Bruno Sebastiani

Fiore di maggio

( Mayflower)

Romanzo storico


Ambientato nel 1600 il romanzo racconta la vicenda dei Padri Pellegrini, che salparono dalla costa inglese a bordo del galeone Mayflower verso una nuova terra.

Un racconto coinvolgente che ci fa vivere insieme ai personaggi, gli antefatti, l'esilio in Olanda e il loro arrivo nella baia di Cape Cod visto con gli occhi di Swantoe un nativo del nord America... 


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PRIMA PARTE: UNA DIFFICILE CONVIVENZA

 

     Yorkshire, ottobre 1617

 

     Era sera, una di quelle sere che, quand’è ottobre, paiono appollaiarsi fin dal primo pomeriggio sui rilievi e sulle cime dei campanili e lì indugiano, gonfie di nebbia, aspettando il buio per calare sulla campagna. E quando il buio venne, la nebbia scivolò lenta dai suoi posatoi spalmandosi al suolo e livellandosi come un’immensa bassa marea, una bassa marea per la quale sarebbe stato possibile camminare ore e ore con l’acqua alle ginocchia. Come un’immensa bassa marea, in quella vasta campagna era possibile camminare ore e ore con la nebbia alle ginocchia.

     Proprio in quel modo, con le gambe quasi dissolte nella foschia addossata al terreno, andava di buon passo il pastore William Brewster. York alle sue spalle era un ammasso di mura e mattoni ciechi, senza un chiaro, senza un lume a indicarne la posizione. York alle sue spalle era la negazione della luce del cielo, così la considerava ormai William Brewster da quando l’arcivescovo, Mattew Tobias, lo aveva interdetto dai sacri ministeri. Quella era una ferita sempre aperta nell’animo del pastore. E spesso, quasi senza accorgersene come per un tic nervoso, si trovava a ripetere tra sé che l’arcivescovo non doveva arrivare a tanto. Moralmente non doveva arrivare a tanto, anche se il titolo che tuttora deteneva nella gerarchia ecclesiastica gliene dava il potere. Per quel titolo, e per una insospettata smania persecutoria, non aveva esitato a lanciare il suo anatema. Ed il risultato, ecco, lo scontava ogni venerdì sera, era quello di doversi allontanare da York all’imbrunire per incontrare, non visto, i suoi confratelli.

     Tuttavia la necessità di quella camminata col buio era una cosa che William Brewster aveva imparato a tollerare abbastanza agevolmente. Si trattava sicuramente di una situazione incresciosa, ma contingente. Quel che non sembrava contingente, quel che pareva destinato a perdurare, era l’atmosfera venefica che aveva infettato l’intero Yorkshire, un’atmosfera per la quale tutti ormai sospettavano di tutti. Ognuno non vedeva un fratello nel suo prossimo, ma un potenziale nemico. Ognuno stava bene attento a tenere per sé le proprie convinzioni religiose. Ognuno si risolveva ad esprimerle con la massima circospezione, e solo con chi aveva dato ampia prova d’essere affidabile. Com’era possibile testimoniare il proprio credo in un contesto così avvelenato dai sospetti? Com’era possibile predicarlo? Come stemperare la diffidenza che si respirava in ogni angolo di quella vasta contea? Senza la voce calda e confortevole del Signore che sentiva quasi ad ogni passo, William Brewster si sarebbe arreso ancor prima di combattere, ancor prima d’essere interdetto dall’arcivescovo. Solo quella era ormai la sua forza, la voce suggestiva del Signore. Che avrebbe fatto se avesse smesso di sentirla?

     Il pastore William Brewster camminava con la nebbia alle ginocchia. E quel non vedere dove posava i suoi passi gli pareva la condizione migliore per sentirsi totalmente nelle mani del Signore. Era confortevole sentirsi quasi preso per mano. Per la bontà immensa che lo connaturava, il Signore non avrebbe mai permesso che inciampasse o cadesse nel fosso prospiciente la strada.

     Era confortevole per chiunque, in quel tempo, in Inghilterra, nutrire la certezza di camminare sulla giusta via seguendo ciecamente il richiamo del suo Dio. Del suo Dio, appunto, e non dell’unico Dio che avrebbe dovuto accomunare tutti. Del suo Dio perché sua, e non degli altri, era la giusta via sulla quale s’era incamminato per incontrarlo. In realtà il Dio a cui facevano riferimento era lo stesso per tutti, ma le procedure ed i criteri adottati per venerarlo erano così tanti, e tutti così inconciliabili ad ammettere una sia pur minima deroga, che parevano far riferimento ognuno ad una diversa figura celeste.

