Le ragioni di Caino

Bruno Sebastiani

Romanzo storico


La nostra storia inizia a Londra, il 24 aprile 1915.

Protagonista è l'RMS Lusitania, il fiore all'occhiello della Cunard Line di Liverpool. Varato nel 1907, il transatlantico più grande e veloce al mondo era in servizio di linea tra Liverpool e New York.

La sua storia si intreccia con la Grande Storia. Siamo infatti nel 1915 e benché in Europa si combatta da quasi un anno, gli Stati Uniti insistono a dichiararsi neutrali. Gli inglesi premono da tempo, spalleggiati dall’ambasciatore Page, perché gli Stati Uniti si schierino apertamente al loro fianco, al fianco dell’Intesa che annovera, oltre all’Inghilterra, il regno di Serbia, l’impero russo e la repubblica francese, tutti coalizzati contro gli imperi centrali, cioè l’impero tedesco, l’impero ottomano e l’impero austro-ungarico...



Anteprima

 Londra, 24 aprile 1915. È sera, una sera umida e piovigginosa come sembra normale in questa stagione, perlomeno qui, nell’isola di Albione comunemente detta Gran Bretagna. Mentre altrove, specie nei paesi continentali, meglio ancora in quelli che affacciano sulle domestiche acque del mare Mediterraneo, aprile è considerato l’alfiere dell’estate, in Inghilterra è solo il più attardato dei mesi invernali. C’è umido dunque e c’è una leggera pioggia assai molesta che, quasi incapace di cadere, pare che resti sospesa nell’aria aspettando di decidere da che parte piovere dando luogo al fenomeno più usuale per Londra, la nebbia. Ed è singolare come la nebbia di Londra, forse per l’ininterrotto fluire del fiume che l’attraversa, forse per il passaggio incessante delle vetture sia a cavalli sia a motore, forse per nessun’altra cosa che non sia il suo estro, pare una cosa viva per come si sposta, per come si addensa in alcuni punti, per come si dirada nei punti adiacenti ai primi, per come ammanta di mistero tutte le cose. Che siano pregevoli, che siano invereconde, tutte le cose si avvalgono del suo velo protettivo che in un certo senso comporta uniformità. Difatti, laddove non è possibile apprezzare la bruttura è anche possibile immaginare leggiadria. Vi sono zone di Londra inarrivabili per squisitezza architettonica e per la grazia incomparabile delle persone che vi si aggirano, ristoranti, teatri, luoghi istituzionali, palazzi nobiliari, chiese. Accanto alle prime vi sono zone di Londra dove moltitudini sterminate di disperati conducono una vita miseranda tra miseria e sporcizia, ladri, prostitute, truffatori, poveri cristi che tirano avanti con quasi niente mantenendo vivo il paradosso di chi si preoccupa di trovare un posto per buttare quel che gli avanza. Ben venga questa nebbia che non permette di distinguere e che ci salva dal porci domande complicate, una nebbia viva. 

     Ma per quanto sembri viva, capace com’è di abbracciare interi caseggiati come tenera amante, capace com’è di abbandonarli un istante dopo alla ricerca di nuovi caseggiati da lusingare con le sue impalpabili dita, mai stanca, mai sazia, questa nebbia in alcuni casi si fa tanto fitta che tutto spegne, sia le brutture che le leggiadrie, riducendo ogni cosa ad una condizione di mera sopravvivenza. Ma v’è un luogo in questa serata uggiosa che sembra pulsare di luce propria, una luce talmente vivida che nemmeno la nebbia più fitta potrebbe impensierirla tanto è sfavillante, un luogo così rilucente che sembra un gigantesco faro per indirizzare il cammino così che nessuno si smarrisca. Si tratta del fastoso edificio dell’ambasciata degli Stati Uniti, in Grosvenor Square, proprio di fronte al parco che porta l’identico nome. In quest’ultimo sabato di aprile, nella sede della prestigiosa ambasciata, si tiene un ricevimento che, nelle intenzioni dell’ambasciatore, Thomas Nelson Page è il suo nome, deve essere grandioso, appariscente come per sancire la straordinaria importanza della missione diplomatica che proprio oggi ha conosciuto le sue battute conclusive da parte del colonnello Edward House, consulente per gli affari internazionali del presidente Woodrow Wilson, il presidente americano. 

