L'ape regina

Bruno Sebastiani autore

Racconti storici


                                   Wopa, Ishstar, Lavinia, Aurelia, Zenobia, 

                                  Teodora, Marozia, Matilde di Canossa, 

                                   Katharina von Bora, Anne Boleyn, Francoise d'Aubigné, 

                                   Virginia Oldoini.



    «È inaudito! Semplicemente inaudito! È tutto così assurdo, che si fatica a trovare un capo per confutarlo!».

     «Se non si può confutare, vedi che non dev’essere poi così assurdo come sembra. Ma di che parli?».

     «Di che parlo! Di che parlo! Sono mesi che vanno preparando il terreno! Ah, che infami! Che imbroglioni! E che subdola acquiescenza da parte della stampa!».

     Linda, mia moglie Linda, solitamente dolce come non potrebbe non esserlo una donna minuta e diafana come una porcellana, sprizza scintille.

     «S’era mai sentita una balordaggine del genere? Revisionismo? Altro che revisionismo! Qui si vuol riscrivere di sana pianta la storia!».

     Saltabecca nel soggiorno senza riuscire a stare ferma. E di tanto in tanto afferra un oggetto, magari senza avvedersene, nell’inconscia predisposizione a scagliarmelo addosso.

     «Che gli ci vuole? Tribunale! Processo! E magari una bella lista di proscrizione! Ma non credano di aver già vinto!».

     «Si può sapere di cosa vai farneticando? Cos’è questa storia del tribunale? Ti hanno citato in giudizio?».

     «Ah, già! Tu non sai niente! Come al solito, non sai niente!».

     Che io, come al solito, non sappia niente mi pare una considerazione esagerata, magari dettata dalla rabbia del momento. In più occasioni, e su diversi argomenti, ho dimostrato di saper dire la mia. Ma Linda è troppo alterata, ed anch’io non sono dell’umore più lieto, perché mi metta a controbattere.

     «Se ne vuoi parlare, mi devi usare la bontà di calmarti. E vedi, se ti riesce, di cominciare dal principio».

     «Principio! Principio! Magari il principio si perde nella notte dei tempi! Ma se vuoi sapere chi ha dato la stura a questa nuova crociata, devi andarti a rileggere l’articolo pubblicato sul Newsweeck del febbraio scorso!».

     «Che c’entra Newsweeck? E quando mai ne è circolata una copia in questa casa?».

     Come folgorata dalla mia osservazione in sé assai banale, Linda smette di saltabeccare nella stanza e mi lancia uno sguardo più contundente del posacenere di cristallo che stringe nella sua mano destra.

     «Non ti è capitato di vederlo?».

     «Ne sento parlare adesso! E aspetto ancora di sapere di cosa si tratta!».

     «Un certo professor Bryth di New York, uno che scrive libri di storia come fossero dei best-sellers, con lo scopo di confutare riga per riga, parola per parola, l’ultimo saggio di Erica Mejer sui cinquemila anni di potere maschile nel mondo, ne abbiamo già parlato se ben ricordi, se n’è uscito sostenendo che è giunta l’ora di rivisitare tale concetto. È vero, lui dice, che il potere, sia politico, sia religioso, sia militare, per non parlare di quello economico, da cinquemila anni è nelle mani dei maschi, ma le donne, è lui a sostenerlo, l’hanno sempre condiviso. E non è tutto. Nell’articolo pubblicato su Newsweeck lui arriva a sostenere che le donne, nei rari casi in cui si son potute esprimere in prima persona, sono state perfino più nefaste dei loro equivalenti maschi. Tanto nefaste che si potrebbe addirittura chieder loro il conto!».

     «Cos’è, fantascienza?».

     «Così sembrava. Quello studio partiva da considerazioni talmente di parte, che doveva venir sommerso da un mare di risate. Ma così non è stato. Da febbraio sono passati quattro mesi. Ed in questi quattro mesi più di qualcuno a New York, a Parigi, a Berlino, perfino a Londra, si è sentito in dovere di fornire il proprio contributo a sostegno di quelle tesi. Ne è nata una discussione a più voci. Anzi, che dico discussione, ne è nata una ridda di opinioni sempre più intonate nell’additare il ruolo negativo e profittatore svolto dalle donne nel corso della storia».

     Linda, mia moglie Linda, solitamente dolce come non potrebbe non esserlo una donna minuta e diafana come una porcellana, è finalmente immobile al centro della stanza, ma emana bagliori. E intanto non si profila, neanche in lontananza, la possibilità che si possa pensare alla cena con compendio di televisione dov’è in programma una partita di calcio che m’interessa molto.