     Mai come in Inghilterra, a partire dalla seconda metà del XVI secolo, s’era creata una frammentazione tanto capziosa della cristianità, una frammentazione per la quale la cristianità stessa s’era ridotta ad un ginepraio di correnti, di filiazioni e di fanatiche contrapposizioni per le quali ogni più piccola controversia dava luogo al suo piccolo scisma. Prima di quello che viene definito Grande Scisma, nel 1054, vi erano stati secoli e secoli di apprezzabile convivenza tra le due anime sempre litigiose e comunque concordemente ispirate all’insegnamento di Cristo, quella ortodossa e quella cattolica. Nel 1054, quando il papa Leone IX ed il patriarca Michele I Cerulario si scomunicarono a vicenda, si ebbe la separazione definitiva tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa Romana. Ma la scissione del 1054 non si produsse improvvisa e dal niente. Essa era stata ampiamente preparata.

     Si iniziò a parlare di Chiesa Ortodossa già intorno alla fine del II secolo. Ma si dovette arrivare al 482 prima che vedesse ufficialmente la luce, e paradossalmente per avversare un valido tentativo messo in atto per scongiurare quella latente scissione. In quel tempo la cristianità era praticamente divisa in due su come interpretare la natura di Cristo. Per dirimere la controversia si era tenuto un concilio solo ad essa dedicato, a Calcedonia, nel 451. Ma la controversia, attagliandosi probabilmente più alla natura delle genti che non a quella di Cristo, non si sanò. Per scongiurare un’incresciosa scissione, Acacio, patriarca di Costantinopoli, ispirò all’imperatore Zenone un documento di riconciliazione (Henotikon). Ma la sua iniziativa non piacque al papa Felice III che lo scomunicò, e questo accadde nel 482. Quella frattura, pur se non sconvolse definitivamente i rapporti tra Roma e Costantinopoli, tale rimase. Inutilmente si tentò di ricomporla nei secoli successivi. Fin quando, nel 1054, divenne definitiva.

     Una volta separate, le due Chiese, ognuna per suo conto, si trovarono più volte a dover sbrogliare qualche matassa troppo ingarbugliata: eresie, contaminazioni determinate delle invasioni barbariche ed altro. Ma niente al confronto di ciò che si verificò in Occidente con la comparsa di Lutero. Perfino l’eresia dei Catari, nel XII secolo, se paragonata alla Riforma Protestante, s’era rivelata una cosa di poco conto. In realtà fu un problema di una certa rilevanza. Ma si era nel XII secolo, come già detto, ed in quel tempo la Chiesa di Roma aveva già ampia esperienza su come organizzare le crociate. In genere si indirizzavano verso Gerusalemme. Ma quella volta s’impose una deroga ed una bella crociata si mosse alla conquista del sud della Francia, un luogo per nulla pericoloso se non per il fatto che vi si erano insediati i Catari.

     Ma, per tornare a Lutero, occorre dire che neanche quel dotto riformatore sarebbe stato capace di arrecare tanto scompiglio se in suo soccorso non si fosse mossa la Chiesa Anglicana, un’istituzione che prima non c’era e che, da quando fu concepita, strinse un patto di ferro con la Riforma Luterana. L’incontro tra quelle due entità produsse un terreno fertile alla frammentazione come mai prima di allora. Da quel punto in avanti il Cristianesimo, specialmente nelle terre bagnate dal Mare del Nord, benché uno nella matrice, produsse tanti di quegli ibridi da smarrire, nel giro di pochi decenni, il ricordo dell’originale.

     La Riforma Luterana per la prima volta legittimava la prassi secondo la quale ogni credente era diretto tramite del suo Dio. In altre parole, ogni credente era autorizzato a leggere e interpretare le Sacre Scritture senza che altri lo facessero per lui. Quel primo, ferreo colpo sferrato all’autorità della Chiesa poté giovarsi, da lì a poco, dell’ulteriore destabilizzante effetto prodotto dalla Chiesa Anglicana. Proprio perché Anglicana, quella Chiesa per la prima volta stava là a dimostrare che il centralismo romano era superato. E la prima conseguenza di quel superamento fu la comparsa di altre denominazioni (Chiesa d’Olanda, Chiesa d’Irlanda ecc.) che nella diversa geografia collocavano anche un diverso atteggiamento nei confronti di Roma.

     Una volta legittimato il distacco dal centralismo del vicariato romano, al seguito dei vari riformatori che di tanto in tanto individuavano qualcosa in cui differenziarsi per interpretare la fede, si vennero formando delle congregazioni se non, addirittura, delle vere e proprie confessioni come, ad esempio, il Puritanesimo ed il conseguente Battismo.