     Per la verità la missione diplomatica del colonnello House, che per l’occasione ha incontrato le personalità più rilevanti del governo, a partire dal primo ministro, David Lloyd George, insieme al suo ministro degli esteri, Edward Grey, e al ministro della marina, il Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill, per non parlare dei numerosi personaggi di contorno, leader politici, funzionari del Tesoro e portavoce più o meno accreditati del variegato mondo industriale, s’è risolta in un totale fallimento. Thomas Nelson Page, l’ambasciatore degli Stati Uniti accreditato a Londra, ne è ben consapevole, si è trattato di un fallimento su tutta la linea, lui stesso si aspettava qualcosa di diverso. Ed invece il colonnello House ancora una volta è venuto a dire, per conto del suo presidente, che la sola cosa che gli preme è la sicurezza delle rotte commerciali, ogni altra questione, e per questione va intesa la guerra in cui l’Inghilterra è coinvolta, con rammarico del suo stesso ambasciatore, non lo riguarda. Ma per quanto l’ambasciatore possa sentirsi rammaricato, il protocollo gli impone di sottolineare l’importanza della missione con una serata di gala a cui sono invitate, e attese con viva trepidazione, le personalità più in vista della capitale inglese con una sola eccezione, Winston Churchill ha già fatto sapere che non viene. Non v’è nulla che reclami con urgenza la sua presenza da qualche altra parte, Winston Churchill non viene per manifestare la sua contrarietà, a suo parere non v’è proprio nulla da festeggiare.

     L’elemento che più di ogni altro ha determinato il fallimento della missione del colonnello House riguarda l’atteggiamento degli Stati Uniti i quali,  benché in Europa ormai si combatta da quasi un anno, insistono a dichiararsi neutrali. Gli inglesi premono da tempo, spalleggiati dall’ambasciatore Page, perché gli Stati Uniti si schierino apertamente al loro fianco, al fianco dell’Intesa che annovera, oltre all’Inghilterra, il regno di Serbia, l’impero russo e la repubblica francese, tutti coalizzati contro gli imperi centrali, cioè l’impero tedesco, l’impero ottomano e l’impero austro-ungarico.

     Tutto è cominciato il 28 giugno 1914, quando l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono di Austria-Ungheria, recatosi in visita ufficiale a Sarajevo insieme a sua moglie, Sophie Chotek von Chotkowa, venne assassinato, e con lui la sua consorte, da un certo Gavrilo Princip, nazionalista serbo. Si trattò di un attentato atroce, spregevole al di là delle pur condivisibili aspirazioni dei nazionalisti serbi, un attentato brutale, specie per quel che riguardava la dolce Sophie famosa per i suoi occhi sfolgoranti. Si trattò in ogni caso di un attentato che poteva risolversi senza farne un caso diplomatico con la condanna di Princip, immediatamente tratto in arresto, e con sontuosi funerali, lutto di stato, bandiere a mezz’asta e cordoglio diffuso nella vastità dell’impero. Non era necessario farne un pretesto per muovere guerra. Ed invece, come accade ad un campo di stoppie secche, rappresentò la scintilla che fece divampare il fuoco. In un crescendo vorticoso che dà la misura di quanto fossero latenti le animosità tra i vari Stati, l’impero asburgico dichiarò guerra alla Serbia e la Germania, per reggerle il fianco in onore alle alleanze vigenti, dichiarò guerra alla Francia e alla Russia.

     Quella che negli ambienti diplomatici veniva indicata col termine “crisi” era in realtà l’occasione che la Germania aspettava da tempo, visto il ruolo preponderante della Prussia nell’impero tedesco, viste le concezioni politiche di Otto von Bismarck, viste le tendenze filosofiche prevalenti in Germania, visto il suo acceso militarismo, per assicurarsi sbocchi commerciali degni di una nazione che ambiva al primato in ambito mondiale. Non per altro, dopo aver dichiarato guerra alla Russia e alla Francia, con l’intento di aggirare le linee fortificate alla frontiera che avrebbero rallentato l’avanzata delle truppe tedesche verso Parigi non aveva esitato a invadere lo stato neutrale del Lussemburgo e, con due giorni di ritardo, era il 4 agosto 1914, il Belgio. L’Inghilterra, per l’acuirsi precipitoso degli eventi, non poteva restare a guardare, si sentiva obbligata a intervenire anche per contrastare il potente sviluppo economico e militare della Germania e la sua politica di espansione. Così, contestualmente all’annessione del Belgio da parte delle truppe tedesche, l’Inghilterra si schierò apertamente al fianco della Francia e della Russia mettendo sul piatto della bilancia la sua poderosa flotta che ormai da decenni le assicurava il dominio dei mari.

     È dall’agosto dello scorso anno che questa folle guerra si combatte, con immane spargimento di sangue, sofferenze e atrocità su tutti i fronti, cui fanno da contraltare identiche sofferenze e atrocità a carico delle popolazioni civili, e pare sempre più complicato individuare una via d’uscita che possa soddisfare le attese dei vari contendenti. Si è determinata in sostanza una situazione che i militari, col loro linguaggio asettico, un linguaggio tecnico che ignora completamente dove si trovi di casa l’umanità, indicano col termine “stallo”, nel senso che non si sa come proseguire e ancor meno si sa come tirarsene fuori. E per paradossale che possa sembrare, da più parti si auspica senza nemmeno stramazzare in terra per la vergogna che altri soggetti partecipino allo scontro così da spostare l’asse dell’equilibrio. Ovviamente ad alcuni preme che penda più da una parte, ad altri preme che penda più dalla parte opposta, insomma purché penda così da superare lo stallo. 