     «Magari si tratta della solita querelle accademica. Sai come sono fatti gli studiosi. Tirano in ballo questioni che fanno scalpore più per dare addosso ad un avversario, al rappresentante più in vista di un altro ateneo, che per altro».

     «Sembrava, come dici tu, la solita alzata di scudi contro qualcosa per intendere qualcos’altro. Io stessa ho dato una scorsa a quell’articolo e l’ho liquidato con un’alzata di spalle. Ma stasera, l’ho sentito poco fa alla televisione, un certo Karl Hartmann, un emerito studioso e docente di Storia Antica dell’università di Berlino, ha annunciato che intende promuovere un processo di revisione storica a carico delle donne, una rilettura, insomma, tesa a correggere l’opinione che vuole il sesso debole sempre vittima dello strapotere maschile. Capisci dove si è arrivati? Un processo di revisione a carico delle donne!».

     Che posso dire? La cosa, così come la riferisce Linda, ha tutti i canoni del paradosso. Non sono un esperto, ma mi pare che non stia in piedi anche a volerla puntellare da tutte le parti.

     «Intende riscrivere la storia infischiandosene di tutto quello che è stato scritto negli ultimi cinquemila anni? E le fonti? Le fonti di cui si sono avvalsi gli altri storici non sono le stesse? Come pensa di rettificare la matrice degli sconquassi che unanimemente vengono attribuiti ai re, ai condottieri e ai sacerdoti che si sono succeduti nei secoli? Probabilmente questo Hartmann possiede un’alta opinione di sé!».

     «Si, è probabile che possegga un’alta opinione di sé, ma questo non vuol dire che sia uno sprovveduto. Dovevi sentirlo poco fa, in televisione, mentre teneva la sua conferenza stampa. Di poche parole, ma pericolosamente convincente. Ha citato le fonti dalle quali intende prender le mosse per istruire, proprio così ha detto, istruire un processo di revisione del ruolo svolto dalle donne nel corso della storia. E tra le sue fonti c’è la Bibbia, e non solo quella canonica, ha parlato di Vangeli Apocrifi, e poi le Upanisad, i testi sumerici, Tertulliano, Sant’Agostino e altro che ora non ricordo. Il processo o seminario o convegno o dibattito o quel che sarà, si terrà a Berlino e avrà connotati perlopiù storici e antropologici. Ma avrà sicuramente ripercussioni politiche e sociali alle quali non voglio nemmeno pensare!».

     «A me pare una follia».

     «Tu dici follia? A me pare invece un lucidissimo e cinico proposito teso a ricondurre le donne a quello stadio pre-evolutivo in cui, per l’ovvia inferiorità in quanto a vigore e forza fisica, erano naturalmente sottomesse».

     «Rivedere il ruolo svolto dalle donne nel corso della storia non vuol dire per forza sottometterle. Semmai, potrebbe esser vero il contrario. Se hanno condiviso l’imperio maschile, in un certo senso ne escono accresciute».

     Dove ho sbagliato? Lo sguardo che mi lancia ora Linda è tanto rovente che potrebbe incenerirmi. E continua a non vedersi nulla all’orizzonte che possa somigliare ad una cena, per non parlare della partita di calcio che è già cominciata.

     «Ma chi è questo Hartmann?» le dico più conciliante. «E perché ne stiamo parlando? Il mondo è pieno di gente che dice cose non condivisibili. Il succo della democrazia sta nel fatto che nulla è censurabile a priori. Se qualcuno salta su a dire che il giallo è liscio mentre il rosso è ruvido noi ne possiamo sorridere: i colori son solo colori! Ma se quello insiste e lo vuole pure dimostrare, lasciamolo fare! Ci dovremmo alterare per questo? Io direi di mettere da parte questa storia e pensare ad altro».

     «Come posso pensare ad altro se ora mi sento idealmente posta sul banco degli imputati insieme a tutte le altre donne?».

     «Lo vuoi capire che quel banco esiste solo nella mente di Hartmann? E lo vuoi capire, in aggiunta, che tu fai il suo gioco se ora ti comporti come se avessi il suo dito puntato contro?».

     «Sono indignata! Davvero Piero, sono molto indignata! E penso che più nulla sarà com’era prima dopo le cose che ho sentito stasera».

