IL ROSSO E L'AMBRA

Bruno Sebastiani

Una candela di sego, pare che nulla sia più appropriato di una candela di sego per accompagnare il trapasso di Lady Emma Hamilton. Una donna che ha conosciuto tutto, la miseria, i fasti e poi ancora la miseria. Una donna che con la sua vita riassume in maniera sinistramente emblematica il senso di ogni vita che, senza far caso ai fasti che conosce, sempre in miseria si conclude. Cosa c'è di più misero di un corpo che cessa di vivere?


ISBN 9780244039899   Licenza di copyright standard

Pagine290  Copertina morbida con rilegatura termica

 


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Anteprima

  In una delle zone più settentrionali della Francia c’è Calais, una piccola città che affaccia sullo stretto di Dover. È tanto vicina all’Inghilterra che, guardando il mare, par quasi di vederla nel caso si abbia il desiderio di raggiungerla. Al contempo ne è tanto lontana che, guardando il mare, si prova la sensazione d’averla scampata nel caso si abbia il desiderio di fuggirla. Calais è tanto versatile da prestarsi ad entrambe le sensazioni, di fuga o di approdo. Questa sua versatilità si deve in special modo al porto che è come una porta aperta in cui entrare per mettersi in salvo o da cui uscire per guadagnare l’altra sponda.

     È il gennaio 1815 e Calais appare una città irriconoscibile per chi ebbe modo di frequentarla negli anni scorsi. Arrivandoci, si ha l’impressione che sconti gli effetti di una terribile pestilenza. Rispetto a qualche decennio addietro la popolazione si è dimezzata. Un’ulteriore aggravante si può riscontrare nel fatto che, coloro che sono rimasti, per la maggior parte sono donne e bambini. Gli uomini si direbbero scomparsi. Tutta colpa delle armate napoleoniche che hanno dissanguato le terre francesi portandosi via i migliori figli. C’è però da dire che i peggiori figli non sono stati risparmiati. Nel portarseli via, le armate napoleoniche, con spirito liberale, non hanno fatto distinzione ed hanno portato via tutti, specie dovendosi rinfoltire in previsione della campagna di Russia.

     Era tre anni addietro quando prese l’avvio la campagna di Russia, un’operazione imponente, impressionante, con un numero di effettivi da dare il capogiro. Mai nella storia s’era avuta una tale concentrazione di soldati, ben 700.000. Ci volevano giorni per passarli in rassegna. Ma là dove non arrivava col suo sguardo, Napoleone arrivava con gli occhi dei suoi ufficiali. Non gli importava vederli, purché ci fossero e gli obbedissero. E quelli obbedivano. Evidentemente era più pericoloso disertare che avanzare. Così avanzarono fino a Mosca, là dove l’imperatore provò l’orgoglio di calpestare gli splendidi pavimenti del Palazzo delle Faccette, la residenza dello zar all’interno del Cremlino.

     Ma poi, per l’impossibilità di difenderla, la città fu data alle fiamme dai russi e le armate napoleoniche dovettero fuggire, cosa che si tradusse in una ritirata disastrosa. Nella fuga furono abbandonati migliaia di carri con salmerie, malati, feriti e l’ingente bottino arraffato nei pochi giorni di occupazione. Più grave ancora, nella fuga vennero meno il senso dell’onore e della disciplina. Le armate napoleoniche si trovarono ad arrancare tra i ghiacci che ricoprivano il suolo russo perdendo per la strada il senso, o meglio il collante messo alla base di ogni armata. Se prima erano reggimenti regolarmente inquadrati e riconoscibili ognuno dal suo vessillo, dopo erano bande di individui abbrutiti dal gelo e dalle fatiche. Tenevano duro finché non cadevano con la certezza che nessuno li avrebbe aiutati a rialzarsi. E un passo dopo l’altro arrancavano con un solo pensiero in mente: mettersi in salvo, della Russia non gli importava più niente, contava solo fuggirne per mettersi in salvo.

