Bruno Sebastiani

Le gelide acque della Sprea

romanzo storico


Romanzo storico, ambientato nel 1918, durante la rivoluzione russa.


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le gelide acque della Sprea



Anteprima

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     «Svelta, Masha! Apri questa porta!».

     «Nikanor! Si può sapere che ti prende? È notte! Che ci fai lì fuori?».

     «Apri ti dico! Si tratta di un’emergenza!».

     «Lo so io quali sono le tue emergenze! Me lo diceva sempre il tuo povero fratello! Nikanor ha il diavolo in corpo, questo mi diceva, che Dio l’abbia in gloria! Ma quanto hai bevuto?».

     «Masha! Te ne prego! Smettila di dire fesserie e sbrigati ad aprire! Non ho bevuto un bel niente!».

     «Dammi almeno il tempo di buttarmi addosso qualcosa! Oh, Gesù Gesù! Tu che raddrizzi gli storpi, quand’è che volgi il tuo sguardo benevolo su Nikanor?».

 

     Nikanor, addossato alla porta che era simile alle altre trenta porte del misero villaggio di Vostochnoye, a due passi dal lago Shartash, si torceva le mani nell’attesa e volgeva lo sguardo in ogni direzione per sincerarsi che nessuno lo avesse seguito. La notte era chiara, ma solo due cani trotterellavano a rispettosa distanza dal suo cavallo, legato al ramo più basso della betulla che faceva compagnia alla casa.

     «Masha! Ma quanto ti ci vuole? Lo capisci che qui non posso stare? Te l’ho pur detto che è un’emergenza!».

     «Benedetto Nikanor! Per la fretta non mi riesce di trovare il lume!».

     «Ci mancava pure il lume! Ma dove hai la testa? Non ti ricordi dove lo hai lasciato ieri sera, prima di andare a dormire?».

     «Tu te lo ricorderesti se ti tirassero giù dal letto a cannonate?».

     «A cannonate! Ma se sto bisbigliando!».

     «Già! Perché non ti sentano i vicini! Ma di me non t’importa, vero? Se ti vedesse qualcuno, che dovrebbe pensare?».

     «Che ho una commissione urgente da fare! Diavolo, Masha! Sto perdendo la pazienza!».

     «E allora perché non te ne torni da dove sei venuto? Così mi rimetto a dormire?».

 

     Nikanor si tratteneva a fatica, mentre avrebbe voluto perfino gridare. S’era precipitato a Vostochnoye col diavolo in corpo, proprio come era uso dire il suo povero fratello. Ed ora, per quel diavolo in corpo, sentiva che non ci avrebbe messo niente a svegliare l’intero villaggio. Ma era determinante che nessuno sapesse della sua presenza. Era determinante per sé e più ancora per la ragazza che giaceva esanime con la schiena poggiata allo stipite della porta.

     «Masha! Te lo chiedo per la memoria del povero Svetlan! Sbrigati ad aprire questa dannata porta!».

     «Sei ancora lì? Speravo che te ne fossi andato! Stai buono che il lume l’ho trovato!»

 

     E finalmente si senti il rumore aspro del chiavistello che scorreva nei naselli. E la porta, una porta insolitamente robusta se rapportata alle condizioni dimesse della casa, si scostò quel tanto che poteva bastare a Masha per cacciare fuori la testa.

     «Senti, Nikanor! Non sognarti nemmeno di entrare! Dimmi quello che mi devi dire e vattene!».

     E lì, prima ancora che Nikanor potesse ribattere, un barbaglio del suo lume cadde sul volto riverso della ragazza. E tanto bastò per farle spalancare del tutto la porta.

     «E questa chi è?» fece accosciandosi. «Dove l’hai trovata? Anzi, dove l’hai rapita? Ah, miserabile! Lo vedo dai vestiti! È figlia di gente ricca!».

     «Parla piano e lasciami entrare, Masha! È pericoloso farmi stare qui fuori!».

     «Un bel niente! Tu la riporti dove l’hai presa!».

     «Se la riporto indietro, l’ammazzano!».

