"L'anno in cui morì il sogno comunista"

Bruno Sebastiani


L'anno in cui morì il sogno comunista è un romanzo storico.

Tra l'impegnato e il divertente, attraverso  l'incerto procedere del protagonista Dino Palmisano, le sue vicissitudini e le sue riflessioni, il romanzo storico ripercorre gli avvenimenti del 1956: dal gelo di quell'inverno (il più freddo del secolo) all'affondamento del transatlantico Andrea Doria, la denuncia dei crimini di Stalin alla quale fa seguito la rivolta d'Ungheria e ...




Anteprima

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   Siamo nel 1956 ed oggi è il 13 gennaio. Per assecondare il nostro scrupolo di cronisti, ci corre l’obbligo di aggiungere che, oltre ad essere il 13 del mese, è anche venerdì. Tuttavia sia ben chiaro che con questo non vogliamo suggerire nessuna deduzione di natura cabalistica, che venga ritenuto fausto, che venga ritenuto infausto, questo è il giorno in cui ha inizio la nostra storia.

 

  Siamo a Genova, una città che non ha bisogno di presentazioni, tutti sanno perfettamente dove si trova e cosa vi si può trovare, in special modo nel luogo che meglio di ogni altro la caratterizza, ci riferiamo al porto. Così, dal momento che ci sentiamo dispensati dal parlare di Genova, possiamo fornire altri dettagli meno incentrati sulla città e che potrebbero definirsi di contorno. Il primo e più rilevante di tali dettagli riguarda il tempo, nel senso che è scesa la sera e con essa, senza voler sostenere che ne sia una diretta conseguenza, è sceso il gelo che magari già c’era, ma col buio s’avverte in maniera più atroce. È vero che siamo nel mese di gennaio, ma il freddo di stasera ci pare così inusuale che immediatamente ci riporta alla mente la notte polare, per quanto non si può disconoscere che la notte polare dura sei mesi mentre qui, se va bene, domattina avremo un nuovo giorno, speriamo che il gelo se ne accorga e si faccia meno crudo di com’è ora.

 

     Data la sera che è scesa e dato il gelo che è sceso con essa, non ci possiamo sorprendere che le banchine del porto siano praticamente deserte, nessuno che non abbia seri e improcrastinabili motivi per farlo si azzarda a farsi vedere in giro, chi può se ne sta rintanato nei depositi, nei capannoni, negli uffici della capitaneria di porto oppure nelle sale d’attesa della stazione marittima. Ed è già significativo che, anche senza farsi vedere in giro, qualcuno ancora si trattenga nei vari locali del porto, difatti si attende l’arrivo di un piroscafo che nei primi giorni di navigazione ha accumulato ben ventiquattro ore di ritardo. Si tratta del Conte Biancamano, una robusta motonave che è partita due settimane addietro da Buenos Aires in Argentina e che doveva arrivare a Genova giusto ieri. 

 

     Visto come vanno le cose per mare, un simile ritardo potrebbe far pensare a chissà quale anomalia, magari un motore fuori uso oppure, come escluderlo, una falla nella carena. Ma non si tratta di nulla del genere, si tranquillizzi chi già faceva riferimento alla data odierna per giustificare il mancato arrivo del Conte Biancamano. Inoltre c’è da dire che il Conte Biancamano doveva arrivare ieri e da fonte certa sappiamo che arriverà, la radio di bordo funziona regolarmente e la capitaneria di porto è già informata del mare avverso incontrato nei primi giorni di navigazione. 

 

     Fa strano pensare ad un mare avverso, specie tenendo presente che l’Argentina si trova nell’emisfero australe, questo è per dire che se qui siamo nel pieno dell’inverno là si trovano nel pieno dell’estate e ciò fa ritenere improbabile un mare avverso, cosa che si verifica in occasione delle tempeste. Evidentemente le tempeste, ribelli per partito preso, se ne infischiano delle stagioni e si scatenano quando più gli aggrada a tutto detrimento dei traffici i quali, non c’è neanche bisogno di dirlo, si espletano al meglio quando osservano con scrupolo gli orari studiati apposta per regolamentare i suddetti traffici.

 

     Ventiquattr’ore di ritardo in una traversata di circa settemila miglia non sono in fondo una gran cosa, sempre che gli eventuali parenti in attesa, qui a Genova, siano stati avvertiti, per non parlare di quanto sia auspicabile che siano stati avvertiti i famigliari dei marittimi imbarcati sul Conte Biancamano. È dura a morire l’immagine delle mogli dei marittimi ritte in piedi sugli scogli in attesa di vedere la nave che gli riporta i mariti, è pur vero che il più delle volte non vedono l’ora che ripartano, purché tornino, altrimenti si vedrebbero costrette a mettere nei bauli i loro bei vestiti a fiori per indossare solo vestiti neri, i vestiti delle vedove. È sempre così che succede, quando ci sta a cuore una cosa, non è tanto per la cosa quanto per le ricadute incresciose che si avrebbero in sua mancanza. Nella speranza che tutti siano stati avvertiti del ritardo del Conte Biancamano e si siano messi, come si usa dire, il cuore in pace, non ci resta che aspettare l’arrivo della motonave per vedere chi ci porta.

