Di colui che vide ogni cosa

La saga di Gilgamesh

Bruno Sebastiani

Romanzo mitologico


bruno sebastiani - libri da leggere - gilgamesh
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Di colui che vide ogni cosa voglio narrare al mondo

di colui che apprese e che fu esperto in tutte le cose.

Di Gilgamesh che raggiunse la più profonda conoscenza,

che apprese e fu esperto in tutte le cose.

 

Egli esplorò ogni paese

ed imparò la somma saggezza.

Egli vide ciò che era segreto, scoprì ciò che era celato

e riportò indietro storie di prima del Diluvio.

 

Egli percorse vie lontane, finché stremato trovò la pace

e fece incidere tutte le sue fatiche su una tavoletta di pietra. 

 


Tratto dal poema: " Epopea di Gilgamesh".




                                         Anteprima

OGGI, AL TEMPO DI RE SARGON II,

CONTEMPORANEO DEL FARAONE TEFNAKHT

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  Una delle sostanze che si trovano più comunemente sulla terra è la pietra, ve n’è così tanta che non si conosce luogo che ne sia sprovvisto, anche l’acqua del mare ne contiene una buona parte sotto forma di sali disciolti, perlomeno così assicurano gli alchimisti, per quanto, chiunque ne abbia sperimentato il gusto, può dire soltanto d’averla trovata salata con ciò sollevando il sospetto che il sale non possa equipararsi alla pietra, ma vai a capire se, per i soliti processi trasmutativi tanto cari agli alchimisti, lo stesso sale non possa considerarsi la base di partenza per ottenere la pietra. Che provenga dal sale o che sia una sostanza, per così dire, primaria, è fuor di dubbio che la pietra costituisce l’impalcatura del paesaggio delineando i pianori e sostenendo le colline, per non parlare delle montagne, basta vedere quella che affiora quando la pioggia erode il terreno per farsene persuasi. E siccome quella che affiora è solo la parte più prossima alla superficie, è lecito immaginare che, sotto il primo strato di terra che sostiene gli alberi e le colture, non vi sia altro che pietra.

 

Tanta abbondanza può lasciare comprensibilmente perplessi, ma occorre tener presente che la pietra, al contrario di quel che accade al legno ed ai corpi degli esseri viventi, non va soggetta ai noti processi decompositivi di cui tutti, o per diretta conoscenza o per averlo sentito raccontare, abbiamo cognizione, processi per i quali anche i corpi coriacei degli eroi si disgregano al punto di ridursi in polvere. Non va taciuto che anche la pietra può polverizzarsi, ma perché ciò accada occorre il lavoro mirato oltre che tenace dei cavatori o degli scalpellini i quali, con lo scopo di ottenere blocchi di varie grandezze da utilizzare in tutte quelle opere che hanno a che fare con l’edilizia, strade, edifici, mura perimetrali, aggrediscono la pietra coi loro strumenti che oggi sono di ferro mentre qualche secolo addietro erano solo di bronzo. Molto più potente di tali strumenti è l’azione combinata del sole e del vento che, quando le condizioni lo consentono, riesce a polverizzare la pietra tanto da farla diventare sabbia come quella che ricopre le sterminate distese del deserto, ma perché ciò avvenga occorrono millenni e ciò è già un indice della durezza della pietra. Va anche detto che la pietra non è una sostanza sempre uguale a se stessa, al contrario è possibile classificarla in diverse tipologie che differiscono per grana, colore e compattezza, cosa che comporta una diversa resistenza all’azione aggressiva sia degli agenti atmosferici e sia degli strumenti metallici utilizzati dagli uomini.

 

   Riferendoci all’utilizzo che se può fare, è possibile dividere le pietre in base alla loro lavorabilità, ché alcune sono praticamente inattaccabili mentre altre sono così tenere che si potrebbero intaccare financo con una selce. Naturalmente la lavorabilità di una pietra esprime in ragione inversa anche la sua garanzia di durata, nel senso che più una pietra è tenera, più è facile incidervi dei segni, e più facile sarà che quei segni si cancellino col tempo, per contro la pietra dura, quella che si pone come una sfida per lo scultore o lo scalpellino che intenda modellarla, conserverà per sempre, o perlomeno per un tempo infinitamente più lungo di quello con cui si esprime la vita degli uomini, l’impronta di ciò che lo scultore o lo scalpellino avrà saputo fare.

