo un’orribile cometa. Alla sua vista molti, credendo che si trattasse dell’annuncio dell’ultimo giorno, furono gelati dallo spavento”.

 

Profeti itineranti, libri inquietanti e innumerevoli “si dice” che si diffondevano come la pula al vento, sarebbe bastato assai di meno per suggestionare fino allo spasimo il volgo più credulone. Ma di fronte alla minaccia del castigo eterno, anche i ricchi e gli acculturati si lasciarono suggestionare. Ormai non c’era luogo dove qualcuno non s’alzasse su a dire che la sorgente presso cui si stava abbeverando s’era d’un tratto arrossata di sangue. E sempre ve n’era un altro che assicurava d’aver visto uno stormo di corvi volare a retromarcia. E immancabilmente ve n’era un terzo che giurava sui propri figli d’aver visto un agnello con due teste o un vitello con sei zampe. Se non si fossero mostrati atterriti loro stessi per primi, si sarebbe potuto pensare che i divulgatori di tali voci si divertissero alle spalle del prossimo. Invece nessuno si divertiva. Qualsiasi fenomeno inverosimile, qualsiasi bizzarria venivano raccontati col tremito nella voce e accolti come una conferma di ciò che ormai era evidente a chiunque. I ricchi, che più dei poveri avevano qualcosa da mettere sul piatto della bilancia, iniziarono a spogliarsi dei loro beni. Non tutti naturalmente, ma molti, nel tentativo sebbene tardivo di imboccare la via della rettitudine, fecero donazioni, lasciti, regalie. Ed alcuni finirono col ridursi in miseria a vantaggio di chi, più degli altri, aveva saputo indurli al pentimento.

 

Come un contagio, il terrore dell’anno mille si propagò per tutta l’Europa. E per tutta l’Europa, come un’onda di marea che al suo riflusso lascia sulla spiaggia solo detriti, oltre ai segni inequivocabili più sopra citati, era possibile vedere scene di autentica disperazione. Uscendo dai borghi e diretti ai più vicini santuari, quasi ogni giorno si snodavano cortei di penitenti. Stracciati, col capo cosparso di cenere, alcuni in ginocchio, alcuni strisciando ed altri intenti ad autoflagellarsi, i penitenti procedevano lenti levando canti che erano la somma dei loro lamenti. Al loro passaggio, i più duri di cuore alzavano la testa dalla terra su cui si spaccavano la schiena. I più duri di cuore allentavano la briglia del cavallo che tirava l’aratro. E la loro durezza di cuore si scioglieva come neve al sole. I canti dei penitenti suscitavano fremiti nei petti dei più duri di cuore. E per quei fremiti, la loro indifferenza diventava ansia, diventava paura, diventava sgomento. In tale modo i cortei dei penitenti s’ingrossavano lungo il cammino e le campagne si spopolavano. Ed ecco che la miseria, prima conseguenza del terrore dell’anno mille, ebbe libero accesso anche nelle case dove prima era bandita. La penuria alimentare rese ancor più misera l’esistenza di milioni di persone, ed anche quello era un segno dell’imminente fine del mondo.

 

Tuttavia il poco cibo a disposizione, anziché inasprire l’animo del volgo, indusse i più ad un’ulteriore rinuncia a titolo di espiazione. In sostanza accadeva che c’era poco da mangiare e molti disdegnavano anche quel poco. Dopo settimane, dopo mesi di stenti, era facile vedere molti riversi sulla strada, spossati dai digiuni e dalle mortificazioni. Ma per ognuno che se ne andava, specialmente per il modo in cui se ne andava, e cioè pronunciando il nome di Cristo col suo ultimo respiro, chi restava vedeva assottigliarsi sempre più la possibilità di rientrare nella schiera dei giusti. Il loro numero era già esiguo in partenza: 144.000, non uno di più. E quel numero probabilmente era già prossimo a completarsi. Chi moriva in quei giorni aveva sicuramente più speranze di rientrarvi rispetto a chi, nonostante i suoi sforzi, non era morto ancora. Per cui la disperazione dilagò nei cuori dei semplici. Ma quelli che semplici non erano, per ciò che vedevano intorno, traevano scarso conforto dalla loro sagacia.

