Anteprima MAI E SEMPRE

 Quando nell’agosto del 1980 Emil Koldau aprì gli occhi sul mondo, non poteva sperare di capitare in una famiglia più amorevole di quella che lo accolse. Ancor prima che emettesse il suo primo vagito, c’erano già pronte due sorelle ch’erano parecchio più grandi di lui, una aveva quindici anni e si chiamava Karla, un’altra ne aveva diciannove e si chiamava Gerdi. Ebbene le due sorelle, ancor prima che emettesse il suo primo vagito, passavano la maggior parte del loro tempo ad accapigliarsi per decidere chi dovesse accudirlo e, va da sé, coccolarlo. Naturalmente c’era anche sua madre, Agathe è il suo nome, che ancora non riusciva a farsi persuasa d’essere rimasta incinta alla sua ragguardevole età. La buona donna immaginava che, coi suoi quarantadue anni, fosse ormai al riparo da simili evenienze. Invece l’evenienza era accaduta e le pareva un vero miracolo che la gravidanza fosse giunta a termine senza la minima complicazione. Ed era ancora un miracolo quel figlio maschio che pareva sano, due gambe, due braccia a tutte le dita al posto giusto, ed in più era vispo e scalpitante, cosa che faceva capire come non fosse per nulla disposto a farsi mettere sotto per il fatto d’essere arrivato ultimo. Ma chi non stava nella pelle per la contentezza, più della madre e delle sorelle messe assieme, era suo padre che da sempre aveva desiderato un figlio maschio e che ormai, coi suoi quarantasette anni, s’era rassegnato a starne senza. E invece, non si dovrebbe mai disperare, ad un passo dal metterci definitivamente una pietra sopra, sua moglie era rimasta incinta e per renderlo il più felice dei mariti gli aveva regalato un maschietto.

     Ebbro di contentezza, Heinrich Koldau fece una corsa al piccolo allevamento di cavalli con annesso maneggio in cui lavorava e pagò da bere a tutti i lavoranti. Si sentiva talmente su di giri che pagò da bere anche al padrone dell’allevamento, Mirko Ziegler, un tipo stranamente poco socievole. Ci mancò poco che offrisse una bevuta anche ai cavalli, ad ogni modo i cavalli, con loro viva soddisfazione, rimasero con la solita biada e la solita acqua di pozzo. Però quella sera il padre più felice del mondo mandò giù tanti di quei bicchieri, che in seguito non riuscì a ricordare come avesse fatto per tornare a casa. L’unica nota stonata in quel concerto gaudioso era possibile riscontrarla nel fatto che l’ultimo dei Koldau nacque ad agosto e già a settembre cadeva la prima neve.

     Del resto là, nel piccolo paese di Moritzburg a due passi da Dresda, era abituale convivere con la neve e col gelo per buona parte dell’anno, neve poca, giusto una passata di bianco, e gelo tanto. Ma al piccolo Emil non mancava niente. Ciò è comprensibile se si tiene conto che c’erano tre donne in casa che facevano a gara a chi fosse più prodiga di premure col piccoletto. In più c’era un padre che neanche gli importava di passare le notti in bianco per le sue lagne tanto si sentiva bendisposto verso il mondo e verso tutti i figli suoi, tra i quali il suo, quel portento di Emil Koldau. Naturalmente il piccolo Emil, all’oscuro di essere un portento, si comportava come tutti i neonati, per la maggior parte del tempo dormiva e quando non dormiva piangeva. Mai che si cimentasse in qualcosa di diverso, mai che prendesse carta e penna e buttasse giù qualche formula matematica, mai che azzardasse qualche dimostrazione estemporanea sulla forza gravitazionale, mai che componesse una strofa, una canzone, un sonetto. Eppure Heinrich Koldau, il padre più felice del mondo, non aveva dubbi e neanche era ansioso di verificare i primi risultati. Diceva a tutti che quel figlio avrebbe fatto parlare di sé, quel figlio avrebbe dato lustro alla patria, sarebbe diventato un grande.