 

   Vista l’abbondanza della pietra che è possibile reperire in ogni dove, vista inoltre la notevole diversificazione che ne caratterizza, come abbiamo già detto, la grana, il colore e la compattezza, gli uomini hanno imparato a riconoscerne le tipologie e si sono fatti maestri nel destinare le più appropriate ai diversi impieghi. Tutto ciò lo deduciamo dal gigantesco bassorilievo che ci troviamo davanti, che poi è solo uno dei tanti bassorilievi che ornano le varie gallerie della fortezza di Sargon dove ci troviamo attualmente, per quanto, è bene precisarlo subito, il Sargon cui facciamo riferimento è solo il secondo con questo nome, ciò per distinguerlo dal primo, il noto Sargon di Akkad.

 

   Già la fortezza è un esempio della maestria acquisita dagli uomini nel selezionare le varie pietre da destinare alle diverse realizzazioni. Sarà sufficiente citare a mo’ di esempio il granito utilizzato in blocchi enormi per l’innalzamento delle mura perimetrali per far capire come ormai gli scalpellini non arretrino di fronte a niente, ché sgrossare un blocco di granito è impresa degna di An, e qui di blocchi ve ne sono a migliaia. Ma questo bassorilievo che cattura tutta la nostra attenzione è l’esempio massimo della valentia acquisita dagli uomini, in particolar modo per aver scelto una pietra ambrata dura abbastanza da sfidare un numero imprecisato di secoli ed al contempo lavorabile abbastanza da consentire allo scultore di secondare il suo estro per esprimere la nobiltà, la possanza e la fierezza dell’eroe la cui storia indirizza il nostro cammino, o per meglio dire il nostro racconto, dell’unico al quale ognuno vorrebbe anche in minima parte somigliare, di colui che vide ogni cosa, di Gilgamesh re di Uruk e figlio di Aruru che lo creò modellando un pane di argilla.

 

   Le pareti di questa galleria, in maniera non dissimile dalle altre che, dalle mura perimetrali, conducono al cortile interno della fortezza al cui centro svetta una possente ziggurat a sette gradoni, sono ricoperte di lastroni lavorati con la tecnica del bassorilievo, lastroni su cui sono riprodotte le più svariare raffigurazioni. Vi sono tori alati dal volto umano, vi sono arcieri a cavallo, soldati sui carri, scene cerimoniali nelle quali re Sargon s’intrattiene coi sacerdoti oppure riceve doni. Ma, tra tutti, quello che abbiamo davanti è il solo che raggiunga delle dimensioni che a noi paiono esorbitanti, basti dire che è alto più di cinque metri per una larghezza di due metri e mezzo. Se fosse stato pochi centimetri più alto sarebbe stato necessario scavare una nicchia nella volta della galleria oppure una buca alla base della parete che lo contiene, per fortuna questo lavoro per così dire supplementare non si è reso necessario e ciò ci consente di concludere che lo scultore, prima di mettersi all’opera, si è recato in questa galleria e ne ha preso le misure.

 