     «Ma che vai farneticando? Pezzo d’imbroglione! Ti sei attaccato alla bottiglia? Eppure avevi promesso! Senti, Nikanor! Io non voglio averci nulla a che fare!».

     «Non so a chi altro rivolgermi! Credimi se ti dico che è in pericolo! Guarda quanto sangue! Dev’essere ferita! Forse sta pure per morire! Sono venuto di corsa e m’è mancato il tempo per controllare! Ma non startene così! Lasciami entrare! È solo una ragazza! Potrebbe avere l’età di tua figlia!».

     «Lo vedo! Che ti credi? Lo vedo che è giovane! E pure graziosa! Ma chi è? Tu ne sai qualcosa?».

     «So chi potrebbe essere, ma non oso crederci! È successa una cosa terribile! Mi sento ancora i brividi nelle ossa! Ma non è prudente stare qui, sulla porta! Lasciami entrare che ti spiego tutto!».

 

     Sebbene a malincuore, infine Masha si fece da parte per lasciarlo entrare. Nikanor si chinò e prese su la ragazza come fosse un fagotto. Quindi seguì la donna in quella che già conosceva come una poverissima cucina di contadini in cui c’era l’indispensabile e neanche una sedia d’avanzo.

     «Dove la metto?».

     «Portala di là, sul mio letto».

     «Di là? Ma non ci sono i tuoi figli? Non vorrei svegliarli!».

     «Quelli? Sono talmente cotti di fatica che, se li lasciassi fare, dormirebbero una settimana intera!».

 

     Quella che impropriamente Masha chiamava camera da letto, era una stanza ricavata dalla stalla con un semplice tramezzo di tavole. Tranne due miseri pagliericci ed una cassapanca non c’era nient’altro. Quei due pagliericci, che Masha pomposamente chiamava letti aggrappandosi al potere salvifico della sopportazione in cui vegetavano da secoli i contadini russi, avevano gli anni della casa. A volte la povera donna se ne crucciava. Li aveva girati e rigirati chissà quante volte pensando sempre che il suo maggior diletto sarebbe stato quello di bruciarli. Ma tant’è, il coraggio di farlo le era sempre mancato. Ed ora, benché vecchissimi, erano ancora chiamati a rispondere della loro funzione. Su uno dormiva lei, ed era lo stesso su cui aveva dormito insieme al marito, il compianto Svetlan, morto nel 1905 durante la guerra col Giappone. Sull’altro dormivano, e dormivano come se fossero digiuni di sonno da almeno tre mesi, il primogenito Gorazd, che aveva diciotto anni, e sua sorella Raisa, che di anni ne aveva quindici.

 

     Nikanor fece del suo meglio, ma infine il fagotto gli sfuggì dalle mani e cadde pesantemente sul pagliericcio. E lì, la mantellina da viaggio che ricopriva le spalle della ragazza scivolò di lato mostrando, al tenue chiarore del lume, il vestito che portava i segni inconfondibili della sua triste condizione. Era così insanguinato, che c’era da stupirsi che la ragazza respirasse ancora.

     «Mi spieghi perché l’hai portata? A questa ragazza manca poco per morire. Il peggio che potevi fare, era portarla a morire in casa mia!».

     «Avevo visto del sangue, ma non mi ero accorto che ne era letteralmente ricoperta. L’ho portata via al buio. Non m’è riuscito di capire per intero le sue condizioni».

     «Ma chi è? E dove l’hai trovata? Magari la sua famiglia la sta cercando».

     «Senti, Masha. Di una sola cosa sono sicuro, che se la trovano e non è ancora morta, l’ammazzano. Ma ora devo andare. Appena posso, torno e ti spiego tutto».

     «Toglitelo dalla testa, Nikanor! Tu da qui non ti muovi finché non mi spieghi chi è e da dove viene! Non ti ho chiesto io di portarla!».

     «Vieni di là allora. Cerco di spiegarti qualcosa. Ma ho poco tempo. Non vorrei che scoprissero la mia assenza».

     Nel dire, Nikanor si girò e tornò in cucina. E Masha, dopo essersi segnata nella convinzione che la ragazza entro breve sarebbe stata cadavere, lo raggiunse e gli si piazzò di fronte.