     Va da sé che prima di diventare un grande il piccolo Emil doveva perlomeno farsi grande, doveva crescere, doveva smettere di dormire e piangere tutto il tempo. Ma non c’era fretta, i presupposti per la sua buona riuscita c’erano tutti, primo e più importante dei vari presupposti segnaliamo l’amore che lo circondava. Sua madre a volte si angustiava al pensiero che, così avanti con gli anni, forse non avrebbe fatto in tempo a vederlo nel gesto di cogliere i meritati allori. Anzi, a volte frenava gli entusiasmi di suo marito temendo che, se pur li avesse colti, sarebbero passati molti anni perché la selezione era durissima, specie là, in quella Repubblica Democratica Tedesca o Germania dell’Est o DDR che si faceva un dovere di selezionare i migliori da contrapporre ai loro coetanei più mollicci della Germania dell’Ovest. Che vai a pensare, le diceva suo marito, tu camperai tanto da vederlo diventare direttore dell’osservatorio astronomico Archenhold, quello che si trova a Berlino Est, io piuttosto…

     I puntini di sospensione con cui sempre Heinrich Koldau concludeva il suo discorso lascia capire come forse presentisse qualcosa. A vederlo si sarebbe detto un uomo forte e pieno di vigore, specie da quando era diventato padre di un figlio maschio, le malattie, anche le più terribili, avrebbero dovuto penare parecchio per averne ragione. Ed era impensabile che potesse restare coinvolto in qualche vicenda dagli esiti disastrosi, specie lì, nel piccolo paese di Moritzburg dove gli automobilisti andavano piano, dove non cadevano cornicioni dalle case e dove i cacciatori si arrangiavano solo con lacci e tagliole per il divieto di possedere armi da fuoco. Insomma, non v’erano motivi perché potesse accadere una disgrazia ed in più, vista la tempra fisica dell’uomo, era ragionevole supporre che sarebbe campato tanto da vedere suo figlio diventare un grande. Eppure a volte nel suo sguardo affiorava un’ombra come se la morte da lontano lo chiamasse. A volte si rabbuiava e, pur se presente, pareva che con la mente si trovasse all’inseguimento di chissà cosa. L’abbiamo detto, pareva che presentisse la sua imminente dipartita. Ad ogni modo per la morte c’era ancora tempo, diceva infine scuotendosi e correndo a svegliare suo figlio per giocare con lui.

     Per la morte c’era tempo, un tempo non troppo lungo ma sufficiente perché il piccolo Emil imparasse a stravedere per il suo genitore. Non aveva ancora un anno quando un giorno lo condusse con sé nel piccolo allevamento in cui lavorava. Neanche si reggeva sulle sue gambe quando per la prima volta suo padre lo mise in groppa ad un cavallo e poi, in sella tenendolo ben stretto contro il suo petto, gli fece fare un giro. Là, nel maneggio di Mirko Ziegler, tutti impararono presto a volergli bene, gli inservienti, il padrone poco socievole e perfino i cavalli. Per tutti divenne abituale vedere Heinrich Koldau intendo a spalare il letame o a strigliare le bestie col piccoletto poco distante.

     In tale modo il piccolo Emil festeggiò il secondo e poi il terzo compleanno con la sensazione di vivere in un piccolo regno. E se lui n’era il principe suo padre n’era il re. Non importava che fosse uno dei vari inservienti alle dipendenze di un padrone poco socievole, non importava che spalasse il letame o rifornisse di biada le mangiatoie dei cavalli, era il re per come riusciva a farlo sentire erede di un trono che aveva giurisdizione non solo sul paese di Moritzburg ma sul mondo tutto. E certe esagerazioni ai piccoli viene facile farle per come mancano del senso delle proporzioni, per come gli riesce facile immaginarsi in cima ad un monte pur stando sul letto, per come sbaragliano draghi e mostri marini con un semplice frego di matita su un disegno.

     Ma ad un tratto draghi e mostri marini presero residenza stabile nella sua casa e né freghi con la matita né incubi né enuresi notturne, proprio lui che aveva imparato a controllare la minzione con notevole anticipo, furono più capaci di mandarli via.