   L’opera, al di là del suo significato, è di una bellezza sconvolgente, ci ha talmente catturato che sono settimane che ci rechiamo in questa galleria e restiamo incantati per ore a rimirarla, al punto che i guardiani della fortezza che, non va dimenticato, è anche un gigantesco tempio, hanno imparato a riconoscerci. Chissà in quale modo si trovano a commentare tra di loro questa nostra infatuazione, forse ci considerano un po’ bislacchi, resta il fatto che ci lasciano passare, ci lasciano financo sostare per il tempo che ci aggrada davanti al capolavoro senza più importunarci come accadeva in principio. Il bassorilievo, scolpito su una stupenda lastra di calcare alabastrino, riproduce per intero la figura di Gilgamesh che si è appena reso interprete di una strabiliante avventura, per quanto è perlomeno azzardato pensare che lo scultore potesse riprodurre l’eroe che noi sappiamo instancabile in un momento di ozio oppure, perché no, di semplice riposo tra un’impresa appena compiuta ed un’altra da compiere. In ogni caso, quello che ci fissa col suo sguardo di pietra è un Gilgamesh che, sensibile ai lamenti delle sue genti, ciò a riprova della sua generosità, si è recato nella steppa ed ha catturato un ferocissimo leone che ancora digrigna e soffia, ma il suo destino sembra scontato se consideriamo la terribile stretta con cui l’eroe lo tiene avvinghiato con un solo braccio contro il suo petto. La cosa più sorprendente, i lettori ne converranno, è che, per consegnare all’ammirazione dei posteri la figura leggendaria di Gilgamesh, si sia scelto di farlo combattere contro un leone, ché avvistare un leone in queste nostre terre mesopotamiche è cosa rarissima. Dobbiamo pensare che tremila anni addietro, tanto è il salto temporale che occorre fare per tornare al tempo in cui visse il nostro eroe, i leoni fossero molto più numerosi di quanto non siano attualmente. Il fatto che si siano praticamente estinti è davvero singolare, non vorremmo che Gilgamesh, nella foga di rendersi utile, li abbia sterminati tutti, conoscendo la sua esuberanza non ne saremmo troppo sorpresi. In ogni caso lo scultore, forse con la mira di non rappresentarci il nostro eroe come uno sterminatore di felini, ce lo mostra alle prese con uno soltanto, e non vi sembri poco, ché ognuno di noi, trovandosi davanti un ferocissimo leone, per quanto di leoni docili non si ha esperienza, forse, nel caso esistano, soccombono prima di diventare adulti ad opera dei loro simili meno concilianti, ognuno di noi, dicevamo, non ci penserebbe due volte a darsela a gambe, specie se lo dovesse affrontare col quasi niente che sembra avere Gilgamesh il quale esibisce nella mano destra un oggetto che potrebbe essere una falce o una frusta, arnesi notoriamente poco adatti a catturare un leone.

 

   In più occasioni, trovandoci al cospetto di questo capolavoro, abbiamo avvertito forte il desiderio di procurarci una scala per portarci, per quanto possibile, più prossimi alla parte superiore del bassorilievo così da esaminare da vicino il volto di Gilgamesh, o meglio per esaminare i suoi occhi che guardano senza alcun’ombra davanti, in lontananza, verso qualcosa di indefinito. Si potrebbe dire che questi occhi, ancor meglio del corpo tutto, lascino affiorare la parte umana dell’eroe che guarda interrogandosi, guarda per capire, per afferrare quel che non sempre appare ma che non può non esserci, se non altro per giustificare il fuoco che lo divora dentro di addivenire alla conoscenza, conoscenza di cosa è difficile dirlo dal momento che non sembra appagarsi di nulla che possa materialmente vedere. Lo sguardo di Gilgamesh è così ambivalente da esprimere, insieme alla sua forza, anche la sua fragilità di uomo il quale, benché sia reduce da una strabiliante vittoria, sa che dovrà soccombere, sa che, più terribile del ferocissimo leone, un giorno si troverà di fronte un nemico che si farà beffe della sua falce o della sua frusta, un nemico inesorabile come può esserlo solo la morte.

 

   Questa consapevolezza, o per dir meglio questo dilemma, si percepisce nello sguardo di Gilgamesh che è fiero di se stesso, e ne ha ben donde, ma non tanto da incedere col piglio che potrebbe esibire un uomo che si ritenga invincibile, sa bene che quello della gloria è un tempo effimero e ciò, non bastasse lo sguardo, ce lo dicono i suoi piedi. Difatti, benché l’eroe sia riprodotto di fronte come di uno che si stia intrattenendo con un conoscente incontrato per la strada, per quanto c’è da pensare che il conoscente, nel vedere il leone che digrigna e soffia a dispetto della stretta poderosa del suo braccio, accamperebbe qualsiasi pretesto pur di non intrattenersi, benché sia riprodotto di fronte, dicevamo, i suoi piedi, con innaturale contorsione, sono rappresentati lateralmente, di profilo, come se, senza volerlo dare a vedere, possiamo immaginare lo sconcerto del conoscente, stesse tentando di uscire dal bassorilievo. Non sia mai dovesse accadere, vorrebbe dire che lo scultore ha plasmato con tanta arte la sua opera al punto di farla sembrare viva, talmente viva da imporre il suo volere alla tenacia della pietra. Non sia mai dovesse accadere, domani potremmo trovare questa lastra di calcare alabastrino completamente liscia, senza nemmeno la traccia dell’eroe che vi era riprodotto. Non accade, forse dovremmo dire che non accade ancora, ammesso che un fenomeno del genere possa accadere, nondimeno noi abbiamo la sensazione che Gilgamesh, se solo volesse, ci darebbe un’ulteriore prova del suo straordinario talento. Infatti non vanno dimenticati i due terzi di divinità adoperati da Aruru nel suo impasto originario a fronte di un solo terzo di umanità, per tale singolare composizione egli si pone a metà strada tra gli uomini e gli dèi, cosa che lo rende capace di imprese mirabolanti, in definitiva non ci stupiremmo troppo se un giorno decidesse di averne abbastanza di questo bassorilievo e lo abbandonasse.

