Le streghe di Salem

Romanzo storico edito da Le Mezzelane casa editrice

Bruno Sebastiani autore


 

Editing: Maria Grazia Beltrami
Prima edizione 2018 - Le Mezzelane Casa Editrice

ISBN 9788833280325

Illustrazione di copertina: Salem Witch Trials. Two women stand on trial in 1682 ©Everett Historical Shutterstock

Progetto grafico: Gaia Cicaloni 

Benché assurda, paradossale e drammatica, questa è una vicenda realmente accaduta. Nel 1692 nel villaggio di Salem, contea di Essex, Massachusetts, per un concorso di ragioni che spaziavano dalla difficoltà di piegare quel territorio alle necessità di coloro che vi si erano insediati scacciandone la nativa popolazione di pellerossa, alla siccità, alle terribili invasioni di locuste, al vaiolo, endemico ed epidemico, supportate dal bigottismo e dalla superstizione di una popolazione che ovunque vedeva l’opera del demonio, si produsse un’autentica caccia alle streghe. I coloni erano infatti puritani, osservanti in maniera letterale di quanto sta scritto nelle Sacre Scritture. In quell’atmosfera, per la poco edificante voglia di scherzare di alcune giovinette, si cominciò a parlare di streghe e presto l’intera contea ne sembrò invasa. In un crescendo di fanatismo, 144 persone vennero incriminate, 54 di esse finirono col confessare di essersi associate col maligno, 19 vennero impiccate e una morì per schiacciamento del torace. Questi i numeri che la storia ci racconta, storia da ricordare come esempio di dove possano portare la rigidità religiosa, la meschinità, l’ipocrisia e il rancore.



 Questa non è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono da considerarsi reali.

I dialoghi sono stati ricostruiti dall’autore sulla base della verosimiglianza storica.

Pareri e riflessioni esprimono il personale punto di vista dell’autore. 

 


Recensioni


Bruno Sebastiani è riuscito a trovare un modo interessante e coinvolgente per raccontare questo triste episodio della storia americana. Ne “Le Streghe di Salem,” l’autore ci fa vedere, sentire ogni singolo personaggio. Ci fa capire la mentalità del villaggio e come si è arrivati all’illusione di vedere streghe dappertutto.Le descrizioni dei processi sono così vive, accurate che sembra di trovarsi lì seduti in prima fila in mezzo agli abitanti del villaggio e sentirli gioire o stupirsi per l’ennesima donna accusata di essere una strega. Nessuno si pone domande. Il lettore rimane affascinato e impaurito allo stesso tempo perché un’isteria del genere (basta leggere i giornali) anche oggi non è da escludere.La storia di ogni singolo imputato è raccontata con dovizia di particolari. Emerge il carattere della persona. I dialoghi sono così ben ricostruiti da sembrare reali.A leggere questo romanzo si sente l’enorme lavoro svolto con le fonti e viene da chiedere all’autore quanto tempo ha impiegato a documentarsi per scrivere il libro.Un ottimo lavoro davvero!

Francesca Mereu:                                    Leggi dal blog di Francesca


Bruno ha saputo narrare una vicenda storica assurda e ingarbugliata per i numerosi personaggi coinvolti. L’ha fatto in scioltezza, denunciando con accento ironico pregiudizi e superstizioni che furono alla base della caccia alle streghe. Il tono ironico però non toglie nulla alla scientificità della ricostruzione dell’ambiente. A questa analisi ermeneutica dei documenti non fa ombra quel pizzico di fantasia che l’autore mette per dare spessore caratteriale ai protagonisti.

Alberto Di Girolamo                                   Leggi su facebook


Con una narrazione che vuole avvicinarsi al lettore moderno ed evidenziare come spesso anche un resoconto ufficiale nasconda più di quanto dica, l’autore ci invita a sbirciare nel puritano villaggio di Salem, anno del Signore 1690. Anche a chi non è avvezzo al mondo di streghe e Inquisizione sarò capitato di sentir parlare di quella piccola comunità che è diventata, nei secoli, la culla della magia e la sede di eventi strani e sinistri. Il lavoro di Sebastiani si pone l’obiettivo di riportare le fonti a disposizione e analizzarle nel quadro storico che ne fa da cornice con un tono spesso ironico e oggettivo, che forse non sarebbe stato male avessero anche i magistrati delle vicende narrate.