     Si era sul finire del 1983, il piccolo Emil aveva poco più di tre anni e le campagne intorno già da un pezzo avevano assunto il loro tipico aspetto invernale. Il biancore causato dal gelo si stendeva a perdita d’occhio dalla finestra della sua stanzetta fino all’orizzonte, là dove si saldava col biancore del cielo. In quell’ultimo mese era accaduto numerose volte che suo padre rincasasse tardi la sera. Ma per tardi che fosse, mai il suo re mancava di penetrare con fare furtivo nella sua stanzetta e di chinarsi per sfiorargli la fronte con un bacio. Ed era così attento e delicato, che Emil neanche si svegliava. Comunque lo sentiva. Oppure, ripensandoci nei giorni e nelle settimane che seguirono, gli pareva d’averlo sempre sentito, il suo re che stranamente s’era fatto meno assiduo a casa, sempre più assente, finché scomparve del tutto.

     Il piccolo Emil fu il primo a capire che suo padre era scomparso e non sarebbe più tornato. Scese in cucina che non era ancora giorno e vi trovò sua madre seduta e assorta, chiaramente in ansia.

     «Perché ieri sera il babbo non è venuto a darmi il solito bacio sulla fronte?» le chiese.

     «Ma tu dormivi» gli disse sua madre. «Come fai a dire che non è venuto?».

     «Non è venuto ti dico, altrimenti lo avrei sentito».

     «In effetti non è rientrato, lo sto ancora aspettando. Ed è strano perché a quest’ora dovrebbe uscire per andare al lavoro».

     Il piccolo Emil si fece avanti e si arrampicò sulle ginocchia della madre per farsi abbracciare.

     «Non tornerà più, vero?».

     «Oh Emil, che vai a pensare. Certo che torna, è sempre tornato, non c’è motivo perché non torni, anche perché ti vuole troppo bene. Forza, ti riporto di sopra che così prendi freddo».

     «Non m’importa del freddo, m’importa di te che stai qui ad aspettare come se non sapessi che è inutile. Il babbo non torna».

     «Emil, piccolo mio, queste cose brutte non le devi neanche pensare. Vedrai che il babbo torna, magari sarà andato direttamente al lavoro e stasera sarà di nuovo qui. Certo, non può essere diversamente, avrà avuto un contrattempo, sarà rimasto attardato…».

     «Attardato dove?»,

     «Come posso saperlo? Ma certo, magari ieri sera s’è fermato a bere nella locanda di Kurzwell…».

     «No mamma, se anche si fosse fermato a bere nella locanda di Kurzwell sarebbe tornato, magari tardi ma sarebbe tornato. Ormai ho capito che non torna».

     Se prima la signora Agathe era semplicemente in ansia, anche perché quella era la prima volta in cui si verificava una cosa del genere, che rientrasse a tarda ora era una consuetudine, ma che non rientrasse per niente era una novità assoluta, e dunque, se prima era solo in ansia, dopo le parole convinte di suo figlio piombò nell’angoscia. Fin lì era rimasta seduta ad aspettare ma, per quanto fosse ancora buio fuori, comprese che era necessario uscire, non sapeva dove andare, ma capiva che doveva fare delle ricerche. Forse aveva aspettato fin troppo, quella sensazione d’aver sprecato del tempo prezioso già le procurava agitazione ed ecco, da seduta e assorta com’era già non riusciva più a stare ferma. Salì di sopra, svegliò la sua figlia più grande, Gerdi, le spiegò l’accaduto e le disse di badare alla casa, anche perché l’altra figlia, Karla, doveva andare a scuola, lei sarebbe uscita.  Per andare dove, le chiese Gerdi, dove non lo sapeva, si limitò a dire, avrebbe cercato nei dintorni, non si poteva escludere che il babbo si fosse sentito male e si fosse accasciato da qualche parte.