     La Chiesa Congregazionista era nata da una “illuminata” lettura della Bibbia. E tale lettura aveva consentito di individuare come capo indiscusso della Chiesa il solo Cristo (e non, per esempio, il re che si era autoproclamato capo della Chiesa Anglicana) negando allo stato qualsiasi intromissione in materia religiosa. Quegli “illuminati” vennero poi detti “separatisti” per indicare il percorso che inevitabilmente li allontanava dall’alveo di comune appartenenza. Ma quella scissione, come altre prima e dopo di quella, non si realizzò in maniera pacifica e indolore. Ogni volta che si metteva in discussione l’intendimento originale col relativo apparato ecclesiale, si doveva esser pronti a subirne le conseguenze. Ed in quel tempo le conseguenze erano quanto di più truce si possa immaginare. Là dove oggi ci si limiterebbe ad un richiamo, ad una riunione della Conferenza Episcopale che sancisca la sua condanna, al più ad una scomunica, in quel tempo si procedeva ad arresti, torture e definitive esecuzioni sulla pubblica piazza.

     Mai religione è stata tanto costellata di martiri come il Cristianesimo nel suo bimillenario cammino. Ma la cosa che più desta sconcerto è che tanti siano addivenuti alla condizione di martiri per mano dei loro stessi confratelli, confratelli in quel momento individuabili sotto una denominazione diversa. Se oggi non si esiterebbe ad indicare come interiore il percorso che occorre intraprendere per addivenire alla fede, in quel tempo all’interiore si concedeva ben poco privilegiando immediatamente il suo aspetto palese. E come in una guerra nella quale i nemici siano facilmente riconoscibili per l’uniforme che indossano, in quel tempo il nemico era facilmente riconoscibile per come mostrava di professare la propria fede. E le conseguenze, come già detto, non erano troppo diverse da ciò che si determinerebbe in una guerra vera.

     I Separatisti non potevano sfuggire alle persecuzioni messe in atto dalla Chiesa ufficiale. Chi non abiurava finiva nelle mani del boia. Ed anche a loro toccò il privilegio di rinfoltire il calendario coi nomi dei loro martiri. Giovanni Greenwood, Giovanni Penry ed Enrico Barrow, i tre ex anglicani più in vista di quel nuovo movimento, accusati di sedizione, vennero giustiziati nell’aprile del 1593. E quella non fu l’unica circostanza in cui si comminò la pena capitale. Ma quella era la più vicina al pastore William Brewster, vicina non tanto in ordine di tempo, quanto come filiazione. Anch’egli, infatti, ormai navigava nel turbolento mare della separazione. E sebbene potesse ancora avvalersi del titolo di sacerdote, a quel titolo l’arcivescovo Mattew Tobias già da mesi aveva tagliato le ali. Di fatto l’aveva sospeso dai sacri ministeri in attesa che si istruisse un’istruttoria. Ma i casi di disobbedienza in quel tempo erano così numerosi, in specie nello Yorkshire, che l’arcivescovo, con tutta la sua buona volontà e nonostante la sua smania persecutoria, faceva fatica a fronteggiarli. E quindi le istruttorie, i passi ufficiali per intenderci, marciavano a rilento. Da qui la prassi cautelativa, molto abusata, con cui interdiva i vari sacerdoti sospettati di separatismo.

     L’arcivescovo di York aveva la tempra del combattente: non potendo sbaragliare, perché soverchianti come numero, le schiere nemiche, si limitava a spuntarne le armi. Ma pur con le armi spuntate, o forse proprio in virtù di quelle, i nemici si facevano più insidiosi. Da sacerdoti pubblicamente riconosciuti diventavano predicatori clandestini. Tanti ormai, come William Brewster, mantenevano segretamente i loro rapporti con quelle comunità che, per non esporsi troppo, sceglievano di seguirne la predicazione di tanto in tanto, magari una volta alla settimana. Ma quella segretezza, come di ogni cosa di cui si vuol mistificare l’esistenza, alimentava la paura, l’ansia, il sospetto.

     Ed ecco l’atmosfera venefica che infettava l’intero Yorkshire, un’atmosfera per la quale tutti sospettavano di tutti. Solo la convinzione di marciare sulla retta via salvava William Brewster, e quelli come lui, dal darsi per vinto. Perciò andava di buona lena quella sera. Non vedeva dove posava i suoi passi. In tal modo, dovunque andasse, era sicuramente il Signore a portarlo.

     Ad un tratto udì lo scalpiccio di un cavallo alle sue spalle, uno scalpiccio che, nel silenzio della campagna, pareva vicino. In realtà era lontano, molto lontano. Infatti, voltandosi, non vide niente. Però, facendo più attenzione, scorse il barbaglio di una lanterna che, ballonzolando, si avvicinava. William Brewster non temeva gli ubriachi e nemmeno i predoni. Non li temeva non perché fosse robusto o avesse qualcosa con cui difendersi, ma perché nel suo sguardo fiammeggiava il fuoco della fede. Per quello sguardo, qualsiasi malintenzionato avrebbe chinato il capo ed avrebbe continuato per la sua strada. Ad ogni buon conto, benché consapevole del suo salvacondotto celeste, William Brewster lasciò la strada e fece una decina di passi nell’erba alta che cresceva di lato nel tentativo di passare inosservato.

