L'assedio di Costantinopoli

Bruno Sebastiani                  Romanzo storico


Due dèi, due religioni monoteistiche che da sempre asseriscono la supremazia del loro unico dio.

Due popoli, fatti di persone, visceralmente mossi l'uno contro l'altro in nome ognuno del suo dio.

Un grande romanzo pieno di Umanità.



libri da leggere - l'assedio di costantinopoli - bruno sebastiani

La caduta di Costantinopoli




Anteprima

romanzi storici bruno sebastiani

   Spesso accade che ci si lasci andare a pronunciare delle frasi che hanno il solo pregio di poter ben figurare nel campionario dei luoghi comuni, frasi che, con la sicumera di spiegare, assai raramente spiegano qualcosa. Infatti, di due che s’incontrano e s’innamorano quando tutto dei loro trascorsi pareva preordinato per addivenire a tutt’altro, si finisce col dire che era destino che accadesse, credendo in tal modo di giustificare ciò che a tutti gli effetti appare incomprensibile, per di più, nel dire che era destino, si vorrebbe evidenziare la sua forza che non arretra di fronte agli ostacoli rappresentati dalle origini, dalla cultura, dalla religione, dalla posizione sociale e dalle ambizioni in netto contrasto dei due che s’incontrano e s’innamorano. Era destino che accadesse, con ciò spiegando tutto, pur con l’inconfessabile sensazione di non aver spiegato niente.

romani storici bruno sebastiani

   Ma, sia che fosse per il destino o per qualche sua variante come sorte, fato, caso, o sia che fosse, in modo ancor più calzante, per un colpo di fulmine, accadde veramente che Mara Brankovic e Giovanni Giustiniani Longo, appena si videro, restarono come folgorati da qualcosa che solo loro sapevano vedere ognuno negli occhi dell’altro. Tutto questo va bene, ma forse la frase appena esposta è incompleta, infatti non si capisce per quale ragione Mara Brankovic e Giovanni Giustiniani Longo, al primo folgorante incontro, non avrebbero dovuto innamorarsi, non si capisce perché, se si fosse risaputo, o non si sarebbe creduto oppure si sarebbe pensato a qualcosa di inammissibile, e non si capisce per il semplice motivo che, dei personaggi da poco citati, sappiamo solo i nomi che, in definitiva, sono come scatole vuote di cui ignoriamo perfino la foggia ed il colore. I nomi da soli non bastano a darci lo spessore, la qualità dei personaggi, la loro problematicità, la loro reciproca incompatibilità, nel caso esista, e nemmeno bastano a gettare una luce nel loro mondo interiore, nel loro modo di pensare, di sognare, di trasalire al manifestarsi di qualcosa che giustifichi il trasalimento. Di Mara Brankovic e di Giovanni Giustiniani Longo fin qui sappiamo solo i nomi, ma sappiamo pure che s’innamorarono quando non era minimamente concepibile che potessero farlo, senza con questo voler dire che a loro era interdetta l’esperienza dell’amore, purché tale esperienza rispettasse i confini della liceità, e ciò equivale a dire che tale esperienza sarebbe stata bollata come non conforme se l’avessero esperita tra loro, direttamente. E siccome tra i due non esisteva alcun vincolo di sangue, cosa che avrebbe giustificato ampiamente quanto fin qui detto, si deve concludere che esistevano altre ragioni, granitiche ragioni, perché non si dovessero innamorare. Poiché già sappiamo che contravvennero al divieto, ci viene facile immaginare con quanti dubbi e sensi di colpa continuarono a perseverare nell’errore dopo il primo, fatidico incontro.