     «Hai poco tempo? E chi ti trattiene? Rimettila sul cavallo e portala a morire lontano da qui!».

     «Tu non puoi capire. È successa una cosa terribile ed io… Bè, non so neanch’io perché l’ho fatto. Ho creduto di doverla aiutare. E nemmeno la conosco!».

     «Ma insomma! Deciditi una buona volta! Cos’è successo?».

 

     Nikanor, che fin lì aveva tenuto duro come se dovesse portare a termine una tremenda missione, nel dover dire cos’era successo, nel cercare le parole, d’un tratto si sentì mancare. Fece appena in tempo ad afferrare una sedia, che subito vi stramazzò sopra. Alla luce slavata del suo lume, Masha lo vide impallidire e fu attraversata da un terrificante pensiero: come spiegare l’indomani agli abitanti del villaggio che si ritrovava in casa non uno, ma ben due cadaveri?

     «Ehi, dico! Non fare scherzi! Se mi muori anche tu, e se mi muori in cucina, qui sparleranno di me per i prossimi duecento anni!».

     «Non è niente, Masha. Lasciami respirare. Ora mi passa».

     «Ecco, bravo! Fattelo passare!».

     «Non c’è niente da bere, vero? Ma già! Che te lo chiedo a fare?».

     «Guarda, Nikanor. Di sicuro non te lo meriti. Ma mi fai una tale pena… Aspetta!».

 

     E lì la donna si prese il lume e andò a rovistare nel fondo della dispensa che si trovava accanto al lavello. Ne tornò con una caraffetta di ceramica smaltata, un vero tesoro nelle sue mani, probabilmente un regalo ricevuto nel giorno del suo matrimonio. E chissà, magari il liquido che conteneva apparteneva ai festeggiamenti di quel medesimo giorno, una vodka distillata in casa che aveva il sapore del carbone. A Nikanor gli bastò poggiarvi le labbra che improvvisamente, forse per il disgusto, riprese colore.

     «È da due mesi che lavoro a Ekaterinburg, te l’avevo già detto, vero?».

     «Me lo dici ogni volta che vieni!».

     «Ho trovato lavoro nella casa del mercante Ipatiev come addetto alla caldaia per la produzione dell’acqua calda».

     «Anche questo me l’hai già detto. Ma cosa c’entra con la ragazza?».

     «Ora ci arrivo. La casa del mercante Ipatiev è stata requisita dalle guardie rosse».

     «Così dicono. Al villaggio girano tante di quelle voci!».

     «E sai pure chi ci tenevano dentro?».

     «Anche questa l’ho sentita! Ma io non ci credo!».

     «Neanch’io ci credevo, Masha. Dicevano che c’era lo zar con tutta la sua famiglia. Ti rendi conto? Lo zar! Ma non stava al fronte? Ad ogni modo io faccio il mio e le guardie, bè è pure difficile incontrarle perché per la caldaia si accede dal retro ed io non devo chiedere il permesso a nessuno. E poi ultimamente, da quando la casa è passata sotto il controllo del commissario Jurovskij, di guardie in giro non se ne vedono più tante. Per la caldaia siamo in due, c’è Kazimir Borisovic Krimov col quale ci diamo il cambio. Una settimana per uno facciamo il turno di notte. E questa settimana tocca a me. Ho attaccato ieri sera alle dieci e alle dieci di domattina Kazimir mi darà il cambio».

 

     A quel punto Nikanor sentì il bisogno di riaccostare le labbra all’orlo della caraffetta. Ne seguì una smorfia che fu eloquente più di mille parole circa la bontà del suo contenuto. Ma il sapore di quel che stava per dire era più fetido del fiele. Ed allora, giù un altro sorso.