Affrontare la Madama Storia non è mai semplice, specialmente se il lettore può dirsi un “non appassionato”: questo lavoro dimostra come un’ottima narrazione, scevra della pedanteria linguistica dei secoli, possa avvicinare i più scettici e incantare chi non è a digiuno di fatti simili.

Dora                                                      Leggi sul blog: Labisbeticadora

 


Alessandra Micheli

 

Scusate se mi permetto. Studio la stregoneria e i processi da circa vent'anni. In particolare mi sono occupata del processo di Salem. Ho letto migliaia di saggi, tesi politiche, sociologiche, mediche esoteriche. Ma mai ho trovato una ricostruzione cosi accurata della psicologia dei personaggi e dell'ethos dei puritani. Davvero devo inchinarmi a Bruno Sebastiani. Per quanto conti il mio parere è un saggio perfetto.

 

Dal blog Les fleurs du mal

 

Incredibile che sia una storia vera. Sono stato catturato dal crescendo delle emozioni pagina dopo pagina, agevolato da una narrazione avvincente e densa di ambientazioni. Mi è sembrato di vedere, ascoltare e anche partecipare alla vicenda, come fossi stato presente. Accurata la ricostruzione storica ma senz'altro validissimo il supporto dell'autore nelle riflessioni, sempre pertinenti e di grande sostegno a quello che è diventato un sofisticato romanzo.

Franco Feliciani

leggi su facebook


Una ricostruzione storica impressionante e una caratterizzazione dei personaggi accurata e ineccepibile, così come sono ineccepibili l'ambientazione (pare di essere dentro quelle stanze e, soprattutto, nell'aula dove si svolge il processo) e la descrizione di una società bigotta, moralista e puritana come quella di Salem. Bruno Sebastiani non si limita a raccontare una vicenda nota ai più; lo fa con uno stile davvero unico e con riflessioni atte a farci entrare nel modo di pensare dei personaggi, e nelle dinamiche sociali dell'epoca. Solo attraverso uno studio approfondito si riesce a essere così tanto convincenti, quando si scrive un romanzo storico che ha la chiara connotazione di un saggio. Dietro "Le streghe di Salem" di Bruno Sebastiani  c'è, e si sente, lo studioso che, con uno sguardo a volte  ironico, riesce anche ad alleggerire un tema difficile come quello della stregoneria. 

Una storia raccontata con cura, con obiettività, e con una maestria fuori dal comune. Un saggio che dovrebbe essere portato nelle aule scolastiche.

Dal blog Il giardino dei girasoli  di Lorena Marcelli


Il testo di Bruno Sebastiani risulta molto utile a tutti coloro che hanno voglia conoscere, comprendere, una delle storie più distorte del quale solo pochissimi autori hanno avuto il coraggio di accennare come realmente si sia svolta. L’opera è un perfetto e giudizioso testo storico.

Dal blog Les Fleurs du mal a cura di Vito DiTaranto


5,0 su 5 stelleLe streghe di Salem

“Le streghe di Salem” di Bruno Sebastiani è un romanzo storico, ma sarebbe più corretto definirlo “saggio romanzato”, che tratta della paradossale e folle vicenda che si svolse nel piccolo villaggio di Salem, in Massachussetts, alla fine del 1600.

Lo scenario era quello del puritanesimo più puro; per intenderci, lo stesso che fa da sfondo alla vicenda de “La lettera scarlatta” di Hawthorne.

Giunti nell’America del Nord solo poche decine di anni prima, dopo essere stati scacciati dall’Inghilterra, i puritani si erano trovati a dover colonizzare un territorio estremamente ostile: vaste pianure, vastissimi laghi, fiumi enormi, una fauna selvaggia e pericolosa, un clima molto rigido e, non in ultimo, popolazioni locali che non erano disposte a farsi scacciare dalle loro terre. A questo andava aggiunta una religiosità molto rigida che portava a essere superstiziosi e a vedere il male in ogni dove.

