L'assedio di Masada

Bruno Sebastiani

Romanzo storico


L'assedio di Masada è un romanzo storico di Bruno Sebastiani. E' ambientato nell'anno 73 d. C.  e racconta di uno dei più spettacolari assedi dell'esercito romano terminato con uno dei suicidi collettivi più toccanti nella storia dell'Umanità.


L'assedio di di Masada rappresenta l'ultimo atto di quella che viene detta Prima guerra giudaica (dal 66 al 73), una guerra combattuta tra l'Impero romano ed un accanito gruppo di ebrei ribelli, ribelli alla romanizzazione della Giudea. Dobbiamo a Giuseppe Flavio, scrittore, storico, politico e militare romano di origine ebraica gran parte delle fonti cui attingere per ricostruire le varie fasi della guerra. Ed a lui dobbiamo la definizione dei caratteri predominanti dei contendenti. I romani, e ciò non risulta solo dagli scritti di Giuseppe Flavio, erano pragmatici, nel senso di privilegiare le soluzioni pratiche alle costruzioni metafisiche. Gli ebrei al contrario erano talmente pervasi di fanatismo, da affidare i risultati della loro guerriglia quasi interamente all'intercessione del loro Dio che, sol che avesse voluto, avrebbe dissolto le schiere nemiche come nebbia al sorgere del sole.

Tale diversità di approccio alla guerra, come del resto a tutte le attività umane, determina in modo significativo il decorso dell'assedio la cui particolarità si deve alla dislocazione della fortezza. La fortezza di Masada si trova sulla cima di uno sperone roccioso che si protende in alto per circa trecento metri rispetto al territorio circostante come se una forza misteriosa l'avesse estruso dalle viscere della terra. Tale dislocazione rende impossibile qualsiasi attacco alle mura e ciò riconforta gli ebrei ivi asserragliati, sono convinti di poter resistere più di quanto resisteranno i romani a stringerli d'assedio, anche perché Dio è dalla loro parte. I romani, senza chiedersi da quale parte stanno gli dèi cui fanno riferimento, visto inutile il protrarsi dell'assedio, s'ingegnano per costruire una rampa che gli consenta di guadagnare la sommità della rupe.

Tocca a Lucio Flavio Silva, il nuovo legatus augusti pro praetore, portare avanti la parte finale dell'assedio che, in virtù della rampa, consente ai legionari di demolire parte delle mura e di irrompere nella fortezza. Tocca a Lucio Flavio Silva siglare con la vittoria la fine della Prima guerra giudaica, ma mai vittoria fu apportatrice di sgomento, mestizia e rimpianto per i legionari romani come questa che si consuma nella fortezza di Masada.


ISBN9781326225766

CopyrightLicenza di copyright standard

Pubblicato24 marzo 2015

LinguaItaliano Pagine154 RilegaturaCopertina morbida con rilegatura termica

by Lulu.com




Anteprima

Masada - romanzo storico, fortezza di masada, bruno sebastiani

 Scende la sera sul deserto giudaico e con essa scende il gelo, tanto che già si rimpiange la calura del giorno, il riverbero del sole sulla sabbia, questa sabbia stranamente ambrata che, specie all’orizzonte, pare capace di liquefarsi, di evaporare addirittura. In compenso, quando scende la sera, s’accendono in cielo miliardi di stelle, stelle enormi e sfolgoranti come solo qui è dato vedere, stelle che paiono talmente vicine che, sol che si avesse una scala, si potrebbe salire e coglierne tante da riempire un canestro da riportare a Roma, inestimabile tesoro di gemme da mettere ai piedi dell’imperatore.

     Lucio Flavio Silva, in piedi davanti all’entrata della sua tenda, come ogni sera, annusando l’arrivo del buio, sta qui a rimirare il cielo che sembra capace di cadergli addosso per il peso delle troppe stelle. Ed ogni volta, benché siano passati quasi due anni da quando vi s’appressò la prima volta, sempre lo compara al cielo notturno della sua Urbis Salvia (l’odierna Urbisaglia nelle Marche) e sempre si meraviglia di come, questo giudaico, sia incomparabilmente più ricco e sfavillante. Era giusto due anni addietro quando, non lontano da Gerusalemme o quel che ne restava, per la prima volta alzò gli occhi al cielo notturno e ne rimase affascinato.