     Lo scalpiccio si fece più vicino. E nel buio riuscì finalmente a distinguere la sagoma poderosa del cavallo il cui cavaliere, così, da lontano, pareva imponente. Ma poi si accorse che quell’imponenza dipendeva dal fatto che il cavaliere non era uno, ma addirittura due. C’erano due cavalieri in groppa ad un solo cavallo, e quello dietro teneva una lanterna. La prudenza avrebbe voluto che William Brewster s’acquattasse nell’erba, ma lo stupore di quella visione lo rese irresoluto. Per cui rimase com’era, ritto in piedi ed incerto sul da farsi. Il cavallo trottava ritmando il tonfo pesante dei suoi zoccoli ed in breve gli fu vicino. E quando lo ebbe quasi raggiunto, William Brewster udì una voce, una voce di donna.

     < Eccolo! È là! Fermati Harvey! L’ho visto! >

     Harvey, che evidentemente era il cavaliere che manovrava le briglie, fermò il cavallo. E subito la donna, da dietro, con la lanterna in mano, balzò a terra.

     < Pastore Brewster! Sia ringraziato il cielo! Vi ho trovato finalmente! >

     < Voi mi conoscete? E mi cercavate? > fece William Brewster tornando lentamente verso la strada.

     < Vi conosco e vi cercavo, pastore Brewster! Ho da comunicarvi qualcosa della massima importanza! Sono Gillian, non mi riconoscete? Lavoro come cameriera nella locanda di mister Barnes, la Black Horse. Possibile che non mi rammentiate? Anche oggi vi avete desinato ed io vi ho servito! >

     < È vero, vi ho desinato. Ma non mi rammento di voi. Come avete detto di chiamarvi? Gillian? Comprendo che ciò può risultarvi deplorevole, ma non vi ho prestato attenzione. Cos’è, ho dimenticato di pagare il conto? >

     < Nient’affatto, pastore Brewster! Non vi stavo cercando per il conto! Un conto che, tra l’altro, ha pagato il vostro commensale! >

     < John Robinson! È vero! Ora che lo dite, concordo perfettamente! Ho desinato con John Robinson e lui si è offerto di pagare il conto! >

     < Lasciatemi dire, pastore Brewster! Ho da parlarvi di qualcosa che non ha nulla a che vedere con il vostro pranzo! >

     < Digli quello che hai sentito! > fece a quel punto Harvey, dall’alto della sua cavalcatura, già impaziente di quel lungo preambolo inconcludente.

     < Cosa avete sentito? > chiese William Brewster facendosi più vicino alla lanterna.

     < Quando siete usciti, voi ed il vostro commensale, proprio sulla porta vi siete incrociati con altri tre uomini che sono andati ad occupare il vostro tavolo. E dopo, nel portar loro cibo e bevande, ho sentito che quei tre signori parlavano di voi. >

     < Ciò non mi sorprende, mia solerte Gillian. Molti mi conoscono, anche se io non ho la fortuna di conoscere tutti. >

     < Non m’interrompete, pastore Brewster! Quello che ho da dirvi è della massima gravità! Non per nulla ho convinto Harvey, mio cognato, ad accompagnarmi per venirvi a cercare! >

     < Parlate dunque! E fin da ora vi ringrazio per il fastidio che avete voluto prendervi! >

     Il cavallo, forse avvertendo un moto di nervosismo del suo cavaliere, sbuffò dalle froge e scartò di lato. Ma una strattonata alla briglia lo convinse a desistere.

     < Quei tre signori non parlavano di voi in maniera generica, pastore Brewster! > riprese la ragazza < Li ho sentiti inveire al vostro indirizzo con parole sempre più aggressive! Aggressive tanto che uno ha espresso il proposito di darvi una bella lezione! Ha detto proprio così, una bella lezione! E gli altri due si son detti d’accordo perché, a sentir loro, voi state tirando troppo la corda! >

     Seppur lentamente, William Brewster iniziò a comprendere l’effettiva gravità di ciò che la solerte Gillian era venuta a comunicargli. Paura e sospetto si respiravano dovunque. Ma ora c’era la possibilità di sbattervi contro nelle fattezze di tre energumeni.