Con questi presupposti, un fenomeno d’isteria collettiva come quello della repressione della stregoneria trovò facilmente acchito. Bastò il gioco sciocco di alcune ragazzine e nel giro di pochi mesi centoquarantaquattro persone vennero incriminate e, tra queste, diciannove morirono per impiccagione e una per schiacciamento del torace.

Il testo di Sebastiani ripercorre tutta la vicenda con estrema precisione e lucidità. A leggerla pare davvero assurda, ma si cambia idea se si pensa che in Europa le streghe vennero bruciate per tre secoli.

In realtà, secondo me l’aspetto più interessante della vicenda è il puritanesimo, che forse è stata tra le più inquietanti espressioni del cristianesimo; un fondamentalismo religioso che nascondeva meschinità, ipocrisia e rancore e che, tutto sommato, è stato la base dei moderni Stati Uniti.

Siccome ve ne ho parlato da poco, vi suggerisco, dopo aver letto questo libro, di recuperare “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwoood, che parla di ciò che accadrebbe se i puritani riuscissero a prendere il potere nel Nord America. Messe in relazione tra loro, le due vicende appaiono l’una il seguito dell’altra. In effetti, non a caso nella bellissima serie televisiva tratta dal romanzo della Atwood (guardatela!) a un certo punto c’è un’esplicita citazione delle streghe di Salem.

 

Rox, recensione amazon

ANTEPRIMA

Le streghe di Salem - romanzo storico - bruno sebastiani

 Siamo nell’autunno del 1691 e ci troviamo nel villaggio di Salem, nella contea di Essex, Massachusetts. Una cosa abbastanza curiosa, e che ci preme sottolineare, riguarda il nome della città più vicina, che si chiama anch’essa Salem. Situazione singolare per i mille equivoci che potrebbe causare e che, in effetti, causa, ma tant’è, i puritani sono fatti così: se hanno deciso di dare un certo nome al luogo in cui vivono, non si lasciano dissuadere neanche dalla consapevolezza che quel nome è in uso poche miglia più lontano. Non è che ci voglia chissà quale fantasia per immaginare le conseguenze di questa omonimia. Basta pensare a un povero viaggiatore che, dopo alcuni giri a vuoto, provi a domandare al primo che passa:

«Scusate buon uomo, sapete dirmi dove ci troviamo?»

«Ci troviamo a Salem.»

«Volevo ben dire, ci troviamo a Salem. Ma allora come si

spiega che già da un pezzo vado girando per trovare Chestnut Street e non la trovo?»

«Si spiega col fatto che Chestnut Street si trova a Salem, che non è questa Salem, ma quella che si trova poche miglia più a sud, seguendo la strada che costeggia il fiume.»

Forse è superfluo puntualizzare che nel villaggio di Salem, e nella città che porta lo stesso nome, non v’è, o meglio, non v’era prima degli eventi che andremo a raccontare, nulla di così rilevante da spingere un viaggiatore a visitarlo. A ben vedere, se una cosa rilevante la vogliamo proprio evidenziare, si tratta del nome della città e del villaggio. Salem infatti rimanda al nome della città santa per definizione: Jerusalem. Un nome dalle mille implicazioni, al punto che compare nelle Sacre Scritture quando la città di Gerusalemme era ancora ben lontana dal vedere la luce. Ne fa fede il brano della Genesi in cui si narra dell’incontro tra Abramo e il sacerdote del Dio Altissimo Melchisedec. Orbene, tale sacerdote viene indicato come re di Salem e nel ricevere Abramo gli offre pane e vino.

Secondo l’apostolo Paolo, la parola salem, simile all’ebraica shalòm e all’araba sàlam, vuol dire “pace”.

Risulta evidente che appropriarsi di questo nome, per gente severamente forgiata dal verbo delle Sacre Scritture, realizza la più sentita delle aspirazioni, è un privilegio assoluto che rimane tale pur nella malaugurata sorte che altri se ne siano già impossessati.

