"L'ape regina"

Personaggi


AVVERTENZA

I personaggi “storici” del presente romanzo sono attendibili nella misura in cui la consultazione dei testi consente di appurare.

I personaggi “contemporanei” realmente esistenti sono presi a pretesto per una vicenda del tutto immaginaria, quindi la loro menzione non ha nulla a che vedere con la loro realtà.

Ogni altra corrispondenza con fatti e persone effettivamente esistenti è da ritenersi fortuita



Wopa

Si chiamava Wopa, come tutte. Ma, al contrario di tutte, nutriva una singolare insofferenza per la sua condizione di femmina asservita alle intemperanze del branco. Wopa, quindi, sapeva stare al gioco e non si sottraeva, ma subiva con animo lacerato il peso del maschio di turno che l’afferrava da dietro, la schiacciava a terra e non la mollava finché, dopo lo spasimo, restava stordito.

Le pareva che lo stesso meccanismo che valeva per il maschio, che ad un certo punto la sceglieva, dovesse valere anche per lei. Cioè, anche lei avrebbe voluto dire la sua su quella scelta. E già questo ci porta a concludere che Wopa era davvero in anticipo sul suo tempo. Era un’autentica precorritrice se si pensa che…


Ishstar

Si chiamava Ishtar, oppure Inanna, oppure Ashtoreth presso il popolo dei Cananei, ed era una nipote di Anu, il grande dio padre di tutti gli dèi che viveva nel cielo. In seguito gli egizi avrebbero adorato un dio assai simile ad Anu, lo avrebbero chiamato Ra e lo avrebbero posto anche lui nel cielo.

Ishtar era giovane, irrequieta, impulsiva, bellissima e impudica, tutte caratteristiche che, riunite insieme nel suo corpo di dea, ne facevano una vera carica di dinamite.

Infatti Ishtar, dovunque andasse, deflagrava facendo strage di cuori proprio come fosse una bomba. Ma, per avvalorare le considerazioni fatte al principio di questo capitolo, lei poteva dire tante cose di sé, ma non si sentiva affatto una privilegiata. Anzi, con quel corpo e con quel temperamento, avrebbe potuto benissimo figurare nel vessillo del movimento femminista dei nostri anni Ottanta. Invece le toccò il titolo di dea dell’amore quando lei l’amore, a parte quello carnale, non sapeva neanche dove fosse di casa.


Lavinia

Lavinia, astuta e ambiziosa come poche, divenne la pedina terrena che il Fato prese a manovrare per assecondare i suoi fini.

Lavinia in quel tempo non aveva diciotto anni, ma già primeggiava tra tutte per bellezza, per grazia e per capacità. In ogni dove se ne tessevano le lodi, ma è chiaro che, trattandosi di una principessa, a nessuno sarebbe bastato l’animo per affermare il contrario.

Lavinia in quel tempo non aveva il più vago sospetto del marito che il Fato le aveva riservato. Ma, se interrogata in proposito, di sicuro avrebbe detto: “Chiunque, meno che Turno!” Si può quindi immaginare il misto di stupore e di gioia che le si stampò sul viso quando udì il responso dell’oracolo che prevedeva per lei un marito straniero.


Aurelia

Cesare era molte cose contemporaneamente, ma una sopra le altre prevaleva: era ambizioso. E più di lui, era ambiziosa sua madre Aurelia che nutriva un’autentica venerazione per quel suo figliolo.

 Non è possibile sapere come si trovò Aurelia quando, per aver sposato suo marito, le toccò impersonare il ruolo di nuora. È facile supporre che si trovasse male, tanto male da arrivare a distillare un odio viscerale non tanto per la suocera in quanto tale, ma per il duopolio che inevitabilmente si veniva a creare tra due donne con vent’anni di differenza ed un uomo nel mezzo. Il conflitto tra suocera e nuora era capace di far perdere il sonno alla povera Aurelia, anche quando la nuora di turno non si macchiava di nessuna colpa.

L’esserle nuora era già di per sé una colpa. E siccome Cesare promosse a tal ruolo non una, ma ben quattro donne diverse in quattro momenti diversi della sua vita, è facile comprendere l’estrema irritabilità che pian piano si produsse nell’animo di sua madre.