     E lì, come sopraffatta dalle emozioni, smette di emanare bagliori, si spegne senza un lamento e si lascia cadere sul divano. Questa cosa, lo capisco dalla sua aria miseramente sconsolata, l’ha ferita più di quanto potessi immaginare. Ed il primo effetto, immediatamente percettibile, è un’invisibile barriera che subitanea si erige tra noi a dividerci. La comunanza di sentimenti e d’intenti, che ci è propria da lungo tempo, d’un tratto scompare. Ed ora siamo di fronte come due estranei. Karl Hartmann, chissà, magari senza volerlo, ha già ottenuto questo discutibile risultato. Col proposito di riesaminare il ruolo svolto dalle donne nel corso della storia, in un certo senso è come se le avesse costrette a recuperare in fretta tutte le caratteristiche della loro diversità, una diversità non più accomodante, o perlomeno non più conciliante, con la nostra, con la mia diversità. Io e Linda, e chissà quanti altri come noi, d’un tratto smettiamo di essere i componenti di una coppia per diventare gli avversari che, nella coppia, vedono solo le angustie della prigione. Io non mi sento preparato a tutto questo. Anzi, mi ci vedo catapultato con la sensazione che altri stiano decidendo per me. Altri come quel Bryth di New York. Altri come Karl Hartmann. Altri come Linda, fin troppo pronta a ritirarsi dietro quest’invisibile barriera. Troppi altri per me irraggiungibili, ma Linda è qui, a non più di tre metri di distanza. Ed è la sola su cui mi sia possibile riversare, ora, la mia contrarietà.

     «Non ti sembra di esagerare? Quel processo di revisione è solo nella mente del suo ideatore e tu ti comporti come se fosse già in atto una specie di ostracismo di tutti gli uomini contro tutte le donne!».

     «L’ostracismo non nasce con Karl Hartmann, ma c’era già. Covava da lungo tempo. C’era un terreno fertile nel quale era annidato. Altrimenti come si spiega che un Bryth qualsiasi potesse scrivere l’articolo che ha scritto?».

     «No mia cara! Non puoi barare su questo! Se dici che c’era, vuol dire che hai sentito subito pertinenti le sue trafitture!».

     «Pertinenti? Sii più chiaro! Cosa intendi dire?».

     «Bè, se ne vogliamo parlare, e se l’argomento è la condivisione del potere che si presume sia sempre stato solo maschile, occorre dire che la tua prozia, parlo di Eva naturalmente, ha giocato un ruolo niente affatto secondario!».

     Quasi presentendo la mia sortita, neanche finisco di parlare che subito balza in piedi per farmisi contro minacciosa. Ed è veramente curiosa, col proposito di farmi rimangiare l’insulto, mentre m’incalza con tutta se stessa arrivando soltanto all’altezza del mio petto. Le nostre stature sono troppo disuguali, ma Linda pare pervasa da un fuoco che la fa giganteggiare.

     «Lo sapevo! Lo sapevo che alla fine ti sarebbe uscito! Già troppe volte hai sfiorato l’argomento, magari per riderci sopra! Ma guarda che la mia prozia Eva, come la chiami tu, rappresenta il più fulgido esempio di umanità consapevole! Senza di lei, senza il suo gesto che ha strappato il sipario di quella mielosa beatitudine, che ne sarebbe stato dell’Uomo?».

     «Eh già! Poveretto! Costretto a bighellonare nel suo Eden senza uno svago, senza un cinema, un campo di calcio o uno straccio di biliardo! Meglio, molto meglio che sia stato scaraventato qui, sulla terra! È vero, vi ha trovato guerre, pestilenze e carestie, ma vuoi mettere con la noia che lo divorava prima?».

     «Scherzi vero? Dimmi che scherzi! Non puoi pensare veramente le cose che dici!».

     «È chiaro che scherzo. E poi la storia della mela l’ho sempre sentita come una presa in giro. Le donne, lo sanno tutti, sono conservatrici, amano la sicurezza e le comodità. Ti pare che Eva sia stata tanto sciocca da mettere in gioco tutto per dare retta ad un serpente?».

     Linda, con la testa all’altezza del mio petto, ha ancora voglia di combattere, ma pare disarmata dal mio sarcasmo. Non è sicura che io intenda veramente dire le cose che dico. Allora fa un passo indietro, mi squadra severa e si prepara ad impartirmi la sua lezione.