 

   Sappiamo bene che quel che andiamo paventando ha pochissime possibilità di verificarsi, in ogni caso, anche per metterci al riparo da un’evenienza del genere, hai visto mai che, magari per smentirci, Gilgamesh decida di giocarci questo tiro birbone, ci affrettiamo a registrare gli altri dettagli del ritratto, perlomeno i più significativi, così che, se dovesse svanire, ci resterebbe la consolazione di averne fatto un accurato rendiconto. Parlando di dettagli, i primi che ci sentiamo di segnalare sono i capelli e la barba che sono acconciati con una cura così meticolosa da lasciarci perplessi. Pare impossibile che Gilgamesh, che noi sappiamo simile ad un toro selvaggio per quel che riguarda l’irruenza ed il coraggio, trovasse il tempo, e pur trovandolo avesse la pazienza, di mettere ordine alla sua capigliatura componendo un numero imprecisato, in ogni caso enorme, di treccioline che scendono e si sovrappongono sulle sue spalle come per formare due piccoli cuscini, per non parlare delle treccioline in cui è divisa la barba che gli arriva al centro del petto come la frangia di un tappeto. Ne restiamo perplessi, ma non possiamo tacere che tutti i personaggi rappresentati sui restanti bassorilievi, che siano soldati, arcieri, pastori, sacerdoti, e qui nella lista ci mettiamo pure re Sargon, sia che si trovi assiso sul trono e sia che si intrattenga in piacevole conversazione con qualche dignitario, tutti i personaggi, dicevamo, mostrano di possedere l’identica capigliatura e l’identica barba che modellano in maniera così singolare il capo ed il volto di Gilgamesh. Tutto ciò, per quanto possa sembrare bizzarro, si spiega col fatto che un uomo, perlomeno nel tempo attuale, non potrebbe dirsi tale, o non potrebbe essere rappresentato come tale, se non s’adorna il capo ed il mento alla stregua di una trapunta. Per dirla in maniera diversa azzardiamo l’ipotesi che, essendo questo il costume attuale, scultori e scalpellini hanno l’obbligo di rappresentare i vari personaggi, anche quelli vissuti qualche millennio addietro, come fossero coevi. Per tale motivo ora Gilgamesh ci guarda dal suo bassorilievo come se vi fosse appena entrato, sempre per tale motivo appare vestito e acconciato in maniera non troppo dissimile da come appare re Sargon, per quanto nemmeno re Sargon, che tutto può e tutto ottiene in virtù degli attributi che ne fanno il re che conosciamo, può permettersi di stringere al petto con un solo braccio un ferocissimo leone che non pare per nulla rassegnato alla cattura e che sta aspettando l’occasione propizia per far valere la potenza micidiale dei suoi artigli. La testa ruggente della belva, che pare distratta da un richiamo, sta girata dalla nostra parte, ci guarda e sembra sfidarci ad avvicinarci, sembra financo dirci che non si considera ancora battuta, basta vedere come, facendo leva sulle zampe posteriori, stia tentando di liberarsi. Ed è sorprendente notare come, nello sforzo, il suo corpo possente tenda ad arcuarsi, lo vediamo così convinto dei propri mezzi che, se solo Gilgamesh allentasse la sua presa, magari per mettersi meglio in posa a beneficio dello scultore, in meno di niente affonderebbe le sue zanne nel collo dell’eroe rimettendo in discussione la partita. Va però detto che la barba che adorna il volto di Gilgamesh è talmente folta da rappresentare già da sola un ostacolo insormontabile per il povero leone il cui destino, per quanto soffi e digrigni, appare segnato, non per altro lo scultore ce lo ha rappresentato su questo bassorilievo, egli poteva anche farne a meno, però ce lo ha messo per evidenziare come la forza selvaggia da sola non può niente contro la ragione che governa le azioni degli uomini. L’intera composizione sembra pensata apposta per invitarci a riflettere sulla capacità che ha l’uomo di dominare le forze della natura, financo le più terribili come ci viene suggerito dalla ferocia del leone, ma non tanto da elevarsi al di sopra di essa per affrancarsi dalla caducità che è propria di tutte le cose. L’uomo, per quanto conservi l’impronta del dio che lo ha generato, è qui solo per transitare lasciando a testimonianza del suo passaggio il ricordo delle sue imprese, sempre che ne compia. Tutto ciò si evince dai piedi di Gilgamesh che sono riprodotti di profilo come è d’uso nelle pitture egizie, egli è qui ed è già in procinto di andare altrove. Il bassorilievo ce lo mostra nel momento in cui l’apice della sua forza coincide con l’inizio del lasciarci. Se lo scultore avesse dato un seguito al suo racconto scolpendo una lastra successiva, se la sarebbe sbrigata in mezza giornata, con pochi colpi di scalpello avrebbe riprodotto la carcassa del leone abbandonata in terra e poi nient’altro, che è quel che resta di ogni uomo quando conclude il suo transito terreno ed esce di scena.