     Pochi si misero in salvo. A Calais, dei tantissimi che partirono, solo poche decine fecero ritorno, individui stremati e con gli occhi attraversati da vampe di terrore. Quei pochi che fecero ritorno, invece di riconfortare i famigliari che li avevano attesi, si rivelarono un aggravio insostenibile alla stenta economia di ogni casa. Incapaci di riprendere la vita che conducevano prima, quei reduci presero a condursi come sopravvissuti. È facile trovarli in una delle tante taverne disseminate nel porto, o meglio è più facile trovarli fuori, buttati in terra in qualche vicolo, coperti di stracci da cui s’emana l’inconfondibile odore di vino che non sempre riesce a contrastare il più ripugnante odore di piscio.

     Girando per Calais si resta sgomenti nel vedere interi quartieri ridotti a funzionare come ripari di fortuna per gli sbandati, quei pochi che riescono a trovare un posto che non sia totalmente inagibile. Tolti loro, gli sbandati, non c’è altro ed ogni cosa è lasciata nel più completo abbandono. Edifici fatiscenti, gatti scheletrici, ratti famelici, putridume per le strade e nei cortili, là dove il ghiaccio apportato da questo mese di gennaio 1815 salva i rari passanti dai miasmi, si fatica a riconoscere questa città industriosa con quel che è diventata ora. Prima, specie nel borgo di Saint-Pierre, in ogni stanza, in ogni cantina, in ogni sottoscala c’era un telaio. Cento, mille telai che battevano ritmicamente notte e giorno per produrre pizzi e merletti, fonte di ricchezza per la città più rilevante dell’apporto della pesca e dei traffici marittimi con l’Inghilterra. 

     Ora i telai in funzione sono la decima parte di quelli che erano qualche anno addietro. Ora l’attività più rilevante in questa città di mare è la prostituzione in tutte le sue forme ed in qualsiasi modo esercitata. V’è quella che si esercita nei luoghi appropriati, i postriboli, e quella che si fa bastare la strada, questa seconda modalità accade spesso che prenda le mosse dalle taverne. Per legge nelle taverne è vietato l’ingresso di ladri, mendicanti, disadattati, cani e donne di malaffare. Ma l’ultima categoria, tra le cinque citate, gode di un trattamento di favore in quanto non c’è oste che non sappia quanto sia giovevole ai suoi affari una puttana che staziona presso il bancone nell’attesa di un cliente. Quando lo trova, per non inimicarsi l’oste, in primo luogo lo fa bere, poi se lo porta fuori. Se è fermo sulle gambe, riesce a farlo salire fino alla topaia che lei chiama la sua camera, una stanzetta a cui s’accede per buie e sudice scale, una topaia che rimane topaia pure se ci fosse un letto con le lenzuola pulite, eventualità quest’ultima che farebbe gridare al miracolo.

     In questa Calais così degradata, proprio nel borgo di Saint-Pierre, sul martellare di qualche telaio ancora sorprendentemente in funzione, procede spedito il dottor Bouvet. Il gelo di quest’ora che già si arrende all’incalzare della sera rende solida la melma che c’è in terra. Sporcizia, escrementi, luridume, è quasi una fortuna questo gelo che impedisce di sprofondare nel liquame che ricopre il fondo stradale, è anche piacevole sentendo il crocchiare che fanno le scarpe sui tratti ghiacciati.

     Il dottor Bouvet procede sollecito in direzione della locanda “Du bon repos” retta da madame Valentin, una vedova dal cuore troppo tenero per questa città snaturata. È la terza volta che lo manda a chiamare affinché soccorra con la sua scienza medica una disperata che tiene a pensione, una disperata che il dottor Bouvet già sa condannata, è ad uno stadio talmente avanzato della sua malattia, che non c’è più niente che possa fare per lei. Nondimeno accorre perché la donna, fin dalla prima volta in cui la vide, benché disfatta e dolorante, lasciò nel suo animo improntato ai lumi dell’illuminismo una traccia che in altri ambiti si potrebbe attribuire alla magia. Ne rimase turbato ed incantato insieme per il fuoco del suo sguardo che, all’instabile lucore di una candela di sego, percorreva le iridi dei suoi occhi stanchi transitando dal rosso della fiamma all’oro dell’ambra. Pareva incredibile tanta vitalità nel suo sguardo, specie se rapportata al suo aspetto decrepito, col corpo sfatto e col ventre ingrossato per la sua malattia al fegato. Solo i capelli erano in tono con la fiamma dello sguardo, capelli sporchi, trascurati e con qualche filo bianco, ma pervasi in più punti da quella tipica sfumatura che si colloca a metà strada tra il rame ed il bronzo.