     «L’uomo, così come ci viene descritto nel libro della Genesi, non è ancora un uomo. A immagine e somiglianza del Signore, ricordi? Ma è incapace di volere, di desiderare, di amare. Ed è, soprattutto, incapace di soffrire. Insomma, è come un bel soprammobile che resta dove lo metti. E neanche s’interroga se sia meglio quello o un posto diverso. Senza l’iniziativa di Eva, Adamo sarebbe ancora una specie di Tarzan che si contenta di giocare a rimpiattino con le scimmie. Per farne un uomo vero, nel senso più consapevole, perfino tragico del termine, Eva si è sobbarcata il compito di disobbedire. Qualcuno lo doveva fare e lei non si è tirata indietro. Che poi la storia del disobbedire, del lasciarsi lusingare dal serpente, ha il sapore della farsa e non le rende nessuna giustizia. Per quale motivo sarebbe stata creata, e guarda caso proprio dal corpo di Adamo, se non per fargli cadere le bende dagli occhi e rendergli il senso della sua incompletezza? Per quale motivo sarebbe stata creata se non per farsi desiderare, per desiderarsi entrambi, e mettere al mondo dei figli? È vero, ha staccato una mela dall’albero della conoscenza contravvenendo al divieto, ma la necessità che lo facesse era insita nella sua comparsa al fianco di quell’uomo che non aveva la minima idea di cosa ci stesse a fare là, nell’Eden».

     «E fin qui sono d’accordo. E non solo io, bada bene! Chiunque dovrebbe convenire che, senza un’Eva al suo fianco, Adamo starebbe ancora là a chiedersi cos’è quell’appendice che gli pende tra le gambe! Ma smettiamola di giocare e parliamo seriamente. Ammetto la mia ignoranza, ma non ho mai capito la trasformazione che ha subìto Eva nel corso del tempo. Cioè, non ho mai capito come sia divenuta l’antesignana delle donne subdole e ingannatrici. È chiaro che la sua comparsa ha avuto un effetto dirompente, ha incrinato quella presunta integrità, e dico presunta perché Adamo, pur essendo una creatura di Dio, era ancora un essere insignificante. E allora, com’è stato possibile che si è finito con l’addebitare a lei l’origine del peccato?».

     «Mi fa piacere che tu te lo chieda. E guarda che l’ostracismo di cui parlavamo prima nasce proprio da questo. I padri della Chiesa si sono dati un gran da fare nel dipingere Eva come colei che ha trasgredito volutamente al divieto divino. Però, solo in virtù della sua trasgressione si è avuta l’effettiva umanizzazione dell’uomo. Infatti non è arbitrario affermare che l’operato di Dio, senza l’intervento di Eva, era ancora incompleto. Le donne, si sa, generano la vita. Ed Eva, per prima cosa, ha avuto bisogno di generare il suo uomo. Ma il potere maschile doveva pur imperniarsi su qualcosa. Ed è stato facile a quel punto addebitare a lei la prima mancanza col necessario castigo. Il resto è storia. Il resto è cronaca di questi giorni. E chissà che l’iniziativa di Karl Hartmann non sia l’occasione per ridiscutere l’intera questione rendendo a noi donne i meriti che ci sono stati sottratti?».

     «Certo! Può darsi! E se stanno così le cose, lo vedi da sola che non c’è nulla da temere da un processo di revisione del ruolo avuto dalle donne nella condivisione del potere. Potendone parlare con la mente sgombra da pregiudizi, si potrebbe arrivare perfino ad una tardiva, ma assai significativa, riabilitazione dell’operato di Eva. Io stesso, un po’ per celia e un po’ per pigrizia mentale, me la sono sempre figurata come un’infida tentatrice».

     «È vero, l’iniziativa di Karl Hartmann potrebbe rivelarsi addirittura un boomerang per chi vorrebbe accomunarci alle colpe di cui si sono macchiati gli uomini».

     Mia moglie è biologa, lavora nel centro ricerche di una nota casa farmaceutica, e la sua visione della vita non può non tener conto dell’intrinseca necessità di ogni suo componente, sia maschile sia femminile, a cominciare dagli spermatozoi e dagli ovociti. Io, in qualità di giornalista di costume, ma con una discreta militanza di cronista sportivo, sono portato a individuare ed esaltare le varie dinamiche della competizione, in qualunque ambito questa possa realizzarsi. In altre parole, sono professionalmente orientato a sostenere la legge del più forte. Ma non ho mai pensato ad una competizione che potesse sconfinare nel campo del conflitto che si combatte da sempre tra i due sessi. Evidentemente questo conflitto già c’era, ma io ero un troppo distratto osservatore per sentirmene coinvolto. Karl Hartmann, col suo proposito, produce lo stesso effetto di un tamburo che rulla sul campo di battaglia e induce a serrare i ranghi in vista dello sco

     «È inaudito! Semplicemente inaudito! È tutto così assurdo, che si fatica a trovare un capo per confutarlo!».