 

     Devono farsi le sette di sera per vedere un po’ d’animazione a bordo di un rimorchiatore che avvia i motori, accende le luci di posizione, tira a bordo le gomene e si avvia in direzione dell’imboccatura del porto. Seguendo la sua scia, in ciò avvantaggiati dal riverbero delle luci che piovono sul mare dal Porto Antico, un tempo cuore del porto ed ora quartiere abitativo, vediamo là in fondo la massa scura del piroscafo che mostra la prua come a chiedere permesso, ci mancherebbe altro che la capitaneria di porto glielo negasse e lo lasciasse là fuori a scontare la colpa d’essersi presentato in ritardo. A dimostrazione del fatto che qui erano tutti in ansia di vederlo arrivare, come il Conte Biancamano si mostra, subito il rimorchiatore ch’è già partito lo raggiunge, lo aggancia con l’apposito cavo di traino montato sui verricelli e lo assiste nell’ardua manovra di accostarsi di poppa alla Calata San Lazzarino.

 

     Addossata la scaletta alla fiancata, prendono a scendere i viaggiatori, per la verità si tratta di pochi viaggiatori, nulla al confronto di quanti partono da Genova per andare in Argentina. Nei primi decenni del secolo erano folle immense, quelli che ne ritornano sono sempre di meno. Cosa si può dedurre da questo non siamo in grado di dirlo, forse si trovano bene laggiù dove sono andati emigranti, forse si sono stufati dell’Argentina e si sono spostati in Brasile oppure in Venezuela, forse sono morti. Resta il fatto che quelli che ne tornano sono sempre di meno, stasera, liste d’imbarco alla mano, sono centonovantotto senza con questo voler dire che questi centonovantotto siano tutti emigranti che fanno ritorno in patria. Difatti non si può escludere che tra di loro vi siano dei viaggiatori occasionali, i turisti per intenderci, e neanche si può escludere che alcuni siano di nazionalità argentina, magari venuti a vedere cos’è che non va nel nostro paese dal momento che molti ne scappano per andare a vivere in Argentina.

 

     Cos’è che non va è presto detto, anzi è la prima cosa che s’apprezza affacciandosi sulla scaletta per scendere a terra, qui fa un freddo boia, un freddo che già fa rimpiangere la calura lasciata alla partenza da Buenos Aires. Ma forse il freddo da solo non basta a giustificare tanti emigranti, forse c’è dell’altro. Ad ogni modo, che ci sia o non ci sia dell’altro, questo freddo si direbbe un ottimo motivo per emigrare, questo perlomeno sembrano dirsi i viaggiatori che scendono lungo la scaletta tirandosi più stretti i cappotti sulle spalle, calcandosi i cappelli sulla fronte, chi ce li ha, e procedendo stranamente ingobbiti, chissà, forse per offrire meno resistenza al vento. Dino Palmisano è uno degli ultimi a scendere e come tutti, neanche si mostra sulla scaletta e subito rialza il bavero del cappotto e calca meglio il cappello sulla testa. Esaurite queste manovre, prende a scendere con una certa fretta come se fosse in ritardo per chissà quale appuntamento, tra l’altro, visto che il Conte Biancamano si è presentato con una giornata di ritardo, se aveva un appuntamento ormai è andato.

 

     Prima che si vada troppo avanti a congetturare, diciamo subito che Dino Palmisano non ha nessun appuntamento, è la prima volta che viene a Genova, non vi conosce nessuno e, per dirla tutta, neanche sa dove andare. Però il freddo lo spinge ad andare con passo risoluto, se non altro per incrementare la temperatura corporea. Dino Palmisano ha quarantasei anni, ciò vuol dire che è nato nel 1910, è nato in quel di Napoli dove ha studiato fino a laurearsi nella facoltà di medicina. Ma non ha mai esercitato, diciamo che gliene è mancata l’occasione, che poi è un altro modo per dire che l’occasione che non si è presentata lui non l’ha nemmeno cercata. Sia come sia, tutto quel che ha imparato, se non altro per superare gli esami, ora lo ricorda appena al punto che, se incontrasse un conoscente, cosa improbabile in quanto qui a Genova non conosce nessuno, tuttavia, nel caso lo incontrasse e gli chiedesse un parere per il malanno che lo perseguita da giorni, tutto quello che gli potrebbe dire il nostro Dino Palmisano è di rivolgersi ad un dottore.