     < Voi, che a quanto sembra possedete una buona memoria visiva, > le chiese a quel punto il pastore < avevate mai visto quei tre signori? Sono clienti abituali della locanda dove lavorate? >

     < Due non li avevo mai visti. > rispose Gillian < Il terzo, quello che ha espresso il proposito di darvi una bella lezione, deve avere qualche attinenza con l’arcivescovo. Non spesso, ma qualche volta l’ho visto desinare in sua compagnia. >

     < E dunque voi siete corsa fin qui per mettermi in guardia? >

     < È così, pastore Brewster! Io non sono una seguace della vostra congregazione, ma nemmeno mi piace che si tenti di ridurvi al silenzio con le minacce, per non dir di peggio! >

     < Che voi siate benedetta, cara Gillian! E con voi il vostro generoso cognato! Mi commuove che vi siate prodigati tanto da correre per la campagna in questa notte umida! Ma se aveste confidato di più nell’onnipotenza del Signore, vi sareste risparmiati questa cavalcata! >

     < Che intendete dire, pastore Brewster? >

     < Che il Signore è il mio pastore! E con lui non manco di nulla! Su pascoli erbosi mi fa riposare e ad acque tranquille mi conduce! >

     < Ma quei tre signori mostravano di sapere dove potervi trovare! > fece a quel punto Harvey dall’alto del suo cavallo < Almeno questa è l’impressione che ne ha tratto mia cognata! >

     < Che mi trovino, figlioli! Che vengano e mi trovino! Capiranno a loro stesso danno la potenza del Signore! Egli non lascerà che mi sia fatto del male! A meno che quel male non sia necessario per un bene immensamente più grande! >

     < Io vi consiglio di non sottovalutare questo avvertimento, pastore Brewster! > fece ancora Harvey dall’alto del suo cavallo < Se fossi in voi … >

     < Ma voi non siete in me! > lo interruppe William Brewster < Vi sono debitore della vostra premura, ma rassicuratevi perché sono in buone mani! Il Signore non lascerà che il suo gregge si disperda al primo ululato del lupo! >

     < Quel che il mio cuore mi diceva di fare, io l’ho fatto, pastore Brewster! > aggiunse la ragazza < Ora sta a voi far tesoro di questo ammonimento! >

     < Ancora una volta, mia cara Gillian, che voi siate benedetta! State certa che stasera vi rammenterò nelle mie preghiere! Ma ancor più benedetto sia Colui che mi mostra il cammino! Con Lui non temo niente! Potrei andare a piedi nudi e con gli occhi bendati sui vetri! >

     < Che Dio sia con voi dunque, pastore Brewster! > fece a quel punto Gillian risalendo in groppa al destriero.

      < E con voi nel tornare a York! >

     Il cavallo, spronato con impazienza dal giovane Harvey, sembrò allontanarsi più velocemente di come s’era avvicinato. William Brewster, nell’udire il ritmo concitato del galoppo che si affievoliva, provò la sensazione che i due premurosi cognati, messisi l’anima in pace, ora volessero dileguarsi il più rapidamente possibile. Una volta soddisfatto il bisogno di informarlo, ora potevano abbandonarlo con maggiore scioltezza al proprio destino. Ma William Brewster si sentiva tutt’altro che abbandonato al proprio destino. Al contrario, la consapevolezza che si tramava qualcosa per danneggiarlo, anziché intimorirlo, ne accentuò la baldanza. Fu come se avesse avuto bisogno di quell’ultima prova per lasciar cadere, quand’anche ci fosse stata, ogni residua riluttanza per porsi totalmente nelle mani del suo buon Dio.

     Per tale, rinnovata baldanza, William Brewster riprese a camminare di buon passo. Ed in breve superò il mezzo miglio che ancora lo separava dal borgo senza nome, uno dei tanti raggruppamenti di case che costellavano la vasta campagna di York. Un posto valeva l’altro per ciò che concerneva la sua predicazione. Ma quello era il borgo a cui faceva sempre riferimento perché vi abitava William Bradford, suo amico, suo discepolo, e a lui tanto affine da condividerne sia il precedente percorso sacerdotale e sia l’attuale interdizione dai sacri ministeri comminata dall’arcivescovo Mattew Tobias.

     William Bradford, a lui tanto simile, e benché avesse appena trentaquattro anni, in una cosa lo sopravanzava, e cioè nella sua spiccata capacità di coordinatore. Conosceva quasi tutti nella vasta campagna dello Yorkshire. E confidando sui più motivati, e dando credito ai loro suggerimenti, riusciva ogni volta ad individuare un luogo diverso in cui tenere la riunione settimanale. Si trattava in genere di luoghi abbandonati o, perlomeno, dimenticati. E per individuarli occorrevano le conoscenze dei contadini che, di volta in volta, indicavano un vecchio fienile, una stalla in rovina, una capanna od un semplice steccato quando, nella buona stagione, ci si poteva riunire all’aperto.