     «Se non si può confutare, vedi che non dev’essere poi così assurdo come sembra. Ma di che parli?».

     «Di che parlo! Di che parlo! Sono mesi che vanno preparando il terreno! Ah, che infami! Che imbroglioni! E che subdola acquiescenza da parte della stampa!».

     Linda, mia moglie Linda, solitamente dolce come non potrebbe non esserlo una donna minuta e diafana come una porcellana, sprizza scintille.

     «S’era mai sentita una balordaggine del genere? Revisionismo? Altro che revisionismo! Qui si vuol riscrivere di sana pianta la storia!».

     Saltabecca nel soggiorno senza riuscire a stare ferma. E di tanto in tanto afferra un oggetto, magari senza avvedersene, nell’inconscia predisposizione a scagliarmelo addosso.

     «Che gli ci vuole? Tribunale! Processo! E magari una bella lista di proscrizione! Ma non credano di aver già vinto!».

     «Si può sapere di cosa vai farneticando? Cos’è questa storia del tribunale? Ti hanno citato in giudizio?».

     «Ah, già! Tu non sai niente! Come al solito, non sai niente!».

     Che io, come al solito, non sappia niente mi pare una considerazione esagerata, magari dettata dalla rabbia del momento. In più occasioni, e su diversi argomenti, ho dimostrato di saper dire la mia. Ma Linda è troppo alterata, ed anch’io non sono dell’umore più lieto, perché mi metta a controbattere.

     «Se ne vuoi parlare, mi devi usare la bontà di calmarti. E vedi, se ti riesce, di cominciare dal principio».

     «Principio! Principio! Magari il principio si perde nella notte dei tempi! Ma se vuoi sapere chi ha dato la stura a questa nuova crociata, devi andarti a rileggere l’articolo pubblicato sul Newsweeck del febbraio scorso!».

     «Che c’entra Newsweeck? E quando mai ne è circolata una copia in questa casa?».

     Come folgorata dalla mia osservazione in sé assai banale, Linda smette di saltabeccare nella stanza e mi lancia uno sguardo più contundente del posacenere di cristallo che stringe nella sua mano destra.

     «Non ti è capitato di vederlo?».

     «Ne sento parlare adesso! E aspetto ancora di sapere di cosa si tratta!».

     «Un certo professor Bryth di New York, uno che scrive libri di storia come fossero dei best-sellers, con lo scopo di confutare riga per riga, parola per parola, l’ultimo saggio di Erica Mejer sui cinquemila anni di potere maschile nel mondo, ne abbiamo già parlato se ben ricordi, se n’è uscito sostenendo che è giunta l’ora di rivisitare tale concetto. È vero, lui dice, che il potere, sia politico, sia religioso, sia militare, per non parlare di quello economico, da cinquemila anni è nelle mani dei maschi, ma le donne, è lui a sostenerlo, l’hanno sempre condiviso. E non è tutto. Nell’articolo pubblicato su Newsweeck lui arriva a sostenere che le donne, nei rari casi in cui si son potute esprimere in prima persona, sono state perfino più nefaste dei loro equivalenti maschi. Tanto nefaste che si potrebbe addirittura chieder loro il conto!».

     «Cos’è, fantascienza?».

     «Così sembrava. Quello studio partiva da considerazioni talmente di parte, che doveva venir sommerso da un mare di risate. Ma così non è stato. Da febbraio sono passati quattro mesi. Ed in questi quattro mesi più di qualcuno a New York, a Parigi, a Berlino, perfino a Londra, si è sentito in dovere di fornire il proprio contributo a sostegno di quelle tesi. Ne è nata una discussione a più voci. Anzi, che dico discussione, ne è nata una ridda di opinioni sempre più intonate nell’additare il ruolo negativo e profittatore svolto dalle donne nel corso della storia».

     Linda, mia moglie Linda, solitamente dolce come non potrebbe non esserlo una donna minuta e diafana come una porcellana, è finalmente immobile al centro della stanza, ma emana bagliori. E intanto non si profila, neanche in lontananza, la possibilità che si possa pensare alla cena con compendio di televisione dov’è in programma una partita di calcio che m’interessa molto.