romanzi storici assedio di costantinopoli

   A questo punto, per capire la natura del divieto, dobbiamo tentare di capire la natura dei personaggi ed il particolare motivo che li portò ad incontrarsi. Iniziamo col dire qualcosa di Mara Brankovic senza nasconderci che tale preferenza si deve al senso cavalleresco comune a tutti gli umani di sesso maschile, senso per il quale sempre alle donne si cede il passo e, quando la circostanza lo richiede, si dà financo una mano per compierlo, per quanto dei cavalieri si ha un’immagine forse non troppo veritiera, in sostanza si sa solo quello che è riportato nelle cronache scritte da coloro che ne videro le gesta e che ne tratteggiarono un ritratto che aveva poca attinenza con quel che era e che sconfinava spesso nel campo di quel che si sperava che fosse. In tali cronache sempre si narra di un cavaliere in viaggio di borgo in borgo, di villaggio in villaggio, mosso dall’ansia di mettersi al servizio di qualche donna indifesa, magari una vedova, meglio ancora una damigella, magari fatta oggetto di mire poco edificanti dal prepotente del luogo, ché non v’è un gruppo di case senza che vi sia anche un prepotente. Ogni volta, risanato il torto, vediamo il cavaliere che si allontana sul suo cavallo per il prossimo borgo, per il successivo villaggio, e della damigella da poco soccorsa non sappiamo più niente. Il cronista non perde mai di vista il suo cavaliere, ne descrive la forza, ne decanta l’onore, ne esalta il coraggio, dedica lunghe pagine financo al duello col prepotente del luogo mentre la damigella, oggetto della contesa, si stringe le mani al petto e prega, nel fare le due cose non può evitare che sul suo viso si succedano veloci le ombre dell’ansia e della speranza, ansia per cosa e speranza per cosa lasciamo che il lettore lo capisca da sé. Poi dopo, a duello concluso, il cronista si affretta a riagguantare la sua mula per tener dietro al cavaliere che già sprona il suo cavallo per raggiungere il prossimo borgo o villaggio, mentre la damigella, prima descritta con le mani al petto ed in preghiera, evitiamo di precisare cosa aleggiava sul suo viso, resta indietro, sullo sfondo. Pian piano capiamo che tale damigella, come quelle che l’hanno preceduta e quelle che le terranno dietro, sono solo dei pretesti che servono al cronista per infiocchettare la storia del suo cavaliere, rappresentano i torti da sanare senza i quali non avrebbe senso l’istituzione stessa della cavalleria.

     Ma forse è opportuno tornare a Mara Brankovic, non vorremmo che, per queste nostre divagazioni, si spazientisse così da suscitare un identico malumore da parte di qualche lettore nei confronti dell’autore.

     Mara Brankovic, principessa serba, è stata scelta per diventare la moglie di Costantino XI, e si trova oggi nel salone dei ricevimenti del palazzo delle Blacherne, il palazzo imperiale di Costantinopoli, per essere presentata ufficialmente ai nobili, ai generali, agli ecclesiastici, ai rappresentanti più in vista della città, quelli meno in vista, dal momento che era impossibile invitarli tutti, ne sentiranno solo parlare. Per quanto la cosa possa apparire sorprendente, tra tanta bella gente, tra cui gente di chiesa, c’è pure un capitano di ventura dal passato burrascoso, faceva il corsaro, è genovese ed è, per l’appunto, il già nominato Giovanni Giustiniani Longo. Mara Brankovic, giovanissima e molto bella, fa il suo ingresso al braccio di Giorgio Sfranze, il mega logoteta, ossia il cancelliere, che è stato via due anni in giro per le capitali europee in cerca di quella che, da qui a qualche settimana, perlomeno così risulta dal programma, diventerà la quarta moglie dell’imperatore, termine che da qui in avanti ci prenderemo la libertà di sostituire con l’equivalente bizantino basileus. Per fugare la possibilità che si generi un equivoco, diciamo subito che il basileus non ha intenzione di sposare una quarta moglie in aggiunta alle altre tre, ma in loro sostituzione in quanto le prime tre, sposate una alla volta a distanza di qualche anno l’una dall’altra, hanno avuto il deprecabile difetto di morire anzitempo lasciandolo vedovo, aggiungiamo che il povero basileus ogni volta è rimasto vedovo a matrimonio appena consumato, perlomeno quello.