     William Bradford rappresentava il lato pratico che spesso difettava all’ormai cinquantasettenne William Brewster. Senza la sua fitta rete di rapporti contadineschi, quelle riunioni presumibilmente segrete avrebbero trovato molte difficoltà a realizzarsi. William Bradford, dunque, rappresentava un elemento di raccordo indispensabile per la congregazione, tanto che ogni venerdì sera la sua casa si apriva per ospitare non solo William Brewster, ma anche la sua famiglia consentendo loro di trascorrervi la notte. Ma quel venerdì sera William Brewster era stato costretto a trattenersi a York e vi arrivava con notevole ritardo. Tuttavia era certo di trovarvi ad aspettarlo sua moglie Edytha e sua figlia Fear. Ma, una volta introdotto nella casa, si avvide che sua figlia non c’era.

     < E Fear dov’è? > chiese a sua moglie.

     < Oggi ha preferito non venire. Non contrarietevi marito. So che tenete molto alla sua presenza. Ma ha accampato delle scuse per tacermi che sta facendo un lavoro per il mio compleanno. Ho finto di crederle perché questa sarebbe la prima volta che si cimenta con un lavoro di ricamo, per cui ho pensato di assecondarla. Tuttavia non è sola. È venuta miss Murray a tenerle compagnia. >

     < Va bene moglie. Son certo che avete valutato con ragione la vostra scelta. E voi, caro Bradford, cosa mi dite di nuovo? >

     < Ma voi piuttosto! Vi piace tenerci sulle spine? Non dovevate incontrarvi col vostro corrispondente? >

     < È mia moglie che ve l’ha rappresentato in questo modo, vero? >

     < E non ho ragione forse? > fece a quel punto Edytha < Pensate Bradford che in meno di un anno questo sacerdote, anch’egli sospeso dal suo ministero, gli ha scritto ben nove lettere! >

     < Ebbene si, mi ha scritto nove lettere! Ma questo per dire quanto sentiva pressante il bisogno di chiarirmi il suo percorso! Ed oggi l’ho incontrato! >

     < John Robinson? >

     < Esattamente! Si chiama John Robinson ed è nato nel 1587 a Sturton-le-Steeple, vicino a Retford, nella contea del Nottinghamshire. Ma da quando si è sposato, nel 1614, vive a Norwich, nel Norfolk. Ed è dal 1614 che è in conflitto col suo vescovo, John Jegon, il quale è uno strenuo sostenitore dell’ortodossia anglicana. Egli ha una missione, ed è quella di sradicare ogni forma di dissenso puritano dalla sua diocesi. Da qui il dissidio e la conseguente sospensione dal ministero di John Robinson. >

     < Che impressione ne avete tratto? >

     < Impressione! Fate bene a parlare di impressione perché in un pomeriggio è impossibile penetrare l’animo di un uomo! Tuttavia a me è sembrato ispirato. Crede di aver maturato la convinzione necessaria a sostenere le sue scelte, ma a Norwich si sente isolato. Per questo ha perseguito con tanta perseveranza un rapporto più stretto con la dissidenza che opera qui, a York. Un rapporto più stretto con me, per l’esattezza e, per estensione, anche con voi. >

     < Gli avete parlato di me? >

     < Non ho potuto tacergli della vostra inestimabile collaborazione. Come non gli ho taciuto di Richard Clifton, di Hug Bromhead e di Thomas Helwys che costituiscono, sebbene sparsi per l’intero Yorkshire, dei punti di riferimento ed una ricchezza per la nostra congregazione. >

     < Deve avervi ispirato davvero molta fiducia se non avete esitato a fargli tutti questi nomi! >

     < Non so come spiegarvelo, caro Bradford. La cosa singolare è che non mi sono soffermato a calcolare la sua affidabilità. Con lui mi sono mosso per una sorta di intuizione. Se il Signore lo ha guidato affinché arrivasse ad incontrarmi, vuol dire che era bene che mi incontrasse e che io gli parlassi. Se in seguito arriverò a pentirmene, vuol dire che in qualcosa ho mancato ed il Signore mi ha punito. >

     < In conclusione? >

     < In conclusione questo incontro mi ha ancor più persuaso che c’è chi vigila sul nostro cammino. John Robinson ha ricambiato la mia franchezza con un’identica franchezza. E nel salutarmi ha manifestato il proposito di trasferirsi a York, se non altro per avere qualcuno con cui confrontarsi. Non vi sembra una buona novella? >

     < Si, una buona novella! Quando c’è da dissodare un terreno, ogni paia di braccia in più sono le benvenute! > commentò William Bradford con l’aria che ciò che si doveva dire era stato detto. A quel punto occorreva affrettarsi per andare alla riunione.