 


TRE MILLENNI ADDIETRO, AL TEMPO IN CUI VISSE GILGAMESH

 

 

   

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.........Per quanto la cosa possa sembrare inverosimile, i lettori si prendano per buona questa nostra ricostruzione in quanto, per il valore degli insegnamenti ricevuti dai valenti alchimisti conosciuti nel lontano Egitto, abbiamo imparato a vedere e sentire anche quel che fisicamente non si vede e non si sente, purché le immagini e le voci siano sufficientemente potenti, quelle degli dèi lo sono senz’altro, cosa che ci consente di riferire anche quel che si dicono tra di loro.

 

   An, da quel dio di primaria grandezza che è, immediatamente dà seguito al suo sbigottimento ed in quattro e quattr’otto convoca tutti gli dèi in assemblea per discutere la spinosa faccenda di Gilgamesh che tiranneggia il suo popolo, spinosa non tanto per il popolo tiranneggiato, per quanto anche questa sarebbe una cosa da non prendere sotto gamba, quanto per il fatto che Gilgamesh è un re creato apposta per dare lustro alla città di Uruk. Con nostro vivo rincrescimento dobbiamo riferire che non tutti rispondono con la dovuta sollecitudine alla sua chiamata, cosa che ci conferma come anche nei cieli non si respira più quell’aria di rispettoso rigore di una volta, come accade ai mortali, anche gli dèi tradiscono, col loro atteggiamento, un certo lassismo, non vorremmo che certe condotte esecrande tipiche degli uomini li abbiano contagiati, ammesso che ciò sia possibile.

 

   Quando An fa il suo ingresso nel luogo espressamente designato alle assemblee degli dèi, con una sola occhiata, ci stupiremmo se avesse bisogno di più occhiate o di conteggiare sulle punte delle dita gli assenti, s’avvede che la sua chiamata è rimasta largamente disattesa. Difatti trova ad attenderlo solo poche divinità, diciamo che si tratta della metà dei convocati, e ciò gli provoca un attacco subitaneo di collera, ammesso che la collera, specie quella divina, possa montare per gradi, per quanto, se pur l’avesse trovata al completo, ci riferiamo all’assemblea, avrebbe esordito lo stesso coi toni irati tipici del suo carattere, se non altro perché costretto ad interessarsi di qualcosa che, secondo il suo divino parere, non gli compete.

«Aruru, proprio te cercavo!» esordisce con voce roboante. «Ti rendi conto di quello che hai fatto?».

«A cosa ti riferisci, mio signore? Non so di cosa parli».

«Hai creato Gilgamesh con due terzi di divinità, forse ne bastava di meno, ed il risultato eccolo, lo abbiamo sotto gli occhi, egli è forte come un toro selvaggio, nessuno gli può resistere ed egli ne approfitta per trattare il suo popolo come il peggiore dei tiranni».

«Il peggiore dei tiranni? Questa mi giunge nuova, mio signore. Io lo sapevo prodigo verso il suo popolo e amato da tutti».

«Come si può amare un re che per puro diletto suona il sacro corno giorno e notte seminando l’allarme nella popolazione ed inoltre, come se ciò non bastasse, non lascia intatta nessuna donna della città?».

«Nonno caro» si fa avanti a chiedere a questo punto Ishtar. «Stai parlando dello stesso Gilgamesh, re di Uruk, che ci ha dedicato quel prestigioso tempio nell’Eanna?».