     «E dunque stanotte ero lì, al mio lavoro, quando nel seminterrato adiacente al vano della caldaia ho sentito un gran fracasso: scarponi pesanti che scendevano le scale, passi, voci, un rimbombo infernale nella vastità del locale. Poi qualcuno ha acceso la luce. Tu devi sapere che nella parete che divide il seminterrato dal vano della caldaia c’è una specie di finestrella all’altezza del pavimento. Ma non è una finestra. È solo un’apertura per il passaggio delle cassette del carbone che un tempo erano stipate nel seminterrato. E d’improvviso s’è illuminata perché avevano acceso la luce. Io mi sono accostato e mi sono inginocchiato per vedere dall’altra parte. Ma vedevo solo gambe, stivali, gonne, anche gonne, capisci? C’erano pure delle donne. E tutti parlavano, chiedevano, protestavano. Poi ho sentito il commissario Jurovskij, ho riconosciuto la sua voce. E lui diceva che niente, era questione di qualche momento. Dovevano solo fare delle foto. Poi li avrebbero portati via. Chi è che avrebbero portato via? Me lo chiedevo e tentavo di capire chi fossero quelle persone, una decina di persone addossate alla parete di sinistra. Ma ne vedevo solo i piedi. Poi dalla porta di fondo sono entrati altri soldati, perlomeno, a giudicare dagli stivali, mi sembravano soldati. Ed a quel punto il commissario Jurovskij ha ripreso a parlare. E da come parlava, ho capito che leggeva un foglio. Diceva che il soviet di Ekaterinburg si era riunito ed aveva decretato che lo zar era colpevole di alto tradimento verso il suo popolo. E lo aveva condannato a morte mediante fucilazione, lui e tutta la sua famiglia. E l’esecuzione sarebbe avvenuta lì, in quel preciso istante».

 

     Nikanor s’interruppe ed alzò gli occhi sulla faccia di Masha. La povera donna lo fissava sgomenta e già si mordeva le labbra per non gridare.

     «Allora è vero? C’era lo zar e tutta la sua famiglia in quella casa?».

     Nikanor riabbassò lo sguardo e Masha fece appena in tempo ad afferrare una sedia per accasciarvisi sopra.

     «E poi cos’è successo?».

     «Credimi, Masha. È stato terribile. Volevo fuggire, volevo scaraventarmi fuori da quel maledetto vano della caldaia e correre a perdifiato per non sentire più niente. Ma non ce l’ho fatta. Sono rimasto inchiodato sul pavimento senza la forza di dire un amen. Ho sentito lo zar che diceva: “Cosa? Cosa? Voi non potete!” Poi è stato sopraffatto da altre voci. E tutti chiedevano, imploravano, supplicavano. E d’un tratto hanno spento la luce. Era quello il segnale. È cominciata una sparatoria infernale, così, al buio, alla cieca. Ed erano urla da far sbiancare i capelli. Urla di terrore e di dolore. Spari, grida, rumori di corpi che cadevano. E non si vedeva niente. Ad un tratto ho avvertito il tonfo di un corpo che cadeva lì, proprio davanti al vano della finestrella. Era buio, te l’ho detto. E c’era un fracasso tremendo. Ma m’è sembrato di sentire un lamento. Ed allora, per un impulso che non ti saprei spiegare, ho allungato una mano, ho afferrato quel corpo e l’ho fatto scivolare dalla mia parte. Credimi Masha, non so nemmeno io perché l’ho fatto. Ed ho subito capito dai vestiti che doveva essere una donna. Magari era pure morta. Eppure ho continuato a tirarla dalla mia parte e chissà, forse per una forma di follia, l’ho presa in braccio e mi sono precipitato fuori dal locale della caldaia. Là dentro ancora sparavano che io già spronavo il cavallo per mettermi in salvo perché, ecco, non avevo resistito ed avevo rubato un cadavere. Lontano dalla casa mi sono fermato come per riprendere fiato. Ho rigirato la donna buttata di traverso sul cavallo e mi sono accorto che respirava».

 

     «Ma allora!» sbottò Masha balzando in piedi e portandosi le mani alla bocca come per impedire all’orrore di trasformarsi in un grido. «Allora potrebbe essere la zarina! No! Troppo giovane! Una figlia? Potrebbe essere una figlia della zarina?».

     «O forse una cameriera? Oppure una dama di compagnia?».

     Masha, spinta più dall’angoscia che dalla curiosità, afferrò il lume e si precipitò di nuovo in camera da letto.

