Di colui che vide ogni cosa

 

Di colui che vide ogni cosa voglio narrare al mondo

di colui che apprese e che fu esperto in tutte le cose.

Di Gilgamesh che raggiunse la più profonda conoscenza,

che apprese e fu esperto in tutte le cose.

 

Egli esplorò ogni paese

ed imparò la somma saggezza.

Egli vide ciò che era segreto, scoprì ciò che era celato

e riportò indietro storie di prima del Diluvio.

 

Egli percorse vie lontane, finché stremato trovò la pace

e fece incidere tutte le sue fatiche su una tavoletta di pietra. 

 


Tratto dal poema: " Epopea di Gilgamesh".


 

La saga di Gilgamesh, romanzo

Bruno Sebastiani

Romanzo mitologico


 

Gilgamesh,

personaggio mitologico sumero vissuto tra il terzo ed il quarto millennio prima di Cristo, si pone con straordinario anticipo le stesse domande che assillano l'uomo contemporaneo.

Ma forse la verità è che l'uomo, in qualsiasi epoca sia vissuto, non ha mai smesso di porsi le stesse domande.

Il fascino del poema che ne descrive le gesta sta proprio nell'attualità della ricerca che porta Gilgamesh ai confini del mondo come d'altro canto, in questo nostro tempo, ci porta ai primordi dell'universo.


 

 

 

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Anteprima

romanzi bruno sebastiani

 OGGI, AL TEMPO DI RE SARGON II,

CONTEMPORANEO DEL FARAONE TEFNAKHT

     Una delle sostanze che si trovano più comunemente sulla terra è la pietra. Ve n’è così tanta che non si conosce luogo che ne sia sprovvisto. Anche l’acqua del mare ne contiene una buona parte sotto forma di sali disciolti, perlomeno così assicurano gli alchimisti. Per quanto, chiunque ne abbia sperimentato il gusto, può dire soltanto d’averla trovata salata con ciò sollevando il sospetto che il sale non possa equipararsi alla pietra. Ma vai a capire se, per i soliti processi trasmutativi tanto cari agli alchimisti, lo stesso sale non possa considerarsi la base di partenza per ottenere la pietra. Che provenga dal sale o che sia una sostanza, per così dire, primaria, è fuor di dubbio che la pietra costituisce l’impalcatura del paesaggio delineando i pianori e sostenendo le colline, per non parlare delle montagne. Basta vedere quella che affiora quando la pioggia erode il terreno per farsene persuasi. E siccome quella che affiora è solo la parte più prossima alla superficie, è lecito immaginare che, sotto il primo strato di terra che sostiene gli alberi e le colture, non vi sia altro che pietra. 

     Tanta abbondanza può lasciare comprensibilmente perplessi. Ma occorre tener presente che la pietra, al contrario di quel che accade al legno e ai corpi degli esseri viventi, non va soggetta ai noti processi decompositivi di cui tutti, o per diretta conoscenza o per averlo sentito raccontare, abbiamo cognizione. Processi per i quali anche i corpi coriacei degli eroi si disgregano al punto di ridursi in polvere. Non va taciuto che anche la pietra può polverizzarsi. Ma perché ciò accada occorre il lavoro mirato oltre che tenace dei cavatori o degli scalpellini i quali, con lo scopo di ottenere blocchi di varie grandezze da utilizzare in tutte quelle opere che hanno a che fare con l’edilizia, strade, edifici, mura perimetrali, aggrediscono la pietra coi loro strumenti che oggi sono di ferro mentre qualche secolo addietro erano solo di bronzo. Molto più potente di tali strumenti è l’azione combinata del sole e del vento che, quando le condizioni lo consentono, riesce a polverizzare la pietra tanto da farla diventare sabbia come quella che ricopre le sterminate distese del deserto. Ma perché ciò avvenga occorrono millenni e ciò è già un indice della durezza della pietra. Va anche detto che la pietra non è una sostanza sempre uguale a se stessa. Al contrario è possibile classificarla in diverse tipologie che differiscono per grana, colore e compattezza. Tale cosa comporta una diversa resistenza all’azione aggressiva sia degli agenti atmosferici sia degli strumenti metallici utilizzati dagli uomini. 

     Riferendoci all’utilizzo che se può fare, è possibile dividere le pietre in base alla loro lavorabilità. Infatti alcune sono praticamente inattaccabili mentre altre sono così tenere che si potrebbero intaccare perfino con una selce. Naturalmente la lavorabilità di una pietra esprime in ragione inversa anche la sua garanzia di durata, nel senso che più una pietra è tenera, più è facile incidervi dei segni, e più facile sarà che quei segni si cancellino col tempo. Al contrario la pietra dura, quella che si pone come una sfida per lo scultore o lo scalpellino che intenda modellarla, conserverà per sempre, o perlomeno per un tempo infinitamente più lungo di quello con cui si esprime la vita degli uomini, l’impronta di ciò che lo scultore o lo scalpellino avrà saputo fare.

     Vista l’abbondanza della pietra che è possibile reperire in ogni dove, vista inoltre la notevole diversificazione che ne caratterizza, come abbiamo già detto, la grana, il colore e la compattezza, gli uomini hanno imparato a riconoscerne le tipologie e si sono fatti maestri nel destinare le più appropriate ai diversi impieghi. Tutto ciò lo deduciamo dal gigantesco bassorilievo che ci troviamo davanti, che poi è solo uno dei tanti bassorilievi che ornano le varie gallerie della fortezza di Sargon dove ci troviamo attualmente. Tuttavia, è bene precisarlo subito, il Sargon cui facciamo riferimento è solo il secondo con questo nome, ciò per distinguerlo dal primo, il noto Sargon di Akkad. 

     Già la fortezza è un esempio della maestria acquisita dagli uomini nel selezionare le varie pietre da destinare alle diverse realizzazioni. Sarà sufficiente citare a mo’ di esempio il granito utilizzato in blocchi enormi per l’innalzamento delle mura perimetrali per far capire come ormai gli scalpellini non arretrino di fronte a niente. Infatti sgrossare un blocco di granito è impresa degna di An, e qui di blocchi ve ne sono a migliaia. Ma questo bassorilievo che cattura tutta la nostra attenzione è l’esempio massimo della valentia acquisita dagli uomini, in particolar modo per aver scelto una pietra ambrata dura abbastanza da sfidare un numero imprecisato di secoli e al contempo lavorabile abbastanza da consentire allo scultore di secondare il suo estro per esprimere la nobiltà, la possanza e la fierezza dell’eroe la cui storia indirizza il nostro cammino, o per meglio dire il nostro racconto, dell’unico al quale ognuno vorrebbe anche in minima parte somigliare, di colui che vide ogni cosa, di Gilgamesh re di Uruk e figlio di Aruru che lo creò modellando un pane di argilla. 

     Le pareti di questa galleria, in maniera non dissimile dalle altre che, dalle mura perimetrali, conducono al cortile interno della fortezza al cui centro svetta una possente ziggurat a sette gradoni, sono ricoperte di lastroni lavorati con la tecnica del bassorilievo, lastroni su cui sono riprodotte le più svariare raffigurazioni. Vi sono tori alati dal volto umano, vi sono arcieri a cavallo, soldati sui carri, scene cerimoniali nelle quali re Sargon s’intrattiene coi sacerdoti oppure riceve doni. Ma, tra tutti, quello che abbiamo davanti è il solo che raggiunga delle dimensioni che a noi paiono esorbitanti. Basti dire che è alto più di cinque metri per una larghezza di due metri e mezzo. Se fosse stato pochi centimetri più alto sarebbe stato necessario scavare una nicchia nella volta della galleria oppure una buca alla base della parete che lo contiene. Per fortuna questo lavoro per così dire supplementare non si è reso necessario. Ciò ci consente di concludere che lo scultore, prima di mettersi all’opera, si è recato in questa galleria e ne ha preso le misure. 

     L’opera, al di là del suo significato, è di una bellezza sconvolgente. Ci ha talmente catturato che sono settimane che ci rechiamo in questa galleria e restiamo incantati per ore a rimirarla, al punto che i guardiani della fortezza che, non va dimenticato, è anche un gigantesco tempio, hanno imparato a riconoscerci. Chissà in quale modo si trovano a commentare tra di loro questa nostra infatuazione. Forse ci considerano un tantino bislacchi. Resta il fatto che ci lasciano passare e ci lasciano sostare per il tempo che ci aggrada davanti al capolavoro senza più importunarci come accadeva in principio. Il bassorilievo, scolpito su una stupenda lastra di calcare alabastrino, riproduce per intero la figura di Gilgamesh che si è appena reso interprete di una strabiliante avventura. Anche se è perlomeno azzardato pensare che lo scultore potesse riprodurre l’eroe che noi sappiamo instancabile in un momento di ozio oppure, perché no, di semplice riposo tra un’impresa appena compiuta e un’altra da compiere. In ogni caso, quello che ci fissa col suo sguardo di pietra è un Gilgamesh che, sensibile ai lamenti delle sue genti, ciò a riprova della sua generosità, si è recato nella steppa e ha catturato un ferocissimo leone che ancora digrigna e soffia. Ma il suo destino sembra scontato se consideriamo la terribile stretta con cui l’eroe lo tiene avvinghiato con un solo braccio contro il suo petto. La cosa più sorprendente, i lettori ne converranno, è che, per consegnare all’ammirazione dei posteri la figura leggendaria di Gilgamesh, si sia scelto di farlo combattere contro un leone. Infatti avvistare un leone in queste nostre terre mesopotamiche è cosa rarissima. Dobbiamo pensare che tremila anni addietro, tanto è il salto temporale che occorre fare per tornare al tempo in cui visse il nostro eroe, i leoni fossero molto più numerosi di quanto non siano attualmente. Il fatto che si siano praticamente estinti è davvero singolare. Non vorremmo che Gilgamesh, nella foga di rendersi utile, li abbia sterminati tutti. Conoscendo la sua esuberanza non ne saremmo troppo sorpresi. In ogni caso lo scultore, forse con la mira di non rappresentarci il nostro eroe come uno sterminatore di felini, ce lo mostra alle prese con uno soltanto, e non vi sembri poco. Difatti siamo convinti che ognuno di noi, trovandosi davanti un ferocissimo leone, per quanto di leoni docili non si ha esperienza, forse, nel caso esistano, soccombono prima di diventare adulti a opera dei loro simili meno concilianti, ognuno di noi, dicevamo, non ci penserebbe due volte a darsela a gambe, specie se lo dovesse affrontare col quasi niente che sembra avere Gilgamesh il quale esibisce nella mano destra un oggetto che potrebbe essere una falce o una frusta, arnesi notoriamente poco adatti a catturare un leone.