     In questo scenario l’Inghilterra già da mesi va sollecitando il governo di Washington affinché abbandoni la sua posizione neutrale e metta in campo i suoi poderosi contingenti al fianco dell’Intesa. Ma da Washington il presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, insiste a dire che, nella consultazione elettorale del 1913, è come se avesse siglato un patto coi suoi elettori, egli si è impegnato, e forse solo per questo è stato premiato, affinché nessun soldato americano dovesse recarsi a combattere fuori dei confini della patria. Pacifismo a oltranza, così si sente dire a Washington, specie in questo frangente in cui la guerra che si combatte in Europa, una guerra che gli americani non capiscono, non sembrerebbe minacciare nessuno dei molteplici interessi degli Stati Uniti.

     Quello che non si dice, quello che si tace a qualsiasi livello nei vari apparati governativi, dall’ultimo inserviente al primo inquilino della Casa Bianca, è che questa guerra agli americani fa molto comodo. Fa comodo ai banchieri in primo luogo, a tutti coloro che manovrano le leve del credito come la Banca Morgan e la National City Bank, in secondo luogo fa comodo in una maniera indecorosa agli industriali coinvolti a vario titolo nella produzione di armamenti, munizioni ed esplosivi. Quello che l’americano medio non potrebbe nemmeno concepire, quello che uomini, donne e bambini considerano deprecabile in base a quel che leggono sui quotidiani, in base ai comunicati radiofonici e in base ai sermoni pronunciati con voce ispirata dai loro pastori, è un’autentica miniera d’oro per chi finanzia le industrie che si vedono recapitare ordinativi ad un ritmo vertiginoso per produrre sempre più armi, cannoni, mitra, granate, mezzi blindati e tutto quel che occorre per ammazzarsi meglio. Questa supposta neutralità dà agio ai suddetti fabbricanti di produrre le loro diavolerie e smerciarle in regime di contrabbando sapendo di poter contare su un mercato ch’è sempre alla ricerca di nuovi rifornimenti. 

     Ovviamente se gli Stati Uniti entrassero in guerra sarebbe meglio, si potrebbe produrre e smerciare di più, i banchieri si esporrebbero per finanziare capitali più ingenti ed il ritorno sarebbe enorme, si potrebbero fare tanti di quei soldi che non si saprebbe dove nasconderli né dove investirli. Ma se gli Stati Uniti entrassero in guerra l’americano medio non capirebbe, i giornali non capirebbero, l’opinione pubblica non capirebbe. E Woodrow Wilson, fingendosi sensibile ai sentimenti dell’americano medio, ben sapendo invece come stanno le cose, continua a far finta di non voler capire. Così banchieri e industriali che potrebbero guadagnare cento, ahimè con rammarico si contentano di guadagnare dieci, si contentano con una punta aggiuntiva di gaiezza perché, in caso di conflitto, nessuno di loro partirebbe, quando mai. In caso di conflitto toccherebbe all’americano medio, toccherebbe a centinaia di migliaia di americani medi che, pur continuando a non capire, partirebbero con una sola certezza, quella di tornare meno della metà.

     Il colonnello Edward House, consulente per gli affari internazionali del presidente Woodrow Wilson, già da una settimana si trova a Londra proprio per illustrare le linee portanti della politica americana. D’altro canto già nell’agosto dello scorso anno, in un discorso alla nazione, il presidente Woodrow Wilson, ha ribadito con forza la totale neutralità degli Stati Uniti ed ha raccomandato ad ogni cittadino di evitare, per quanto possibile, di manifestare pubblicamente le sue preferenze politiche per qualunque dei contendenti. Ovviamente, col protrarsi del conflitto, sono aumentati gli ordinativi da parte dei paesi dell’Intesa, sempre bisognosi di nuovi materiali, di armi, di derrate alimentari. Ed è chiaro che per fronteggiare una tale messe di acquisti si richiede una disponibilità finanziaria che in questo momento i paesi dell’Intesa non hanno. Per tale ragione il presidente Woodrow Wilson, già da tempo, in un empito di generosità che non ha uguali nella storia delle relazioni internazionali, ha autorizzato le banche americane a fare prestiti, non si preoccupino i paesi dell’Intesa, le banche americane sono disposte a finanziare ogni loro necessità, ma più in là di così, è come se fosse venuto a dire il colonnello House, il presidente non è disposto ad andare. E col consueto ottimismo che è uno dei tratti caratteristici degli americani, si aspettava attestati di simpatia, si aspettava gratitudine,  magari venata da qualche nota di rincrescimento. Invece, con chiunque si sia incontrato, a chiunque abbia confermato l’illimitatezza finanziaria delle banche a sostegno dell’attuale congiuntura, però niente soldati, al posto di una formale soddisfazione gli è ritornata solo freddezza che in molti casi è sfociata in aperta ostilità.