     «È morta?» le chiese da dietro Nikanor, accorso subito dopo di lei.

     «Respira ancora! Ma guardala, Nikanor! È Anastasia! È lei ti dico! Giù all’emporio c’è un ritratto della famiglia imperiale! Come ho fatto a non riconoscerla? Oh, Madonna Madonna! Che fine terribile!».

     «Ma non è ancora morta!».

     «E che possiamo fare?».

     «Sbottonale il vestito. Vediamo di tamponare le ferite».

     «Io non me la sento, Nikanor!».

     «Neanch’io me la sento. Però qualcosa lo dobbiamo fare!».

 

     Masha era combattuta. Non solo non aveva idea di come soccorrere la ragazza. Ma la ragazza, quella ragazza, la figlia più piccola dello zar Nikolaj Aleksandrovic, le metteva soggezione. Le tremavano le mani, anche per l’orrore suscitato dal racconto di Nikanor. Ma ad un tratto si sorprese a pensare che quella ragazza era poco più grande di Raisa, la figlia sua. E nel pensarlo, si girò a guardare l’altro giaciglio, l’altra figlia, quella vera che presto si sarebbe alzata per andare al lavoro.

     «Hai ragione, qualcosa lo dobbiamo fare. Ma tu non stare qui che la devo spogliare!».

      «Io me ne devo andare, Masha! Se scoprono la mia assenza e se scoprono che manca un corpo…».

     «Dio misericordioso! Se ti scoprono, per te è la fine! Ed è la fine per tutti noi! Attraverso te, non ci metterebbero niente a trovarla in questa casa!».

     «Vado via subito! Ma tu provvedi a bruciare i suoi vestiti! Sono troppo compromettenti! Già da soli potrebbero tradirci! Mettile addosso qualcosa di tuo! Deve sembrare una delle nostre ragazze del villaggio!».

     «Ora va! A queste cose ci penseremo in seguito! Se muore, è tutto inutile!».

 

     Tanto nel villaggio di Vostochnoye come in quelli vicini, Nikanor era conosciuto come un uomo che potremmo definire ordinario. Nessuno gli attribuiva particolari meriti o virtù. Non aveva nulla di rilevante, al punto che due che s’incontravano non avevano nessun motivo per mettersi a parlare di lui. E se non era invisibile, lo doveva solo alla straordinaria somiglianza con Svetlan, il suo fratello più grande ormai defunto. Solo per quella somiglianza gli abitanti del villaggio lo riconoscevano per essere lui, Nikanor, l’indolente Nikanor che a quasi trent’anni non si era ancora sposato. Viveva ai margini del villaggio in una casetta con poca terra intorno, la stessa casetta che gli aveva lasciato la sua vecchia. Lavorava di tanto in tanto accettando tutto quel che gli capitava di trovare, anche lavori di una sola giornata. E quel che guadagnava, una buona metà se lo beveva.

     Tanti altri aggettivi si potrebbero aggiungere per definire la sua ordinarietà. Ma resta il fatto che in quella notte, quella fatidica notte del 17 luglio del 1918, da ordinario che era, ad un tratto divenne audace e temerario. Ad un tratto fece qualcosa di irragionevole e inconsulto, ma in ogni caso permeato da quel tipico slancio di cui sono capaci solo gli eroi. Peccato che nessuno ne seppe mai niente. Per gli abitanti del villaggio egli continuò ad essere quel buontempone indolente che lavorava solo per garantirsi i soldi del bere.

     Nikanor, contadino e figlio di contadini da cento generazioni, aveva in più qualche nozione di meccanica. E l’aveva solo perché, sempre più spesso, capitava di vedere nei campi trattori e trebbiatrici a vapore. Lavorando dappresso a quelle macchine, qualcosa l’aveva imparato. Ed in definitiva, dar di pala per buttare carbone nel ventre di una caldaia non era cosa difficile da imparare. E lui solo quello doveva fare. Quando aveva trovato lavoro nella casa del mercante Ipatiev a Ekaterinburg, era stato chiaro in proposito: lui di caldaie non ne sapeva molto. Però le sapeva accendere e le sapeva mandare in pressione. E tanto bastava perché gli affidassero l’incarico, un incarico che prevedeva un secondo fuochista per la rotazione dei turni.