Zenobia

Zenobia, fin da bambina, mostrò di possedere un temperamento da vera regina. Era bella, capricciosa, ma pure molto determinata a lottare per ciò che riteneva le dovesse appartenere. All’età di nove anni le fu regalato un cavallo e, insieme al cavallo, le fu messo a disposizione uno schiavo, Cassio Longino era il suo nome, che doveva secondarla in tutto e, nel medesimo tempo, doveva rispondere di tutto quello che le fosse accaduto di spiacevole. 

 Il dono del cavallo contribuì a farla uscire dalla sua fase peggiore, quella di bambina capricciosa e viziata, risvegliando in lei uno spirito selvaggio fino a quel punto dormiente. Prima era la solita principessina coccolata e in tutto assecondata sia dalla madre sia dalla nutrice. In seguito, col possesso del cavallo, del quale fin dal principio s’incaricò di tutte le cure, cambiò in modo tale da rendersi irriconoscibile perfino ai suoi stessi genitori. Abbandonò le precedenti mollezze per abbracciare, come se le fosse fin lì mancata, la vita dura e disagevole del deserto. Ed in breve si temprò alla fatica, al sole cocente e al vento corrosivo che soffiava tra le dune.


Teodora

Teodora era la seconda di tre sorelle che, fin dalla più tenera età, allietarono il cuore dei loro genitori non per qualche dote in particolare, ma per la semplice ragione d’essere estremamente belle.

Teodora, fin dalle sue prime esperienze, mise in luce un temperamento lascivo e lussurioso. Non era tanto la mira del guadagno a muoverla verso gli uomini quanto la voglia di piacere e di leggere, tradotto in termini di respiro forte, sguardo trasognato e turgido tra le gambe, quel che il suo corpo ancora acerbo sapeva suscitare.

 Lei era un talento naturale ed il suo desiderio era solo quello di esibirsi. Se fosse stata una pianista, avrebbe strabiliato il suo pubblico con cascate di note da togliere il respiro. Invece era solo una puttana, ma il suo strumento, quel suo corpo che si faceva sempre più seducente col passare del tempo, lei lo suonava con un virtuosismo inarrivabile.


Marozia

Una delle più belle donne romane, se non la più bella di certo la più conturbante, si chiamava Marozia. Era nata nell’892 da Teodora, una chiacchierata nobildonna romana, e da Teofilatto, un uomo che si trovava al vertice dell’amministrazione papale. Da tali genitori, dalla madre soprattutto, per la quale sarebbero necessarie molte pagine se volessimo elencarne le malefatte, Marozia ereditò, oltre alla bellezza, unica chiave unanimemente riconosciuta per accedere ai vari palazzi del potere, un’ambizione da primato mondiale. Per quell’ambizione, e per una dissolutezza morale non solo sua ma dell’intera Roma di quel tempo, lei iniziò a corteggiare i potenti fin dalla più tenera età. In tale modo, a quindici anni era già concubina di Sergio III, un papa che aveva uno strano concetto del suo compito primario.


Matilde di Canossa

 Matilde di Canossa, che era nata nel 1046, fin da giovinetta mostrò di possedere una predisposizione all’ascesi e alla contemplazione, doti, quelle, che avrebbe meglio soddisfatto in un convento piuttosto che nei panni di contessa. Tuttavia, pur se vi si atteggiava, e pur se Ildebrando di Soana, suo padre spirituale, ve la spingeva, non accettò mai di farsi monaca. Lei era solita dire che avrebbe meglio operato per il suo Dio proprio tra gli uomini che Dio stesso le aveva assegnato di frequentare. E sua massima aspirazione era insegnare a quegli uomini la rettitudine. Crebbe in un continuo stato di esaltazione mistica e assisteva con sgomento alle nequizie di quei prelati i quali, sia per l’abito sia per la vocazione a suo tempo proclamata, dovevano dare l’esempio. 


Katharina von Bora

Katharina von Bora, nacque a Lippendorf, in Sassonia, nel 1499, da un nobile impoverito, Hans von Bora, e da una donna assai debole in salute, Katharina von Haugwitz.

Sua madre, Katharina von Haugwitz, quasi per toglierle il peso delle sue cure, s’aggravò e morì lasciandola sola quando non aveva ancora due anni. 