In tale modo abbiamo la città di Salem, situata alla foce del fiume Naumkeag, fondata nel 1626, e il villaggio di Salem, fondato nel 1636 e situato più a nord sul corso dello stesso fiume. Per dare un’idea delle dimensioni dei luoghi, diciamo che il villaggio di Salem conta all’incirca 200 anime, mentre la città di Salem ne conta dieci volte tanto.

Dobbiamo ora fare alcune considerazioni sui fondatori della città e dell’omonimo villaggio. Si tratta di esuli inglesi che, a ondate sempre più massicce, hanno seguito i primi, arrivati nella Cape Cod Bay a bordo del Mayflower nel 1620, sbarcando su queste coste e subito impossessandosi di questi splendidi territori sottraendoli ai nativi. Nel prendere possesso di questi territori non sono mossi da avidità, e nemmeno da brama di conquista. I coloni oggetto del nostro racconto ci rimarrebbero davvero male se qualcuno li chiamasse conquistatori. La molla che li spinge ad attraversare l’oceano per colonizzare queste terre, sottraendole ai legittimi proprietari, è di natura più sottile, potremmo dire divina, nel senso che loro, i coloni, sentono di rappresentare “il popolo scelto da Dio perché colonizzasse questi territori che prima erano del diavolo”, così perlomeno scrive Cotton Mather, uno dei più autorevoli pastori della contea.

Popolo eletto quindi, i cui atti sono permeati dalla volontà del Signore e le cui gioie, afflizioni, disagi e tribolazioni sono da considerarsi come palese dimostrazione del particolare interesse del Signore. In sostanza abbiamo a che fare con delle persone convinte di essere le sole a percorrere la Retta Via, e che per questo sono state scacciate dall’Inghilterra in seguito agli attriti, se così vogliamo chiamarli, con la Chiesa Anglicana. Si sono dati il nome di puritani, seguaci del puritanesimo, movimento sorto con lo scopo di purificare la Chiesa d’Inghilterra dal controllo politico che la Corona esercita tramite la gerarchia anglicana, e che rappresenta l’eredità e il legame con la Chiesa Cattolica. E siccome la Chiesa d’Inghilterra, anche detta Anglicana, e di conseguenza la Corona, individua come suoi principali nemici proprio coloro che questo legame denunciano, ecco che ai puritani non resta altro da fare che abiurare il loro credo oppure andarsene in esilio.

Sono già fortunati che si consenta loro la scappatoia dell’esilio, infatti qualche decennio addietro le possibilità erano due, o abiura o prigione, in alcuni casi o abiura o taglio della testa sulla pubblica piazza.

I coloni presenti su questo lembo di territorio del Massachusetts sono quindi puritani, e il loro intento è quello di plasmare questa terra a immagine e somiglianza del disegno che doveva avere in mente il Signore quando creò il giardino dell’Eden.

L’opera però si sta rivelando molto più difficoltosa di quanto avessero immaginato alla partenza. Forse credevano che il Signore, visto l’ambizioso progetto che avevano in mente e visto l’impegno profuso per conseguirlo, senza dimenticare la perigliosa traversata oceanica per arrivare fin qui, avrebbe loro spianato la strada. Invece le cose non sono mai andate nel verso sperato.

È vero che le prime casupole tirate su con estrema fatica nella Cape Cod Bay sono cresciute fino a diventare villaggi, paesi, città, porti fluviali, porti marittimi, palazzi istituzionali per le autorità civili, militari e giudiziarie, tuttavia in questi settanta anni i coloni sono incappati in così tanti disastri che forse qualcuno dall’animo scettico potrebbe pensare che questa terra non fosse loro destinata e che al Signore piace restare imperscrutabile, ma i puritani sono talmente convinti di marciare nella giusta direzione che le sventure non li abbattono. Anzi, per quanto possa sembrare strano, accade l’esatto contrario. Dopo ogni evento increscioso sembrano essere sempre più persuasi d’essere i migliori interpreti in terra della volontà del Signore, solo che non tutti sono integerrimi come si sforzano di far credere, così, di tanto in tanto, una calamità mandata dall’alto punisce sia i malvagi sia coloro che malvagi non sono, ma che, evidentemente, non si sono adoperati abbastanza per redimere i primi. 