     Ma il cielo che ha modo di vedere ora, in questa regione desertica, una regione aspra, selvaggia e depressa com’è depresso il lago che ne traccia il confine, parliamo del lago Asfaltide anche detto mare Morto, gli pare immensamente più profondo, un gigantesco cratere su cui si sporga per rimirare le gemme cadute nel fondo. È sempre con un moto di sbigottimento che Lucio Flavio Silva a volte si ritrae come se, a furia di guardare in alto, potesse davvero cadere in basso. Ed allora, quando fa un passo indietro come per il timore di essersi sporto troppo, lo sguardo gli va da solo allo sperone roccioso sulla cui vetta sorge la fortezza di Masada, un enorme tronco di cono che di giorno fa venire i brividi sol che si guardino le sue pareti scoscese e di notte incute terrore per la sensazione che sia scomparso, ombra tra le ombre in questo deserto in cui l’animo si smarrisce.

     Abbiamo parlato di uno sperone roccioso la cui forma somiglia ad un tronco di cono, in realtà, visto che la parte sommitale curiosamente pianeggiante ha la forma di una barca, si potrebbe pensare ad una rupe simile ad una punta di lancia cui un gigante avesse segato il culmine. Ed è davvero singolare questa rupe che si protende in alto per circa trecento metri rispetto al territorio circostante come se una forza misteriosa l’avesse estrusa dalle viscere della terra, liscia, vertiginosa e senza le più aggraziate pareti oblique che di solito presentano le colline, pareti che, qualora vi fossero state, avrebbero reso più facile salirvi. 

     C’è però da dire che, dal momento che Lucio Flavio Silva si trova qui col compito di espugnare la fortezza che si trova sulla cima della rupe, anche il salirvi, nel caso fosse stato possibile, non sarebbe bastato. Difatti, da che mondo è mondo, le fortezze si espugnano prendendole d’assalto con apposite macchine d’assedio ed arieti, come dimenticare gli arieti senza i quali è impossibile demolire porte e mura? Questo ci fa capire come questa fortezza, costruita sulla sommità di una rupe che è come un monolito, è pressoché inespugnabile. 

     Sorge ad oriente uno spicchio di luna ed il deserto riaffiora, livido e spettrale per la sensazione che le rocce siano ossa. Ed ancora ossa, una vera catasta, compongono la sostanza utilizzata a suo tempo per scolpire la rupe sulla cui sommità sorge la fortezza di Masada. Per questo nuovo chiarore la sensazione di gelo si fa più intensa ed è davvero strano come, in questa parte di mondo, le notti ed i giorni siano capaci di esasperare le loro proprietà, di giorno fa caldissimo e di notte fa freddissimo. Per quanto i veterani sostengano che il gelo che si patisce in questo deserto sia poca cosa rispetto al gelo delle regioni renane o della Pannonia o della Dacia, chissà, magari per contrasto con la fornace in cui sembra di arrostire di giorno, ogni notte pare di sprofondare nelle spire di un ghiacciaio, se si fa attenzione s’avverte sul viso l’alito freddo del suo lento scivolare a valle. Magari la sensazione di enorme scarto tra il giorno e la notte si deve anche al fatto che siamo in piena estate, per la precisione questa è l’estate del 72, cosa per la quale la differenza di temperatura tra le ore diurne e quelle notturne si potrebbe misurare in libbre, questo per dire quanto sia pesante.

     Lucio Flavio Silva ha ora trentaquattro anni e, benché tanto giovane, già da due anni si trova in Giudea con la carica di legatus Augusti pro praetore, ossia governatore. E qui, dal momento che il resto del paese con la fine della guerra giudaica è stato sottomesso all’autorità di Roma tranne quest’unica fortezza in mano ai ribelli, s’è visto quasi costretto a cingerla d’assedio con la sua legione, la X Fretensis. Quando venne via da Gerusalemme o da quel che ne restava, non immaginava ancora a quali enormi difficoltà sarebbe andato incontro, sapeva che la fortezza si trovava nel deserto, sapeva inoltre che vi si erano asserragliati un migliaio di zeloti, partigiani irriducibili dell’indipendenza del regno ebraico, ma semplici terroristi per i romani. Dunque solo un migliaio di criminali occorreva stanare, una cosa da niente per i settemila legionari alle sue dipendenze, per non parlare delle svariate migliaia di ausiliari, in gran parte schiavi ebrei. Ma quando giunse ai piedi della rupe ci mise un attimo a capire che la disparità numerica dei combattenti non faceva alcuna differenza, in pratica non c’era nessuna possibilità di scontrarsi coi ribelli, l’unica era stringere d’assedio la rupe sulla cui cima svettava la fortezza con la speranza di poterli prendere per fame.