     La prima volta in cui la vide rimase così impressionato dal suo sguardo, che per un tratto si mosse con la sensazione che, sotto quelle vesti rabberciate, ci fosse una dea che lo osservasse per vedere cosa fosse capace di fare. In effetti, comprese subito che le sue conoscenze mediche erano drammaticamente inadeguate, una disfunzione epatica tanto progredita non conosceva rimedi. 

     La prima volta la donna, oppure la dea, sprofondata nel letto, lo guardava senza smettere di lamentarsi, sentiva dolori da tutte le parti. In onore al suo ruolo, il dottor Bouvet si tolse il pastrano, si rimboccò le maniche della camicia, chiese alla fantesca di tenere alto il lume ed iniziò a visitare la donna partendo dagli occhi, già, proprio dagli occhi suoi sfavillanti. Ma, tranne gli occhi, tutto il resto pareva prossimo a spegnersi. Sotto lo sguardo attento della dea osservò l’interno delle palpebre, introdusse uno specchio nel cavo orale, auscultò il battito cardiaco. Poi chiese il permesso di tirare via la coperta e da lì in avanti, introducendo le mani sotto la camicia da notte, prese a palpeggiare il corpo, prima sotto le ascelle, poi sui fianchi ed infine sull’addome corroborando l’indagine col fiuto. Difatti assai rivelatore, nonché sgradevole, era l’alito della malata che il dottor Bouvet aveva riconosciuto già entrando nella stanza: fetor hepaticus, lo stesso fetido odore della muffa.

     Al termine, rincalzando personalmente la coperta fin sotto il mento della poveretta, le diagnosticò un’insufficienza epatica molto avanzata. Con fare umile di fronte alla dea che prendeva le misure della sua inettitudine, le disse che a quello stadio la malattia era incurabile. Poteva solo alleviarle il dolore, di più non poteva fare. Allo scopo le prescrisse degli infusi di Teriaca, un preparato che avrebbe provveduto a ritirare lui stesso dal suo speziale di fiducia. A quel punto le chiese il suo nome. La donna disse di chiamarsi Emma Lyon, inglese dunque, il dottore l’aveva intuito, non che avesse nulla contro gli inglesi, al punto che le promise che entro un’ora sarebbe tornato.

     Difatti un’ora più tardi era di nuovo lì, con un vasetto di Teriaca in cui erano sminuzzate e mescolate numerose essenze la più importante delle quali era la carne essiccata di vipera, c’era poi l’angelica, l’oppio, il pepe, lo zafferano, il tarassaco, la mirra, la valeriana e chissà cos’altro. Diede le istruzioni del caso alla fantesca ed Emma Lyon, colpita dalla sua gentilezza, reprimendo a fatica uno spasmo violento, gli elargì uno dei suoi sguardi che, se il dottore fosse stato depresso, immediatamente si sarebbe sentito euforico come se avesse trangugiato una bottiglia di gin.

     Da quella volta il dottor Bouvet, qualsiasi cosa stia facendo, dovunque vada, rivede continuamente quello sguardo. Se dovesse dirlo direbbe che è come un fuoco, anche al buio si vede e diffonde intorno vampe conturbanti. Il resto del fascino s’è ormai dissolto. Forse era bella da giovane, si dice il dottor Bouvet, forse era un vero incanto, ma ora è solo una carcassa in attesa del riposo eterno.