     È un fatto davvero singolare che per ben tre volte l’imperatore di Costantinopoli non sia stato capace di conservarsi la sposa di turno, perlomeno per il tempo necessario a farle procreare un erede, perché gratta gratta proprio di questo si tratta, il basileus è desideroso di avere un erede, un figlio maschio per il quale sarebbe disposto a tutto, anche ad imbarcarsi per un quarto giro di giostra col rischio di restare per la quarta volta vedovo. La candidata in questione sembra avere tutte le carte in regola per ben figurare in questo cimento che ha sbaragliato ben tre concorrenti, Mara Brankovic, oltre ad essere giovane e molto bella, sembra anche energica e piena di salute, cosa che fa ben sperare nell’eventualità che, a nozze concluse, il basileus la voglia gratificare del suo preziosissimo seme. Non ad altro è servito lo sfibrante andare di corte in corte di Giorgio Sfranze, il mega logoteta, trovare un’aspirante imperatrice che potesse fornire valide garanzie di resistenza e di durata. Non si può negare che Giorgio Sfranze abbia esperito la sua missione come meglio non si poteva fare portando a Costantinopoli questo fiore di principessa che è nell’età migliore per accostarsi al talamo nuziale, se il basileus fosse andato di persona, non avrebbe saputo trovare di meglio, Mara Brankovic gli piace ed ora gli restano da fare solo i passi ufficiali, quelli che già da soli sono considerati l’anticamera del successo, ci riferiamo al matrimonio con compendio di prima notte dopo le nozze. Probabilmente ora tutti a corte staranno immaginando che il basileus, mentre la sua bella passa in rassegna i notabili dell’impero al braccio di Giorgio Sfranze, non stia pensando ad altro, al matrimonio con compendio di prima notte dopo le nozze, ed è impossibile dargli torto, nel caso vi stia pensando, ché tutti, vedendo la giovinetta, vorrebbero trovarsi al posto suo.

     Ora siamo nel marzo del 1453 ed il basileus, proprio il mese scorso, ha compiuto quarantotto anni, un’età per la quale si sente ancora un leone, ma non al punto di restare tale fino alla maggiore età del suo erede, se vuole sperare di vedere quella maggiore età deve affrettarsi a metterlo in cantiere, a gettarne le fondamenta e le premesse, ora che Giorgio Sfranze è tornato dal suo giro per le corti europee portandosi appresso questa splendida principessa, ci sono tutte. Ma noi sappiamo che il basileus, per quanto lo desideri, non riuscirà a coronare il suo sogno, Mara Brankovic è qui ed egli, stiracchiando il cerimoniale e affrettando la procedura, potrebbe sposarla anche domani, ma proprio domani ha in programma un’accurata ispezione delle mura marittime e delle torri di vedetta dalla cui sommità i soldati dalla vista più acuta si danno il cambio per scrutare questo mare di Marmara che, da prossimo e domestico com’è sempre stato, potrebbe trasformarsi in un campo di battaglia. Sono già due anni che i turchi della dinastia di Osman, detti ottomani, si vanno organizzando per dare l’assalto a Costantinopoli, al momento non si sa da dove verranno, dal mare forse, o forse dalla terraferma, il non saperlo è già di per sé un grosso dilemma.

     Torniamo a ripetere che, ora che la principessa Mara Brankovic è qui, sempre stiracchiando il cerimoniale e affrettando la procedura, cosa disdicevole per gli usi bizantini che da sempre si esplicano rispettando degli scadenzari fatti apposta per far perdere la pazienza, il basileus potrebbe sposarla se non domani magari il giorno dopo. Ma il giorno dopo, in compagnia dei vari capitani della guarnigione, sarebbe meglio dire al loro seguito, ché il basileus al momento non è molto ferrato in cose militari, però impara presto, ha in programma una ricognizione dell’intera cinta delle mura Teodosiane, le mura che proteggono la città dai pericoli che potrebbero arrivare dall’entroterra. Tale ricognizione dovrà svolgersi dal palazzo delle Blacherne, il palazzo imperiale, quello in cui ci troviamo in questo momento e che è costruito a ridosso dell’insenatura del Corno d’oro, fino alla punta estrema che si trova su quella che viene detta costa della Propontide, sul mare di Marmara, presso la Porta Aurea. Inoltre tale ricognizione forse avrà bisogno di un seguito il giorno dopo perché la cinta muraria, detta Teodosiana in quanto fu costruita dall’imperatore Teodosio II nel 408 e poi più volte ampliata, è lunga quasi sei chilometri, è costituita da due distinti muraglioni che corrono appaiati, è dotata di 96 torri merlate e presenta un fossato tra le due strutture murarie la cui agibilità è ritenuta determinante per sostenere lo scontro con un esercito aggressore, anche perché, accanto al fossato, v’è la traccia di un sentiero che permette lo spostamento delle truppe al riparo da chi, eventualmente, volesse colpirle da fuori.