     In più occasioni, trovandoci al cospetto di questo capolavoro, abbiamo avvertito forte il desiderio di procurarci una scala per portarci, per quanto possibile, più prossimi alla parte superiore del bassorilievo così da esaminare da vicino il volto di Gilgamesh. In particolare per esaminare i suoi occhi che guardano senza alcun’ombra davanti, in lontananza, verso qualcosa di indefinito. Si potrebbe dire che questi occhi, ancor meglio del corpo tutto, lascino affiorare la parte umana dell’eroe che guarda interrogandosi. Guarda per capire, per afferrare quel che non sempre appare ma che non può non esserci, se non altro per giustificare il fuoco che lo divora dentro di addivenire alla conoscenza. Conoscenza di cosa è difficile dirlo dal momento che non sembra appagarsi di nulla che possa materialmente vedere. Lo sguardo di Gilgamesh è così ambivalente da esprimere, insieme alla sua forza, anche la sua fragilità di uomo il quale, benché sia reduce da una strabiliante vittoria, sa che dovrà soccombere, sa che, più terribile del ferocissimo leone, un giorno si troverà di fronte un nemico che si farà beffe della sua falce o della sua frusta, un nemico inesorabile come può esserlo solo la morte. 

     Questa consapevolezza, forse sarebbe meglio dire questo dilemma, si percepisce nello sguardo di Gilgamesh che è fiero di se stesso, e ne ha ben donde, ma non tanto da incedere col piglio che potrebbe esibire un uomo che si ritenga invincibile. Sa bene che quello della gloria è un tempo effimero e ciò, non bastasse lo sguardo, ce lo dicono i suoi piedi. Difatti, benché l’eroe sia riprodotto di fronte come di uno che si stia intrattenendo con un conoscente incontrato per la strada, i suoi piedi, con innaturale contorsione, sono rappresentati lateralmente, di profilo, come se, senza volerlo dare a vedere, possiamo immaginare lo sconcerto del conoscente, stesse tentando di uscire dal bassorilievo. Non sia mai dovesse accadere, vorrebbe dire che lo scultore ha plasmato con tanta arte la sua opera al punto di farla sembrare viva, talmente viva da imporre il suo volere alla tenacia della pietra. Non sia mai dovesse accadere, domani potremmo trovare questa lastra di calcare alabastrino completamente liscia, senza nemmeno la traccia dell’eroe che vi era riprodotto. Non accade, forse dovremmo dire che non accade ancora, ammesso che un fenomeno del genere possa accadere. Nondimeno noi abbiamo la sensazione che Gilgamesh, se solo volesse, ci darebbe un’ulteriore prova del suo straordinario talento. Infatti non vanno dimenticati i due terzi di divinità adoperati da Aruru nel suo impasto originario a fronte di un solo terzo di umanità. Per tale singolare composizione egli si pone a metà strada tra gli uomini e gli dèi, cosa che lo rende capace di imprese mirabolanti. In definitiva non ci stupiremmo troppo se un giorno decidesse di averne abbastanza di questo bassorilievo e lo abbandonasse. 

     Sappiamo bene che quel che andiamo paventando ha pochissime possibilità di verificarsi. In ogni caso, anche per metterci al riparo da un’evenienza del genere, hai visto mai che, magari per smentirci, Gilgamesh decida di giocarci questo tiro birbone, ci affrettiamo a registrare gli altri dettagli del ritratto, perlomeno i più significativi, così che, se dovesse svanire, ci resterebbe la consolazione di averne fatto un accurato rendiconto. Parlando di dettagli, i primi che ci sentiamo di segnalare sono i capelli e la barba che sono acconciati con una cura così meticolosa da lasciarci perplessi. Pare incredibile che Gilgamesh, che noi sappiamo simile a un toro selvaggio per quel che riguarda l’irruenza e il coraggio, trovasse il tempo e, pur trovandolo, avesse la pazienza di mettere ordine alla sua capigliatura componendo un numero imprecisato, in ogni caso enorme, di treccioline che scendono e si sovrappongono sulle sue spalle come per formare due piccoli cuscini, per non parlare delle treccioline in cui è divisa la barba che gli arriva al centro del petto come la frangia di un tappeto. Ne restiamo perplessi, ma non possiamo tacere che tutti i personaggi rappresentati sui restanti bassorilievi, che siano soldati, arcieri, pastori, sacerdoti, e qui nella lista ci mettiamo pure re Sargon, sia che si trovi assiso sul trono o che si intrattenga in piacevole conversazione con qualche dignitario, tutti i personaggi, dicevamo, mostrano di possedere l’identica capigliatura e l’identica barba che modellano in maniera così singolare il capo e il volto di Gilgamesh. Tutto ciò, per quanto possa sembrare bizzarro, si spiega col fatto che un uomo, perlomeno nel tempo attuale, non potrebbe dirsi tale, o non potrebbe essere rappresentato come tale, se non s’adornasse il capo e il mento alla stregua di una trapunta. Per dirla in maniera diversa azzardiamo l’ipotesi che, essendo questo il costume attuale, scultori e scalpellini hanno l’obbligo di rappresentare i vari personaggi, anche quelli vissuti qualche millennio addietro, come fossero coevi. Per tale motivo ora Gilgamesh ci guarda dal suo bassorilievo come se vi fosse appena entrato. Sempre per tale motivo appare vestito e acconciato in maniera non troppo dissimile da come appare re Sargon, per quanto nemmeno re Sargon, che tutto può e tutto ottiene in virtù degli attributi che ne fanno il re che conosciamo, può permettersi di stringere al petto con un solo braccio un ferocissimo leone che non pare per nulla rassegnato alla cattura e che sta aspettando l’occasione propizia per far valere la potenza micidiale dei suoi artigli. 

     Il leone rappresentato sul bassorilievo in proporzione sembra un cucciolo rispetto alla statura di Gilgamesh. Ma non si deve dimenticare che il nostro eroe era un gigante e se non lo era veramente, da qui l’artificio di scolpire un leone minuscolo, deve sembrare che lo fosse. La testa ruggente della belva, che pare distratta da un richiamo, sta girata dalla nostra parte. Ci guarda e sembra sfidarci ad avvicinarci. Sembra perfino dirci che non si considera ancora battuta, basta vedere come, facendo leva sulle zampe posteriori, stia tentando di liberarsi. Ed è sorprendente notare come, nello sforzo, il suo corpo possente tenda ad arcuarsi. Lo vediamo così convinto dei propri mezzi che, se solo Gilgamesh allentasse la sua presa, magari per mettersi meglio in posa a beneficio dello scultore, in meno di niente affonderebbe le sue zanne nel collo dell’eroe rimettendo in discussione la partita. Va però detto che la barba che adorna il volto di Gilgamesh è talmente folta da rappresentare già da sola un ostacolo insormontabile per il povero leone il cui destino, per quanto soffi e digrigni, appare segnato. In fondo non per altro lo scultore ce lo ha rappresentato su questo bassorilievo. Egli poteva anche farne a meno. Però ce lo ha messo per evidenziare come la forza selvaggia da sola non può niente contro la ragione che governa le azioni degli uomini. 

     L’intera composizione sembra pensata apposta per invitarci a riflettere sulla capacità che ha l’uomo di dominare le forze della natura, perfino le più terribili come ci viene suggerito dalla ferocia del leone, ma non tanto da elevarsi al di sopra di essa per affrancarsi dalla caducità che è propria di tutte le cose. L’uomo, per quanto conservi l’impronta del dio che lo ha generato, è qui solo per transitare lasciando a testimonianza del suo passaggio il ricordo delle sue imprese, sempre che ne compia. Tutto ciò si evince dai piedi di Gilgamesh che sono riprodotti di profilo come è d’uso nelle pitture egizie. Egli è qui ed è già in procinto di andare altrove. Il bassorilievo ce lo mostra nel momento in cui l’apice della sua forza coincide con l’inizio del lasciarci. Se lo scultore avesse dato un seguito al suo racconto scolpendo una lastra successiva, se la sarebbe sbrigata in mezza giornata. Con pochi colpi di scalpello avrebbe riprodotto la carcassa del leone abbandonata in terra e poi nient’altro, che è quel che resta di ogni uomo quando conclude il suo transito terreno ed esce di scena.