     Pochi minuti dopo era fuori. C’era già del chiaro in cielo, segno che il nuovo giorno era prossimo a venire, prossimità che comportava il massimo decremento di temperatura. Difatti fuori faceva un tale freddo, che l’angoscia che aveva nel petto divenne un blocco di ghiaccio. Così afflitta e ripiegata su se stessa, la signora Agathe prese a vagare a caso nei dintorni nella speranza di scorgere da qualche parte un sacco, un fagotto, un cumulo di stracci, magari suo marito era caduto, era ferito, era privo di sensi, magari la sera prima s’era ubriacato ed ecco il risultato. Ma per quanto cercasse non trovò niente, né sui cigli delle strade e nemmeno nei fossi. Ed intanto Moritzburg già sbadigliava, stirava le giunture e si preparava ad affrontare una nuova giornata. Già qualcuno usciva di casa, già qualche donna tornava dalla stalla col latte appena munto, già qualche macchina si scuoteva dal sonno notturno e si metteva in moto liberando dietro di sé dense nuvole di fumo azzurrino.

     La signora Agathe arrivò fino alla locanda di Kurzwell, vicino al passaggio a livello, e vide che proprio in quel momento stava aprendo i battenti. Si sporse dentro, salutò ricevendo in cambio un cortese saluto per il fatto che anche lei in quell’ambiente era conosciuta. Quindi chiese se avevano notizie di suo marito e le fu detto che la sera prima non era passato. A quel punto, visto che non sapeva dove altro andare, decise di allungare il giro e mezz’ora più tardi si trovava a varcare l’in-gresso del piccolo allevamento con annesso maneggio di Mirko Ziegler. C’erano già due inservienti che portavano fuori i cavalli dai loro box per la prima sgambata mattutina, dentro la scuderia c’era un terzo inserviente che, con pala e carriola, era intento a spalare il letame.

     «Agathe, che ci fai qui?» le domandò appena la vide. «Non mi dire che quello sfaticato di tuo marito sta a letto con la febbre perché non ci credo, ieri sera stava benissimo».

     «Ieri sera stava benissimo? Oh Gunter, non so cosa pensare, a casa non è tornato ed io sono uscita per vedere di saperne qualcosa».

     «A casa non è tornato? Perbacco Agathe, me ne dispiace. Prima t’ho detto una sciocchezza e ti chiedo perdono, Heinrich non è mai stato uno sfaticato».

     «Non ti devi scusare Gunter, lo so che stavi scherzando. Ma dimmi, ieri sera lo hai visto andare via?».

     «L’ho visto e ci siamo salutati…però, ora che mi ci fai pensare, fuori del cancello c’era una macchina, una vecchia Trabant verde, e lui c’è salito sopra».

     «Una macchina, t’è sembrato normale? Di chi poteva essere?».

     «Non ne ho idea. No Agathe, era già buio e non saprei nemmeno dirti chi c’era al volante, uomo o donna, giovane o vecchio. Però se a casa non è tornato è chiaro che gli deve essere successo qualcosa. Tra l’altro doveva già trovarsi qui e lui è sempre stato puntuale col lavoro. Senti Agathe, tu stai in pena e lo capisco, se ti potessi dare una mano lo farei, ma da qui non mi posso muovere. Però un consiglio te lo posso dare, se da ieri sera è sparito e non è ancora tornato, la cosa migliore che puoi fare è andare al posto di polizia a denunciarne la scomparsa».

     «Oddio, al posto di polizia?».

     «Conosco Heinrich, non è un santo e magari tu puoi dirlo meglio di me, ma non è da lui fare di queste bravate. Si può anche immaginare che ieri sera si sia sentito male e chi era con lui lo abbia accompagnato al pronto soccorso».

     «E ti pare che in un caso del genere, di chiunque stiamo parlando, non mi avrebbe avvertito?».

     «Non so che dire. Però resta il fatto che tu stai in pena proprio perché non sai che fine può aver fatto tuo marito. Per cui a mio parere è meglio se ti rivolgi alla polizia».

