Boudicca

L'ultima amazzone

Bruno Sebastiani


Romanzo storico

Boudicca, l'ultima amazzone è un romanzo storico ambientato ai tempi dell'espansione dell'Impero Romano in Britannia.




Anteprima

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 Era l’anno 61 d.C. ed a Roma lo scettro del comando era nelle mani dell’imperatore Lucio Domizio Enobarbo Tiberio Claudio Druso Germanico Nerone (nato nel 37, regnò dal 54 al 68, anno in cui si diede la morte). In quel tempo il governatore della Britannia era Gaio Svetonio Paolino il quale, fidando nell’apparente stasi della vena ribelle dei popoli sottomessi, decise di tentare la conquista dell’isola di Mona (l’attuale isola di Anglesey, a nord-ovest del Galles). L’isola di Mona, coi suoi numerosi templi e con le sue foreste sacre, costituiva un baluardo, forse l’ultimo, della religione druidica. La sua caduta, nei progetti di Gaio Svetonio Paolino, avrebbe dovuto rappresentare la svolta strategica per completare la sottomissione dell’intera Britannia.

  

   In effetti, quella che andava sotto il nome di conquista della Britannia, avvenuta per iniziativa dell’imperatore Claudio nel 43 d.C., non era stata altro che l’annessione di una provincia, e come tale sottoposta al governo di un legatus Augusti pro praetore di rango consolare, il governatore. Una sola provincia quindi, una modesta porzione di territorio con tanto di capitale stabilita nella rocca di Camulodunum (Camulodunum, l’odierna Colchester, derivava dal celtico Camulodunon che significava Rocca di Camulos, Camulos era il corrispondente celtico del dio romano della guerra, Marte). La XX legione Valeria Victrix fu posta a presidio per tre anni, dal 45 al 48, di Camulodunum. Una volta abbandonato il castrum, nello stesso luogo si sviluppò una nuova città colonizzata dai veterani della medesima legione, la XX Valeria Victrix.

 

     Dunque, la presenza dei Romani in Britannia si esauriva col possesso di una sola provincia, ma il resto del territorio, tranne qualche piccolo regno affidato al governo di quelli che erano chiamati re clienti, costituiva ancora terra di conquista, sebbene fosse popolato da individui per nulla inclini a lasciarsi conquistare.

 

     Quello dei re clienti era un sistema inaugurato da Cesare in occasione della sua seconda spedizione in Britannia. In quella circostanza egli non realizzò nessuna conquista territoriale, come vedremo in seguito, ma riuscì ad ottenere degli atti di sottomissione da quei re che regnavano su regni troppo piccoli per pensare di poter contrastare Roma. In sostanza accadde che, dopo le trattative da poco intavolate con Cassivellauno, un re che regnava sulle genti a nord del Tamigi, anche altri sovrani inviarono le loro delegazioni per ottenere il riconoscimento di status di alleati, e questo in cambio della facoltà di continuare a regnare. Tale status comportava il pagamento di tributi e la consegna di ostaggi, ma come controvalore prevedeva l’avvio dei rapporti commerciali con l’impero.

 

     Così, come già detto, tranne la provincia che faceva capo a Camulodunum e tranne quei piccoli regni affidati al governo dei re clienti, il resto della Britannia era terra di conquista. Ma la difficoltà di assoggettare quei territori non stava tanto nell’esito più o meno favorevole delle varie battaglie intraprese allo scopo, cioè non bastava vincere, quanto nell’effettiva impossibilità di dominare quei popoli che ad ogni canto di gallo si armavano per ribellarsi. Tutti i governatori che si erano avvicendati al governo della provincia già assoggettata s’erano trovati a dover fronteggiare rivolte, tumulti di vario tipo e numerosi atti di sabotaggio. In tutto l’impero non c’era provincia più turbolenta della Britannia, e ciò non può destare sorpresa se si tiene conto della natura dei Britanni (termine generico col quale si indicavano numerosissimi popoli, tutti riconducibili ad un’unica origine e ad un’unica cultura, quella celtica), i quali tenevano al primo posto la libertà.