***

     Nell’andare, ad un tratto il dottor Bouvet, senza avvedersene, rallenta il passo come se ravvisasse l’inutilità del suo andare. È già la terza volta che risponde alla chiamata di madame Valentin per recare conforto all’afflitta Emma Lyon, ahimè solo conforto, medicamenti adeguati al suo caso nessuno. Ma gli è penoso il procedere. Per quello sguardo si catapulterebbe. Ma la donna che è ora Emma Lyon gli ripugna già a cominciare dall’alito. Gli ripugna e ciò è sorprendente per un dottore che, per la sua attività, giornalmente viene a contatto con gli individui più repellenti e con le peggiori malattie. Ma Emma Lyon, per l’ineffabile che lascia intravedere di sé attraverso il suo sguardo, per l’empirea bellezza da cui era pervasa e che ora è ridotta ad una maschera, gli procura un sorprendente moto di repulsione. 

     Per alcuni versi l’ammira, specie immaginando com’era. Per altri versi la deplora per come si è ridotta indulgendo senza freno al vizio del bere. Si sentirebbe perfino di prenderla a schiaffi per essersi lasciata avvizzire in questa maniera così abbrutente. Chissà quanto gin ha trangugiato per ridurre il suo fegato ad un ammasso informe e dolorante. Se ripensa ai suoi occhi capaci di assumere tutte le sfumature che vanno dal rosso all’ambra, si sente in collera come probabilmente è in collera il Signore per aver confezionato un simile capolavoro che è stato tanto bistrattato da emozionare soltanto un introverso dottore.

     Oggi è domenica 15 gennaio 1815. Non c’è quasi nessuno in giro. Il dottore ci pensa e conclude che, chi si ritrova un mezzo franco di troppo nelle tasche, di sicuro si troverà in qualche taverna, là dove, se si recasse e domandasse, verrebbe a sapere che si lamenta una strana mancanza, una cliente assidua che ora si direbbe scomparsa. Come hai potuto ridurti in questo modo, sbotta tra sé il dottore allungando il passo. Come non hai pensato a salvaguardare il dono più bello che ti sia mai stato fatto, un dono ormai disperso di cui è rimasta qualche traccia sul tuo volto disfatto.

     Seguendo con animo rassegnato la fantesca che sale le scale facendosi luce con una candela di sego, si ritrova nella stanza di Emma Lyon, una stanza che non trae nessun giovamento dal lucignolo poggiato sul tavolo accanto alla finestra. Affondato nella penombra, il letto su cui giace l’inferma è simile ad un bastimento senza luci di posizione che si sia incagliato sugli scogli. Ha perso la capacità di navigare ma neanche affonda, non ancora perlomeno. La fantesca si fa più vicina e dal buio riaffiora il volto sofferente di Emma Lyon, il suo sguardo conturbante, l’informe lanugine ramata dei sui capelli sparsi sul cuscino.

     «Dottor Bouvet, cosa ci fate ancora qui?».

     «Non sapevate della mia visita? Madame Valentin mi ha mandato a chiamare».

     «Madame Valentin è troppo buona, vi paga il vostro onorario al posto mio ed io non ho modo di sdebitarmi. Ma presto toglierò il disturbo».

     «Non ditelo neppure, madame Lyon, come vi sentite oggi?».

     «Malissimo. Il mio fianco destro mi duole in una maniera, non so come dire, saltuaria? Ecco sì, saltuaria. A volte s’attenua, a volte riprende. Ed in più soffro di un malessere diffuso come se temessi di cadere».

     «Di cadere?».

     «Già, buffo vero?».

     «Sì, buffo. Ma nel vostro caso la percezione delle cose è spesso deformata. E visto che la Teriaca non vi giova, vi ho portato un oppiaceo più potente, il Laudano».

     «Lo credete più indicato?».

     «Indicato… non so se sia giusto definirlo così. È un narcotico, madame Lyon, vi renderà più sfumata la percezione del vostro dolore».

     «Magari potessi sfumare allo stesso modo anche i ricordi».

     «Lasciateli andare, madame Lyon, serve a poco rivangarli, vi fate solo altro male… nella vostra condizione».

     «Certo, dottor Bouvet, nella mia condizione. Ma non sono io che li rincorro, sono i ricordi che mi cercano. Voi non conoscete un rimedio per fare il vuoto nella testa? Col gin ci riuscivo».