     Non c’è bisogno di essere creduloni, anche gli scettici, in base alle notizie appena riportate, si faranno persuasi che il basileus ha, come si usa dire, l’agenda piena, un’agenda fitta di impegni che sembrerebbero non aver nulla a che vedere con l’erede, ma che invece, proprio nella speranza che la nuova sposa possa dargli un erede, si dimostrano ineludibili in quanto l’impero, ci duole dirlo, è ormai ridotto a questa città e a poche isole del Peloponneso. Quello che alla morte di Teodosio I, nel 395, era uno dei più vasti imperi della storia, secondo solo all’impero romano originario da cui si era distaccato per diventare l’impero romano d’Oriente, è ora un granello di sabbia al confronto, in sostanza si può dire che Costantinopoli è tutto ciò che ne resta, e siccome i turchi anche detti ottomani l’hanno messa nel loro mirino, come disinteressarsi delle difese, attive e passive, anche nella speranza di lasciare qualcosa al fantomatico erede? Questo il motivo per il quale, in questo particolare frangente, per quel che bolle in pentola, per usare un’espressione più popolare, il matrimonio con la principessa Mara Brankovic può attendere, in questo momento è più urgente restaurare con la massima attenzione le opere difensive erette in tempi immemori e lasciate andare forse non proprio in malora, ma in ogni caso bisognose di cure, occorre prendere visione dei lavori fatti in questi giorni, camminamenti rinforzati lungo i bastioni, scale interne per agevolare i movimenti dei soldati, carrucole per sollevare sugli spalti i mezzi di difesa, depositi dislocati in punti strategici o ritenuti tali di polvere da sparo e proiettili per le colubrine.

     Il basileus, per quanto si sforzi, senza troppo riuscirci, di non perdere di vista la sua promessa sposa che gira per il salone dei ricevimenti al braccio di Giorgio Sfranze, meno male che c’è lui altrimenti qui non si saprebbe come fare, parla fitto col mega dux Luca Notara, l’ammiraglio della flotta ancorata nel porto del Corno d’oro, tale porto, per completezza d’informazione, è quello che si trova in fondo all’omonima insenatura. Questo Luca Notara è, come si usa dire, un osso duro, uno di quegli ossi che anche il cane più famelico potrebbe solo scarnificare in superficie senza mai arrivare alla polpa, sempre che polpa vi sia rimasta perché l’osso in questione, prima di arrivare tra le fauci di quel che nella nostra metafora è il basileus, è stato lavorato a dovere dal cane per antonomasia, Demetrio Paleologo, fratello del basileus e suo acerrimo nemico, al punto che, più di ogni altro, ha ostacolato la riunificazione delle due anime della chiesa cristiana, quella ortodossa e quella latina, riunificazione perseguita e ottenuta dal basileus nel dicembre dello scorso anno con la mira di ricevere aiuti dall’Occidente contro il pericolo turco.