     Da quel giorno molte cose sono state fatte, l’accampamento per la legione è stata la prima cosa cui si è messo mano, tra l’altro era di primaria importanza realizzarlo, anche con la prospettiva di dovervi restare a lungo. V’è inoltre da dire che non è stato facile realizzarlo per il fatto che, in un deserto era il minimo che ci si potesse aspettare, non v’erano alberi da abbattere e quindi tronchi da utilizzare. In tale modo, in mancanza di legname, è stato giocoforza utilizzare sassi e pietre per realizzare tutte le pertinenze che son proprie di ogni accampamento, ed è stato ancora giocoforza che i legionari si improvvisassero scalpellini, ma è cosa risaputa che i legionari sono versatili. Alla fine, realizzato l’accampamento, Lucio Flavio Silva ha pensato bene di far erigere una muraglia torno torno alla base della rupe per evitare che qualcuno nottetempo potesse fuggire, più ancora che qualcuno nottetempo potesse sgusciare non visto per rifornire gli assediati di cibo e acqua. La muraglia è stata capace di tenere impegnati i legionari per diversi mesi ed ancora li tiene impegnati nei vari turni di guardia perché una muraglia da sola non basta, tra l’altro, così grezza, sarebbe facilissimo scavalcarla. Occorre però dire che in tutto questo tempo mai nessuno ha tentato di sgusciare non visto per rifornire gli assediati. E, cosa che dà molto da pensare al nostro legato di legione, in tutto questo tempo mai che da lassù qualcuno abbia fatto mostra di voler fuggire, men che meno di arrendersi.

     Lucio Flavio Silva ogni sera esce dalla sua tenda per incantarsi al cospetto del cielo stellato, ogni sera prova la sensazione che le stelle siano cresciute in dimensione ed in numero rispetto a come le ricordava ed ogni sera guarda con un brivido l’ombra della rupe che, a vederla dal campo, anche di giorno, si direbbe disabitata, nondimeno resiste.

     Un rumore di passi lo distoglie dai suoi pensieri, è Marco Vitruvio, suo amico e suo assistente che ritorna dopo aver dato delle disposizioni al centurione che si trova a capo del corpo di guardia.

     «Allora?».

     «Allora niente, nel senso che ogni notte le pattuglie perlustrano un tratto più ampio intorno alla rupe e non trovano niente, se c’è una galleria deve sbucare parecchio più lontano».

     «Tu credi che sia una mia fissazione? Una galleria non può non esserci, un modo per reperire i rifornimenti lo devono aver escogitato, non posso pensare diversamente».

     «Senti Flavio, tieni presente che il territorio per un raggio di sei miglia attorno alla rupe è stato esplorato palmo a palmo. In più ora, in base alle tue disposizioni, le ronde notturne si spingono ogni notte più lontano. Ma rifletti, se ci fosse una galleria che congiunge la fortezza alla piana, il suo imbocco si troverebbe qui, alla base della rupe. Non posso pensare che abbiano scavato per miglia e miglia affrontando difficoltà enormi come quella di puntellare la volta, qui non ci sono alberi, dove l’avrebbero preso tanto legno?».

     «Non credere Marco, le tue perplessità sono anche le mie. Però una cosa mi pare evidente, non so come ma i rifornimenti da qualche parte gli devono arrivare, altrimenti si sarebbero già arresi per fame e sete. Sono sei mesi che ci troviamo qui e noi stessi dobbiamo la nostra sopravvivenza agli ausiliari che ci riforniscono con costanza di cibo e acqua, mettiamoci anche i 400 asini senza i quali dovrebbero portare tutto a spalla».

     Questo accenno agli asini fa sorridere Marco Vitruvio che sa bene quanto il suo amico sia sensibile ai patimenti degli animali, è chiaro che la stessa sensibilità la riserva anche agli uomini, ma gli uomini possono scegliere, è solito dire, mentre agli animali è fatto divieto perfino di lamentarsi. Non sia mai che si lamentassero, in aggiunta al lavoro si buscherebbero una dose supplementare di nerbate. Dopo aver sorriso, Marco Vitruvio entra nella tenda e ne riesce con una caraffa di vino.