 

Verso la fine del secolo, approssimandosi alla scadenza fatidica, anche i dotti e perfino i miscredenti iniziarono a vacillare. Da ogni parte erano solo urla, lamenti e occhi devastati dal terrore, era difficilissimo non lasciarsi suggestionare. Difatti moltissimi, anche coloro che potevano vantare una ragguardevole saldezza interiore, vennero travolti da quell’isteria collettiva, pur se in misura diversa gli uni dagli altri. Anzi, fu solo per merito dei meno impressionabili se alla fine anche l’anno mille fu lasciato alle spalle. Al suo passaggio aveva mietuto vittime peggio di un’epidemia. Tuttavia passò. Benché molti fino all’ultimo non volessero crederci, anche l’anno mille passò.

 

Le genti sopravvissute si ritrovarono stremate e già avviate a scontare un inverno di fame e di patimenti. I raccolti erano stati scarsissimi, i granai erano vuoti e se prima si era digiunato per espiare, ora si sarebbe dovuto digiunare per l’effettiva mancanza di cibo. Ma più ancora della fame e dei patimenti, fu la disillusione a piegare ancor più quelle genti. Avevano atteso la fine del mondo col terrore nel cuore. Ma ora che nulla era successo, non si sentivano meglio. Ora al contrario si sentivano traditi. Era come se la mancata realizzazione della profezia avesse dissolto la loro ultima certezza o forse speranza o forse illusione. Guardavano il cielo imperturbabile nel suo grigio continentale, guardavano la terra che mostrava ampiamente i segni dell’incuria e si sentivano abbandonati.

 

L’Europa che vide l’alba del 1001 era ferita nel corpo e nell’anima. Con l’economia disastrata e con la religione ridotta ad un ammasso di superstizioni, l’intero continente in pochi anni era regredito di un millennio. Se i barbari non vi si fossero già stabiliti, ondata dopo ondata, diventando sudditi dei vari imperi che si erano succeduti nel continente, l’avrebbero di nuovo invasa senza trovare la minima resistenza al passaggio. 

 

Forse fu per reazione a quel diffuso senso di disillusione che ad un tratto qualcuno saltò su a dire qualcosa che, a saperla vedere, era sotto gli occhi di tutti. Il Cristianesimo non era cominciato con la nascita di Cristo. Al contrario, esso aveva avuto inizio con la sua morte. Proprio la morte di Cristo e la successiva resurrezione avevano di fatto legittimato quella nuova religione. Per cui il millennio che nel senso comune si indicava come cristiano non era cominciato nell’anno zero, ma nel 33, l’anno della Passione di Cristo e punto fondamentale del suo passaggio terreno. Se i calcoli erano esatti, ed era difficile dubitare che non fossero esatti, la fine del mondo già ampiamente preannunciata si sarebbe verificata nel 1033.

 

Quella nuova credenza si allargò a macchia d’olio ancor peggio di come s’era diffuso il terrore dell’anno mille. In breve tutti se ne fecero persuasi: la fine del mondo non aveva mancato l’appuntamento, piuttosto era l’appuntamento che andava posticipato. Il sospiro di sollievo che era echeggiato quasi all’unisono per le campagne d’Europa all’alba del 1001, pur con tutte le implicazioni negative più sopra ricordate, era solo momentaneo. Non c’era da stare allegri, la resa dei conti era solo rimandata. Appena ebbero preso coscienza della nuova scadenza, di nuovo tutti ripresero a trascinarsi nella più lugubre costernazione. Ed i segni, quei segni sempre riferiti da qualcun altro e mai sperimentati direttamente, divennero numerosissimi: fiumi che improvvisamente deviavano il loro corso oppure scorrevano dalla foce alla sorgente, volatili da cortile curiosamente conciati come fossero quadrupedi, ondate di gelo sulla cui intensità non si trovava l’uguale a memoria d’uomo e alberi che portavano a maturazione dei frutti informi, mollicci e sanguinolenti, del tutto immangiabili.