     «Magari si tratta della solita querelle accademica. Sai come sono fatti gli studiosi. Tirano in ballo questioni che fanno scalpore più per dare addosso ad un avversario, al rappresentante più in vista di un altro ateneo, che per altro».

     «Sembrava, come dici tu, la solita alzata di scudi contro qualcosa per intendere qualcos’altro. Io stessa ho dato una scorsa a quell’articolo e l’ho liquidato con un’alzata di spalle. Ma stasera, l’ho sentito poco fa alla televisione, un certo Karl Hartmann, un emerito studioso e docente di Storia Antica dell’università di Berlino, ha annunciato che intende promuovere un processo di revisione storica a carico delle donne, una rilettura, insomma, tesa a correggere l’opinione che vuole il sesso debole sempre vittima dello strapotere maschile. Capisci dove si è arrivati? Un processo di revisione a carico delle donne!».

     Che posso dire? La cosa, così come la riferisce Linda, ha tutti i canoni del paradosso. Non sono un esperto, ma mi pare che non stia in piedi anche a volerla puntellare da tutte le parti.

     «Intende riscrivere la storia infischiandosene di tutto quello che è stato scritto negli ultimi cinquemila anni? E le fonti? Le fonti di cui si sono avvalsi gli altri storici non sono le stesse? Come pensa di rettificare la matrice degli sconquassi che unanimemente vengono attribuiti ai re, ai condottieri e ai sacerdoti che si sono succeduti nei secoli? Probabilmente questo Hartmann possiede un’alta opinione di sé!».

     «Si, è probabile che possegga un’alta opinione di sé, ma questo non vuol dire che sia uno sprovveduto. Dovevi sentirlo poco fa, in televisione, mentre teneva la sua conferenza stampa. Di poche parole, ma pericolosamente convincente. Ha citato le fonti dalle quali intende prender le mosse per istruire, proprio così ha detto, istruire un processo di revisione del ruolo svolto dalle donne nel corso della storia. E tra le sue fonti c’è la Bibbia, e non solo quella canonica, ha parlato di Vangeli Apocrifi, e poi le Upanisad, i testi sumerici, Tertulliano, Sant’Agostino e altro che ora non ricordo. Il processo o seminario o convegno o dibattito o quel che sarà, si terrà a Berlino e avrà connotati perlopiù storici e antropologici. Ma avrà sicuramente ripercussioni politiche e sociali alle quali non voglio nemmeno pensare!».

     «A me pare una follia».

     «Tu dici follia? A me pare invece un lucidissimo e cinico proposito teso a ricondurre le donne a quello stadio pre-evolutivo in cui, per l’ovvia inferiorità in quanto a vigore e forza fisica, erano naturalmente sottomesse».

     «Rivedere il ruolo svolto dalle donne nel corso della storia non vuol dire per forza sottometterle. Semmai, potrebbe esser vero il contrario. Se hanno condiviso l’imperio maschile, in un certo senso ne escono accresciute».

     Dove ho sbagliato? Lo sguardo che mi lancia ora Linda è tanto rovente che potrebbe incenerirmi. E continua a non vedersi nulla all’orizzonte che possa somigliare ad una cena, per non parlare della partita di calcio che è già cominciata.

     «Ma chi è questo Hartmann?» le dico più conciliante. «E perché ne stiamo parlando? Il mondo è pieno di gente che dice cose non condivisibili. Il succo della democrazia sta nel fatto che nulla è censurabile a priori. Se qualcuno salta su a dire che il giallo è liscio mentre il rosso è ruvido noi ne possiamo sorridere: i colori son solo colori! Ma se quello insiste e lo vuole pure dimostrare, lasciamolo fare! Ci dovremmo alterare per questo? Io direi di mettere da parte questa storia e pensare ad altro».

     «Come posso pensare ad altro se ora mi sento idealmente posta sul banco degli imputati insieme a tutte le altre donne?».

     «Lo vuoi capire che quel banco esiste solo nella mente di Hartmann? E lo vuoi capire, in aggiunta, che tu fai il suo gioco se ora ti comporti come se avessi il suo dito puntato contro?».

     «Sono indignata! Davvero Piero, sono molto indignata! E penso che più nulla sarà com’era prima dopo le cose che ho sentito stasera».