     «Bevi e non ci pensare, a mio parere non esiste nessuna galleria».

     «Bevo perché il freddo si fa sentire, ma nulla mi toglie dalla mente che in qualche modo ci stiano imbrogliando, in caso contrario non so proprio come spiegare la loro resistenza».

     «Chi ti dice invece che non siano prossimi a capitolare? Da quaggiù non si riesce a capire niente, ma è facile presumere che da mesi vadano razionando il poco cibo e la poca acqua che gli è rimasta, anche noi faremmo lo stesso. Tu li immagini tenacemente determinati a resistere, invece niente di più facile che siano ad un passo dall’arrendersi. Magari di giorno, per contrastare la vampa del sole e per sentire meno pressante il bisogno d’acqua, se ne restano al riparo nei locali più freschi, magari i più grandi si tolgono il pane dalla bocca per darlo ai bambini. Ma sono passati sei mesi ed il razionamento ha un prezzo, ciò mi fa pensare che lassù già parecchi ci abbiano lasciato la pelle, il guaio è che non ne sappiamo niente».

     Lucio Flavio Silva beve un sorso di vino, quindi rende la caraffa al suo amico e lo guarda in un modo tra il sorpreso ed il divertito.

     «Forse senza volerlo, hai detto la cosa più sensata che potessi dire».

     «Tu come al solito sei già pronto a sminuirmi. Se m’è scappato di dire una cosa sensata, devo averlo fatto senza volerlo».

     «Dai Marco, mi prendi pure sul serio?».

     «Questo buio non mi aiuta a capire quando parli sul serio e quando scherzi».

     «Bevi che è meglio. Però una cosa sensata l’hai detta veramente».

     «E quale sarebbe?».

     «Che da quaggiù non si riesce a capire niente. Tu sai meglio di me che in casi normali si mandano avanti gli esploratori e si studiano le mosse del nemico, si studiano le sue opere difensive e la dislocazione delle truppe. Qui il nemico è inaccessibile, la fortezza è inaccessibile e non c’è modo di saperne niente. Per cui propongo di provare a scalare la rupe per affacciarci da qualche parte, ci sarà pure un modo per sbirciare all’interno della fortezza, se non altro per capire come se la passano».

     «Ora stai scherzando, vero? È il vino che t’ha reso più faceto?».

     «No Marco, non scherzo affatto. E mi meraviglio perché questa cosa dovevamo pensarla prima».

     «Provare a scalare la rupe, ma come ti viene in mente? Si tratta di pareti a strapiombo, anche se trovassi il legionario più temerario, quello la cui agilità potrebbe competere con quella di un gatto, non riuscirebbe mai a completare la scalata, sarebbe sufficiente che le sentinelle lascino cadere qualche pietra dall’alto e lo vedremmo precipitare».

     «Bravo, vedo che ci sei arrivato da solo. Visto che da là sopra ci tengono d’occhio, di giorno sarebbe impossibile. Ma di notte si può fare».

     «Di notte? E con quale animo potresti comandare ad un legionario di compiere una simile impresa? Se pure si facesse avanti un volontario, sarebbe come se gli dicessi, vai e ammazzati».

     «Difatti non mi regge l’animo di comandare una cosa del genere, andrò io. Domani notte salirò su quella maledetta fortezza».

     «Te lo proibisco! Oh Flavio, torna in te! Cos’è, il caldo del deserto ti porta a sragionare? Tu non puoi mettere a rischio la tua vita per una cosa del genere! Tu come legato hai degli obblighi verso la legione! Ed io, come amico, ho l’obbligo di impedirti di ammazzarti!».

     «Come amico, se proprio ci tieni alla mia vita, dovresti unirti a me. Dai Marco, vieni anche tu, in due sarà più facile».

     «Tu devi essere impazzito! Non voglio neanche starti a sentire!».

     «Unisciti a me, Marco. A noi due insieme non può capitare niente».

     «Ma tu riesci a sentirti? È pazzia pura!».

     «È vitale per noi inchiodati qui sotto provare a capirci qualcosa. Pensaci Marco, sono passati sei mesi e di questo passo ne passeranno altri sei e poi altri sei, quanto credi che si possa protrarre questo assedio? Dobbiamo sapere come stanno le cose anche per decidere il da farsi, con questo non voglio dire che ci potremmo ritirare, ma alle brutte si potrebbe escogitare uno stratagemma per portare i legionari fin lassù, mi capisci?».