 

L’Europa che si era lasciato alle spalle il primo millennio era ridotta allo stremo. Invece di scuotersi per affrontare con rinnovato vigore il millennio successivo, ripiegò ancor più su se stessa aspettando la definitiva capitolazione. Quei trentatre anni che la separavano dalla ricalcolata fine del mondo si rivelarono un’autentica agonia. Nessuno metteva mano a nulla che non fosse di immediato interesse. Nessuno si arrischiava a progettare qualcosa che fosse di più ampio respiro. Per cui bonifiche, scavo di canali per l’irrigazione, risistemazione della rete viaria, tutte opere necessarie ad un rilancio dell’economia, vennero disattese. L’incuria e l’abbandono divennero gli aspetti predominanti della campagna, di tutte le campagne. I borghi si spopolarono a vantaggio dei luoghi di preghiera, monasteri e santuari. E le città, sempre meno approvvigionate di generi alimentari, divennero delle prigioni per chi non aveva modo di allontanarsene. Il disordine, le ruberie, le rapine divennero la quotidianità in quelle città sempre meno presidiate. E non era infrequente finire sgozzati, magari per un pezzo di pane gelosamente custodito nella bisaccia. Perché è pur vero che molti digiunavano e si mortificavano paventando il 1033, ma v’erano anche molti che approfittavano di quella sostanziale anarchia per dar libero sfogo agli istinti più abbietti.

 

Per tale situazione, quello che eufemisticamente poteva ancora intendersi come un tessuto sociale, si ridusse ad una trama sfilacciata e rabberciata. L’osservanza delle leggi, cosa di per sé già difficile in tutto il Medioevo, in quei decenni di attesa della fine del mondo divenne di fatto impraticabile. Se per caso v’erano ancora degli armigeri nelle città, non era da essi che ci si poteva aspettare soccorso. Infatti essi erano i primi ad intraprendere azioni di brigantaggio, se non altro per il fatto che erano i soli ad essere armati. E le vittime delle loro violenze spesso si reputavano perfino fortunate: non era mai troppo quello che si doveva patire per meritare il perdono del Signore.

 

L’Europa che si risvegliò attonita ed affamata all’alba del 1034, era regredita al tempo della prima espansione romana. Neanche la data posticipata per inaugurare il millennio di beatitudine aveva sortito migliore effetto rispetto all’anno mille. La fine del mondo non si era verificata. Ma per le condizioni in cui erano ridotte le campagne, i borghi, le strade ed i monumenti, pareva che a fronte della sua venuta Cristo Vendicatore avesse scatenato una piaga, l’ottava visto che le prime sette erano state riservate all’Egitto.

 

Colui che si risveglia di soprassalto nel cuore della notte per l’incalzare di un incubo, ha il cuore in tumulto, il respiro in affanno e gli occhi dilatati e svagati. Per qualche momento gli sfugge perfino chi è, dove si trova e cosa ci fa nel luogo in cui si trova. Gli occorre del tempo per recuperare coscienza della propria essenza. E quando lentamente riesce a disgiungersi dai fantasmi dell’incubo che lo hanno portato al risveglio, può solo meravigliarsi dell’inconsistenza del pericolo per il quale ha creduto di morire. E non appena ne diventa consapevole, si sente tornare tutte le forze. Anzi, per reazione, si sente perfino più audace a baldanzoso.

 

All’alba del 1034 l’Europa si svegliò di soprassalto da un incubo. La fine del mondo non si era verificata, ma gli effetti della sua attesa erano perfino più terrificanti della paventata Apocalisse. A quel punto era necessario che ognuno riprendesse in mano la propria vita perché non c’era nessun altro che potesse farlo al posto suo. Era necessario che ognuno ripartisse dal quasi niente che aveva a disposizione se intendeva migliorare la propria esistenza. Era necessario che ognuno si sentisse investito personalmente della propria responsabilità. Non vi erano istituzioni né civili né ecclesiastiche in grado di dare indirizzi. Nello stato di sostanziale barbarie in cui era crollato l’intero continente, ognuno si trovava come a dover ricominciare da zero. Ma ogni volta in cui ci si trova a dover ricominciare da zero, si può solo progredire.


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