«Proprio lui, Ishtar. Era una benedizione per il suo popolo, ma ora è cambiato, da pastore e protettore ora è diventato un oppressore».

«Forse il terzo di umanità che Aruru ha messo nel suo impasto ha preso il sopravvento» suggerisce con tono maligno Enki, signore dell’abisso e dio delle costruzioni nonché delle arti.

«Se così fosse» è lesta a ribattere Ishtar, «sarebbe una buona notizia, perlomeno per me. Ho sempre desiderato avvicinarlo, ma lo ritenevo poco sensibile alle mie lusinghe, forse come uomo si lascerebbe sedurre ed io ho molti espedienti da mettere in campo perché accada».

«Taci, e mostrati più rispettosa» questo è An che parla, la sua voce è inimitabile. «Non siamo qui per discutere dei tuoi capricci. Non ti mancano certo dei validi soggetti su cui esercitare le tue arti. Vi ho riunito per ben altro motivo, il popolo di Uruk geme e soffre e noi abbiamo l’obbligo di trovare un rimedio».

 

   A questo punto gli dèi, perlomeno i pochi presenti, anche per dare un senso alla sollecitudine con cui hanno risposto alla chiamata di An, provano a dare qualche suggerimento. Aruru, la dea madre, che più di chiunque altro si sente responsabile dei capricci di Gilgamesh in quanto sua è stata la scelta, particolarissima scelta, delle dosi da impiegare nel suo impasto originario, si dice disposta a fare un tentativo, va pensando che lo potrebbe visitare in sogno e gli potrebbe parlare per convincerlo a cambiare costume nei confronti dei suoi sudditi. Enlil, che tra i figli di An è quello che può vantare il maggior numero di funzioni per il fatto che, oltre ad essere il creatore, è anche giudice e legislatore, non va dimenticata la tavoletta dei destini che è in suo possesso e di cui è un custode geloso, Enlil, dicevamo, non è d’accordo con Aruru, parlare in sogno a Gilgamesh, a suo modo di vedere, avrebbe scarsi risultati in quanto i sogni, com’è consuetudine tra i mortali, sono soggetti alle interpretazioni degli indovini ed egli si dice sicuro che nessun indovino avrebbe l’ardire di dire a Gilgamesh quel che Gilgamesh non vorrebbe sentirsi dire. Ereshkigal, la signora degli inferi, suggerisce l’opportunità di promuovere una guerra, ci saremmo meravigliati se avesse suggerito qualcosa di diverso in quanto è cosa risaputa che le guerre, più delle pestilenze e delle inondazioni, producono cadaveri a iosa. Ma lei, impassibile come sa esserlo solo una dea, insiste a dire che in caso di conflitto Gilgamesh avrebbe bisogno dei suoi sudditi, ed ecco che smetterebbe di tormentarli anche perché, in caso contrario, avrebbe grosse difficoltà a guidarli in battaglia. Nergal, la cui funzione, non sapremmo dire con quale grado di soddisfazione, lo fa titolare del regno degli inferi in comunione di esercizio con sua moglie Ereshkigal, la coreggenza è sempre apportatrice di malintesi, financo di liti, accade tra due che siano soci ed accade tra due che siano sposi, accade tra gli uomini ed accade tra gli dèi, Nergal, dicevamo, più per contraddire l’amata consorte, amata si fa per dire, che per sentimenti umanitari, salta su a dire che in caso di guerra molti cittadini di Uruk morirebbero e lui non trova giusto farli morire solo per metterli al riparo dalle prepotenze di Gilgamesh. Dobbiamo ammettere che non ha tutti i torti in quanto, se si facesse un sondaggio tra i cittadini di Uruk, noi siamo convinti che solo i più esagitati direbbero di preferire la morte in battaglia alle vessazioni di Gilgamesh. Che poi, a volerla dire tutta, tali vessazioni riguardano perlopiù le donne ed anche loro a parole le subiscono, nemmeno riusciamo ad immaginarle nel gesto di dire il contrario, ma dentro di sé non ne sono troppo dispiaciute per il fatto che Gilgamesh è forte, è avvenente e come amante non ha rivali in tutta la terra di Sumer.