 

     Per spiegare almeno in parte questa che per certi versi si potrebbe definire noncuranza o scarso interesse per l’oggetto dei suoi studi, occorre fare un passo indietro, anzi occorre farne parecchi fino ad arrivare al 1918. In quell’anno i coniugi Palmisano avevano un figlio di otto anni e nemmeno il becco d’un quattrino, cosa molto comune in quel tempo per il fatto che la guerra da poco conclusa aveva lasciato un tale strascico di miseria e desolazione, per non parlare dei morti per cui si piangeva in ogni casa, per non parlare di quelli che morti non erano e che, senza braccia o senza gambe, avrebbero fatto meglio a morire, v’era una tale miseria, dicevamo, che una generazione non sarebbe bastata a ripianare le cose. Non sapendo come fare e suggestionati da quanti avevano puntato a raggiungere le Americhe prima di loro, i coniugi Palmisano affidarono il loro unico figlio ad una zia già vedova e senza figli suoi, gli dissero che sarebbero partiti per l’Argentina e da là gli avrebbero mandato i soldi perché studiasse e diventasse dottore, solo quello importava, che diventasse dottore.

 

     In quel tempo il nostro Dino Palmisano, come già detto, aveva otto anni, per cui non ci possiamo sorprendere che non avesse la minima idea di quello che gli sarebbe piaciuto fare da grande, c’è il caso che certe cose non si capiscano nemmeno da grandi, c’è il caso che si capiscano solo quando è troppo tardi per intraprenderle, c’è pure il caso che non si capiscano mai e toccherà agli altri, dopo morti, dire cosa avrebbero dovuto fare in vita. Per tornare al nostro giovinetto, lui, maturo più della media dei suoi simili, capiva il sacrificio dei genitori che emigravano per consentirgli di studiare, capiva che nel lasciarlo solo in casa della zia facevano affidamento sul suo senso del dovere, sul suo sapersi prendere delle responsabilità. Da là in avanti non ci sarebbe più stato suo padre, men che meno sua madre che era analfabeta, a chiedergli di vedere i quaderni, da là in avanti non ci sarebbe più stato un genitore che sarebbe andato a parlare coi suoi insegnanti per gioire dei complimenti o per disperarsi delle lamentele, da là in avanti doveva fare tutto da solo, non ci deludere, gli dissero nel salutarlo sul molo prima di imbarcarsi, devi diventare dottore.

 

     Fu così che Dino Palmisano divenne dottore. Ma, sia che non fosse quella la sua vera vocazione, sia che la vita a volte ripiana le cose anche quando tutto si potrebbe dire della vita men che si stia adoperando per ripianarle, sia come sia, appena conseguita la laurea il nostro Dino Palmisano ricevette una lettera dall’Argentina in cui si diceva che i suoi genitori stavano morendo. Era il 1938, si era ad un anno esatto dallo scoppio di una nuova guerra, guerra che, quando fosse deflagrata, avrebbe dovuto fare a meno del nostro Dino Palmisano esentato dal servizio militare in quanto unico sostegno per i genitori moribondi.

 

     Quando Dino Palmisano li raggiunse, li trovò entrambi gravemente ammalati per aver lavorato in una fabbrica di ceramiche dove si faceva ampio uso, senza nessuna accortezza, di vernici in cui erano presenti i cosiddetti metalli pesanti. In pratica i coniugi Palmisano avevano respirato per anni vapori in cui erano presenti il cadmio, lo stagno ed il piombo. Li trovò gravemente ammalati dunque e non poté fare altro che vederli morire a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro dopo un paio d’anni di terribili sofferenze. Nel 1941 Dino Palmisano era orfano, ma si rese irreperibile per non tornare in Italia a fare il soldato. Come non capirlo, l’Italia combatteva una guerra che si sapeva persa in partenza, una guerra folle com’era folle l’impalcatura ideologica raffazzonata da altri folli per giustificarla. Difatti, quando si concluse, l’Italia ne rimase così schiacciata da cambiare i connotati, non era più la stessa di prima, a parte la miseria e la desolazione, a parte i lutti in ogni casa, a parte gli storpi ed i mutilati, a parte orfani e vedove ch’erano la maggioranza della popolazione, ora c’era qualcosa che prima non c’era, parliamo della colpa collettiva di aver parteggiato con un regime tirannico e guerrafondaio, una colpa che sarebbe stato difficile cancellare, la cosa migliore, com’è infatti accaduto, era far finta di niente, la cosa migliore era fingere di dimenticarsene, magari cambiandosi la casacca per sembrare diversi.