     «Capisco che il sole del deserto ti ha dato alla testa».

     «D’accordo allora. Domani sera, senza armi e con abbigliamento leggero, proveremo a scalare la rupe».

 

 

***

 

 

     È sorprendente che a qualcuno sia venuto in mente di costruire una fortezza in un luogo tanto scomodo da raggiungere, al punto che già per abitarla bisognerebbe calarvici dall’alto. Però, pensandoci meglio, è fuor di dubbio che una fortezza del genere, una volta che si sia riusciti a barricarvisi dentro e quando si sia provveduto a stiparvi abbondanti scorte di viveri e acqua, diciamo abbondanti anche se inesauribili sarebbe meglio perché anche l’abbondante finisce, ebbene, una volta che si sia provveduto a tutte queste cose, ci si potrebbe morire di vecchiaia perché nessun nemico riuscirebbe a violarla.

     Il primo che ebbe la felice idea di costruire una fortezza sulla cima di questo singolare sperone roccioso, uno sperone che s’erge come un gendarme nella piana desertica che si diparte dal lago Asfaltide anche detto mare Morto, fu Gionata Maccabeo. Questo tal Gionata apparteneva alla dinastia del Maccabei, dinastia che, con alterne fortune, governò la Giudea tra il II ed il I secolo a. C. Ma chi ne rafforzò l’impianto iniziale, tanto da farne una rocca imprendibile ma non troppo scomoda da abitare, difatti ovviò alla scomodità della fortezza costruendovi in un angolo apposito una piccola reggia, chi ne fece il baluardo inviolabile che è ora fu Erode il Grande che, lo dice il nome, quando faceva le cose le faceva in grande.

     Noi sappiamo che Erode Ascalonita detto il Grande governò la Giudea dopo la morte del padre, Erode Antipatro, prima per incarico di Marco Antonio e poi di Ottaviano Augusto di cui immediatamente si fece alleato dopo la sconfitta di Marco Antonio ad Azio.

     Erode Ascalonita era un tipo irascibile, stizzoso e diffidente, per cui non sorprende che in aggiunta alle sopra nominate virtù spiccasse quella della spietatezza. Alla luce di queste sue caratteristiche, non abbiamo difficoltà ad immaginarlo perennemente angosciato dal timore che attorno a lui si ordissero complotti, magari per scalzarlo dal trono, azione che può considerarsi l’anticamera di finire trucidati. In tale modo, dal momento che a pensare male si commette peccato ma il più delle volte ci s’indovina, prima che fosse troppo tardi e per non avere a pentirsene, fece uccidere la moglie ed alcuni suoi figli sospettandoli di cospirare per spodestarlo. Di tanti figli che aveva gliene rimasero tre, vai a capire se fossero i più raccomandabili o non avessero brigato per disfarsi dei fratelli, magari la madre non era prevista e rimase coinvolta suo malgrado. Ad ogni modo gliene rimasero tre, questo spiega il motivo per il quale, dopo la sua morte, il regno di Giudea venne diviso in tre parti.

     Prima di morire, prima che i tre figli rimasti si spartissero il regno, Erode il Grande, che per potersi ascrivere il maggior numero di difetti era anche un maniaco della grandezza, fece costruire le città di Cesarea Marittima e Sebaste, non contento fece costruire le possenti fortezze di Macheronte, Masada ed Herodion. Occorre aggiungere che apportò anche numerosi abbellimenti alla città di Gerusalemme, non si deve dimenticare il tempio della suddetta città che, ampliato e restaurato, venne chiamato il Tempio di Erode. Per non lasciare nulla d’intentato affinché i posteri si ricordassero di lui, ordinò anche la cosiddetta strage degli innocenti in concomitanza con la nascita del Signore.

     Per tornare alla sua attività di costruttore e per incentrare la nostra attenzione su Masada, occorre dire che in quella circostanza il nostro Erode fece davvero le cose in grande. Abbiamo già detto che la parte sommitale della rupe si presentava in modo stranamente pianeggiante, sembrava fatta apposta per farne una cittadella ed Erode, non sappiamo dire quanti schiavi furono necessari per trasportarlo fin là sopra, appena la vide decise di farne la sua cittadella. Per prima cosa fece costruire lungo il perimetro della parte sommitale un poderoso muro di quelli detti a casamatta, diconsi a casamatta quelli realizzati con due mura parallele ed una volta per ospitare all’interno locali buoni per svariati usi, depositi, arsenali, abitazioni. Ebbene tale muraglia, correndo lungo il ciglio della spianata, raggiungeva la lunghezza di sette stadi (1.300 metri) per un’altezza di dodici cubiti (5,3 metri). Non contento della muraglia vi fece costruire 37 torri alte ciascuna cinquanta cubiti (22 metri) e da queste si poteva accedere nei locali costruiti nel corpo stesso della muraglia.