     Luca Notara, di cui è noto il detto secondo il quale è meglio il turbante musulmano che la mitra papale, per essere stato il braccio destro di Demetrio Paleologo, è come uno scoglio sulla rotta che il basileus intende imprimere alla barchetta del suo impero, è il portavoce di tutti coloro che si rifiutano di rinunciare all’ortodossia della loro chiesa, ma è anche un ammiraglio che, volendo, sarebbe capace di ottenere risultati strabilianti con le poche navi che si trova a disposizione ed il basileus, con una pazienza tutta bizantina, non perde occasione per cercare di conquistarlo alla propria causa. Occorre aggiungere che tale causa dovrebbe essere anche la sua causa, di Luca Notara, ché, se i turchi dovessero conquistare Costantinopoli, ben difficilmente gli userebbero un trattamento di favore per essere stato il braccio destro di Demetrio Paleologo, se i turchi dovessero conquistare Costantinopoli, lo impalerebbero come farebbero con tutti gli altri, e questo è proprio ciò che accadrà. In questo momento Luca Notara neanche immagina che da qualche parte c’è già l’albero di giusta altezza e giusto diametro che, opportunamente scortecciato e appuntito, verrà utilizzato per la sua impalatura, in questo momento egli crede ancora di poter mediare tra la sua ansia di restaurazione ortodossa e questo imperatore che, intascata la riunificazione delle due chiese, tenta di convincerlo a combattere per Costantinopoli. È un osso duro, come detto più sopra, e come tale necessita di un impegno doppio da parte del basileus che lo va lavorando da mesi per arrivare alla sua polpa bizantina che da qualche parte dovrà pur esserci.

     Ed ecco che, momentaneamente persa di vista dal suo signore, ché signore almeno nominalmente rimane il basileus in relazione alla principessa serba fatta giungere appositamente a Costantinopoli per occupare la quarta casella nella colonna delle sue mogli, Mara Brankovic sta per essere presentata al capitano Giovanni Giustiniani Longo. Di lui fin qui si è detto poco, ma, per la storia che stiamo tentando di raccontare, sarà sufficiente dire che è stato capitano di ventura, che è solo un modo meno compromettente per dire corsaro, che lo è stato per molti anni causando non pochi dispiaceri ai mercanti veneziani, ciprioti e alessandrini, che si è ritirato a vita privata, che vuol dire che vive dei proventi delle precedenti ruberie, nella colonia genovese di Galata, che è ancora giovane, spavaldo e che possiede una faccia da autentico mascalzone, cosa che, visto quel che accadrà dopo, ci conferma nella convinzione che le donne non sanno resistere ai mascalzoni. Di questo capitano dobbiamo anche dire che, saputo del pericolo turco, ha promesso il suo aiuto, quello suo e dei suoi settecento uomini tuttora imbarcati su due distinte galere che si trovano all’ancora nel porto del Corno d’oro, al basileus. Quindi, a fronte delle tante richieste d’aiuto fatte pervenire con ogni mezzo dal basileus alle potenze occidentali, e prima tra queste alla curia romana che, senza promettere niente o promettendo ben poco, ha già intascato l’atto penitenziale per mezzo del quale la chiesa ortodossa s’è riunificata alla chiesa latina, solo questo pirata genovese si trova ora qui, in prima linea si potrebbe dire, per soccorrere Costantinopoli con le sue braccia e con quelle dei suoi settecento avventurieri.

     «Permettete, principessa, che vi presenti il capitano Giovanni Giustiniani Longo» fa Giorgio Sfranze, fermandosi con la bella al suo braccio davanti al nostro eroe che si tiene appartato nel salone dei ricevimenti.

     «È un onore fare la vostra conoscenza» fa il capitano accennando con grazia ad un lieve baciamano.

     «È un onore anche per me, capitano. Ma…capitano di cosa, se mi consentite l’ardire? ».

     E qui, prima che il capitano si metta a specificare gli attributi del suo titolo, chissà, forse per evitare un incidente diplomatico, Giorgio Sfranze, che lo conosce da anni e che, strano a dirsi per un uomo della sua dirittura morale, lo tiene in singolare simpatia, gli prende il tempo e spiega a Mara Brankovic tutto quel che c’è da spiegare e che, al contempo, non risulti pregiudizievole sul conto di Giovanni Giustiniani Longo. Vedete come la fortuna sia abile a volte nel giocare le sue carte, infatti è davvero un bene che Giorgio Sfranze abbia avocato a sé questo compito, perché, nel dire, non solo abbozza un ritratto del capitano assai intrigante, ma dà anche il modo al capitano in questione, visto che è esentato dal parlare, di sfoggiare senza parsimonia la sua bella faccia da mascalzone dalla sicura presa sull’impressionabile Mara Brankovic. La quale Mara Brankovic, a sua volta, ricambia come può, ed il come può, riferito ad una ragazza che ha coscienza delle proprie risorse e sa financo usarle, si traduce nell’intensità del suo sguardo che, come una carezza gentile, sfiora la faccia da mascalzone del nostro corsaro e lo fa rabbrividire.