La piccola Katharina crebbe tra invidie, gelosie e rivalità, per non parlare della scarsezza di risorse che costringeva tutta la famiglia ad una vita austera. Per cui, quando all’età di cinque anni venne internata nel convento benedettino di Brehna, presso Halle, per essere educata, pensò di essersi ingannata, che le opinioni cui era già pervenuta andavano modificate e che al mondo, incredibile a dirsi, esisteva la felicità. In genere, quando all’età di cinque anni si viene tolti all’affetto dei propri cari per andare a vivere altrove, si soffre. Katharina, al contrario, in quel passaggio trovò gli stimoli per rifiorire...


Anne Boleyn

Anne Boleyn, era la figlia di Thomas Boleyn, conte del Wiltshire, e di Elisabeth Howard, figlia del secondo duca di Norfolk. Il suo anno di nascita è incerto, ma alcuni documenti indicherebbero per quel lieto evento l’estate del 1507. La famiglia Boleyn, benché vantasse qualche titolo, era in pratica di classe media. Tuttavia, tanto Anne quanto sua sorella Maria ricevettero un’ottima educazione. Thomas Boleyn aveva molto a cuore la sorte di quelle due figlie e tanto brigò, e tanto anche sborsò, che ottenne d’internarle in un convento nei Paesi Bassi insieme a Margherita, arciduchessa d’Austria, fino al 1514. A quel periodo fecero seguito alcuni anni in Francia fino al 1521.

Al loro ritorno in Inghilterra, le due ragazze parlavano correttamente il francese e lo spagnolo, sapevano conversare con sufficiente padronanza su svariati argomenti di carattere storico e geografico, e sapevano suonare il clavicordo. Così giovani e così bene istruite, non trovarono eccessive difficoltà, per la verità ci pensò Thomas Boleyn a spianare loro la strada mettendo mano alla borsa, a farsi assumere presso la corte col titolo di dame di compagnia. E siccome era usanza che le dame di compagnia fossero sempre presenti nei vari momenti della vita della loro regina, ne guadagnarono presto la confidenza, ne divisero gioie e speranze e, alla lunga, sebbene alternativamente, ne condivisero anche il consorte.


Francoise d'Aubigné

Francoise d’Aubigné, nacque nella prigione di Niort dove suo padre, Constant d’Aubigné, stava scontando il suo castigo terreno in qualità di falsario. La piccola, se avesse potuto, avrebbe sicuramente scelto un posto diverso per emettere il suo primo vagito. E perfino sua madre, che non vedeva l’ora di disfarsi del suo pancione, ebbe parecchio a lamentarsene. Tuttavia, così doveva accadere e così accadde. La signora d’Aubigné si recava a far visita al marito una volta al mese e, secondo i suoi calcoli, per il parto c’era ancora tempo, almeno due settimane di tempo. Invece, nel bel mezzo del colloquio, fu colta dalle doglie e fu subito chiaro che quel tempo stava per scadere.

 

     Raramente una prigione è attrezzata per eventi del genere. E si può star certi che nel Settecento, era il 24 novembre del 1635 per la precisione, era pretendere troppo trovare un carcere dotato di infermeria. Infatti, nel carcere di Niort non c’era nessuna infermeria. 


Virginia Oldoini

Virginia Oldoini, fin dalla nascita, era destinata a diventare una leggenda per la sua straordinaria bellezza e per la conseguente, fascinosissima e dirompente personalità. Nacque a Firenze nel 1837 entrando impetuosamente in un ambiente nobile, suo padre era marchese, e bigotto. Il fatto che fosse nobile, il suo ambiente, può intendersi una particolarità, ma che fosse bigotto, riferito al nobile, può intendersi senz’altro una norma.

 

Virginia Oldoini, già al suo primo apparire nella società del suo tempo, suscitò scandalo e ammirazione insieme. Ma anche l’ammirazione, quando c’era, restava nei petti e nelle pupille di chi n’era scosso senza mai osar tradursi in propositi o parole. Virginia era bella, altera e sprezzante, in special modo verso le altre donne, ed aveva un modo d’incedere che era come se scivolasse un metro sopra il pavimento, lo stesso pavimento sopra il quale gli altri, insignificanti, restavano incollati. Al suo apparire era come se sorgesse il sole ed ognuno, anche se n’era lontano, faceva un passo indietro ed abbassava lo sguardo quasi temesse di restarne abbagliato. E chi osava sfidare il suo fulgore, era spesso costretto ad umilianti ritirate perch’ella concedeva poco di sé limitandosi a dispensare la sua luminescenza.