 

     Tenere alla libertà potrebbe sembrare un’affermazione naturale, perfino scontata, in quanto non c’è popolo che non dica di sé di essere votato alla libertà. Ma nel caso dei Celti, l’anelito alla libertà era un fatto sostanziale, un modus vivendi che caratterizzava ogni aspetto della loro esistenza. Mentre per gli altri popoli era un ideale o un proclama d’intenti, per i Celti la libertà era più importante della vita stessa. Anzi, per i Celti la libertà era qualcosa che travalicava la vita e non riconosceva neanche il limite della morte. Vita e morte erano i due aspetti, entrambi imprescindibili, dell’atto del vivere come il giorno e la notte sono imprescindibili per il ciclo diurno. E siccome avevano fede nell’immortalità dell’anima, non avevano timore di affrontare l’ultimo trapasso se quello era il volere degli dèi. La massima espressione di libertà per i Celti era quella di potersi attenere alle tradizioni ed ai costumi tribali, elementi necessari per restare in sintonia col tutto, o per meglio dire con la natura perché in essa ritrovavano il divino che era in ogni essere vivente. 

 

     Tale concezione circa la sacralità delle tradizioni ed i costumi tribali (tanto importanti che, quando un individuo veniva allontanato dal suo clan per essersi macchiato di una colpa grave, era praticamente condannato a morte), cozzava inevitabilmente col portato di un dominio straniero. E siccome i concetti che governavano l’esistenza dei Celti non erano passibili di aggiustamenti, in quanto predicati e perpetuati dalla classe sacerdotale dei druidi, si può ben comprendere il disegno del governatore Gaio Svetonio Paolino secondo il quale la conquista di un qualsiasi territorio in Britannia avrebbe comportato grosse difficoltà a conservarlo. Ogni conquista non poteva ritenersi definitiva finché non si procedeva ad annientare la classe sacerdotale dei druidi. Da là il proposito di debellare il loro estremo rifugio, luogo simbolico e sacro per eccellenza: l’isola di Mona. 

 

     Tutto ciò potrebbe sembrare in contrasto col costume espresso dai Romani nella loro secolare opera di conquista. Essi, allargando di volta in volta i confini dell’impero, curavano sempre di lasciare inalterate le usanze, le credenze e le religioni dei popoli assoggettati. Anche al termine di sanguinosissimi conflitti, avevano sempre l’accortezza di lasciare ai vinti i loro sacerdoti, i loro templi ed i loro dèi. Anzi, non era raro il caso che qualche dio straniero, sulla scia degli ostaggi riportati a Roma per celebrare il trionfo, non venisse traslato, e con esso il suo culto, nell’Olimpo dell’Urbe. In altre parole, si potrebbe dire che i Romani erano assai tolleranti e quasi mai tentavano di imporre la loro concezione celeste ai popoli conquistati. A loro interessava in primo luogo allargare il dominio, la qual cosa si traduceva, come per i regni dei sopracitati re clienti, con l’imposizione di tributi, con l’obbligo di consegnare ostaggi, con l’arruolamento forzato dei vinti nei ranghi dell’esercito e con l’avvio dei traffici commerciali, cosa questa che risultava di reciproco vantaggio. 

 

     Quindi, come già detto, quasi mai i Romani si spingevano tanto avanti fino a soppiantare i culti dei popoli assoggettati all’impero, non ne avevano interesse, non gli era di nessun vantaggio. Ma nella conquista della Britannia si vide che occorreva cambiare costume. La classe sacerdotale dei druidi non si limitava a perpetuare il culto delle divinità celtiche, cosa che in buona sostanza era tollerabile. I druidi facevano molto di più rivelandosi, col loro esempio e con l’esercizio della loro funzione, garanti dell’identità del popolo di cui erano espressione. 

 

     Il guaio stava proprio lì, nel senso che tale identità non ammetteva nessun tipo di contaminazione, stante la presunzione che tanto la popolazione quanto la sua classe sacerdotale erano di diretta estrazione celeste.

 

 

***

     

 

     Noi sappiamo che, tra la fine dell’ultima glaciazione (13.000 anni fa) e l’inizio dell’età del ferro (3.200 anni fa), tutta l’Europa a nord delle Alpi era abitata da pochi e sperduti raggruppamenti umani. Fu all’inizio dell’età del ferro che, alle rade popolazioni aborigene, vennero gradatamente a sovrapporsene altre di razza ariana giunte in Europa da una regione prossima all’attuale Afghanistan oppure, secondo altri studiosi, dalle steppe a nord del Mar Nero. I Greci li chiamavano Keltoi ed i Romani li chiamavano Galli, traduzione nelle due lingue della parola Celti. 