 

TRE MILLENNI ADDIETRO, AL TEMPO IN CUI VISSE GILGAMESH

     Si dice che la sacralità di una terra sia da mettere in relazione con le spoglie degli eroi che custodisce gelosamente nel suo ventre. Sebbene, trattandosi di spoglie, sarebbe più giusto parlare di tombe dal momento che il ventre solitamente è il luogo ove ci si prepara a vedere la luce. Si dice inoltre che la sacralità di una terra sia da mettere in relazione col favore di cui gode presso gli dèi, alla loro benedizione che, vista la statura dei personaggi da cui proviene, non può non produrre messi abbondanti, mandrie prolifiche e re longevi, ammesso che ciò possa considerarsi una benedizione. Infatti spesso i sudditi non vedono l’ora di sbarazzarsi di certi loro re, specie di quelli che sono saggi a parole e malvagi nei fatti. 

     Da quanto appena detto, senza troppo cavillare sul valore ch’è possibile attribuire ai vari regnanti, è facile desumere che non v’è terra più della Mesopotamia che possa definirsi sacra. Infatti, non bastasse la lista degli eroi cui ha dato la luce e a cui offre anche sepoltura, basterà citare i due fiumi che la fanno fertile e rigogliosa come nessun’altra con le loro inondazioni primaverili per farsene persuasi. I fiumi di cui stiamo parlando sono il Tigri e l’Eufrate i quali, come due arterie lungo cui scorra il nutrimento, attraversano questa terra da nord-ovest a sud-est apportando acqua là dove l’acqua è considerata una fortuna, apportando il fango delle inondazioni che nutre il terreno e lo rende produttivo e in più rappresentandosi come due vie di collegamento su cui è possibile navigare a tutto giovamento dei commerci. Senza il Tigri e l’Eufrate la Mesopotamia sarebbe un deserto, cosa che dimostra in maniera inconfutabile quanto sia cara agli dèi. Infatti i due fiumi, che noi sappiamo scendere dalle montagne armene e turche, altro non sono che il prodotto del pianto della dea Tiamat. 

     Nessuno sa dire con precisione cosa porti la dea Tiamat a piangere così copiosamente, per quale torto si dolga, per quale terribile offesa non trovi consolazione. Resta il fatto che il suo cordoglio è una vera benedizione per questa terra che altrimenti, come accade alla vicina Siria, sarebbe riarsa e infeconda. Per fortuna non è così in quanto la dea Tiamat, senza che nessuno ne conosca la ragione, non trova pace. Va però detto che anche lei, a furia di piangere, come non capirla, di tanto in tanto sente il bisogno di concedersi qualche momento di quiete, magari per applicarsi un medicamento agli occhi che di sicuro le si saranno arrossati. Per una strana oltre che deprecabile coincidenza, Tiamat smette di piangere proprio quando più pressante s’avverte la necessità del suo pianto. Difatti con la stagione calda, quando i campi ingialliscono e le sorgenti si svigoriscono, anche il Tigri e l’Eufrate vanno incontro a periodi di magra. I loro corsi impetuosi si fanno rigagnoli e la frescura del loro scorrere si fa calura. Tutto ciò, invece di rallegrare la popolazione al pensiero della dea Tiamat finalmente pacificata, produce ansia, produce costernazione. Inoltre, perdurando la siccità, fa registrare uno stillicidio di foschi presagi, al punto che i sacerdoti si danno il cambio per levare al cielo i loro lamenti nella speranza che Tiamat li senta, se ne commuova e torni a lacrimare. Tale discutibile andazzo potrebbe far pensare a una popolazione insensibile ai patimenti della dea. La poveretta non fa in tempo a trovare un po’ di quiete che subito le chiedono, la implorano addirittura, di rimettersi a piangere. Tuttavia non si può disconoscere che ogni lacrima non versata accresce la penuria idrica che ogni anno, a cadenze regolari come regolari giungono i mesi caldi, tanto angoscia le genti mesopotamiche. Si potrebbe anche dire che questa terra è così abituata a nutrirsi del pianto della dea Tiamat da non poterne più fare a meno. 

     Per ovviare all’annuale penuria idrica che coincide con la stagione calda si dovrebbero realizzare canali e bacini artificiali in cui raccogliere l’acqua in eccesso trasportata dal Tigri e dall’Eufrate nella stagione delle piogge. Si dovrebbe provvedere a un’amministrazione più oculata della preziosa risorsa per mettere al riparo questa terra dall’annuale siccità dovuta al mese o due di riposo che si concede la dea. Se è prezioso il suo pianto, si dovrebbe approfittare quando è copioso e non mettersi a implorare quando scarseggia. Purtroppo, per quanto i vari re che si sono succeduti nel governo delle varie città abbiano portato a buon fine imprese straordinarie, nessuno ha ancora pensato di legare il suo nome alla realizzazione di quelle opere necessarie all’utilizzo oculato dell’acqua. Canali e bacini artificiali, se pur se ne parla di tanto in tanto, restano confinati nel novero delle cose auspicabili ma troppo difficili da realizzare. Difficili non tanto per la valentia dei re che non avrebbero timore di mettersi alla prova, quanto per il corso dei fiumi che, dagli occhi di Tiamat dove vedono la luce al Golfo Persico dove annegano nel mare, attraversano tante regioni spesso in conflitto tra di loro. Ogni azione tesa a controllare e quindi a rallentare la portata dell’acqua in una zona verrebbe vista come una minaccia nella zona adiacente. Non mancassero i motivi per alimentare i conflitti, sembrerebbe avventato aggiungerne un altro. Anche perché non s’è mai sentito che gli uomini debbano combattere per l’acqua, una cosa che finora non s’è mai verificata ed è bene che non si verifichi.

     Da tutto questo discende che la situazione è quella che abbiamo descritto: i due fiumi, col loro corso incostante, allagano i territori attraversati durante la stagione delle piogge, poi si ritirano e sembra che non ci sia altro da fare che implorare la dea affinché riprenda a lacrimare, perlomeno quel tanto che basta per scongiurare la siccità. Durante la stagione calda, non bastassero i fiumi quasi in secca, ad aggravare la situazione ci si mette anche il fatto che molte sorgenti smettono di produrre il prezioso liquido. Ma non tutte, cosa che rende preziosissime quelle che mantengono attivo ancorché rallentato il loro flusso. Questo fa capire come non vi sia abitante di questa stranissima terra che non ne conosca l’ubicazione. Primi tra tutti le conoscono i pastori cui è demandata la cura e la custodia delle greggi indispensabili alla sopravvivenza dell’intera popolazione. Sarebbe un bel guaio, e non solo per i pastori che raramente ne sono i proprietari ma semplici guardiani, per quanto il guardarle non esclude che sia possibile nutrirsene, e dunque sarebbe un bel guaio se le greggi dovessero patire la sete. Nel caso la patissero si potrebbero avere morie preoccupanti. Per scongiurare una tale nefasta evenienza i pastori, che non stanno mai fermi ma si spostano in continuazione alla perenne ricerca di nuovi pascoli, hanno l’accortezza di concludere il loro giro nella stagione calda in prossimità di una sorgente che non va soggetta agli annuali ripensamenti come fa Tiamat. 

     Noi, di ritorno da un viaggio compiuto nelle terre del lontano Egitto e a pochi giorni di cammino per arrivare alla città di Uruk, la città prima per importanza della terra di Sumer, ci accampiamo al tramonto presso una di queste sorgenti che, a detta di coloro che assicurano di conoscere il territorio come il fondo delle loro bisacce, è copiosa e costante tanto da allagare il fondo della valle così da farne un lago. Dobbiamo fare un grosso sforzo d’immaginazione per vedere il lago che c’era al posto dello stagno che c’è ora. Ma i pastori accampati nei dintorni testimoniano con la loro presenza che questa acqua, per poca che possa sembrare, è un’acqua benedetta, su di essa si può sempre contare. Non vorremmo che ciò possa comportare un appunto al pianto della dea che, come abbiamo già detto, viene a mancare proprio quando più serve. Non sia mai le arrivasse all’orecchio, potrebbe anche decidere di punire l’ingratitudine degli uomini smettendo di piangere del tutto.

     Attorno allo stagno che nella stagione delle piogge è un lago, così assicurano i presenti, contiamo una dozzina di falò al cui riverbero perdono il loro tempo i pastori. Occorre aggiungere però che loro stessi, sapendo di doverlo perdere, s’ingegnano di perderlo in maniera creativa suonando certi zufoli che sembrano concepiti apposta per spaventare il bestiame. Le pecore si direbbero assuefatte allo strano concerto, forse lo stesso non si può dire per i loro predatori, hai visto mai che gli zufoli servano a tenere lontani lupi e leoni. A ogni buon conto dicevamo dei falò al cui riverbero perdono il loro tempo i pastori i quali, a buon diritto, vanno incontro a una notte di riposo dopo un’intensa giornata di lavoro. È cosa risaputa che nulla favorisce meglio l’andare incontro a una notte di riposo come l’indugiare attorno al fuoco e conversare finché gli occhi non si chiudono da soli. C’è da pensare che coloro che suonano lo facciano nel dormiveglia, per quanto anche del conversare si può fare a meno qualora si possa sopperire col mangiare e col bere. Nel caso si possa contare sulla totalità delle componenti non è azzardato dire che si sfiora la perfezione, ammesso che ciò possa riferirsi alla condizione umana che per sua natura è imperfetta. 