     I dati appena riportati bastano e avanzano per spiegare come Masada risultasse imprendibile. Ma le opere difensive non potevano bastare e difatti Erode sempre detto il Grande fece costruire enormi magazzini sotterranei ed ampie cisterne per la raccolta dell’acqua. Quindi vi fece ammassare enormi quantità di grano, vino, olio, legumi, datteri ed altro ancora, in sostanza vi fece ammassare ogni ben di Dio disponibile in quel tempo in Giudea. A parte i viveri ammassò anche enormi quantità di armi di ogni tipo, oltre a ferro non lavorato, bronzo e piombo. Alla fine di tutto fece costruire per se stesso una reggia ai margini della piana verso oriente, da là si vedeva il deserto come da qualsiasi altra parte, ma quello che vedeva lui poteva vederlo lui soltanto. La reggia, per non sembrare da meno rispetto alla cittadella, aveva le sue brave mura di cinta, mura imponenti con quattro torri agli angoli di ben sessanta cubiti (26,7 metri). L’interno della reggia era ricco di portici, sale e bagni della più squisita fattura, per non parlare dei pavimenti e delle pareti, nonché dei colonnati, realizzati con pietre di vario tipo. Non abbiamo la minima idea di come le maestranze impegnate in quella poderosa costruzione riuscissero a tirare fin là sopra tutto il materiale impiegato, pietre, un numero impressionante di pietre e marmi, tanti marmi per i pavimenti della reggia e per i suoi colonnati. Tra l’altro, a conclusione di tutto, affinché non si potesse dire che avesse trascurato qualcosa, il grande Erode fece costruire una sinagoga che, per quel che ne sappiamo, è una delle più antiche della Palestina.

     Per spiegare un tale dispendio di energie e capitali occorre dire che l’idea di una fortezza imprendibile e dotata di tutto il necessario per starvi bene e per sopravvivere non era fine a se stessa. Erode, come già detto, era parecchio sospettoso ed era sempre angosciato al pensiero che si tramasse ai suoi danni. In quel tempo, prima di concentrare i suoi sospetti sulla moglie e su parte dei figli, egli temeva principalmente due cose, la prima che il popolo giudaico insorgesse per abbatterlo allo scopo di restaurare la precedente dinastia, la seconda che la regina Cleopatra potesse pretendere da Marco Antonio la sua testa, diciamo che della sua testa la regina Cleopatra non avrebbe saputo che farsene, in quel caso avrebbe preteso il trono del regno di Giudea. 

     Per strano che possa sembrare, viste le atrocità di cui si macchiò lo spietato Erode il Grande che era grande anche nella malvagità, non accadde né la prima né la seconda cosa, il popolo non insorse e Marco Antonio non fu tanto servo di Cleopatra al punto di farle dono del regno di Giudea. Per cui Erode morì di morte naturale, anche se alla sua dipartita volle aggiungere una coda che lo facesse meglio ricordare. Difatti, giunto alla fine, volle accomiatarsi dal mondo con un atto che ne fosse il degno riassunto. Egli prevedeva, ed a ragione, che la sua morte avrebbe provocato ondate di giubilo fra i suoi sudditi, mentre lui al contrario desiderava essere accompagnato alla tomba fra pianti, lamenti, stracciar di vesti e fiumi di lacrime. Pensa che ti ripensa trovò la soluzione e chiamò da tutte le parti del regno, che confluissero a Gerico, molti insigni giudei. Non appena gli insigni giudei giunsero a destinazione li fece rinchiudere nell’ippodromo. Benché moribondo, Erode trovò le forze e raccomandò che subito dopo la sua morte se ne facesse strage, in tale modo le desiderate lacrime sarebbero state assicurate, se non dai sudditi dai familiari degli uccisi. Dopo alcuni mesi di atroci sofferenze, Erode il Grande morì a Gerico a settantasette anni circa d’età, trentasette anni di regno. Era l’anno 750 ab urbe condita, o se vogliamo era l’anno 4 a.C.