     Giorgio Sfranze, nella duplice veste di accompagnatore, in quanto ha preso in consegna Mara Brankovic direttamente dalle mani di suo padre, Durad Brankovic, despota serbo e re del regno d’Ungheria, per condurla a Costantinopoli, e anfitrione nell’attuale circostanza in cui, al posto del basileus, conduce al suo braccio la principessa per presentarla agli esponenti più in vista dell’impero, compreso il vescovo Isidoro, si sente di dover magnificare oltre misura il qui presente capitano come a scongiurare la possibilità che possa affiorare la macchia della passata pirateria, macchia che, lavaggio dopo lavaggio, s’è solo attenuata ma che, con la giusta incidenza di luce, magari presso una finestra col sole del mattino, è ancora possibile apprezzare. Giorgio Sfranze non ha ancora capito che la sua opera di magnificazione è ormai superflua e perfino controproducente perché, se dovesse affiorare quella fatidica macchia, la principessa, che ancora rimane graziosamente appoggiata al suo braccio, potrebbe arrivare a compromettersi cadendo direttamente tra le braccia di Giovanni Giustiniani Longo. Il capitano e la giovane principessa, sul parlato del mega logoteta, si guardano e si dicono più di quel che saprebbero dirsi se si trovassero soli. Difatti è cosa risaputa che i silenzi non sono tutti uguali, ve ne sono alcuni che si dicono ostili, altri vengono indicati come partecipativi ed altri ancora sono il viatico della complicità. Questo silenzio che ancora permane tra il nostro capitano e Mara Brankovic, un silenzio che tra poco, per l’urbanità delle maniere che impone l’obbligo di conversare anche quando non si ha nulla da dire, questo silenzio, dicevamo, è attraversato da ondate di passione, i due si guardano e già sentono di amarsi e tutto ciò, oltre ad essere sorprendente per la repentinità con cui si è realizzato, è anche fonte di rammarico per entrambi in quanto, nel preciso momento in cui si riconoscono come se si fossero a lungo cercati, scoprono anche di non potersi appartenere.

     «E dunque, secondo quanto afferma il mega logoteta» fa a questo punto Mara Brankovic, «il mio signore ha la fortuna di poter contare sul vostro aiuto e su quello delle vostre milizie».

     «Non so se dirmi d’accordo, principessa, nel senso che mi auguro di non dovergli fornire nessun aiuto. Probabilmente il pericolo che andiamo paventando da mesi alla fine scemerà d’importanza. Ed io me lo auguro per il basileus che è talmente preso dai suoi preparativi da trascurare la signoria vostra, costretta a intrattenersi con un semplice capitano».

     «Che dite, capitano! Io non mi sento affatto costretta, ma assai gratificata della vostra compagnia! Se avete navigato così a lungo come dice il mega logoteta, chissà quante avventure avrete da raccontare!».

     «Tante davvero, principessa. Ma finirei con l’annoiarvi. E poi vedo che già altri vi reclamano».

     Dobbiamo dire che in questo momento nessuno la sta reclamando, ma al capitano serve un modo elegante per farsi da parte perché, da corsaro com’è stato per lunghi anni, e quindi abituato ad arraffare senza chiedere il permesso, potrebbe ghermirla all’istante e baciarla con tutto il trasporto dei suoi trentanove anni, se dovesse rispondere solo di se stesso lo farebbe sorvolando sullo sbigottimento di Giorgio Sfranze e già fidando nella neanche troppo sottaciuta corrispondenza di Mara Brankovic, ché, se gli occhi oltre che vedere potessero parlare, il mega logoteta avrebbe sentito parole capaci di farlo stramazzare al suolo. Giorgio Sfranze non stramazza e nemmeno barcolla, cosa che si può spiegare col fatto che gli occhi, anche quando si lanciano messaggi inequivocabili, usano passi foderati di feltro, ma forse nel nostro caso, per quanto ciò possa sembrare irriguardoso, dobbiamo avanzare il sospetto che il mega logoteta sia leggermente sordo.