     I pastori, che per il loro lavoro sono costretti ad affrontare lunghi periodi di solitudine, difatti tutto si può dire delle pecore tranne che siano di buona compagnia e le capre, in questa particolare attitudine, si dimostrano assai simili alle pecore, ebbene i pastori sembrano gradire enormemente questa circostanza che, almeno una volta l’anno, nei pressi di una sorgente, li porta a ritrovarsi. Quando accade, quando si ritrovano, oltre al piacere di riconoscersi e di constatare di essere ancora in vita, infatti nulla è permanente a questo mondo e nemmeno ci si sorprende nel vedere un noto gregge che ha già imparato a obbedire alla voce di un nuovo guardiano, quando accade c’è anche la possibilità di fare nuove conoscenze. Così il conversare attorno al fuoco, che abbiamo indicato come un viatico affinché gli occhi si chiudano da soli, sempre che i suonatori di zufolo la smettano di zufolare, si protrae più a lungo di quanto si era pensato di farlo durare. Se qualcuno reclina la testa e s’arrende al sonno, ci pensano le parole degli altri a risvegliarlo. Infatti c’è sempre un’ultima notizia della quale si ritiene indispensabile farlo edotto, non sia mai qualcuno lo dovesse interrogare potrebbe trovarlo colpevolmente impreparato. Tutto questo per dire che, benché sia scesa la notte e sia sorta la luna, i pastori non ci pensano per niente a mettersi buoni come già da un pezzo hanno fatto le loro pecore. 

     Conversano e, cosa davvero singolare, sembra che più vanno avanti e più s’accalorino quando invece sarebbe più saggio, perlomeno per tipi così abituati alla contemplazione, buttare un ultimo legno sul fuoco, adagiarsi sulla rispettiva pelle di montone e restare a guardare il cielo finché il sonno non li sorprenda. S’accalorano, e ciò è davvero strano se riferito a dei pastori il cui compito è custodire le greggi i cui proprietari se ne stanno nelle loro belle case costruite nella città fortificata di Uruk. Si tratta dei soliti personaggi emergenti che ogni società finisce col produrre, parliamo dei sacerdoti, dei capi militari, dei ricchi mercanti e dei titolari dei più rinomati laboratori di ceramica. Tali personaggi hanno la titolarità di quasi tutte le ricchezze riferibili alla città di Uruk, comprese le greggi. Tale cosa che ci porta a domandarci, visto che non hanno un interesse diretto nel loro lavoro, per quale motivo i pastori, invece di buttarsi giù a dormire, si accalorano tanto. 

     Noi, stanchi del nostro viaggio che, l’abbiamo già detto ma ci torna buono ripeterlo dal momento che non ci lasciano dormire, ci ha portato a visitare le terre del lontano Egitto e che ora, tra pochi giorni, ci riporterà a casa, vorremmo disinteressarci di ogni cosa. Il nostro unico desiderio sarebbe di chiudere gli occhi e lasciare che il corpo si ritempri con una buona dose di sonno. Ma il conversare così acceso dei pastori ai quali ci siamo fatti incautamente troppo vicini, oltre a rappresentare un elemento di distrazione, accende la nostra curiosità. Di cosa avranno mai da discutere, ci domandiamo, di cosa avranno mai da lamentarsi, visto che tutto quel che gli si chiede è mantenere le greggi in buona salute, visto inoltre che l’acqua di questa sorgente, scarsa quanto si vuole, è sempre tale da scongiurare che le suddette greggi patiscano la sete. 

     Ci siamo fatti incautamente troppo vicini, ma non tanto da comprendere il senso delle loro parole. Così decidiamo di azzerare le distanze e ci portiamo a ridosso del fuoco, cosa che produce un momentaneo zittirsi dei pastori i quali vogliono decifrare la natura della nostra partecipazione. Un momento di imbarazzo è comprensibile per il fatto che nessuno ci conosce e visto che, ne fa fede il nostro bagaglio, non siamo pastori ma semplici viandanti. Nondimeno è sufficiente che il primo riprenda da un punto a caso il conversare da poco interrotto, che subito gli altri s’affrettano a dare il loro contributo suscitando in noi la sensazione di essere invisibili. Ora tutti parlano a ruota libera come se non ci fossimo, questo può anche voler dire che ci hanno accettato. 

     Per un momento restiamo assorti nel tentativo di dirimere questo piccolo dilemma, cioè se siamo invisibili oppure se ci hanno accettato. La differenza non è da poco, i lettori ce ne daranno atto. Infatti l’invisibilità è una condizione che possono assumere a comando solo gli dèi e noi, con nostro disappunto, non ci sentiamo tali. Dopodiché il senso delle loro parole si fa largo nella nostra mente e noi, increduli, assistiamo a uno sfogo che mai immaginavamo di poter sentire. I pastori, lo capiamo dopo poche battute, altro non sono che i portavoce di uno scontento che s’avverte in maniera sempre più diffusa e insopportabile nella città di Uruk. A sentir loro si direbbe che Gilgamesh, che anche noi ricordiamo avvenente, risoluto, impetuoso, sia diventato così arrogante e prepotente da insinuare il cordoglio in ogni casa. Non vorremmo crederci, ci fa strano sentire queste cose, ma le versioni fornite dai pastori sulle varie vicende sono così congruenti, che sarebbe da prevenuti dubitarne. E noi, per lo stesso amore della conoscenza che ci ha portato a viaggiare per ogni dove, ci facciamo un dovere di ascoltare e di imparare. Alla fine prendiamo atto che il Gilgamesh che conoscevamo è cambiato, è diventato un re che svilisce il suo titolo e la sua funzione abbandonandosi a gesti di pura tracotanza. Sembra che il suo maggior diletto sia quello di suonare il pukku, lo strumento che si usa per lanciare il segnale di pericolo. Lo suona sia di giorno che di notte per nessun’altra ragione se non quella di veder accorrere l’intera popolazione, guai a chi non si presenta, per deriderla, sbeffeggiarla, umiliarla. Questo suo vezzo, che non abbiamo difficoltà a definire ignobile, a detta dei pastori si protrae già da un bel pezzo col risultato che la popolazione è esasperata. Nessuno sa più come contenere l’impudenza di Gilgamesh e nessuno, ricordando i meriti acquisiti negli anni passati, se ne capacita. Noi per primi ne restiamo sbalorditi. 

     Quando ci mettemmo in cammino per raggiungere il lontano Egitto, Gilgamesh aveva dato ampia prova delle sue capacità innalzando già in quel tempo una cinta muraria attorno alla città di Uruk che più poderosa non poteva essere. Realizzata con blocchi di pietra giganteschi, perdipiù scolpiti sulla faccia esterna con motivi che suggerivano l’andamento del giunco intrecciato, era quanto di più conforme si potesse ideare per certificare la grandezza di Uruk, la prima in assoluto tra tutte le città mesopotamiche, anche per il fatto di sorgere sulle sponde del fiume sacro per definizione, l’Eufrate. Come se non bastassero le mura, o per meglio dire in loro aggiunta, infatti ciò che sta in terra è destinato a deperire senza il favore degli dèi, Gilgamesh aveva già iniziato i lavori per l’edificazione dell’Eanna, il tempio o casa del cielo dedicato al dio An, padre di tutti gli dèi, e a Ishtar, la dea dell’amore. Che ne è stato di quel re così intraprendente e accorto, ci domandiamo quasi con un senso di colpa per averlo perso di vista troppo a lungo. Secondo quanto raccontano i pastori, sembrerebbe che quel re sia scomparso per lasciare spazio a una sua controfigura somigliante in tutto e per tutto nei tratti fisici all’originale, ma suo esatto contrario per quel che riguarda il sacro senso del dovere per il quale il Gilgamesh che ricordiamo era il primo servitore del suo popolo. Tale metamorfosi ci lascia così sbalorditi che, anche quando i pastori alla fine si ricordano delle fatiche sopportate durante la giornata e si mettono a dormire, non riusciamo a imitarli. Ora che potremmo farlo, ora che anche il più tenace suonatore di zufolo ha smesso di zufolare, non riusciamo a chiudere gli occhi affinché il silenzio che ora aleggia sul bivacco spenga anche il nostro turbamento.