 

     I Celti si insediarono in principio nella regione comprendente le sorgenti del Reno, del Rodano e del Danubio. In seguito (2.800 anni fa) si estesero fino ad occupare l’attuale Francia e poi la penisola iberica. Poco più tardi (2.700 anni fa) si allargarono ulteriormente arrivando ad occupare quei territori che noi oggi conosciamo coi nomi di Belgio, Inghilterra, Irlanda e Cecoslovacchia. Tuttavia tale prorompente espansione, documentata da numerosissimi ritrovamenti archeologici e dovuta principalmente alla comunanza linguistica e culturale, non fu mai capace di produrre, nemmeno in embrione, una qualche forma di unità politica. Difatti già le fonti antiche individuavano al loro interno diversi gruppi principali di popoli, popoli che erano frazionati in tantissime tribù, ed ogni tribù si distingueva se non altro nel prestare obbedienza ad un distinto sovrano. In tale modo si avevano i Britanni, stanziati nelle isole britanniche, i Celtiberi stanziati nella penisola iberica, i Pannoni nella Pannonia, i Galati nell’Anatolia ed i Galli nelle Gallie. Tali nomi, come già detto, essendo comprensivi di molti altri gruppi al loro interno, lasciano intendere che i Celti, nel loro insieme, erano frammentatissimi.

 

     Da tale ricostruzione emerge che la celtizzazione dell’Europa avvenne nell’arco di vari secoli. Tuttavia, secondo una leggenda tramandata dagli stessi Celti, le cose andarono diversamente. In un tempo remotissimo l’Irlanda era abitata da creature fantastiche, i giganteschi Fomori, i giganti del caos o Fir Blog, esseri incorporei ed alati. Questa multiforme popolazione si era venuta a creare a seguito di tre distinte migrazioni postdiluviane. La prima fu guidata da Partholon che istituì un regno puramente materiale. La seconda migrazione, capitanata da Nemed, sancì l’introduzione dell’elemento spirituale. La terza invece portò in Irlanda i guerrieri Fir Blog. Successivamente avvenne la grande migrazione con la quale giunsero i Tuatha de Danann, o gente di Danu, che, sconfitti i Fir Blog, colonizzarono l’isola. In seguito avvenne una quinta migrazione che portò dalla terraferma la gente di Mil, o Milesiani. Successivamente chiamati Geli, essi furono i primi Celti ad abitare l’Irlanda. Dopo aver sconfitto i redivivi Fir Blog, rovesciarono anche i Tuatha de Danann e quindi passarono a colonizzare l’Europa intera.

 

     Tale leggenda accreditava l’origine dei Celti in un tempo che, oltre che remotissimo, era popolato da esseri fantastici, a volte incorporei, sicuramente sovrannaturali. Potevano i loro sacerdoti essere da meno? Non potevano. Difatti si raccontava che in origine i druidi appresero le loro arti magiche nelle isole a settentrione del mondo. Queste isole erano situate nell’Altromondo, oltre le acque. In quel luogo non c’era terra né acqua né aria allo stato puro, ma una specie di miscuglio dei tre elementi. L’Altromondo non era misurabile, era un eterno presente ed al contempo era un mondo di illusioni. Il dio che governava quelle terre era Crono, il Signore del tempo. Ed era assopito perché quelle terre erano senza tempo. Il fuoco non esisteva ancora e nulla poteva essere plasmato. Tutto restava inerte, in uno stato chiamato del sogno eterno (l’Altromondo è un luogo leggendario presente nei miti greci a cui fanno riferimento autori come Ecateo di Mileto, Esiodo, Erodoto. Probabilmente i Celti, nella loro incessante migrazione da Oriente ad Occidente, ne sono venuti a conoscenza, tanto da adottare un nome greco per il dio ad esso consacrato).

 

     A quel punto, sempre secondo il racconto tramandato dai druidi, in quel luogo detto dell’Altromondo, o regione Iperborea, arrivarono i Tuatha de Danann. Essi erano giunti in quel posto per imparare la magia, le scienze, il druidismo, la saggezza e l’arte. Vi erano quattro città principali dove era possibile apprendere tutte quelle cose: Falias, Gorias, Murias, Findias (la particella finale “as” significava esterno, al di fuori, e ciò voleva dire essere nel mondo senza tempo). In quelle quattro città risiedevano i quattro druidi guardiani: Morfesa, Esras, Uiscias, Semias, trasmettitori di scienza e conoscenza. Al loro ritorno i Tuatha de Danann portarono con sé quattro oggetti sacri: da Falias la pietra di Fail (terra), da Gorias la lancia di Lugh (aria), da Murias la spada di Nuada (fuoco) e da Findias il calderone di Dagda (acqua). Col possesso dei quattro oggetti sacri ebbe inizio la civiltà comunemente intesa come attitudine delle genti a plasmare la natura circostante a proprio beneficio.