 

     Dino Palmisano per ben diciotto anni, dal 1938 al 1956, si dimenticò di essere italiano come, d’altro canto, si dimenticò d’essere un dottore. Per dirla diversamente continuò a vivere a Buenos Aires come un esiliato potendo contare sul risarcimento che la direzione della fabbrica gli accordò per rifonderlo della perdita dei genitori. La direzione della fabbrica non sarebbe mai arrivata a tanto se i morti ascrivibili ai vapori tossici del reparto verniciatura si fossero limitati ai coniugi Palmisano, coi suddetti coniugi invece la lista delle vittime raggiunse quota dodici. Troppi, anche due soltanto sarebbero stati troppi, ma ora erano davvero troppi, occorreva correre ai ripari. La direzione della fabbrica, con una lungimiranza degna di menzione, prese drastici provvedimenti, cambiò la composizione dei coloranti e fece installare dei potenti aspiratori nel reparto verniciatura. Fatto questo, su consiglio dei legali, fece pervenire dei generosi risarcimenti ai parenti delle vittime chiedendo in cambio una liberatoria per schivare future nonché incresciose azioni giudiziarie, per quanto, liberatoria o non liberatoria, le azioni giudiziarie le avrebbe dovute promuovere la magistratura di sua iniziativa, cosa che non fece.

 

     Quando Dino Palmisano, orfano di fresca data, si vide consegnare il mandato di pagamento, rimase parecchio a pensarci, non sapeva cosa fare di quella liberatoria. Poi gli sovvenne che i genitori erano morti e nulla sarebbe valso a riportarli in vita. A parte quest’ovvia verità, si trovò a considerare che lui non aveva alcun interesse ad imbarcarsi in un’azione giudiziaria per la quale sarebbe stato necessario mantenersi reperibile. Come abbiamo già detto, la cosa che gli stava più a cuore era quella di far perdere le sue tracce, cosa che in Argentina si poteva fare con molta semplicità e ciò si evince dal fatto che molti criminali nazisti e fascisti vi hanno trovato rifugio. Dino Palmisano lesse attentamente il mandato di pagamento che gli conferiva la titolarità di una somma enorme, per lui era enorme, si trattava di svariati milioni di pesos che al cambio avrebbero fruttato mezzo milione di lire italiane, firmò la liberatoria e tolse il disturbo.

 

     In realtà quella di togliere il disturbo rimase un’intenzione solo momentanea. Difatti, come già detto, lasciò gli uffici amministrativi della fabbrica col mandato di pagamento ben stretto nel pugno, ma si guardò bene dal fare ritorno in patria lasciando che i connazionali se la sbrigassero da soli, vai a capire se la guerra è finita com’è finita a causa del suo mancato intervento. 

 

     E dunque Dino Palmisano rimase a Buenos Aires per ben diciotto anni senza aver nulla di preciso da fare, del resto i soldi per vivere li aveva e noi, da fonte certa, già sappiamo che molti gliene sono rimasti. Tuttavia non siamo in grado di dire come abbia passato il suo tempo. Nell’identica maniera non siamo in grado di dire cosa può averlo spinto a recarsi presso gli uffici dell’ambasciata italiana per rinnovare il suo passaporto dopo tanti anni di permanenza in Argentina. In sostanza non sappiamo dire cosa può averlo spinto a tornare in Italia. Si potrebbe pensare che, col passare degli anni, avvertisse sempre più intollerabile la mancanza delle cose che aveva lasciato, ci riferiamo alla lingua italica, alla sua cucina, al suo popolo notoriamente colorato e generoso. Tutte cose che, stando lontano, è sempre così che succede, si ricordano sempre migliori di come sono. Per dirla con una parola soltanto, si potrebbe pensare che sia tornato per nostalgia. Tuttavia, per le cose che sappiamo di Dino Palmisano, ci sentiamo di escludere la prevalenza di un sentimento che sembra alimentarsi dal senso di appartenenza ad un ben determinato territorio. Come tutti, anche lui è spesso triste e soffre di rimpianti, ma l’unica componente nostalgica che gli riconosciamo riguarda la sua infanzia e ciò, sia ben chiaro, non tanto per i luoghi che lo videro bambino quanto per il bambino che era e che, dall’oggi al domani, dovette farsi grande. È pur vero che tutti i bambini si fanno grandi, perlomeno la maggior parte, difatti sappiamo di alcuni che restano bambini ad onta degli anni che gli crescono sulle spalle. Però, nel caso si facciano grandi, occorre considerare che quello del crescere è un processo che si realizza per gradi e riesce ancora meglio quando si abbiano dei modelli di riferimento si spera positivi su cui improntare la crescita, per quanto, vai a capirne il motivo, sono proprio i modelli negativi quelli che esercitano maggiori influssi sulla fantasia dei bambini impegnati nel lento processo della crescita. 