     < Un’ultima cosa, caro Bradford. > lo trattenne William Brewster risolvendosi a non tenere per sé ciò che gli aveva rivelato Gillian < E voglio che mi ascoltiate anche voi, moglie. Preferisco che siate entrambi a darmi il vostro parere. >

     < C’è qualche brutta nuova, marito? > gli chiese Edytha < Vi vedo dubbioso. >

     < Nel venire, stasera, sono stato rincorso dalla cameriera della Black Horse, la locanda dove oggi ho pranzato in compagnia di John Robinson. Mi ha rincorso per avvertirmi di una conversazione che ha carpito in quel locale. Tre signori, a sentir lei, si son lasciati andare a perorare una punizione da infliggere alla mia persona. Non so immaginare a cosa potessero alludere, ma voi ritenete che sia il caso di sospendere la riunione? >

     < E perché mai, caro Brewster? > esclamò quasi risentito William Bradford < La riunione è una forma di garanzia per la vostra persona. Vi parteciperanno non meno di quaranta confratelli. Chi avrebbe l’ardire di sfidare una concentrazione così rilevante? Piuttosto, dovrete usare prudenza domani nel tornare a York. Ma non lascerò che andiate solo. È pur vero che sarete con vostra moglie, ma io mi unirò a voi per sincerarmi che non vi accada nulla di spiacevole fino a casa. >

     < Sapevo già di poter contare su di voi, caro Bradford. E ve ne sono riconoscente. Ma voi, moglie, cosa avete da dirmi in proposito? >

     < Che tanto voi, marito, che voi, caro Bradford, dimenticate la cosa più importante. Noi tutti siamo nelle mani del Signore. Se Lui terrà a noi, e a voi in particolare, caro marito, non ci accadrà nulla di increscioso. >

     < Ben detto, moglie. È la stessa considerazione che ho subito espresso a quella cameriera. Ma le ho promesso di ricordarla nelle mie preghiere per ringraziarla della sua premura. >

     < Avete fatto bene, caro marito. Se la giovinetta si è mossa per avvertirvi, vuol dire che tiene alla vostra incolumità. Ma nel far questo, vi ha anche messo alla prova. E chissà che la giovinetta in questione non sia una pedina manovrata dal Santissimo per saggiare la portata della vostra fede? >

     < A questo non avevo pensato, mia cara moglie. E devo convenire che ancora una volta voi fate mostra di possedere un acume davvero straordinario. Resta il fatto che pedina o non pedina, io non mi sono lasciato sviare. Nel ricevere il suo preavviso, immediatamente mi sono fatto scudo della fede. Andiamo dunque, caro Bradford, che s’è perso fin troppo tempo! >

     Pochi minuti più tardi, procedendo in silenzio per un sentiero che marcava il confine tra un pascolo ed un terreno già arato e destinato al frumento primaverile, i tre si avvicinarono ad un capanno malmesso. Si trattava di un capanno la cui unica pretesa era quella di contenere poche balle di fieno accantonate per gli animali quando il gelo avrebbe isterilito l’erba tanto da renderla immangiabile. Già da lontano, per una lanterna posata in terra al suo interno, si distingueva la porta aperta del capanno, le tavole di riporto poggiate in piedi accanto allo stipite, e le sagome di alcune persone che aspettavano. Non c’erano più di quattro o cinque persone. Ma, per una specie di segnale trasmesso e captato in maniera inspiegabile, da più parti iniziarono a giungere altri confratelli, uomini e donne variamente mescolati e, tra loro, anche qualche bambino.

     Quando anche l’ultimo fu entrato, e che era l’ultimo si desumeva dagli sguardi che si scambiavano le persone per significare che, dopo di loro, non sarebbe arrivato nessun altro, William Bradford chiuse la porta. A quel punto la lanterna smise di funzionare da punto di riferimento e, dal pavimento, venne agganciata ad una fune che pendeva dal soffitto. I confratelli convenuti non arrivavano a quaranta, ma così stipati parevano tanti. E così lieti e speranzosi nei visi, parevano una moltitudine in marcia verso una sorgente radiosa. E quella sorgente non era qualcosa per cui si potesse veramente marciare per raggiungerla. Quella sorgente era già là, era nei loro sguardi e sgorgava dai loro cuori.

     William Brewster, dopo un attimo di raccoglimento, si fece più sotto alla lanterna e cominciò a parlare.

     < Vi ringrazio, miei confratelli, di essere qui convenuti con lo slancio che vi è consueto. Ogni volta mi dico che i miracoli sono semplici inganni operati dal maligno per blandire la nostra superbia. Perché come altro chiamare se non superbia quell’abito che indossiamo per renderci riconoscibili al Signore? Riconoscibili e quindi chiari destinatari della sua voce? Ma come altro chiamare se non miracoli queste incredibili circostanze che ci portano continuamente a rivederci sempre più compatti e sempre più santificati dal messaggio di cui ci facciamo portavoce? Chiniamo il capo, dunque, e raccogliamoci in preghiera. >

     Al suo comando, la moltitudine in marcia verso una sorgente radiosa chinò il capo. E per un minuto buono sarebbe stato possibile sentire la notte scivolare sul capanno tanto era il silenzio che vi regnava dentro. Quindi William Brewster riprese.