 

     La leggenda tramandata dai druidi era molto più complessa di come l’abbiamo riassunta, arrivando a delineare perfino i formulari che dovevano pronunciare i sacerdoti durante le cerimonie. Ma prima di ciò, tracciava il percorso che dovettero fare i quattro oggetti sacri per arrivare dall’Altromondo al mondo comunemente inteso. A tale proposito era significativo che, per giungere in queste terre, fosse necessario attraversare acque tempestose. Tali acque rappresentavano l’interiorizzazione delle nostre emozioni e attraversarle significava andare incontro all’oblio. C’era naturalmente anche un drago minaccioso, il Guardiano della Soglia, che puniva coloro che non erano ancora in grado d’intraprendere la via. Poiché precedevano la forma, le acque rappresentavano la vita nel significato più alto del termine. Si poteva restare prigionieri della corrente che trascinava dovunque a caso, perché l’acqua era l’impulso che trascinava in basso, in uno stato passivo. Per vincere la corrente era necessario anteporre la parte attiva del proprio fuoco che indirizzava la volontà, e quindi la propria individualità, a far leva sulla forza interiore.

 

     Quello delle acque tempestose era un percorso che ogni druido doveva compiere almeno una volta nella vita per diventare tale, e quindi piegare la propria individualità, quasi spegnerla, per accrescere la forza interiore. I druidi officiavano presso i nemeton (santuario, tempio) ossia nelle foreste. E all’inizio di ogni rituale proferivano queste parole: “Nemora alta remotis incolitis lucis” (Abitate santuari profondi, in foreste remote). 

 

     Probabilmente non tutto ciò che riguarda le leggende a cui si rifacevano i druidi per avvalorare il loro prestigio ci è comprensibile. Occorre però aggiungere che i dettagli sia sulle leggende sia sui rituali sono il risultato della trasposizione operata dagli autori latini. Senza di loro non sapremmo niente della cultura celtica e dei druidi in quanto era un loro costume non lasciare nulla di scritto. A tale riguardo è di notevole rilevanza il fatto che, coloro che intendevano intraprendere il duro tirocinio per accedere alla casta dei druidi, fossero indirizzati a compiere i loro studi in Britannia, ritenuta la culla del sapere druidico. Il corso di studi prevedeva l’apprendimento a memoria di un gran numero di versi, lo studio dell’astronomia, della botanica e della filosofia, il tutto senza l’ausilio di testi scritti che avrebbero potuto svelare i misteri ai non iniziati, col rischio di sminuire la sacralità e l’autorevolezza dell’ordine.

 

     Cesare, nel suo De bello gallico, ci fornisce moltissime notizie utili per inquadrare il ruolo del druido nella società del suo tempo. In alcuni capitoli del libro VI, in particolare, Cesare insiste nel delineare la funzione politica esercitata da tale sacerdote come giudice unico nei processi e nelle dispute sia pubbliche sia private. Egli risolveva le controversie assegnando rimborsi equi alla parte lesa. Però era sua facoltà infliggere anche pene severe tra cui, la più temuta, l’interdizione che bandiva dal clan colui che veniva riconosciuto colpevole di una grave mancanza.

 

     Sempre Cesare ci informa di alcune usanze sacrificali. 

 

     “Tutta la nazione gallica è molto dedita a pratiche superstiziose. Per questa ragione, chi sia afflitto da gravi malattie o si trovi in battaglia o nei pericoli, immola vittime umane o vota se stesso alla morte. Per tali sacrifici si servono come ministri dei druidi, poiché pensano che non si possa placare la volontà degli dèi se non dando una vita per un’altra vita. Anche le comunità stabiliscono per la loro salvezza questo genere di sacrifici. Alcune popolazioni hanno statue di grandezza inusitata le cui membra sono intessute di vimini ed al cui interno vengono posti uomini vivi. Vi pongono sotto il fuoco e gli uomini muoiono avvolti dalle fiamme. Pensano che gli dèi preferiscano la morte di chi sia stato arrestato per furto, per latrocinio o per qualche altro delitto. Se tuttavia mancano uomini di questo genere, sacrificano anche degli innocenti”.