     E lì, come sopraffatta dalle emozioni, smette di emanare bagliori, si spegne senza un lamento e si lascia cadere sul divano. Questa cosa, lo capisco dalla sua aria miseramente sconsolata, l’ha ferita più di quanto potessi immaginare. Ed il primo effetto, immediatamente percettibile, è un’invisibile barriera che subitanea si erige tra noi a dividerci. La comunanza di sentimenti e d’intenti, che ci è propria da lungo tempo, d’un tratto scompare. Ed ora siamo di fronte come due estranei. Karl Hartmann, chissà, magari senza volerlo, ha già ottenuto questo discutibile risultato. Col proposito di riesaminare il ruolo svolto dalle donne nel corso della storia, in un certo senso è come se le avesse costrette a recuperare in fretta tutte le caratteristiche della loro diversità, una diversità non più accomodante, o perlomeno non più conciliante, con la nostra, con la mia diversità. Io e Linda, e chissà quanti altri come noi, d’un tratto smettiamo di essere i componenti di una coppia per diventare gli avversari che, nella coppia, vedono solo le angustie della prigione. Io non mi sento preparato a tutto questo. Anzi, mi ci vedo catapultato con la sensazione che altri stiano decidendo per me. Altri come quel Bryth di New York. Altri come Karl Hartmann. Altri come Linda, fin troppo pronta a ritirarsi dietro quest’invisibile barriera. Troppi altri per me irraggiungibili, ma Linda è qui, a non più di tre metri di distanza. Ed è la sola su cui mi sia possibile riversare, ora, la mia contrarietà.

     «Non ti sembra di esagerare? Quel processo di revisione è solo nella mente del suo ideatore e tu ti comporti come se fosse già in atto una specie di ostracismo di tutti gli uomini contro tutte le donne!».

     «L’ostracismo non nasce con Karl Hartmann, ma c’era già. Covava da lungo tempo. C’era un terreno fertile nel quale era annidato. Altrimenti come si spiega che un Bryth qualsiasi potesse scrivere l’articolo che ha scritto?».

     «No mia cara! Non puoi barare su questo! Se dici che c’era, vuol dire che hai sentito subito pertinenti le sue trafitture!».

     «Pertinenti? Sii più chiaro! Cosa intendi dire?».

     «Bè, se ne vogliamo parlare, e se l’argomento è la condivisione del potere che si presume sia sempre stato solo maschile, occorre dire che la tua prozia, parlo di Eva naturalmente, ha giocato un ruolo niente affatto secondario!».

     Quasi presentendo la mia sortita, neanche finisco di parlare che subito balza in piedi per farmisi contro minacciosa. Ed è veramente curiosa, col proposito di farmi rimangiare l’insulto, mentre m’incalza con tutta se stessa arrivando soltanto all’altezza del mio petto. Le nostre stature sono troppo disuguali, ma Linda pare pervasa da un fuoco che la fa giganteggiare.

     «Lo sapevo! Lo sapevo che alla fine ti sarebbe uscito! Già troppe volte hai sfiorato l’argomento, magari per riderci sopra! Ma guarda che la mia prozia Eva, come la chiami tu, rappresenta il più fulgido esempio di umanità consapevole! Senza di lei, senza il suo gesto che ha strappato il sipario di quella mielosa beatitudine, che ne sarebbe stato dell’Uomo?».

     «Eh già! Poveretto! Costretto a bighellonare nel suo Eden senza uno svago, senza un cinema, un campo di calcio o uno straccio di biliardo! Meglio, molto meglio che sia stato scaraventato qui, sulla terra! È vero, vi ha trovato guerre, pestilenze e carestie, ma vuoi mettere con la noia che lo divorava prima?».

     «Scherzi vero? Dimmi che scherzi! Non puoi pensare veramente le cose che dici!».

     «È chiaro che scherzo. E poi la storia della mela l’ho sempre sentita come una presa in giro. Le donne, lo sanno tutti, sono conservatrici, amano la sicurezza e le comodità. Ti pare che Eva sia stata tanto sciocca da mettere in gioco tutto per dare retta ad un serpente?».

     Linda, con la testa all’altezza del mio petto, ha ancora voglia di combattere, ma pare disarmata dal mio sarcasmo. Non è sicura che io intenda veramente dire le cose che dico. Allora fa un passo indietro, mi squadra severa e si prepara ad impartirmi la sua lezione.