Il primo e più rilevante di questi eventi nefasti, iniziato già all’indomani del primo sbarco del 1620, è giunto a una temporanea conclusione da poco più di quindici anni. Ci riferiamo alla sanguinosissima guerra che ha opposto i coloni ai nativi che vivevano da sempre sulle rive del fiume Naumkeag.

La guerra si protrasse per ben due anni e alla fine i nativi ebbero la peggio, al punto che la gran parte di loro si disperse, spostandosi fino in Canada. Quelli che rimasero, aggregati in piccole bande, continuarono a molestare i coloni, assaltando di tanto in tanto una fattoria, affondando un naviglio risalente il fiume Naumkeag, oppure dando alle fiamme qualche magazzino. In sostanza, da quindici anni a questa parte di tanto in tanto si patisce qualche azione banditesca, che conferma il pessimo giudizio che da sempre i puritani danno di questi nativi. Il fatto che si comportino come banditi è la conferma che sono dei selvaggi, dei senza Dio. Invece di ringraziare questi fervidi missionari, invece di farsi sottrarre terre e sostentamento con animo grato, visto il progetto ambizioso che sostiene la razzia, invece di baciare la terra che i nuovi arrivati calpestano quando passano, si mantengono rancorosi e quando gli riesce gli fanno pure qualche dispetto.

Un’altra delle sciagurate evenienze s’è verificata quattro anni addietro con l’invasione delle locuste. E dopo le locuste, che per quanto fameliche sono pur sempre creature di Dio, un periodo di siccità. Non per uno, ma per tre anni consecutivi i raccolti sono andati in malora cagionando ristrettezze e miseria in gran parte delle case coloniche. Tolto quel poco cibo che si deve alla generosità del mare, tolte quelle poche scorte che si era riuscite a mettere da parte, per tre anni i coloni hanno stretto la cinghia.

Non tutto insomma va nel verso sperato, la via intrapresa per realizzare in terra il disegno divino si sta rivelando molto problematica, per cui non sorprende che molta gente, pur conducendosi in odore di santità, abbia la faccia triste, e non si lasci quasi mai scappare un sorriso. Ma già lo scorso anno, potenza della preghiera e delle privazioni, le locuste non si sono fatte vedere, o almeno così predicano i pastori che curano la comunità: solo la preghiera e le privazioni hanno tenuto alla larga le locuste. Anche la siccità si è guardata bene dal tornare a martoriare questa terra benedetta, difatti lo scorso anno è piovuto molto, anche troppo.

La guerra coi nativi, le locuste e la siccità non sono però abbastanza per forgiare lo spirito di un popolo destinato a un compito immane come quello che attende i puritani, così, per non far mancare loro niente, nel gennaio di quest’anno 1691 un terribile incendio ha distrutto quasi per intero la città di Boston. Non s’è ancora spenta l’eco di questa tragedia che ecco giungere la notizia del terribile terremoto che ha raso al suolo Port Royal, in Giamaica. Duemila persone sono restate uccise, per la maggior parte parenti o amici dei coloni del Massachusetts.

A questo punto appare evidente che la misura è colma, di più è ben difficile sopportare. E siccome anche il più esaltato dei pastori non si sente l’ardire di addossare questo stillicidio di sciagure al Signore, nella mente di tutti comincia a farsi largo la possibilità di una diversa spiegazione. Anzi, di un’unica spiegazione. Difatti, appena il primo ne fa parola, subito gli altri gli danno ragione: perbacco è proprio così, come mai non ci è venuto in mente prima? Se non è colpa del Signore è senz’altro colpa del diavolo.

Il diavolo... visti i dispiaceri che li affliggono, se non ci fosse gli uomini si aggirerebbero smarriti lungo i sentieri della vita domandandosi l’un l’altro come sia stato possibile perdere la grazia del Signore.