 

     Il nostro Dino Palmisano, già allontanandosi dal porto al fianco della zia conservando negli occhi l’immagine del bastimento che si portava via i suoi genitori, si sentì dire che da lì in avanti basta coi giochi, basta con le monellerie, ormai era un ometto e lei, la zia, non ce l’avrebbe fatta senza la sua assennata e convinta collaborazione. Ormai era un ometto, gli ripeteva, e se non era un uomo si doveva solo al fatto che le arrivava a malapena all’altezza dei suoi poderosi fianchi. E dunque, se di nostalgia si vuol parlare, occorre riferirci a quella componente più indefinita che fa riferimento alla mancata gradualità nella crescita, una componente che resta indifferente al luogo in cui si vive ed in cui sperabilmente si cresce, una componente che è come un’ombra annidata nell’animo, ovunque si trovi il nostro Dino Palmisano, che sia in Argentina, che sia in Italia, che sia su una zattera in mezzo al mare, il suo animo sarà sempre ombroso.

 

     Per spiegare almeno in parte cosa può aver spinto Dino Palmisano a fare ritorno in patria, occorre citare un fatto che sembrerebbe lontano dai suoi interessi, per quanto, dal momento che ignoriamo quasi tutto del suo mondo, delle sue aspirazioni, dei suoi ideali, è perlomeno arbitrario attribuirgli degli interessi e non altri. Ad ogni modo il fatto che ci preme segnalare è accaduto il 16 settembre dello scorso anno, quando il generale Pedro Eugenio Aramburu, con un sanguinoso colpo di stato, ha destituito il presidente Juan Domingo Peron ed ha assunto pieni poteri in Argentina. Potrebbe sembrare strano che noi si faccia riferimento alle bande armate che ora spadroneggiano per le vie di Buenos Aires per spiegare il ritorno in patria di Dino Palmisano. Ma, ripensando a come evitò di mischiarsi con le identiche bande armate che spadroneggiavano nel nostro paese quand’era studente, ricordando come prese al volo il pretesto dei genitori da assistere per tirarsi fuori dall’infelice situazione italiana, ecco che la stranezza si ridimensiona alquanto.

 

     A questo punto una cosa che ci sentiamo di dire con certezza è che Dino Palmisano starebbe bene in ogni posto nel senso che sta male dovunque, e questo per il semplice fatto che il male se lo porta dentro. Però non sopporta di respirare la stessa aria che respirano i violenti in divisa, gli squadristi, quegli individui armati che da noi si chiamavano fascisti e che in Argentina si chiamano libertadori. Ma non tragga in inganno il termine, può cambiare il taglio e il colore della divisa, possono cambiare le armi in dotazione, possono cambiare le parole d’ordine, possono cambiare le marcette che scandiscono per darsi da se stessi la carica nel devastare qualche locale, ma si tratta in ogni caso di fascisti.

 

     Alto, magro e con qualcosa nel portamento che fa pensare ad uno studioso, ad uno che abbia dimestichezza coi libri per averli letti e non solo maneggiati come potrebbe fare un bibliotecario, per quanto, letti o maneggiati, è sempre troppo poco quel che se ne ricorda per apprezzare la differenza, ad ogni modo, che li ricordi o non li ricordi, Dino Palmisano cammina a passo svelto lungo le banchine del porto tenendo con la mano destra una valigia e con la sinistra una borsa di cuoio marrone, una di quelle borse tanto care ai professori di liceo. Se questo è tutto il suo bagaglio, si deve pensare che, nel fare ritorno in patria, si sia disfatto di tutte le sue cose, ché non possiamo credere che in diciotto anni in Argentina non si sia circondato, come fanno tutti, di quadri, cornici con dentro fotografie o cornici senza fotografie, chincaglierie, oggetti vari, il solito ciarpame insomma che possa contribuire a fare di una casa anonima la propria casa. Si potrebbe anche pensare che, non avendo ben chiaro in mente dov’è che vorrebbe risiedere, tant’è che ha deciso di passare alcuni giorni in albergo, abbia chiuso nella valigia e nella borsa l’indispensabile lasciando il superfluo nella casa che ha abitato per diciotto anni, magari col proposito di farselo spedire nel luogo in cui stabilirà la propria residenza. Questa cosa ci porta a riflettere su come sia sempre poco quello di cui abbiamo veramente bisogno rispetto a quello di cui pensavamo di non poter fare a meno. Sia come sia, ora ha solo una valigia ed una borsa, condizione quasi ottimale per procedere spediti in cerca di un albergo.