     «Ne avete abusato, madame Lyon, ne avete abusato e avete causato la vostra rovina».

     «La mia rovina è cominciata prima… prima che scoprissi il potere obliante del gin».

     E mentre lo dice, come se la rovina si materializzasse sul suo letto, come se la vedesse scorrere in tutte le sequenze che hanno determinato il suo complicato articolarsi, Emma Lyon emette un lungo sospiro. È tanto lungo, che il dottor Bouvet per un attimo teme che sia l’ultimo.

     «Se avete tempo ve ne parlo».

     «Ora, madame Lyon?».

     «Se avete da fare delle visite, al termine del giro tornate e ve ne parlo».

     «Allora aspettatemi, devo vedere un solo paziente».

     «Sbrigatevi a tornare, io, nella mia condizione, non prometto niente».

     «Non morite ancora, madame Lyon. Entro mezz’ora sarò di ritorno».

***

     Quando Emma Lyon viene al mondo, è il 26 aprile 1765, a Neston, un piccolo paese non lontano da Liverpool, la vicina di casa che s’è precipitata per collaborare alla nascita la prende in braccio, la esamina all’incerto chiarore di un lume e dice che non s’è mai vista una bimba più bella. Dice pure ch’è assai delizioso il suo musetto che, con singolare precocità, presenta un bel ciuffo rosso sulla testa. Insomma, benché il suo peso non arrivi a tre chili, è già una signorinetta. Lo dice per incoraggiare la puerpera con quel senso di condivisione delle pene altrui ch’è un tratto distintivo della gente umile. Difatti la puerpera, Mary Kidd, è talmente disfatta, che nemmeno si capacita di quel che le è successo. In questo momento, senza più forze, neanche saprebbe dire dove sia il bello di mettere al mondo dei figli. È penoso farli nascere. Più penoso sarà vedere come riusciranno a sopravvivere.

     Difatti Emma Lyon, benché signorinetta, già in partenza sconta un divario incolmabile anche con quelle che signorinette non sono, con quelle più brutte per intenderci, in quanto i suoi genitori sono poveri, poverissimi. Vivono in un tugurio che chiamano casa solo per dare un senso compiuto al loro farvi riferimento. Umile è la casa, miserabile il posto, decrepito il paese. Qui, per trovare qualcosa di cui esser contenti, l’unica è ubriacarsi e non sempre si hanno i penny sufficienti per farsi un goccio.

     Il padre di Emma, Henry Lyon, fa il fabbro, lo fa in qualità di apprendista. E siccome Neston è un paese la cui popolazione non arriva a millecinquecento anime, il suo padrone lavora poco e l’apprendista quasi niente. C’è poi da dire che quel che guadagna, la metà se lo beve, come tutti nel paese. Così tocca a Mary Kidd, la madre di Emma, provare a rimediare circa la scarsa fruttuosità del consorte facendo la cameriera. Ed è per tale motivo che Emma, fin da subito, prende a transitare tra le braccia di chiunque si dica disposto a tenerla, la vicina che ha contribuito a farla nascere, un’altra vicina che lavora in casa applicando la fodera ai panciotti, un’altra vicina ancora ch’è anziana, cammina col bastone e campa col poco che le danno i suoi figli.

     Nell’umile via in cui ha visto la luce, Emma è come un vaso di fiordalisi che chi può si prende in casa con la promessa di mettervi un goccio d’acqua di tanto in tanto, il poco necessario perché non appassisca. Niente di più. Non si può pretendere che gli si trovi una finestra in pieno sole, un luogo riparato dalle correnti né un vaso gemello per fargli compagnia. È già una fortuna che in questa via vi sia una miseria condivisa così che nessuno si senta un centimetro più in alto del suo vicino di casa. Sono tutti alla pari. Sono tutti ad un livello prossimo a zero. Così non costa nulla darsi un aiuto perché, quel che si dà, tolto il gesto, è fatto di niente.

     Comincia l’estate, Emma compie due mesi ed il padre muore.