Evidentemente, si dicono i coloni, qualcuno ha commesso una mancanza così deplorevole da coinvolgere l’intera comunità, non c’è altra spiegazione. Se a intervalli sempre più ravvicinati vi s’abbattono flagelli, è lecito supporre che presto la contea verrà distrutta, come accadde alle città corrotte di

Sodoma e Gomorra. Se invece è opera del diavolo, questo bieco individuo che mai riposa e sempre ordisce i suoi piani per causare dispiaceri alla buona gente, tutto si spiega e si ridimensiona, ecco che i coloni si sentono finalmente rincuorati. Siccità, carestie, inondazioni, guerra con i pellerossa, per non parlare delle locuste: tutto fa parte del suo malvagio proposito, che è quello di cacciare via i coloni da questa terra.

Fattosi largo questo convincimento, ritorna la speranza negli occhi della buona gente; il sorriso non torna ancora, ma la volontà di resistere sapendosi nel giusto, quella sì. Perché ormai è chiaro a tutti: il Signore non li ha abbandonati, è solo il diavolo che le tenta tutte per indebolire la loro fede, ora il suo proposito è lampante. Ma non creda d’averla vinta, si dicono allora i coloni, e si esortano a condurre da qui in avanti una vita ancor più virtuosa di quella che conducevano prima. Si esortano perché, e questo è chiaro a tutti, se il diavolo le prova tutte per fiaccare la loro fede, può farlo solo perché il Signore glie lo lascia fare. E siccome il Signore non fa mai niente per niente, né, tantomeno, per malvagità, lasciando che il diavolo ordisca le sue trame egli vuole provare fino a che punto sia forte la fede del popolo che ha scelto per colonizzare questa terra.

Accade così che tanto più i coloni percepiscono la presenza del male, tanto più improntano il loro vivere al rispetto rigoroso, oseremmo dire ossessivo, degli innumerevoli precetti contenuti nelle Sacre Scritture. Vengono banditi la musica e il canto, con esclusione degli inni sacri ch’è doveroso intonare nella Casa delle Assemblee, vengono proibite le danze e qualsiasi forma di svago o divertimento. E siccome a certe privazioni più si è giovani prima ci si abitua, si comincia dai bambini, meglio ancora dai lattanti, e vengono banditi i giocattoli, le bambole, i giochi a rincorrersi, a saltare, a rotolarsi sui prati e tutto ciò che possa allentare il controllo che ciascuno, non importa l’età, è chiamato a esercitare su se stesso affinché la mente sia sempre rivolta al Signore.

L’abbigliamento, in special modo quello delle donne, da restrittivo che era diventa addirittura monacale: corpetti abbottonati fin sotto il mento, gonne ampie e pesanti affinché il vento non le sollevi - guai a mostrare gli avambracci scoperti, guai a far intravedere una caviglia, guai a slacciarsi l’ultimo bottone del corpetto per far prendere aria alla gola - e cuffie per nascondere la capigliatura perché, come dice San Paolo parlando ai Corinzi, e quindi anche ai puritani di Salem, gli angeli possono cadere dal cielo in ragione dei capelli delle donne.

È opinione diffusa, infatti, che il male le provi tutte per lusingare la vanità degli uomini e che con le donne gli venga più facile, quindi occorre sorvegliare la comunità, dal più grande al più piccolo dei suoi componenti, affinché in ogni momento della giornata esprima quella saldezza interiore che non potrebbe esistere senza abiti e modi appropriati. Alle donne viene quindi fatto l’ulteriore obbligo di camminare a capo chino, di parlare solo qualora vengano interrogate, di non rispondere se colui che interroga è uno straniero, di mantenere insomma un decoro tale per cui il diavolo stesso, se solo avesse modo di aver a che fare con loro, si riterrebbe battuto in partenza.