     Era l’8 dicembre del 1983 ed erano le sette e mezza del mattino quando la signora Agathe si presentò al presidio della Volkspolizei di Moritzburg, sulla Schlossallee al numero 4. Lì giunta disse chi era, come si chiamava e dove abitava, alle sue generalità aggiunse quelle di suo marito e ne denunciò la scomparsa. Per la verità in quel momento nel posto di polizia c’era solo il piantone che era sul punto di smontare dopo aver fatto il turno di notte. Tuttavia, piantone che fosse e assonnato che fosse, con uno zelo tutto teutonico appuntò ogni cosa. A quel punto le disse che per avviare le ricerche era troppo presto, non erano passate neanche dodici ore dalla scomparsa, niente di più facile che suo marito in quel momento si trovasse a casa, magari si stava chiedendo dove fosse finita sua moglie, ci sarebbe stato da ridere se si fosse presentato lì a denunciarne la scomparsa. Ad ogni modo, si premunì di aggiungere per far vedere che non prendeva la cosa sottogamba, non appena avesse preso servizio il sergente che era a capo del presidio, si trattava di Gerbert Lange che la signora conosceva molto bene perché suo vecchio compagno di scuola, lo avrebbe reso partecipe della sua denuncia. Dopodiché, le disse con una faccia che più seria non avrebbe potuto essere, stesse tranquilla che la macchina delle ricerche si sarebbe messa in moto.

     La povera donna tornò a casa più angosciata di quando n’era uscita e trovò tutti i figli che l’aspettavano in cucina. Trovò solo i figli, come da noi puntualmente riferito, del marito ancora nessuna traccia. Come già detto, una cosa del genere non era mai accaduta, che rientrasse a tarda ora era quasi una prassi, ma che non rientrasse per niente era la prima volta in assoluto che accadeva. Così, quasi per evidenziare la novità dirompente di quella prima volta, tutti i ritmi del quotidiano tirare avanti subirono uno scossone. La figlia più grande, Gerdi, già da un anno lavorava come commessa in un negozio di tessuti a Dresda, in un anno non aveva mai fatto un’assenza, ma quel giorno non ce la fece a lasciare da sola sua madre. Volendo, se avesse fatto una corsa, avrebbe fatto in tempo a prendere la corriera delle 8 e 20, ma con quale animo poteva andare al lavoro senza sapere che fine aveva fatto suo padre? Per cui si buttò qualcosa sulle spalle e uscì per andare a bussare dalla vicina, senza spiegarle il motivo le chiese di usare il telefono, fu questione di un minuto, comunicò la sua indisposizione al suo datore di lavoro e fece ritorno a casa. A casa la sorella più piccola, Karla, non vide ragione di non imitarla. Lei doveva andare a scuola, ma subito si trovò a pensare che la scuola per un giorno avrebbe potuto fare a meno della sua presenza. In effetti la scuola neanche si accorse della sua mancata venuta, se ne accorse la sua insegnante che prese nota della sua assenza.

     Il piccolo Emil, a discapito del fatto che non aveva un lavoro o una scuola cui fare riferimento, era il più frastornato di tutti. Che suo padre non sarebbe più tornato lo sentiva solo a livello istintuale, qualcosa gli diceva che non l’avrebbe più rivisto e quella cosa già bastava a dargli la sensazione di non riconoscere più niente. Naturalmente nel guardarsi intorno capiva che quella era la sua casa, una casa in cui c’era sua madre e le sue sorelle, quel giorno c’erano anche le sorelle. Eppure, non avrebbe saputo come dirlo, quello aveva cessato di essere il suo regno per il semplice fatto che il re era scomparso. E già sentiva che, ovunque si fosse trasferito, in un altro paese, in un altro distretto, in un altro continente, mai in nessun caso si sarebbe sentito di nuovo nel suo regno. Quella certezza, sorprendente se riferita ad un bimbo di tre anni, gli derivava dalla rappresentazione del mondo così come lo aveva elaborato in quei tre anni, una rappresentazione per la quale qualsiasi posto sarebbe stato il suo posto se vi fosse stato anche suo padre. Era la mancanza del padre a rendergli insignificante il posto, qualsiasi posto.