     Ma una notte la sorte l’aveva chiamato a ben altro compito. E siccome Nikanor, come si sarà già capito, non era tale da possedere chissà quali risorse, si sarebbe inevitabilmente messo nei guai se la fortuna non si fosse schierata dalla sua parte. Del resto, se la fortuna deve spendersi per qualcuno, è giusto che lo faccia per chi ne ha davvero bisogno. Nei panni della fortuna, io credo che chiunque troverebbe superfluo doversi spendere per chi ha già tutto dalla vita, per chi è astuto, coraggioso, magari anche facoltoso. Nei panni della fortuna, chiunque vorrebbe soccorrere solo chi potrebbe annegare in venti centimetri d’acqua. Altrimenti, che gusto ci sarebbe?

     Così accadde che Nikanor, dopo aver lasciato quel misero fardello in casa di Masha, tornò al galoppo a Ekaterinburg. Lasciò il cavallo poco lontano. Quindi, curando di non fare il più piccolo rumore, raggiunse il retro della casa del mercante Ipatiev. E là, con le stesse movenze di un ladro, penetrò nel vano della caldaia. La feritoia che si trovava alla base della parete, quella che comunicava col seminterrato adiacente, era illuminata. Si sentivano voci e movimenti di persone che trafficavano, persone che, pensò con terrore Nikanor, magari stavano contando i morti. Ad un tratto sentì la voce del commissario Jurovskij. Egli, con voce impersonale, una voce che non tradiva la minima emozione, diceva che di coperte ce n’erano quante ne volevano. Per cui curassero d’involtare bene i cadaveri, anche due o tre coperte per ognuno, così che non spuntassero braccia o gambe. E poi che pulissero bene, non doveva restare nessuna traccia. Sangue e bozzoli, ogni cosa doveva sparire. Poi qualcuno da fuori, probabilmente in cima alle scale, richiamò la sua attenzione e gli disse che i carri erano arrivati, si poteva cominciare a caricare.

     Nikanor avrebbe voluto inginocchiarsi per vedere qualcosa. Ma lo stesso raccapriccio che prima l’aveva spinto ad afferrare la ragazza ora gli impediva di chinarsi. Immaginava la scena, i cadaveri allineati e sciattamente avvoltolati nelle coperte. Immaginava i soldati alle prese col corpo di colui che, fino ad un’ora prima, era stato il loro sovrano. E Aleksandra Fedorovna, la zarina. Ed il piccolo Aleksej, lo zarevic. Con un moto di repulsione s’allontanò dalla parete divisoria. Ma si sentiva una tale rabbia in corpo, che aprì il portello della caldaia e vi scaraventò dentro con foga una decina di palate di carbone.

     Sudava, si sentiva come se un vulcano gli ribollisse nel cuore. E a tutto gli pareva di dover pensare, meno che a se stesso. Ma ad un tratto gli si affacciò alla mente il pensiero di trovarsi in una situazione insidiosissima. E senza neanche averla cercata, gli venne un’ispirazione, e qui mi rifaccio al discorso abbozzato poco più sopra a proposito della fortuna. Infatti, se il commissario Jurovskij lo veniva a cercare, come fargli credere che lui non sapeva niente, che non aveva visto niente, che non aveva sentito niente? L’esecuzione era avvenuta nel seminterrato della casa e nel cuore della notte. Quindi, nelle intenzioni del commissario, doveva restare segreta. Nessuno ne doveva sapere niente, tantomeno i civili che lavoravano in quella casa, non per nulla stava facendo sparire tutte le tracce. E lui si trovava lì, nel vano della caldaia, troppo vicino al luogo del massacro. Ciò comportava che il commissario Jurovskij lo avrebbe ritenuto un testimone scomodo, pericoloso, un testimone da eliminare con la stessa ferocia usata per la famiglia imperiale.