     Per come andarono le cose balza all’occhio che la fortezza di Masada rimase inutilizzata dal suo ideatore, ma altri se ne servirono, del resto sarebbe stato un vero peccato che andasse tutto in malora. Tra l’altro era situata in un punto strategico, nel senso che lì di presso correvano due piste una più importante dell’altra, l’una tagliava il deserto della Giudea verso Moab, l’altra collegava il sud del paese con Gerusalemme. In principio la fortezza fu occupata da una piccola guarnigione romana, ma fu sbaragliata da una banda di fanatici che dir sanguinari è ancora poco, visto il trattamento che riservavano ai loro stessi confratelli rei di tolleranza nei confronti dei soldati di Roma. Tali campioni dell’ortodossia si chiamavano Sicarii ed erano una fazione estremista del partito ebraico degli Zeloti, come dire i più puri tra i puri. I Sicarii non conoscevano pietà e ricorrevano sistematicamente all’omicidio di stampo terroristico come loro principale strategia politica, questo per dire che o si era con loro o si finiva trucidati. Affinché risultasse ben chiaro il loro messaggio, oltre a trucidare gli indecisi li depredavano dei loro averi, gli rubavano il bestiame e davano alle fiamme le loro case, a quel punto non c’era uno che potesse dire di non aver capito. 

     Al termine di ogni azione terroristica fuggivano nel deserto e si rifugiavano nella fortezza di Masada percorrendo un sentiero tuttora esistente, ma che nessun legionario romano ardirebbe percorrere. Il sentiero, unica via d’accesso alla sommità della rupe, ha un nome che è tutto un programma, difatti si chiama Sentiero del Serpente. Ed è talmente impervio, tortuoso, sinuoso e ripido da impedire ad un soldato di poggiare contemporaneamente entrambi i piedi sul terreno, questo per dire che cadere di sotto più che un pericolo è una certezza, specie se qualcuno da sopra ti dovesse lanciare delle pietre sulla testa. Come dice Giuseppe Flavio, storico ebraico poi riconvertito alla causa romana: “Lo chiamano del serpente per la sua strettezza e per le continue curve e controcurve, il suo tracciato è un continuo aggirare le rocce sporgenti. Chi percorre questo sentiero deve poggiarsi saldamente con entrambi i piedi per evitare di cadere e perdere la vita, infatti sui due lati si aprono burroni così spaventosi da indurre a tremare anche l’uomo più ardito. Dopo un percorso di trenta stadi (pari a 5,5 km), la pista raggiunge la vetta che non termina con una punta, bensì con un altopiano”. 

     A sconsigliare l’uso del suddetto sentiero per raggiungere la vetta, nel caso non si sia invitati, concorre la presenza di una torre a ridosso delle mura dalla cui cima le sentinelle sorvegliano giorno e notte questa singolare via d’accesso, nessuno vi si potrebbe avventurare senza essere visto.

     Dopo i Sicarii, a dar loro manforte, giunsero gli scampati all’assedio di Gerusalemme con donne e bambini, in tale modo i ribelli arroccati nella fortezza arrivarono a sfiorare le mille unità, una compagine di tutto rispetto al cui interno gli Zeloti erano la maggioranza. Visto il numero così rilevante di ribelli, tra l’altro un numero comprensivo di numerose donne e bambini, si pose subito il problema di nominare un capo. Manco a farlo apposta tra quei mille ce n’era uno che aveva un passato che lo poneva un gradino sopra tutti gli altri, era un sacerdote e figlio del sommo sacerdote Anania, era da sempre il leader naturale del partito rivoluzionario ed era quello che si era rifiutato di sacrificare nel tempio per il benessere dell’imperatore romano, una vera sfida. Per tali meriti venne immediatamente nominato capo. 

     Il capo in questione si chiama Eleazar Ben Yair, ha una moglie, ha una figlia di nome Sarah ed ha un ascendente assoluto sui suoi seguaci, al punto che se qualcuno, qualcuno dal cuore tenero, magari una giovane mamma, si facesse venire qualche dubbio sull’opportunità di resistere o impetrare la resa, lo truciderebbe lui stesso.