     Passano le ore e la nostra mente, anziché acquietarsi, si fa sempre più desta per l’urgenza di penetrare il mistero che, per quanto noi vi pensiamo, resta misterioso. C’è da credere che un demone si sia impadronito dell’animo di Gilgamesh tanto da ridurlo il primo avversario di se stesso, solo così riusciamo a spiegare quel che altrimenti resterebbe inspiegabile. Certo, ricordiamo perfettamente come anche negli anni giovanili fosse sempre irrequieto e alla continua ricerca di qualcosa, forse una risposta che potesse far luce sulla sua natura così controversa, per due terzi divina e per un terzo umana. Tuttavia ciò non gli impediva di prodigarsi e di mettere in gioco tutto di se stesso per la grandezza di Uruk. Ora invece, come se avesse ricusato i suoi due terzi di divinità, fa di Uruk un teatro in cui esibire la parte peggiore di sé, quel terzo di umanità che già sperimenta i modi più abbietti dell’esistere con ciò consegnandosi allo spregio dell’intera popolazione. Tutto ciò ci suscita una tale amarezza da adombrare del tutto l’entusiasmo del nostro ritorno all’ovile, questo è il modo con cui ogni figlio di Uruk pensa alla sua città: l’ovile. E i giorni che ci vorranno per raggiungerla, tanta sarà la pesantezza del nostro passo, si raddoppieranno, si triplicheranno addirittura per il nostro timore di arrivare a vederla.

2

     V’è una valle lunga e ampia al termine della quale, quasi sulle sponde dell’Eufrate, poco discosta da esso e poco più elevata, questo per scansare le conseguenze delle annuali inondazioni, sorge Uruk. Si tratta di una valle sconfinata, o che sembra tale per il fatto che misura almeno venti leghe. Si tratta di una misura di tutto rispetto per il viandante che usa muoversi solo per la forza delle proprie gambe, tale è la nostra condizione. Venti leghe che ricordavamo paludose e che ora rallentano vieppiù il nostro cammino tanto sono pietrose e riarse, cosa che accresce nel ricordo la magnificenza della sorgente presso cui abbiamo sostato e presso cui, v’è sempre un rovescio della medaglia, abbiamo appreso del deprecabile cambiamento di Gilgamesh. Resta da vedere se sia davvero cambiato oppure non abbia adottato in maniera più convinta i modi che gli erano propri fin dalla fanciullezza e che, vai a capire per quale motivo, magari per qualche utilità come quella di farsi accettare come re, aveva mascherato. Tale dubbio ci assale nell’ultimo tratto del cammino e ciò lascia capire quanto sia difficile accettare che un uomo possa trasformarsi tanto da palesare un se stesso antitetico, perfino deleterio. Per quanto, rammentando gli insegnamenti dei valenti alchimisti conosciuti nel lontano Egitto, ognuno di noi è l’espressione vivente della nota legge della trasmutazione che, procedendo in un verso oppure nel verso opposto, evidenzia l’umanità che c’è in lui ovvero, più difficile da realizzare, la sua divinità. Questo per il fatto che in ognuno di noi, non solo in Gilgamesh, sebbene in proporzioni diverse, vi sono entrambe le componenti, altrimenti non potremmo chiamarci figli di An. 

     Tali considerazioni in un certo senso ci dovrebbero tranquillizzare. Ma ci basta entrare in città per avvertire in maniera più lancinante il morso della delusione. Quel che sentiamo dire sul conto di Gilgamesh si fa beffe della nota legge della trasmutazione. Difatti, stando ai racconti che registriamo da più parti, che poi non si creda, più che racconti si tratta di lagnanze, in alcuni casi si tratta di vere e proprie accuse perdipiù rassegnate in quanto non v’è speranza di risarcimento, stando ai racconti dunque, egli è diventato quel che nemmeno un uomo dominato dagli istinti più bassi potrebbe diventare. Da pastore della città, cosa per la quale Uruk viene anche indicata come l’ovile, forte del suo titolo per il quale tutti gli devono obbedienza, è diventato il primo vessatore dei suoi sudditi. Da re illuminato è diventato un tiranno. Non v’è donna, a sentire la gente, indipendentemente dall’età o dalla sua condizione per la quale può essere nubile oppure sposata, non conta neanche che sia più o meno piacente, che possa opporsi alle sue pretese. Tutte le desidera e le reclama esacerbando in maniera insopportabile i parenti, che siano padri, mariti o amanti, i quali non sanno più come contenere la libidine del loro re. Il quale re, non v’è mai limite al peggio, per soddisfare questo suo incontenibile bisogno, ha introdotto una nuova regola che prevede, quando si celebra un matrimonio, che la novella sposa, quand’anche l’avesse già posseduta, debba trascorrere la prima notte di nozze nel suo talamo, il suo di lui. È facile immaginare quanto possano sentirsi umiliati i suoi parenti, per non parlare del marito appena sposato.

     Chiunque incontriamo sul nostro cammino, chiunque sollecitato dalle nostre domande si presta sebbene controvoglia a fornirci ulteriori spiegazioni, ci replica il troppe volte ascoltato ritornello: Gilgamesh è diventato così esigente in fatto di sesso, che non lascia la vergine all’amante, non lascia la figlia al guerriero e nemmeno la moglie al nobile. Non bastassero le mortificanti sceneggiate con cui si diverte a suonare il pukku, il sacro corno, per lanciare il segnale di pericolo, ora ha preso a insidiare tutte le donne della città, non solo le schiave o le ancelle, ma anche le donne di più alto rango, ammesso che vi sia un’apprezzabile differenza tra le une e le altre qualora si abbia l’accortezza di denudarle prima di compiacersene. Tutti si lamentano, tutti protestano e già alcuni, i più indignati, vanno fomentando nel resto della popolazione la necessità di una ribellione. 

     Va però detto che nessuno ardisce affrontare Gilgamesh, nessuno si sente di saggiare la forza del suo braccio che, non va dimenticato, è tale da strangolare un leone. Inoltre ognuno sa bene che Gilgamesh è re di Uruk non per una mera casualità, ma per la generosa elargizione degli dèi che l’hanno creato apposta per la grandezza della città. Quest’ultima considerazione induce a pensare che comunque vadano le cose, nel bene o nel male, bisogna tenerselo. C’è da dire inoltre che nessuno potrebbe onestamente sostenere che Gilgamesh abbia fallito il compito per il quale è stato creato. Negli anni più felici del suo regno, Uruk è cresciuta in maniera dirompente determinando di converso lo svuotamento delle campagne. Oltre a ciò, cosa assai più importante, negli anni più felici del suo regno si sono sviluppate le diverse professioni, dai ceramisti ai tornitori, dai fabbri ai tessitori, senza le quali non si avrebbe l’attuale floridezza. Cosa per la quale solo Uruk si distingue e anzi primeggia nel panorama delle città mesopotamiche. 

     Non bastasse l’impulso all’economia che ha determinato ricadute tangibili sul benessere del suo popolo, Gilgamesh ha provveduto anche alla sua sicurezza innalzando una cinta muraria capace già da sola di spegnere le velleità aggressive di un nemico che al momento non c’è, ma che potrebbe esserci. Tra l’altro nessuno ci toglie dalla mente che la mancanza di un nemico sia da attribuire proprio alla presenza delle mura che, per come sono state costruite, vista la loro altezza e il loro spessore, sono praticamente inespugnabili. Infatti noi siamo persuasi che chiunque ci penserebbe non una ma cento volte prima di invadere la terra di Sumer col proposito di saccheggiare la città di Uruk. Indubbiamente Gilgamesh ha fatto per Uruk quello che nemmeno dieci regnanti, coalizzando le loro forze, avrebbero potuto fare. Però ora, come se ritenesse concluso il suo compito, oppure come se ritenesse giusto riscuoterne il premio, si diverte ad affliggere la popolazione come farebbe il peggiore dei tiranni. E, come accade al peggiore dei tiranni, ovunque si rechi e a chiunque si rivolga suscita solo rabbia, amarezza e voglia di dargli il benservito.

     Le lagnanze, prese singolarmente, il più delle volte non hanno la forza nemmeno per varcare la soglia di casa e chi ne fa le spese, è sempre così che succede, sono solo i congiunti di colui che si lagna. I quali congiunti, non bastassero gli abusi in cui eccede il tiranno, devono sorbirsi anche gli sfoghi del padrone di casa. Ma quando le lagnanze, unendosi l’una all’altra, crescono di consistenza e di volume tanto da diventare l’espressione di una moltitudine oppressa, non ci possiamo stupire che siano capaci di varcare la soglia di casa e di serpeggiare lungo le vie. In tale caso non ci possiamo sorprendere che siano capaci di addensarsi negli slarghi e non è improbabile che, magari col favore del vento, magari per la leggerezza dell’aria scaldata dal sole, magari per la preghiera congiunta dei vari sacerdoti all’uopo riuniti nel suo tempio nell’Eanna, arrivino a interessare le sacre orecchie di An, il dio che più di ogni altro ha a cuore la sorte di questa città, anche per il fatto che vi possiede una casa che si trova, come già detto, proprio nel recinto dell’Eanna. 

     Quel che nessuno voleva che accadesse alla fine accade. Infatti non è bello tirare in ballo gli dèi anche per questioni di ordinaria convivenza. Va bene invocarli nell’imminenza di una battaglia oppure di fronte al disastro provocato dalle inondazioni. Ma sembrerebbe fuori luogo invocarli per la semplice ancorché seccante libidine del re che indulge a giacersi con qualsivoglia persona gli capiti a tiro purché sia femmina. Tuttavia anche quello che non si voleva che accadesse ora accade. Così An, non sappiamo per quali vie avvertito, a un tratto si scuote dal suo divino assopimento e non si capacita di quel che sente. Sembra impossibile, si dice con espressione sbigottita, qui occorre un notevole sforzo di fantasia per immaginare l’imperturbabile An che assume un’espressione sbigottita, sembra impossibile, eppure l’intero popolo di Uruk, che io sapevo felice, geme e soffre. 