     Tuttavia non si pensi che Dino Palmisano stia cercando un albergo qualsiasi, tra l’altro la zona del porto ne vanta un discreto campionario, pensioni, taverne, locande ed alberghi di infimo ordine, nel porto si può trovare di tutto e quello che non si trova state certi che quelli del posto sanno dove trovarlo. Ma, non se n’abbiano a male, si tratta di roba senza troppe pretese, roba alla mano, così si dice quando alla mano si richiede di non far caso allo sporco che dovesse trovare afferrando la maniglia di una porta o afferrando un bicchiere. Dovendovi soggiornare per un numero imprecisato di giorni, fors’anche per un numero imprecisato di settimane, Dino Palmisano vorrebbe trovare un albergo dignitoso, non gli importa che sia signorile, ma che sia perlomeno pulito e riservato, un albergo frequentato da gente ammodo, la tipica gente che parla a voce bassa, che non dà in intemperanze e che in sostanza si fa gli affari suoi, che poi è la gente cui non sfugge niente.

     Uscendo dal porto, per un attimo Dino Palmisano si ferma a valutare questa città che vede stasera per la prima volta e sulla quale, per uno studioso è una grave pecca, non s’è nemmeno documentato, questo per dire che non ha la più pallida idea di come sia fatta. Però una cosa gli appare subito evidente, per come la vede sembra fatta in salita nel senso che, allontanandosi dal mare, si inerpica dolcemente sulle colline che rappresentano una sorta di anfiteatro al cui centro c’è la zona del porto. Di gente in giro c’è n’è poca e la poca che vede, forse per contrastare il gelo di questa serata invernale, cammina lesta, come lui del resto. Pure le macchine procedono leste non tanto per il gelo quanto per le strade che sono semideserte, difatti vi sono poche macchine in giro ed anche piuttosto malmesse, si tratta di vecchie Topolino, ancor più vecchie Balilla, qualche Fiat 1400 e qualche motocarro. A parte il traffico privato, un traffico così stento da non meritare la parola traffico, v’è pure quello relativo ai trasporti pubblici, stento anch’esso. Difatti lungo la strada che costeggia il porto di tanto in tanto sferraglia qualche vettura tramviaria col suo carico di umanità, sono tutti talmente stracchi che si lasciano trasportare con la testa reclinata sul petto. Che sia per l’ora che va incontro alla notte, che sia per il gelo di questa serata invernale, che sia perché dopo una giornata di lavoro è il minimo che uno possa fare, nei tram i più dormono, chi non dorme guarda fuori senza nulla vedere giudicando ogni cosa priva di interesse, lo stesso si può dire di Dino Palmisano in quanto, se pure qualcuno lo dovesse vedere, neanche lo noterebbe ed è sempre così che succede, il più delle volte siamo invisibili gli uni agli altri, se ci guardiamo è solo per schivarci oppure per domandare scusa quando ci urtiamo.

     Attraversata la strada, Dino Palmisano si guarda intorno e nota una zona alberata che traspira gelo come se al suo interno, conservato nel buio del boschetto, vi fosse un ghiacciaio, ne sente sul viso il suo alito gelato, per la qual cosa abbassa il cappello sulla fronte e prende per una via adiacente che non sembra troppo incoraggiante, magari per il fatto che si chiama Mura degli Zingari. Tuttavia ormai ha deciso, se vuole trovare un albergo come si conviene, uno che non sia alla mano, deve allontanarsi dalla zona del porto. Ma mai avrebbe potuto immaginare che, allontanandosi dalla zona del porto, sarebbe finito a ridosso della stazione ferroviaria. La stazione non si vede ancora, però gli basta udire il fischio di una locomotiva per capire d’esservi vicino, poco male, si dice, anche le stazioni ferroviarie sono notoriamente circondate da alberghi, alcuni alla mano ed alcuni sperabilmente più raccomandabili di quelli che si trovano nei dintorni del porto.

     Continuando a procedere senza lasciarsi intimorire dal vento avverso, cosa tra l’altro assai curiosa in quanto, anche svoltando un angolo, anche invertendo il senso di marcia, il vento rimane sempre avverso, mai che soffi di lato oppure, sarebbe pretendere troppo, che soffi da dietro, questo dannato vento, sarà perché siamo a Genova, soffia sempre in faccia, ad ogni modo, continuando a procedere lungo quella che si chiama via Andrea Doria, Dino Palmisano s’arresta al limitare di una piazza dalla forma circolare. Si tratta della Piazza Acquaverde, una piazza che lui vede immensa, ne è prova il fatto che i tram la percorrono in tondo per fermarsi al capolinea da dove ripartono per scendere lungo via Andrea Doria. Forse perché così vasta, forse perché circolare, chiaro rimando ad una forma geometrica perfetta, la piazza è stata scelta per collocarvi una statua dedicata al cittadino più illustre di questa città di mare, ed è chiaro che parliamo di Cristoforo Colombo. Il noto navigatore, non siamo sicuri che la cosa gli piaccia, si trova collocato in cima ad una colonna che sfiora i dieci metri, con niente potrebbe rovinare di sotto, specie col vento che soffia stasera, sarà per questo che lo scultore ha pensato bene di mettergli al fianco un’ancora su cui il navigatore tiene poggiata una mano allo stesso modo con cui un generale potrebbe tenerla sull’elsa della spada. Ma, sarà per la luce incerta, sarà per il vento che fa volare turbini di foglie, per non parlare di come scuote le fronde degli alberi così che le ombre pare che si rincorrano, si ha la sensazione che il noto navigatore alla sua ancora vi si aggrappi, sempre con la speranza che tenga. Buon per lui che dopo tanto navigare ha trovato un posto in cui fermarsi, riflette tra sé e sé Dino Palmisano evidenziando in questo modo la precarietà che lo contraddistingue in questi giorni, ad ogni modo, se c’è riuscito lui che è vecchio di cinquecento anni, non vedo perché non ci debba riuscire anch’io.