 

   Le assemblee, accade tra gli uomini e accade financo tra gli dèi, proprio con l’intento di dare a chiunque la possibilità di intervenire, si concludono spesso con un nulla di fatto in quanto è troppo forte la tentazione di avversare le proposte altrui più per ripicca personale che per altro. Sembra che nessuna cosa vada bene e non per il valore della cosa, ma perché l’ha suggerita il tale o il tal’altro, così passa il tempo, s’accavallano gli interventi e non si addiviene a nessuna decisione, tanto varrebbe abrogare le assemblee e lasciare che la decisione la prenda il capo, ammesso che sia capo non solo per decidere ma anche per rendere operative le sue decisioni, cosa non sempre scontata. An, che è irascibile già di suo, man mano che passa il tempo e s’accavallano gli interventi, meno male che gli dèi qui convenuti sono soltanto la metà di quelli convocati, altrimenti, se venivano tutti, c’era il rischio di dover portare avanti la discussione per un’intera settimana, An, dicevamo, si fa sempre più scuro in viso. La sorte di Uruk gli sta a cuore e non solo perché vi possiede una casa, eppure pare che gli dèi non sappiano fare di meglio che suggerire catastrofi, una guerra, una inondazione rovinosa con l’inizio della stagione delle piogge, financo un terremoto, tutti accidenti che, nelle intenzioni di colui o di colei che li suggerisce, dovrebbero favorire la rinascita del rapporto fiduciario tra il re ed i suoi sudditi, ché per fronteggiare una calamità, di qualsiasi natura possa essere, c’è bisogno del contributo di tutti, in tale nefasta evenienza Gilgamesh la smetterebbe di tormentare gli abitanti di Uruk per mettersi alla loro testa come si conviene ad un re. An si fa sempre più scuro in viso, questo l’abbiamo già detto ma torna buono ripeterlo per sottolineare il subitaneo sollievo che gli distende i tratti troppo tirati del volto non appena Enki, accantonata la malignità del principio, prova a dare un contributo più costruttivo.

 

   «A mio parere la soluzione potrebbe essere meno rovinosa di quanto fin qui suggerito dai miei valenti colleghi, non possiamo dimenticare che ogni catastrofe, per quanto capace di rinsaldare i rapporti tra Gilgamesh ed il suo popolo, come ha giustamente ricordato poc’anzi lo stesso Nergal, determinerebbe la rovina di numerosi sudditi, proprio quello che vorremmo evitare mettendoli al riparo dalle prepotenze del loro re. Insomma, una catastrofe sarebbe la risposta peggiore che si potrebbe dare ad una città che geme e che soffre».

«Tu cosa suggerisci, dunque?» lo incalza Ishtar che a quanto pare, questa è la nostra impressione, più dei suoi valenti colleghi, comincia ad averne abbastanza di questa assemblea.

«Io suggerisco che Aruru dia vita ad un uomo forte e coraggioso, un uomo capace di non arretrare di fronte a niente, al punto di poter tener testa a Gilgamesh. In pratica dovrebbe dar vita ad una sua controparte capace di avversarlo, cosa che non è in grado di fare nessuno dei suoi sudditi. Occorre un uomo che unisca in sé la potenza del toro selvaggio e l’agilità del puma. Una simile creatura, a mio parere, distoglierebbe Gilgamesh dal tormentare i suoi sudditi per la smania di affrontare un nemico che non ha uguali sulla terra».

«A me pare una buona idea» fa subito An come per mettere le mani avanti prima che qualcuno dei presenti, per le solite ripicche personali, ripicche, sia ben chiaro, che a volte dispiacciono, ma sono il sale di ogni famiglia e la famiglia degli dèi in questo senso è fin troppo salata, prima che qualcuno dei presenti, dicevamo, si metta a contestare il suggerimento di Enki il quale non a caso, tra le sue tante funzioni, annovera anche quella di signore dell’astuzia. «Si, è proprio una buona idea, anzi geniale» s’affretta a ribadire An. «Ed io ti sono grato, figlio, per averla elaborata. A questo punto, visto che sono tutti d’accordo, mi pare che la decisione è già presa. Tu, Aruru, studierai di dar vita ad un uomo che sia la controparte del cuore burrascoso di Gilgamesh, che possa contrastarlo così che la città di Uruk ne sia alleviata. Ma bada di non commettere la stessa leggerezza che hai commesso con Gilgamesh, tale uomo deve essere mortale in ogni sua parte senza nemmeno un decimo di divinità, e sia chiamato Enkidu in onore di Enki che l’ha pensato».

«Non ho capito bene» fa Aruru visibilmente perplessa. «Cos’è che mi chiedi in pratica, che io crei un uomo oppure un mostro?».