     Il capitano resta al suo posto mentre la principessa si allontana al braccio del suo anfitrione, nel frattempo i valletti ed i servitori van sistemando la tavola nella sala adiacente per il banchetto, un banchetto che, dispiace dirlo, si rivelerà molto al di sotto delle generali aspettative, verranno servite diverse pietanze che differiranno l’una dall’altra solo per l’estro del cuoco nell’allestire le varie presentazioni, estro che più di tanto non potrà fare per l’uniformità degli elementi di partenza, crostacei e molluschi con l’aggiunta di qualche polpo. Prima che qualcuno salti su a protestare, magari esibendo un certificato medico che attesti la sua allergia ai crostacei, è bene ricordare che le casse della tesoreria generale dell’impero sono vuote, talmente vuote che, a furia di raschiarlo, il fondo s’è fatto trasparente, non ci sono più soldi ed i notabili qui presenti potrebbero anche smetterla di formalizzarsi, ma noi sappiamo bene come sono fatti i bizantini che, nei secoli, sono riusciti a fare della raffinatezza un’arte, ora, purtroppo per loro, è tempo di stringere la cinghia, in ultima analisi non è nemmeno il caso di star troppo a recriminare, visto che l’economo del palazzo, dando fondo alle magre risorse, è riuscito ad approntare una tavola di tutto rispetto, una tavola dove fan bella mostra di sé montagne di datteri, fichi secchi e caraffe di vino di Cipro, e scusate se vi sembra poco.

     Il basileus, seduto sul suo scranno imperiale dall’alta spalliera dorata a capotavola, appare rabbuiato, non sappiamo se il suo pessimo umore sia da mettere in relazione con le pietanze che vede passare e che non stimolano il suo interesse, oppure con le persone qui presenti delle quali una buona metà prenderebbe volentieri a pedate, oppure ancora con Mara Brankovic la cui sola presenza gli ricorda gli impegni fatti pervenire a Durad suo padre per mano del fido Giorgio Sfranze e che ora, proprio ora e fin quando non si registrerà una schiarita, ammesso che si registri, non si sente di onorare. La principessa gli siede di fronte, all’altra estremità della tavola, ed appare turbata, cosa che la rende, se possibile, financo più bella di com’era quando è entrata nella sala dei ricevimenti, troppo bella per il basileus che ora si sente come se tutto gli stesse fuggendo di mano e non può concedersi quest’ulteriore distrazione. Povero basileus, ci viene da dire, mentre lo vediamo nel gesto di addentare un gambero senza neanche apprezzarne il sapore, di sicuro sta pensando che questa sua quarta moglie, termine forse improprio perché di fatto non l’ha ancora sposata, è giunta a Costantinopoli nel momento meno indicato, troppo in ritardo rispetto al tempo in cui la desiderava e troppo in anticipo ora che, prima di desiderarla di nuovo, deve risolvere questo terribile contenzioso coi turchi, un contenzioso che era nell’aria e si poteva perfino respirarlo come polline portato dal vento e che infine s’è radicato al terreno sotto le fattezze di una rocca fortificata. Se noi potessimo tornare indietro nel tempo di un solo anno, dodici piccoli mesi, potremmo vederla crescere pietra su pietra come la videro le sentinelle dislocate sulla torre più alta delle mura marittime. Benché sembri sconveniente lasciare questa bella compagnia riunita nella sala dei banchetti del palazzo delle Blacherne per portarci sui camminamenti del bastione costiero, forse è opportuno farlo, anche per togliere dall’imbarazzo gli invitati che non gradiscono mangiare sentendosi osservati, specie in questo frangente che li vede alle prese con dei crostacei, uno degli alimenti più complicati da consumare, superare il cimento senza ungersi le dita, la faccia ed i vestiti richiede un addestramento lungo svariati anni, lasciamoli tranquilli, dunque, col proposito di tornare ad interessarcene a cena ultimata, e portiamoci sui camminamenti delle mura marittime immaginando di fare un salto indietro nel tempo di un anno.

 


Commenti: 0