     A conclusione di questa piccola riflessione, Dino Palmisano torna a calcare il cappello sulla testa e prende a costeggiare la piazza che, per quanto vasta, pare stretta d’assedio dai fabbricati che le premono addosso. Si tratta di edifici ben messi ed anche piuttosto alti una buona metà dei quali s’inerpica nel cielo per ben sette piani. È superfluo dire che si tratta di edifici in cui tutto si può trovare tranne che inquilini. Basta dare un’occhiata alle targhe collocate sugli stipiti dei portoni per capire che qui vi sono di casa avvocati, notai, stimati medici, non meno stimate aziende finanziarie, agenzie assicurative e cose similari. Per strano che possa sembrare, pare che questi insigni professionisti lavorino meglio sapendosi vicini, magari per potersi salutare più volte al giorno salendo in ascensore, magari per farsi reciproche cortesie, ti ho mandato un cliente, trattamelo bene, io lo tratto bene purché paghi. Per non farsi mancare niente, torno torno alla piazza vi sono dei bar, ora chiusi, e vi sono anche degli alberghi, dalle insegne che riesce ad avvistare Dino Palmisano ve ne sono quattro e nessuno dei quattro si direbbe alla mano. 

     Evidentemente vi sono delle regole per la distribuzione delle varie attività, ciò a riprova della lungimiranza degli amministratori, questo occorre pensare dal momento che la piazza è circolare e quattro alberghi si trovano mediamente a novanta gradi l’uno dall’altro. Inoltre, visto che novanta gradi rappresentano l’angolo retto, ossia la metà esatta della somma degli angoli di un triangolo oppure la quarta parte dell’angolo giro, ecco che tale disposizione sfiora la perfezione, qui finisce che a Genova Dino Palmisano ci pianta le tende tanto gli sembra congeniale al suo temperamento. 

     Con questi pensieri in mente, senz’altro più rassicuranti rispetto a prima, quando alla vista di Cristoforo Colombo immobile sulla sua colonna si sentiva precario, Dino Palmisano va più avanti e si ferma davanti all’ingresso dell’hotel Modena. È ovvio che l’ingresso non può dire molto della sostanza dell’albergo in questione, tuttavia a volte la prima impressione è quella che più conta. Dino Palmisano si accosta alla porta a vetri, guarda all’interno e lo trova di suo gusto, questo vuol dire che gli sembra dignitoso, non troppo alla mano e frequentato da gente ammodo. C’è da restare meravigliati considerando che ha capito tutte queste cose con un semplice sguardo, magari non ha visto niente di confortante al riguardo, ma anche niente di sconfortante. A volte la mancanza di un difetto che potrebbe esserci e non si vede basta a farci dire che non c’è e non c’è mai stato, lo stesso vale con le persone, bisogna conoscerle a fondo prima di scoprire quel che, una volta scoperto, si sarebbe visto anche al primo sguardo. 

     Subito al di là della porta v’è un corridoio che porta dritto verso il bancone del portiere, v’è una striscia di tappeto in terra che funziona da guida, chissà, magari per evitare che qualcuno sbagli direzione e sbatta contro le pareti. Non bastasse il tappeto che funziona da guida, forse come abbellimento, vi sono anche due elefanti di ceramica accostati alle pareti con la testa rivolta all’entrata e con la faccia sorridente. Non si pensi a chissà cosa, si tratta di due elefanti non più alti di mezzo metro la cui pelle lucida e bianca sostiene ancor meglio il peso delle gualdrappe e dei finimenti dai colori più improbabili, colori in cui prevale il rosso e l’oro. Resta da vedere come possono coniugarsi questi due elefanti dalla faccia sorridente col titolo dell’albergo che, come già detto, si chiama Modena. Se si fosse chiamato Calcutta o Bombay l’avremmo capito, stiracchiandone il senso l’avremmo capito pure se si fosse chiamato Bisanzio, invece si chiama Modena, nome che ognuno di primo acchito, senza troppo pensarci, immediatamente collega con la mortadella. Va da sé che sarebbe stato di dubbio gusto piazzare due grosse mortadelle di ceramica ai lati del tappeto che funziona da guida, però, nel caso ce le avessero messe, che sorridessero o meno, sarebbe balzato all’occhio il collegamento col titolo dell’albergo.