«Un uomo, Aruru, devi creare un uomo bello e dal portamento nobile come il tuo Gilgamesh, un eroe che possa stare alla sua pari e simile a lui come il suo riflesso, un altro lui, cuore tempestoso per cuore tempestoso così che lottino tra di loro e lascino in pace Uruk».

 

   Come accade in ogni assemblea più o meno partecipata, e quelle divine non fanno eccezione, si potrebbe anzi dire che quelle divine spicchino per la velocità con cui si concludono, alla fine tutti se ne vanno di gran carriera come se fossero in ritardo per chissà quale appuntamento lasciando che l’ultimo chiuda la porta e dia corso alle decisioni prese. Non ci sappiamo spiegare come mai tale usanza sia tanto praticata, forse perché, in caso di inadempienza, sarà facile trovare il responsabile che, sembra ovvio, è quello che è stato lasciato indietro per chiudere la porta.

 

   Una bella rogna, non c’è che dire, se voi conosceste Aruru come la conosciamo noi, capireste il motivo per il quale è tanto angustiata. Se potesse fare a modo suo, s’inventerebbe qualsiasi cosa, e l’inventiva non le manca, pur di scansare questo incarico di creare un altro uomo che sia la controparte di Gilgamesh. Già sa che non sarà per niente facile ripetersi potendo disporre esclusivamente di parti mortali per comporre l’impasto originario, per quanto, anche con Gilgamesh, che ella riteneva il suo capolavoro, ha ricevuto più rimproveri che apprezzamenti, specie da parte di Ishtar che le ha sempre rinfacciato d’averlo fatto troppo ingovernabile. S’inventerebbe qualsiasi cosa, però An l’ha deciso ed in più ha avuto l’accortezza, come stupircene visto che è il padre degli dèi, di eclissarsi non appena pronunciata l’ultima parola, questo per evitare che qualche incontentabile trovasse da ridire. Inoltre va detto che chi aveva da ridire, qualcuno c’era, state sicuri che qualcuno c’era, parimenti s’è eclissato con la stessa prontezza di An come per una gara a chi spariva per primo. Così ora la povera Aruru, rimasta sola e con le idee ancora parecchio confuse su come impostare un uomo per il quale c’è già pronto il nome, ma per il quale nessuno si è preso il disturbo di fornire qualche altra direttiva, ché i tratti indicati da Enki per i quali ha fatto riferimento al toro selvaggio e al puma le paiono generici e fuorvianti, così ora, dicevamo, anche per prendere tempo, Aruru esce dal luogo ove si è tenuta l’assemblea e per prima cosa va a lavarsi le mani.

 

   Non si pensi che il lavarsi le mani della dea sia un gesto dettato da ragioni igieniche come accade, o come dovrebbe accadere, tra gli uomini, uomini che tra l’altro, quando vi indulgono, nemmeno sono consapevoli che in questo modo evitano il diffondersi delle malattie. Infatti in questa nostra terra di Sumer, contrariamente a quel che accade nella terra del lontano Egitto da cui siamo appena tornati, la malattia non è qualcosa di fisico che si possa contrastare, ma è un fenomeno che affonda le sue radici nel magma magico-religioso che fa da sfondo a tutte le cose degli uomini, solo i sacerdoti, i maghi e gli indovini possono provare a tenerla a bada. Così il lavarsi le mani in una terra ove si registra una cronica carenza d’acqua assume il carattere del privilegio che attiene a colui che dispone di acqua a sufficienza anche per una pratica sostanzialmente inutile.

 

   Il lavarsi le mani di Aruru, invece, lo possiamo considerare l’atto propedeutico alla creazione. Infatti lei va, immerge le mani nell’acqua della vita e le friziona come per caricarle d’energia, solo più tardi, così energizzata, prenderà a impastare il solito panetto d’argilla per farne un uomo. Come lo fa e dove lo mette a vivere una volta fatto sono cose che al momento non possiamo sapere, a tempo e luogo debiti Enkidu troverà il modo di palesarsi ed allora avremo modo di capire se Aruru avrà fatto un buon lavoro. Quel che sappiamo è che ora, mentre è alle prese con l’impasto, mischia e rimescola solo componenti mortali, An è stato categorico in questo, anche perché uno come Gilgamesh c’è già e gli è pure d’avanzo, se non ci fosse oppure non gli fosse d’avanzo noi non avremmo ragione di scrivere questo racconto.

 


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