     Per tutte le cose che abbiamo detto non sorprende che, benché i romani siano qui accampati da sei mesi, la fortezza di Masada appaia solida e inviolabile come la videro il primo giorno. Ha viveri e acqua sufficienti a sostenere un assedio molto lungo, tanto da logorare gli assedianti più di come si logorano gli assediati. Tra l’altro i romani neanche sanno di queste scorte, non per altro li immaginano prossimi alla capitolazione. Non bastassero le scorte di viveri e acqua, i ribelli hanno a profusione quella componente che fa riferimento al fanatismo, un aspetto non secondario in questo conflitto, un aspetto che già da solo sembra capace di moltiplicare le loro capacità belliche. C’è però da dire che in questi sei mesi tali capacità belliche sono rimaste inespresse, nel senso che non v’è stato nessun contatto tra gli opposti schieramenti. La situazione è ancora ferma e intraducibile com’era il primo giorno. Da là sopra i ribelli non hanno mai fatto nulla per intralciare i romani i quali sono venuti, hanno realizzato il loro accampamento come da copione, hanno innalzato pure un muro di cinta che gira attorno alla base della rupe, dopodiché si sono fermati e sono rimasti in attesa. In pratica è sei mesi che aspettano, ma da lassù non fanno neanche mostra di mettersi pensiero della loro presenza. Naturalmente da lassù non li perdono d’occhio, ci sono sentinelle sulle torri disseminate lungo la muraglia, però mai che mandino qualcuno a parlamentare, men che meno si direbbero disposti a far entrare qualcuno che dovesse salire fin lassù per parlamentare.

     L’abbiamo definita intraducibile, difatti questa è una di quelle situazioni in cui si vince più coi nervi che con le armi, qui vince chi ha la pazienza di aspettare almeno un minuto in più di quanto aspetta l’altro. Tra l’altro occorre dire che, anche perdendo la pazienza, la sola cosa che resterebbe da fare sarebbe quella di mettersi carponi per ritrovarla. Diciamo questo perché i romani, sebbene siano più numerosi in ragione di sette a uno, non hanno nessuna possibilità di attaccare, in modo sostanzialmente identico i ribelli non hanno nessuna possibilità di tentare una sortita. Per tale immobilismo balza all’occhio il primato di questo assedio che, unico nella storia degli assedi, si consuma giorno dopo giorno senza che vi sia nessunissima possibilità di guerreggiare.

     A questo punto non sorprende che Lucio Flavio Silva ne abbia già piene le tasche di starsene qui accampato senz’altro fare che aspettare. Tra l’altro soggiornare nel deserto è di una scomodità assoluta, va bene il panorama insolito della sabbia vagamente ambrata che sembra farsi acqua all’orizzonte, vanno bene i cieli notturni che ogni volta si danno a vedere più emozionanti della volta precedente, ma a tutto c’è un limite, c’è un limite alle cose belle e alle cose brutte e le brutte, in questo deserto, non si finisce mai di elencarle. 

     Come se tutto ciò non bastasse, bisogna anche considerare che Lucio Flavio Silva ha trentaquattro anni, se ne avesse cinquanta o sessanta si metterebbe buono ad aspettare che l’assedio segua il suo corso naturale. Lui invece ha fretta di risolverlo, anzi quando ci pensa gli pare d’aver buttato via già troppo tempo. Ha fretta se non altro per capire se i ribelli asserragliati nella fortezza siano davvero agli sgoccioli come suggerito da Marco Vitruvio oppure ne abbiano per altri dieci anni ancora. Non sia mai che possano resistere per altri dieci anni, è facile che il suo mandato di governatore termini qui, ai piedi di Masada, senza che abbia portato a compimento l’azione più importante che è quella di pacificare l’intera provincia giudaica eliminando una volta per tutte la malefica pianta della ribellione. E questa cosa, quando vi pensa, gli pare la più infamante, specie ricordando come, primo tra tanti suoi coetanei, ha bruciato le tappe ricevendo il mandato di legatus Augusti pro praetore a solo trentadue anni, giusto due anni addietro. Se va più avanti e pensa al suo successore che viene a rilevarlo lì, nell’accampamento, esibendo le insegne ed il mandato che lo fa governatore al posto suo, Lucio Flavio Silva immagina la scena e prova una vergogna per la quale vorrebbe solo correre da qualche parte a nascondersi.

     Ecco spiegato dunque il suo proposito di scalare la rupe, se non altro per tentare di capire che aria tira là sopra.

 

 

 


                                                                    Recensioni

Scrivi qui il tuo commento sul romanzo, sarà gradito

Commenti: 0