Non sorprende che in un ambiente così ammorbato dal fanatismo religioso, così chiuso e intollerante verso qualsiasi forma di lassismo, così ancorato al concetto per il quale, per meglio figurare agli occhi del Signore, occorre mortificarsi e vivere quasi con rammarico, possano verificarsi vicende spiacevolissime, specie in relazione alla moralità o alla semplice reputazione di questo o quel componente della comunità. I pastori sono i sorveglianti della moralità del loro gregge, arbitri indiscussi dei costumi della gente. Così, per esempio, nel caso si diffonda il sospetto di una relazione adulterina, vera o inventata di sana pianta che sia, immediatamente essi dispongono la messa al bando della fedifraga, non importa se sia vedova o maritata, o se abbia dei figli. Non servono prove, già il fatto che una donna possa aver alimentato il sospetto circa l’irreprensibilità della sua condotta è sufficiente a farla scacciare. Perché è vero che nelle Sacre Scritture per le adultere è prevista la lapidazione, ma siccome il buon Gesù mostrò misericordia per una di loro salvandole la vita, non sembra rispettoso rinfacciargli questo atto rimettendola in auge, quindi ci si limita, appunto, a scacciare la reproba. Il fatto è che qui è come stare in guerra, in prima linea e con solo il proprio petto da opporre ai dardi che scaglia il nemico. Qualsiasi debolezza, qualsiasi incauta apertura al perdono, potrebbe avere ricadute devastanti. Se mai dovesse prendere piede la perniciosa abitudine di chiudere un occhio, anche quando si tratti di mancanze di scarso rilievo, il diavolo potrebbe vedersi spianata la strada. Ed ecco allora che le mancanze piccole si farebbero grandi e quelle grandi, irrecuperabili.

Come in una guerra vera, in cui gli atti dei generali sono da sprone al resto dell’esercito, i pastori sono tenuti a dare l’esempio. Consapevoli dell’importanza della loro missione, sempre sotto gli occhi di tutti, si direbbero in gara tra di loro nello scoprire il male e nel debellarlo, sembrano vederlo dappertutto, e quando lo vedono, vero o presunto che sia, scatenano il finimondo, lanciando tanti di quegli anatemi da incenerire una foresta.

Nella loro caccia spietata alle manifestazioni del maligno i pastori arrivano a contestare apertamente l’inoculazione del vaiolo nelle persone sane1, pratica che, con molta fatica, qualche medico tenta strenuamente di instaurare per immunizzare quante più persone possibile contro questa terribile malattia. Sono già diversi anni, infatti, che il morbo del vaiolo, a ondate epidemiche sempre più virulente, sta mietendo vittime, tanto da mettere a serio rischio la sopravvivenza della colonia. I pastori però insistono nel denunciare la pratica, perché, secondo loro, solo il maligno può spingere un medico a intervenire su una persona sana. Prova ne sia che, secondo Matteo, Gesù disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.”

Inoltre alcuni pastori si chiedono se il vaiolo non sia una delle tante, forse troppe, opere imperscrutabili del Signore e se l’inoculazione non sia un opporsi a essa, altri invece sono sicuri che l’epidemia di vaiolo vada intesa nel suo aspetto punitivo, nel senso che è senz’altro un castigo scagliato a malincuore dal Signore per punire i peccati commessi dal suo popolo, e quindi proteggersi dal contagio attraverso l’inoculazione potrebbe irritarlo ancora di più.

Siccome l’argomento vaiolo, vista la sua gravità, non si esaurisce con qualche enunciazione, ma dà anzi luogo ad accese polemiche, ecco che William Douglass, uno dei pastori più autorevoli, mette fine a ogni discussione ricordando che l’argomento inoculazione non è rintracciabile nelle Sacre Scritture. Ciò vuol dire, cosa che ogni buon cristiano dovrebbe sapere, che non corrisponde alla volontà del Signore e quindi è da considerarsi sacrilegio.

Tutto questo solo per evidenziare il carattere chiuso, retrivo, oscurantista dei pastori al servizio della comunità, campioni nell’interpretare nella maniera più letterale possibile le Sacre Scritture. Guai ad assecondare la fantasia, guai ad improvvisare, guai a sperimentare; qualsiasi cosa può essere ascritta alle manovre del maligno. È tutto scritto nel libro dei libri e laddove di una cosa non si parli, vuol dire che nemmeno esiste.

 



Lascia un commento

Commenti: 0