     An, da quel dio di primaria grandezza che è, immediatamente dà seguito al suo sbigottimento e in quattro e quattr’otto convoca tutti gli dèi in assemblea per discutere la spinosa faccenda di Gilgamesh che tiranneggia il suo popolo. Con nostro vivo rincrescimento dobbiamo riferire che non tutti rispondono con la dovuta sollecitudine alla sua chiamata, cosa che ci conferma come anche nei cieli non si respira più quell’aria di rispettoso rigore di una volta. Come accade ai mortali, anche gli dèi tradiscono col loro atteggiamento un certo lassismo. Non vorremmo che certe condotte esecrande tipiche degli uomini li abbiano contagiati, ammesso che ciò sia possibile. 

     Quando An fa il suo ingresso nel luogo espressamente designato alle assemblee degli dèi, con una sola occhiata s’avvede che la sua chiamata è rimasta largamente disattesa. Difatti trova ad attenderlo solo poche divinità, diciamo che si tratta della metà dei convocati, e ciò gli provoca un attacco subitaneo di collera. C’è da dire in ogni caso che se pur l’avesse trovata al completo, ci riferiamo all’assemblea, avrebbe esordito lo stesso coi toni irati tipici del suo carattere, se non altro perché costretto a interessarsi di qualcosa che, secondo il suo divino parere, non gli compete.

     «Aruru, proprio te cercavo!» esordisce con voce roboante. «Ti rendi conto di quello che hai fatto?»

     «A cosa ti riferisci, mio signore? Non so di cosa parli.»

     «Hai creato Gilgamesh con due terzi di divinità, forse ne bastava di meno, e il risultato eccolo, lo abbiamo sotto gli occhi. Egli è forte come un toro selvaggio, nessuno gli può resistere e lui ne approfitta per trattare il suo popolo come il peggiore dei tiranni.»

     «Il peggiore dei tiranni? Questa mi giunge nuova, mio signore. Io lo sapevo prodigo verso il suo popolo e amato da tutti.»

     «Come si può amare un re che per puro diletto suona il sacro corno giorno e notte seminando l’allarme nella popolazione e inoltre, come se ciò non bastasse, non lascia intatta nessuna donna della città?»

     «Nonno caro» si fa avanti a chiedere a questo punto Ishtar. «Stai parlando dello stesso Gilgamesh, re di Uruk, che ci ha dedicato quel prestigioso tempio nell’Eanna?»

     «Proprio lui, Ishtar. Era una benedizione per il suo popolo, ma ora è cambiato, da pastore e protettore ora è diventato un oppressore.»

     «Forse il terzo di umanità che Aruru ha messo nel suo impasto ha preso il sopravvento» suggerisce con tono maligno Enki, signore dell’abisso e dio delle costruzioni nonché delle arti.

     «Se così fosse» è lesta a ribattere Ishtar, «sarebbe una buona notizia, perlomeno per me. Ho sempre desiderato avvicinarlo, ma lo ritenevo poco sensibile alle mie lusinghe, forse come uomo si lascerebbe sedurre e io ho molti espedienti da mettere in campo perché accada.»

     «Taci, e mostrati più rispettosa» questo è An che parla, la sua voce è inimitabile. «Non siamo qui per discutere dei tuoi capricci. Non ti mancano certo dei validi soggetti su cui esercitare le tue arti. Vi ho riunito per ben altro motivo, il popolo di Uruk geme e soffre e noi abbiamo l’obbligo di trovare un rimedio.»

     A questo punto gli dèi, perlomeno i pochi presenti, anche per dare un senso alla sollecitudine con cui hanno risposto alla chiamata di An, provano a dare qualche suggerimento. Aruru, la dea madre, che più di chiunque altro si sente responsabile dei capricci di Gilgamesh in quanto sua è stata la scelta, particolarissima scelta, delle dosi da impiegare nel suo impasto originario, si dice disposta a fare un tentativo. Va pensando che lo potrebbe visitare in sogno e gli potrebbe parlare per convincerlo a cambiare costume nei confronti dei suoi sudditi. Enlil, che tra i figli di An è quello che può vantare il maggior numero di funzioni per il fatto che, oltre a essere il creatore, è anche giudice e legislatore, non va dimenticata la tavoletta dei destini che è in suo possesso e di cui è un custode geloso, non è d’accordo con Aruru. Parlare in sogno a Gilgamesh, a suo modo di vedere, avrebbe scarsi risultati in quanto i sogni, com’è consuetudine tra i mortali, sono soggetti alle interpretazioni degli indovini. E lui si dice sicuro che nessun indovino avrebbe l’ardire di dire a Gilgamesh quel che Gilgamesh non vorrebbe sentirsi dire. Ereshkigal, la signora degli inferi, suggerisce l’opportunità di promuovere una guerra. Ci saremmo meravigliati se avesse suggerito qualcosa di diverso in quanto è cosa risaputa che le guerre, più delle pestilenze e delle inondazioni, producono cadaveri a iosa. Ma lei, impassibile come sa esserlo solo una dea, insiste a dire che in caso di conflitto Gilgamesh avrebbe bisogno dei suoi sudditi, ed ecco che smetterebbe di tormentarli anche perché, in caso contrario, avrebbe grosse difficoltà a guidarli in battaglia. Nergal, la cui funzione, non sapremmo dire con quale grado di soddisfazione, lo fa titolare del regno degli inferi in comunione di esercizio con sua moglie Ereshkigal, la coreggenza è sempre apportatrice di malintesi, perfino di liti, accade tra due che siano soci e accade tra due che siano sposi, accade tra gli uomini e accade tra gli dèi, Nergal dunque, più per contraddire l’amata consorte, amata si fa per dire, che per sentimenti umanitari, salta su a dire che in caso di guerra molti cittadini di Uruk morirebbero e lui non trova giusto farli morire solo per metterli al riparo dalle prepotenze di Gilgamesh. Dobbiamo ammettere che non ha tutti i torti in quanto, se si facesse un sondaggio tra i cittadini di Uruk, noi siamo convinti che solo i più esagitati direbbero di preferire la morte in battaglia alle vessazioni di Gilgamesh. Che poi, a volerla dire tutta, tali vessazioni riguardano perlopiù le donne. E anche loro a parole le subiscono, nemmeno riusciamo a immaginarle nel gesto di dire il contrario, ma dentro di sé non ne sono troppo dispiaciute per il fatto che Gilgamesh è forte, è avvenente e come amante non ha rivali in tutta la terra di Sumer.

     Le assemblee, accade tra gli uomini e accade tra gli dèi, proprio con l’intento di dare a chiunque la possibilità di intervenire, si concludono spesso con un nulla di fatto in quanto è troppo forte la tentazione di avversare le proposte altrui più per ripicca personale che per altro. Sembra che nessuna cosa vada bene e non per il valore della cosa, ma perché l’ha suggerita il tale o il tal’altro. Così passa il tempo, s’accavallano gli interventi e non si addiviene a nessuna decisione. Tanto varrebbe abrogare le assemblee e lasciare che la decisione la prenda il capo. 

     An, che è irascibile già di suo, man mano che passa il tempo e s’accavallano gli interventi, si fa sempre più scuro in viso. E meno male che gli dèi qui convenuti sono soltanto la metà di quelli convocati, si trova a pensare, altrimenti, se venivano tutti, c’era il rischio di dover portare avanti la discussione per un’intera settimana. La sorte di Uruk gli sta a cuore e non solo perché vi possiede una casa. Eppure pare che gli dèi non sappiano fare di meglio che suggerire catastrofi, una guerra, una inondazione rovinosa con l’inizio della stagione delle piogge, perfino un terremoto, tutti accidenti che, nelle intenzioni di colui o di colei che li suggerisce, dovrebbero favorire la rinascita del rapporto fiduciario tra il re e i suoi sudditi. Difatti non c’è alcun dubbio che per fronteggiare una calamità, di qualsiasi natura possa essere, si renderebbe necessario il contributo di tutti. In tale nefasta evenienza Gilgamesh la smetterebbe di tormentare gli abitanti di Uruk per mettersi alla loro testa come si conviene a un re. 

     An si fa sempre più scuro in viso, questo l’abbiamo già detto ma torna buono ripeterlo per sottolineare il subitaneo sollievo che gli distende i tratti troppo tirati del volto non appena Enki, accantonata la malignità del principio, prova a dare un contributo più costruttivo.

     «A mio parere la soluzione potrebbe essere meno rovinosa di quanto fin qui suggerito dai miei valenti colleghi. Non possiamo dimenticare che ogni catastrofe, per quanto capace di rinsaldare i rapporti tra Gilgamesh e il suo popolo, come ha giustamente ricordato poc’anzi lo stesso Nergal, determinerebbe la rovina di numerosi sudditi, proprio quello che vorremmo evitare mettendoli al riparo dalle prepotenze del loro re. Insomma, una catastrofe sarebbe la risposta peggiore che si potrebbe dare a una città che geme e che soffre.»

     «Tu cosa suggerisci, dunque?» lo incalza Ishtar che a quanto pare, questa è la nostra impressione, più dei suoi valenti colleghi, comincia ad averne abbastanza di questa assemblea.