     Quella di fuggire gli sembrò la soluzione più immediata, più a portata di mano. Ma il commissario lo conosceva. Sapeva chi era e dove abitava. Non ci avrebbe impiegato molto a ritrovarlo. E poi colui che fugge, per il solo fatto che fugge, ammette di avere qualcosa da temere. E lui doveva persuadere il commissario che non aveva nulla da temere per la semplice ragione che era all’oscuro di tutto. 

     Nikanor, nel rimuginare tutte quelle cose, come detto più sopra, ad un tratto ebbe un’ispirazione. Uscì dal vano della caldaia, si sedette in terra, s’appoggiò alla parete, si tirò il berretto sugli occhi e si mise a dormire, o perlomeno finse di farlo. Nella sua semplicità, il povero Nikanor pensava che il solo fatto che dormisse avrebbe persuaso il commissario della sua tranquillità. Egli dormiva perché non sapeva niente e niente lo aveva sconvolto. Infatti, chi avrebbe potuto dormire dopo aver assistito ad un’azione tanto orrenda? E proprio quello dovette pensare il commissario Jurovskij quando, di lì a poco, svoltato l’angolo della casa, lo sorprese.

     «Ehi, tu! Sfaticato! È così che ti guadagni il salario che ti pago?».

     Nikanor ebbe un sussulto e si scosse come se riemergesse da un sonno lungo un mese.

     «Siete voi, eccellenza?» fece impacciato strofinandosi la faccia e tirandosi in piedi. «Non so che m’è preso! Ho chiuso gli occhi un momento! Ma voi non dovete pensare…».

     «Che dormi invece di badare al tuo lavoro?».

     «Non è come sembra, eccellenza! Non mi permetterei mai! È la prima volta, ve lo giuro eccellenza! Sapete come succede, tutte le notti qui, a impalare carbone! Mi sono disteso un attimo, anche perché là dentro si soffoca! Che bestia che sono!» fece con più enfasi dandosi manate sulla testa. «Ora voi penserete che era mia intenzione imbrogliarvi!».

     «E stai lì da tanto?».

     «Che dite, eccellenza! M’ero appena seduto!».

     «T’eri appena seduto? E non ti sei accorto del temporale?».

     «Il temporale dite?» fece il povero Nikanor guardandosi attorno con aria smarrita. «Ma è tutto asciutto!».

     «Ha fatto solo quattro gocce! Ma i tuoni! Pareva che volessero spaccare tutto! Possibile che non li hai sentiti?».

     «Vi giuro, eccellenza! Non ho sentito niente! Il temporale? Oh, povero me! Se c’è stato un temporale e non l’ho sentito, allora vuol dire che il sonno m’ha agguantato a tradimento!».

     «È stato un’ora fa!».

     «Un’ora dite? Ho dormito così tanto? Bestia di un Nikanor! Punitemi, eccellenza! Punitemi, che non merito di meglio! Ma vi assicuro che non accadrà più! Ve lo garantisco, eccellenza! Dovessi perdere una mano!».

     «Lascia perdere, che le mani ti servono!».

     «Voi siete troppo buono, eccellenza! Ma datemi un’altra possibilità e vi prometto che non avrete a pentirvene! Ho bisogno di questo lavoro!».

     «Per questa volta ci passo sopra, Nikanor! Ma prima mi fidavo! Da ora in avanti ti terrò d’occhio!».

     «Dite bene, eccellenza! Tenetemi d’occhio! Fatemi sorvegliare! Ma vedrete che non vi darò più motivo di lagnarvi! E grazie! Grazie, eccellenza! Vi terrò sempre come il mio più grande benefattore!».

     È inutile aggiungere che Nikanor, nel ringraziare, si piegava, quasi si genufletteva mostrando tutta la deferenza che lui, come contadino, contadino da cento generazioni, non poteva non provare per chi deteneva il potere. Il commissario Jurovskij lo lasciò così, umile e ossequioso, e percorse tutto il retro del caseggiato per raggiungere due carri che aspettavano poco lontano. Nikanor non poteva saperlo, ma in quei carri erano stati stipati i cadaveri dei membri della famiglia imperiale. Quei cadaveri, da lì a breve, sarebbero finiti in una cava di sabbia, occultati come se occultare i corpi servisse ad occultarne la memoria.

 


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