 

     Sarà per il tepore che lo accoglie non appena varcata la porta, sarà per l’illuminazione debole e calda che piove da certe lampade applicate alle pareti, sarà perché è stanco e non vede l’ora di sistemarsi da qualche parte, non sappiamo per quel che sarà, però Dino Palmisano già si sente meglio, lo testimoniano i pensieri che va pensando a proposito degli elefanti. Tuttavia non vorremmo che il portiere, forte della sua lunga militanza, sia capace di capire i pensieri che va pensando, tra l’altro è anche facile supporre che più di qualcuno gli abbia già chiesto ragione di questi elefanti, non vorremmo, dicevamo, per il fatto che, con le mani sul bancone, guarda con una cert’aria di sufficienza il nuovo venuto che si fa avanti con una valigia ed una borsa. 

     Giunto al suo cospetto, Dino Palmisano posa il bagaglio a terra e dice buonasera.

     «Buonasera a lei, signore».

     «Avete una camera libera?».

     «Ne abbiamo quante ne vuole».

     «Me ne occorre solo una».

     «Mi perdoni, era per dire che in questo periodo dell’anno è ben difficile che l’albergo sia al completo».

     «Si, lo capisco. E dunque, per questa camera?».

     «Non ha che da scegliere. Se le piace il panorama, le consiglio l’ultimo piano da cui si vede il mare».

     «Immagino che l’ultimo piano sia anche più lontano dai rumori».

     «Lei ha colto in pieno il nostro inconveniente, signore. Il servizio tramviario termina alle ventidue per riprendere alle cinque del mattino e non è piacevole udire lo sferragliare delle vetture giusto fuori della finestra. Ha un documento?».

     Dino Palmisano cerca nella tasca interna del cappotto e tira fuori il passaporto.

     «Conta di fermarsi a lungo?».

     «È assai probabile che mi trattenga alcune settimane, nei prossimi giorni saprò essere più preciso. Ho bisogno di guardarmi un po’ in giro prima di decidere se restare o partire».

     «Ho capito» dice il portiere che in realtà non ha capito niente, ma, forte della sua lunga militanza, certi clienti li fiuta, questo che gli sta davanti è talmente indeciso che, se va bene, si trattiene due mesi dando una bella mano alle finanze dell’hotel, sempre che non se ne vada senza pagare.

     Nel tempo che gli ci vuole per trascrivere sul registro i dati che legge sul passaporto, Dino Palmisano si guarda intorno e nota la porta a vetri che dà nella sala ristorante. 

     «È tardi per la cena?».

     «La cena si serve alle diciannove e trenta, non è tardi se si affretta e se si accontenta di quello che c’è rimasto. Ad ogni modo i clienti sono ancora di là, nella sala ristorante».

     Dino Palmisano dà un’occhiata all’orologio e vede che sono le otto e venti. Lo stesso orario lo vede pure il portiere che posa la penna, rende il passaporto e poggia i gomiti sul bancone come per azzerare la distanza che è sempre un ostacolo alla confidenza.

     «Senta a me, signor Palmisano, se lo desidera vada pure a mangiare. Ai bagagli ci penseremo noi, li troverà nella sua stanza, le ho dato la 611».

     «Davvero non le secca se lascio qui la mia valigia?».

     «Nessun disturbo, gliel’ho detto. Lasci pure la borsa, troverà ogni cosa nella sua stanza».

     «D’accordo allora, lei è molto gentile. Però la borsa la porto con me, lo preferisco».

     Ciò detto, con la borsa in una mano ed il cappello nell’altra, Dino Palmisano entra nella sala ristorante lasciando al portiere l’assillante dilemma che ha per oggetto la borsa, chissà cosa contiene, roba di valore, lingotti, gemme preziose, documenti segreti, pacchi di biglietti di banca, così immagina per il fatto che il proprietario non intende separarsene neanche per andare a cena. Fateci caso, accade spesso che quel che non ci sappiamo spiegare lo immaginiamo sempre migliore di com’è palesando in tale modo la nostra spinta al migliore, al bello, al sublime, il portiere ci rimarrebbe troppo male se sapesse che nella borsa, a parte pochi effetti personali, vi sono solo libri e vecchi diari.


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