     «Io suggerisco che Aruru dia vita a un uomo forte e coraggioso, un uomo capace di non arretrare di fronte a niente, al punto di poter tener testa a Gilgamesh. In pratica dovrebbe dar vita a una sua controparte capace di avversarlo, cosa che non è in grado di fare nessuno dei suoi sudditi. Occorre un uomo che unisca in sé la potenza del toro selvaggio e l’agilità del puma. Una simile creatura, a mio parere, distoglierebbe Gilgamesh dal tormentare i suoi sudditi per la smania di affrontare un nemico che non ha uguali sulla terra.»

     «A me pare una buona idea» fa subito An come per mettere le mani avanti prima che qualcuno dei presenti, per le solite ripicche personali, ripicche, sia ben chiaro, che a volte dispiacciono, ma sono il sale di ogni famiglia e la famiglia degli dèi in questo senso è fin troppo salata, prima che qualcuno dei presenti si metta a contestare il suggerimento di Enki il quale non a caso, tra le sue tante funzioni, annovera anche quella di signore dell’astuzia. «Sì, è proprio una buona idea, anzi geniale» s’affretta a ribadire An. «E io ti sono grato, figlio, per averla elaborata. A questo punto, visto che sono tutti d’accordo, mi pare che la decisione è già presa. Tu, Aruru, studierai di dar vita a un uomo che sia la controparte del cuore burrascoso di Gilgamesh, che possa contrastarlo così che la città di Uruk ne sia alleviata. Ma bada di non commettere la stessa leggerezza che hai commesso con Gilgamesh, tale uomo deve essere mortale in ogni sua parte senza nemmeno un decimo di divinità. E sia chiamato Enkidu in onore di Enki che l’ha pensato.»

     «Non ho capito bene» fa Aruru visibilmente perplessa. «Cos’è che mi chiedi in pratica, che io crei un uomo oppure un mostro?»

     «Un uomo, Aruru, devi creare un uomo bello e dal portamento nobile come il tuo Gilgamesh, un eroe che possa stare alla sua pari e simile a lui come il suo riflesso, un altro lui, cuore tempestoso per cuore tempestoso così che lottino tra di loro e lascino in pace Uruk.»

     Come accade in ogni assemblea più o meno partecipata, e quelle divine non fanno eccezione, si potrebbe anzi dire che quelle divine spicchino per la velocità con cui si concludono, alla fine tutti se ne vanno di gran carriera come se fossero in ritardo per chissà quale appuntamento lasciando che l’ultimo chiuda la porta e dia corso alle decisioni prese. Non ci sappiamo spiegare come mai tale usanza sia tanto praticata, forse perché, in caso di inadempienza, sarà facile trovare il responsabile che, sembra ovvio, è quello che è stato lasciato indietro per chiudere la porta.

     Una bella rogna, non c’è che dire. Se voi conosceste Aruru come la conosciamo noi, capireste il motivo per il quale è tanto angustiata. Se potesse fare a modo suo, s’inventerebbe qualsiasi cosa, e l’inventiva non le manca, pur di scansare questo incarico di creare un altro uomo che sia la controparte di Gilgamesh. Già sa che non sarà per niente facile ripetersi potendo disporre esclusivamente di parti mortali per comporre l’impasto originario. C’è però da dire che anche per quel che riguarda Gilgamesh, che riteneva il suo capolavoro, ha ricevuto più rimproveri che apprezzamenti, specie da parte di Ishtar che le ha sempre rinfacciato d’averlo fatto troppo ingovernabile. S’inventerebbe qualsiasi cosa, però An l’ha deciso e in più ha avuto l’accortezza di eclissarsi non appena pronunciata l’ultima parola, questo per evitare che qualche incontentabile trovasse da ridire. Inoltre va detto che chi aveva da ridire, qualcuno c’era, state sicuri che qualcuno c’era, parimenti s’è eclissato con la stessa prontezza di An come per una gara a chi spariva per primo. Così ora la povera Aruru, rimasta sola e con le idee ancora parecchio confuse su come impostare un uomo per il quale c’è già pronto il nome, ma per il quale nessuno si è preso il disturbo di fornire qualche altra direttiva, infatti i tratti indicati da Enki per i quali ha fatto riferimento al toro selvaggio e al puma le paiono generici e fuorvianti, così ora, anche per prendere tempo, Aruru esce dal luogo ove si è tenuta l’assemblea e per prima cosa va a lavarsi le mani. 

     Non si pensi che il lavarsi le mani della dea sia un gesto dettato da ragioni igieniche come accade, o come dovrebbe accadere, tra gli uomini, uomini che tra l’altro, quando vi indulgono, nemmeno sono consapevoli che in questo modo evitano il diffondersi delle malattie. Infatti in questa nostra terra di Sumer, contrariamente a quel che accade nella terra del lontano Egitto da cui siamo appena tornati, la malattia non è qualcosa di fisico che si possa contrastare, ma è un fenomeno che affonda le sue radici nel magma magico-religioso che fa da sfondo a tutte le cose degli uomini. Solo i sacerdoti, i maghi e gli indovini possono provare a tenerla a bada. Così il lavarsi le mani in una terra ove si registra una cronica carenza d’acqua assume il carattere del privilegio che attiene a colui che dispone di acqua a sufficienza anche per una pratica sostanzialmente inutile. 

     Il lavarsi le mani di Aruru, invece, lo possiamo considerare l’atto propedeutico alla creazione. Infatti lei va, immerge le mani nell’acqua della vita e le friziona come per caricarle d’energia. Solo più tardi, così energizzata, prenderà a impastare il solito panetto d’argilla per farne un uomo. Come lo fa e dove lo mette a vivere una volta fatto sono cose che al momento non possiamo sapere. A tempo e luogo debiti Enkidu troverà il modo di palesarsi e allora avremo modo di capire se Aruru avrà fatto un buon lavoro. Quel che sappiamo è che ora, mentre è alle prese con l’impasto, mischia e rimescola solo componenti mortali, An è stato categorico su questo, anche perché uno come Gilgamesh c’è già e gli è pure d’avanzo. Se non ci fosse oppure non gli fosse d’avanzo noi non avremmo ragione di scrivere questo racconto.

3

     

     Gilgamesh ancora non sa che da qualche parte c’è già l’uomo che saprà tenergli testa. In tale modo, forte della sua presunta imbattibilità, continua a tormentare i cittadini di Uruk come se avesse smarrito lungo il cammino tutte le motivazioni che avevano improntato i primi anni del suo regno. Ora del suo tempo non sa più che farsene, anche perché tutto quello che doveva fare per la grandezza della sua città lo ha già fatto, sempre che la grandezza di una città raggiunga un limite e non possa andare più oltre. A ogni modo egli ritiene di aver fatto abbastanza. Così, un po’ per noia e un po’ per effettiva tracotanza, folleggia come non ha mai fatto in passato. In un certo senso è anche comprensibile che, dopo aver fornito tante prove del suo valore, pensi un po’ a divertirsi. Quel che sconcerta è che trovi divertente abusare del suo titolo per umiliare i sudditi, per non parlare delle donne dei suddetti sudditi che tutte costringe a transitare nel suo letto, non tutte assieme, ci mancherebbe altro, almeno in questo gli dobbiamo riconoscere un certo qual senso della misura che lo porta a dilettarsi ogni notte con una donna diversa. Non è da lui, ci diciamo sconsolati, specie quando ci troviamo ad accorrere al suono del sacro corno che preannuncia il pericolo, un pericolo che già sappiamo inesistente senza che il saperlo ci dispensi dall’accorrere. Non è da lui, insistiamo a ripeterci, per quanto sappiamo bene che le componenti che concorrono a formare un uomo sono così tante e così controverse, che è sempre una sorpresa constatare quella che prende il sopravvento.

     Ogni qualvolta ci capita di trovarci al suo cospetto e ne apprezziamo la bellezza, il portamento nobile, lo sguardo fiero e al contempo ne registriamo la tracotanza, ci viene da pensare che Gilgamesh sia il più infelice tra tutti gli abitanti di Uruk. Nel vedere come dissipa le sue risorse e come si squalifica agli occhi del suo popolo lo immaginiamo roso da un tarlo che gli divora la mente. Quel che i sudditi liquidano col termine arroganza e che le donne dei suddetti sudditi liquidano col termine libidine forse si giustifica col suo umanissimo bisogno di conoscersi raschiando il fondo di quel terzo di umanità che cozza tremendamente coi due terzi di divinità che concorrono a farne l’uomo che è, un uomo senza radici in quanto non è di questa terra e nemmeno gli è concesso di risiedere in cielo. Si potrebbe anche obiettare che un simile uomo da noi definito senza radici abbia in realtà non una ma cento radici per il fatto che è mortale e divino nel medesimo tempo. Ma la risposta è già lì, bell’e pronta, e ha a che fare con la sensazione di sentirsi sdoppiati, una sensazione non certo piacevole, bisognerebbe trovarcisi per capirlo, e noi, per fortuna o per disgrazia, non ci troviamo nelle sue condizioni. 

     Gilgamesh, proprio per gli opposti che convivono in lui, è l’espressione massima del dilemma del creato, dilemma che noi mortali non possiamo spiegare. Al più, quando le condizioni lo consentono, lo possiamo solo osservare per cercare di intuire il disegno che ha mosso la mano del creatore. Sebbene, trattandosi di Aruru, infatti a lei si deve l’impasto da cui ha tratto Gilgamesh, dobbiamo mettere nel conto l’imponderabile che attiene a tutte le donne senza discrimine tra mortali o dee. Trattandosi di Aruru, è facile supporre che abbia ecceduto nelle dosi. Infatti due terzi di divinità sono troppi per un uomo. C’è il caso che si monti la testa e finisca col reputarsi più invincibile di quanto non sia. C’è anche il caso che arrivi a credersi immortale.