 

     Sempre Cesare fa riferimento all’esistenza di un individuo che era a capo dell’intero ordine druidico. 

     “A capo di tutti i druidi c’è un solo uomo che ha l’autorità somma tra loro. Quando questi muore, gli succede chi eccelle sugli altri per dignità oppure, se ve ne sono molti di egual grado, viene eletto il vincitore per suffragio, talvolta si contendono questo primato con le armi. Si radunano poi in un preciso momento dell’anno in un luogo consacrato nel paese dei Carnuti, poiché si ritiene che questa regione sia al centro di tutta la Gallia. Qui arrivano da ogni parte quelli che hanno delle controversie e si sottomettono ai loro giudizi e ai loro decreti. Si pensa che la dottrina dei druidi sia nata in Britannia e che da là sia passata in Gallia. Ed ora chi la vuole conoscere più profondamente va per lo più in Britannia ad impararla”.

 

     Da tali scritti risulta evidente che i druidi erano in grado di esercitare un potere sostanziale all’interno della società del loro tempo. E ciò non si comprenderebbe se non si tenesse presente che la classe sacerdotale dei druidi era collegata alla classe regale come sono collegate tra di loro le pagine opposte di una stessa foglia. Le due funzioni esteriori, regale e sacerdotale, incarnavano un solo principio superiore, quello attribuito al legislatore primordiale e universale. Il compito tanto del re quanto del sacerdote era quello di innalzare il mondo circostante ad un livello più alto, fino a raggiungere la Pax e la Justitia che permeavano il mondo superiore, quello degli dèi.

 

     Dobbiamo tantissimo a Cesare per averci messo a disposizione una fonte così copiosa di informazioni col suo De bello gallico. Ma quello che sappiamo oggi lo dobbiamo anche al contributo di molti altri autori latini i quali, di volta in volta, hanno puntato la loro attenzione su qualche particolare insolito della cultura celtica e della dottrina druidica. Tra gli altri, occorre citare l’apporto di Diodoro Siculo, di Strabone, di Pomponio Mela e, soprattutto, di Plinio il Vecchio. Proprio Plinio il Vecchio ci dà ampi ragguagli circa la sacralità del vischio.

 

     “Dobbiamo qui ricordare la devozione che i Galli offrivano a questa pianta. I druidi, così essi chiamano i loro maghi, non avevano nulla tanto sacro quanto il vischio, e la quercia su cui cresce. Soltanto in grazia dell’albero scelgono boschi di querce, e non eseguono nessun rito se non alla presenza di una sua fronda: sembra così probabile che i sacerdoti derivino il loro nome dalla parola greca che indica la quercia. Infatti pensano che qualsiasi cosa cresca sull’albero sia stata mandata dal cielo e sia una prova che il dio in persona ha scelto proprio quella quercia; il vischio tuttavia si trova di rado sulla quercia. Quando questo accade, gli si dedicano cerimonie apposite, in particolare il sesto giorno della luna, poiché in base al movimento di questo pianeta essi misurano i loro mesi ed i loro anni, nonché le età. I Celti scelgono questo giorno perché la luna, benché non sia ancora a metà del suo corso, ha già un forte influsso. Chiamano il vischio con un nome che nella loro lingua significa “che tutto risana”. Apprestati sotto gli alberi il sacrificio ed il banchetto secondo il rito, vengono condotti due tori candidi, ai quali vengono per la prima volta legate le corna. Il sacerdote, avvolto in una veste bianca, sale sull’albero e taglia con un falcetto d’oro il vischio, che viene raccolto dagli altri con un panno bianco. Poi vengono uccise le vittime ed essi pregano che il dio renda propizio il suo dono a coloro a cui l’ha offerto. Pensano infatti che il vischio, se ingerito in una bevanda, porti la fecondità agli animali sterili e sia l’antidoto per tutti i veleni. Ecco quali forti sentimenti religiosi molti provano per cose di poco conto”.

 

     A fronte di queste notizie estrapolate dai testi degli autori latini, restano le vicende storiche che hanno determinato capovolgimenti immutabili. Infatti la conquista della Gallia segnò il tramonto dell’ordine druidico. Il potere centralizzato degli emissari romani, pur lasciando formalmente intatta l’organizzazione tribale, si arrogava l’esercizio di quelle facoltà, giuridiche ed esecutive, che costituivano il fulcro dell’istituzione druidica. Inoltre bollava come crudeli le pratiche sacrificali determinandone col tempo la scomparsa. 

 


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