     «L’uomo, così come ci viene descritto nel libro della Genesi, non è ancora un uomo. A immagine e somiglianza del Signore, ricordi? Ma è incapace di volere, di desiderare, di amare. Ed è, soprattutto, incapace di soffrire. Insomma, è come un bel soprammobile che resta dove lo metti. E neanche s’interroga se sia meglio quello o un posto diverso. Senza l’iniziativa di Eva, Adamo sarebbe ancora una specie di Tarzan che si contenta di giocare a rimpiattino con le scimmie. Per farne un uomo vero, nel senso più consapevole, perfino tragico del termine, Eva si è sobbarcata il compito di disobbedire. Qualcuno lo doveva fare e lei non si è tirata indietro. Che poi la storia del disobbedire, del lasciarsi lusingare dal serpente, ha il sapore della farsa e non le rende nessuna giustizia. Per quale motivo sarebbe stata creata, e guarda caso proprio dal corpo di Adamo, se non per fargli cadere le bende dagli occhi e rendergli il senso della sua incompletezza? Per quale motivo sarebbe stata creata se non per farsi desiderare, per desiderarsi entrambi, e mettere al mondo dei figli? È vero, ha staccato una mela dall’albero della conoscenza contravvenendo al divieto, ma la necessità che lo facesse era insita nella sua comparsa al fianco di quell’uomo che non aveva la minima idea di cosa ci stesse a fare là, nell’Eden».

     «E fin qui sono d’accordo. E non solo io, bada bene! Chiunque dovrebbe convenire che, senza un’Eva al suo fianco, Adamo starebbe ancora là a chiedersi cos’è quell’appendice che gli pende tra le gambe! Ma smettiamola di giocare e parliamo seriamente. Ammetto la mia ignoranza, ma non ho mai capito la trasformazione che ha subìto Eva nel corso del tempo. Cioè, non ho mai capito come sia divenuta l’antesignana delle donne subdole e ingannatrici. È chiaro che la sua comparsa ha avuto un effetto dirompente, ha incrinato quella presunta integrità, e dico presunta perché Adamo, pur essendo una creatura di Dio, era ancora un essere insignificante. E allora, com’è stato possibile che si è finito con l’addebitare a lei l’origine del peccato?».

     «Mi fa piacere che tu te lo chieda. E guarda che l’ostracismo di cui parlavamo prima nasce proprio da questo. I padri della Chiesa si sono dati un gran da fare nel dipingere Eva come colei che ha trasgredito volutamente al divieto divino. Però, solo in virtù della sua trasgressione si è avuta l’effettiva umanizzazione dell’uomo. Infatti non è arbitrario affermare che l’operato di Dio, senza l’intervento di Eva, era ancora incompleto. Le donne, si sa, generano la vita. Ed Eva, per prima cosa, ha avuto bisogno di generare il suo uomo. Ma il potere maschile doveva pur imperniarsi su qualcosa. Ed è stato facile a quel punto addebitare a lei la prima mancanza col necessario castigo. Il resto è storia. Il resto è cronaca di questi giorni. E chissà che l’iniziativa di Karl Hartmann non sia l’occasione per ridiscutere l’intera questione rendendo a noi donne i meriti che ci sono stati sottratti?».

     «Certo! Può darsi! E se stanno così le cose, lo vedi da sola che non c’è nulla da temere da un processo di revisione del ruolo avuto dalle donne nella condivisione del potere. Potendone parlare con la mente sgombra da pregiudizi, si potrebbe arrivare perfino ad una tardiva, ma assai significativa, riabilitazione dell’operato di Eva. Io stesso, un po’ per celia e un po’ per pigrizia mentale, me la sono sempre figurata come un’infida tentatrice».

     «È vero, l’iniziativa di Karl Hartmann potrebbe rivelarsi addirittura un boomerang per chi vorrebbe accomunarci alle colpe di cui si sono macchiati gli uomini».

     Mia moglie è biologa, lavora nel centro ricerche di una nota casa farmaceutica, e la sua visione della vita non può non tener conto dell’intrinseca necessità di ogni suo componente, sia maschile sia femminile, a cominciare dagli spermatozoi e dagli ovociti. Io, in qualità di giornalista di costume, ma con una discreta militanza di cronista sportivo, sono portato a individuare ed esaltare le varie dinamiche della competizione, in qualunque ambito questa possa realizzarsi. In altre parole, sono professionalmente orientato a sostenere la legge del più forte. Ma non ho mai pensato ad una competizione che potesse sconfinare nel campo del conflitto che si combatte da sempre tra i due sessi. Evidentemente questo conflitto già c’era, ma io ero un troppo distratto osservatore per sentirmene coinvolto. Karl Hartmann, col suo proposito, produce lo stesso effetto di un tamburo che rulla sul campo di battaglia e induce a serrare i ranghi in vista dello scontro.

 


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