     Nel frattempo, l’uomo che gli dèi hanno decretato e che Aruru ha plasmato prendendo a modello le fattezze di Sumuqan, dio della steppa, delle piante e degli animali che ci vivono, ed è chiaro che stiamo parlando di Enkidu, principia a manifestarsi nel senso che vive e si aggira sulle colline come un selvatico qualunque. Quel che si aggira forse è perfino arbitrario definirlo uomo in quanto è solo una bestia. Però, per quanto bestia, finché nessuno lo vede, finché nessuno non ne riconosce la particolarità, è come se non ci fosse. È necessario che qualcuno lo scorga e ne porti notizia a Uruk affinché anche Gilgamesh ne sia informato. E anche questo accade.  

     Infatti un giorno un cacciatore, un giovane che esprime la sua arte per mezzo di lacci e tagliole, spingendosi non sappiamo se di sua iniziativa o per ispirazione divina verso le colline che si trovano a nord di Uruk, con sua enorme sorpresa avvista un uomo il cui solo aspetto gli suscita un repentino moto di sgomento. È pur vero che, trattandosi di un cacciatore, sarebbe logico attenderci che abbia una certa esperienza degli animali più terribili che vivono sulle colline. Evidentemente l’uomo in questione, che noi sappiamo trattarsi di Enkidu, è così terrificante a vedersi che il povero cacciatore ne rimane raggelato. Non vorremmo che Aruru ancora una volta, per quanto avesse un preciso sembiante come campione, abbia acceduto nelle dosi. 

     Ignaro delle cose del mondo e degli uomini, Enkidu, che il cacciatore scorge nudo ma ricoperto di peli ispidi come fosse un orso, scorrazza sulle colline insieme alle gazzelle. Sta là, si disseta presso le pozze secondo il costume che è tipico delle bestie selvatiche, si nutre brucando l’erba e vaga mischiato al branco come fosse egli stesso una gazzella. È un uomo, ne fanno fede gli attributi della virilità. Peraltro procede in posizione eretta come procedono gli uomini e non a quattro zampe come le sue amate gazzelle. Però si comporta alla maniera degli animali. Ne è prova il fatto che a un tratto fiuta la presenza del cacciatore e fugge come fuggono gli altri animali che, per quanto selvatici o forse perché selvatici, hanno imparato a temere l’uomo. 

     Il cacciatore, che di sicuro ne ha viste tante ma una cosa del genere non gli era mai capitata, dimentica perfino il motivo per il quale s’è recato sulle colline. Bisognerà vedere come la prenderà sua moglie quando farà ritorno a casa a mani vuote. Sua moglie al momento non è nei suoi pensieri. V’è ben altro che merita la sua attenzione, cosa per la quale le trappole che doveva piazzare restano inutilizzate nel fondo della sua bisaccia e lui, sgomento, si limita a seguire con lo sguardo, fin dove gli riesce, lo strano tipo che vive in comunità con le gazzelle e che, queste le parole che utilizzerà al ritorno, ha una chioma fluente come quella di una donna, ma i capelli sono ispidi come spighe d’orzo. Tali dettagli, come quelli ancor più significativi che riguardano gli attributi della virilità, ci consentono di asserire che il cacciatore, per quanto impietrito dal terrore, è un buon osservatore. Forse fin troppo nel senso che, magari per il desiderio di mandare a mente altri più rilevanti dettagli, rimane impalato e nemmeno prova a nascondersi. In tale modo succede che, come lui scorge lo strano tipo, lo strano tipo scorge lui. Prima di scorgerlo lo fiuta a riprova che è un vero selvatico. E lì, senza nemmeno provare a cogliere qualche dettaglio, ulteriore prova che è un selvatico, insieme al resto del branco si dà alla fuga.

     A volte accadono cose così stupefacenti, che il maggior cruccio di colui che si trova ad assistervi riguarda la plausibilità, nel senso che, se provasse a raccontarle, assai difficilmente verrebbe creduto. Cos’è, avevi bevuto, è facile che si senta dire dal primo cui prova a raccontare la sua storia, oppure, per giustificare il fatto che sei tornato a casa a mani vuote, ti sei inventato la frottola dell’uomo che vive in comunità con le gazzelle. È sempre così che succede, più la cosa è incredibile e più, lo dice l’aggettivo, è difficile da credere. Così il cacciatore, dopo aver esperito tutte le pratiche necessarie per capire se stava sognando, e dopo essersi ricordato che solitamente non va soggetto ad allucinazioni, per quanto, visto il sole che imperversa su queste colline, un miraggio si potrebbe anche mettere nel conto, si persuade di essere stato testimone di una vicenda che non ha precedenti nella storia dei cacciatori. Ma un dubbio gli rimane. Hai visto mai che era davvero un orso, si trova a pensare, magari un orso spelacchiato, un orso che gode del privilegio di vivere insieme alle gazzelle. A ben vedere si tratta di un dubbio che la dice lunga sulla confusione che ora furoreggia nella sua mente. Tuttavia, assurdo o meno assurdo che possa sembrare, questo dubbio gli rimane e non c’è verso di metterlo a tacere. Appunto per questo il cacciatore decide di pernottare sulle colline nella speranza di avvistare nuovamente, magari all’alba del giorno dopo, quando le gazzelle sono solite avvicinarsi alla pozza per dissetarsi, lo strano tipo simile all’orso e coi capelli fluenti e ispidi come spighe d’orzo.

     Non è difficile immaginare quel che può passare nella testa del povero cacciatore mentre il giorno muore e la notte, avanzando da oriente, annulla e fa scomparire tutte le cose, prima gli alberi della foresta, poi il profilo delle colline e infine la pozza. Occorre aspettare che si mostri la luna per tornare a vedere qualcosa. Ma prima che ciò accada v’è un intervallo di totale oscurità per la quale ogni fruscio, ogni soffio di vento e ogni verso dei soliti animali notturni raggelano vieppiù il cacciatore che già maledice la sua curiosità per la quale ha deciso di pernottare sulle colline. La cosa migliore sarebbe quella di accendere il fuoco. È la prassi più consigliata dagli esperti nell’arte di pernottare all’aperto, specie per tenere lontane le belve feroci. Ma lui non si sente la forza di muovere neanche un passo. Inoltre sa bene che il fuoco ne tradirebbe la presenza rendendo vano lo sforzo di stare lì appostato nella speranza di scorgere all’alba lo strano tipo. Si sa come sono fatte le bestie, fiutano l’odore di bruciato e si tengono alla larga. 

     Quando la luna, scalando a fatica la volta del cielo, s’alza oltre le cime degli alberi, quando la sua luce d’argento sfiora e rianima come per incanto l’altopiano, la pozza d’acqua riemerge dal buio e dal buio riemergono mille forme che nemmeno il cacciatore più smaliziato, quello che ne ha viste tante, vorrebbe mai vedere. Difatti un conto è piazzare trappole e un conto è vedersi attorniato da belve che col buio lasciano le loro tane in cerca di cibo. Non è facile capirne la ragione, per quanto, a volerla cercare, la ragione si trova, però è un fatto che la pozza d’acqua è frequentata più di notte che di giorno. C’è da dire inoltre che gli animali che la frequentano di notte sono i più pericolosi per l’uomo per il semplice fatto che sono carnivori. C’è infatti da scommettere che non sono lì per bere, o perlomeno non solo per bere, ma per fiutare la traccia di qualche innocuo erbivoro cui dare la caccia. 

     Il povero cacciatore, pur avendo ben chiara la differenza tra sé e un erbivoro ma dubita che il puma che dovesse fiutarlo potesse rimarcarla, non trova di meglio da fare per mettersi al sicuro che scalare il tronco di un albero e restare appollaiato nella biforcazione di due rami. La fortuna è dalla sua parte in quanto nessuno dei puma che durante la notte vengono ad aggirarsi nei pressi della pozza fiuta la sua presenza. Lui scorge dei puma, ma non è detto che non siano lupi o leoni. A qualsiasi specie appartengano, con tutto che del fiuto facciano la loro arma principale, nessuno si accorge del cacciatore. 

     Mai notte era sembrata tanto lunga all’incauto cacciatore. Non bastasse quel che di tanto in tanto riesce a vedere, ci si mette anche quel che di tanto in tanto, anche senza vederlo, riesce a sentire. Difatti è davvero straordinario il numero degli animali che di notte, ricusato il sonno, abbandonano la comodità delle loro tane e si danno alla caccia. Strepiti, ringhi, ululati, sul sottofondo sonoro prodotto dai grilli e dalle rane si sente di tutto. Ed è facile immaginare che ogni rumore sia l’indizio di un duello. Ogni fracasso di rami spezzati stia a indicare un animale che fugge e un altro che lo insegue. Ogni subitaneo silenzio dopo tanto fracasso stia a indicare la fine della caccia. La morte del primo è necessaria alla vita del secondo, ma tale necessità non lo affranca minimamente dal dolersi della sua sorte. 


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