     < Dalle parole del salmo 103 noi apprendiamo che il Signore ha stabilito il suo trono nei cieli, ma il suo dominio si estende su tutto. Con quanta facilità ci si dimentica oggi di questa santa, immodificabile realtà. Gli uomini si affannano a disputarsi i posti più ambiti nella gerarchia del potere dimenticando che nulla di quel potere è loro concesso a titolo personale. Gli uomini son solo manovali nel giardino del Signore. Eppure si comportano come se ne potessero disporre senz’essere chiamati a rendere ragione del loro operare. Dispongono, realizzano, costruiscono e distruggono secondo convenienze legate al potere che detengono. Ma dimenticano che il loro potere è simile alla supremazia che può esercitare un servo più forte sui servi più deboli. Quella presunta supremazia è risibile agli occhi del Signore. Quella presunta supremazia è solo presunzione, una presunzione che cresce e ingigantisce tanto più sembra che il Signore lasci fare. Ma è un abbaglio, cari confratelli. Il Signore non lascia fare. Anzi, tiene minuziosamente il conto di come gli uomini si comportano nel giardino in cui li ha messi ad operare. Ed il fossato che separa la presunzione dalla riconoscenza sembrerà insuperabile il giorno in cui gli uomini verranno messi nella condizione di saldare quel conto. Quel giorno ripiegheranno atterriti ed invano tenteranno di farsi scudo di quel potere che qui, sulla Terra, li faceva sentire importanti. >

     William Brewster procedeva ispirato perché aveva ben chiaro in mente dove voleva andare a parare. Se il dominio del Signore si estendeva su tutto, allora erano insignificanti le gerarchie realizzate dagli uomini per differenziarsi e discriminarsi. Stava quasi per affrontare la parte più “politica” del suo sermone quando un fruscio, come di qualcuno che si muovesse fuori del capanno, lo fece indugiare.

     < Aspettiamo ancora qualcuno? > chiese a quel punto guardando in giro le facce sorprese dei vari confratelli.

     < Saranno le volpi. > disse convinto un anziano contadino < Ce n’è sempre che si aggirano pei campi e, coi primi freddi, è facile vederle vicino alle case. >

     Quella spiegazione sembrò convincente. E più d’uno si trovò a convenire scuotendo affermativamente la testa. William Brewster poteva riprendere. Ma non riprese. C’era qualcosa nell’aria che non lo lasciava tranquillo. C’era un’attesa che non era l’attesa dei suoi confratelli. E c’era un odore che non era il solito odore che produce la gente assiepata. Più d’uno cominciò a mostrare la sua identica irrequietezza, finché una donna, una che era vicina alla porta, levò un grido.

     < C’è qualcosa che brucia! >

     A quel grido tutti si voltarono. Ed in effetti, da sotto la porta penetrava all’interno un filo di fumo. Ma, sorpresa ancor più grande, benché fosse poca la luce, altri fili di fumo si scorsero penetrare all’interno da più parti lungo il perimetro del capanno.

     < Fuori! Fuori! Tutti fuori! > gridò allarmato William Bradford.

     Ma quel fuori non poté realizzarsi con la stessa prontezza con cui l’aveva intimato. Appena aperta, la porta sembrò invalicabile per delle fiamme che arrivavano a lambire l’architrave. Lo sgomento e la paura s’impadronirono in un istante di quella moltitudine che un attimo prima era in marcia ed ora non sapeva dove fuggire. Le urla, i richiami, le invettive si levarono all’unisono da quei petti che di radioso non conservavano neanche il ricordo tanto erano terrorizzati. La vampa ed il fumo, come spinti dalla nebbia che gravava sulla campagna, irruppero furiosi nel capanno bruciando gli occhi e mozzando il respiro. Il panico s’impadronì in un baleno di quei poveretti che presero a spintonarsi e ad agitarsi come animali presi in trappola.

     Intanto qualcuno più svelto di mano, forse per la disperazione, s’era messo a colpire con una trave la parete di fondo del capanno. Quella parete si teneva in piedi con delle tavole malmesse, per cui era facile procurarle un varco. Ma la moltitudine, che quando è ordinata neanche si vede, in quel parossismo era solo d’intralcio. Lo spazio era angusto ed ogni manovra era impedita dalle gambe e dalle braccia di quelli che premevano. In quel tumulto più d’uno, disperato, si lanciò tra le fiamme imboccando la porta. Altri, più pavidi, nel tentativo di procurarsi quel varco, riuscirono soltanto ad ostacolarsi. Si persero degli attimi preziosi. Tutti gridavano e tutti si agitavano col risultato che si persero degli attimi preziosi. E quando i primi riuscirono a sgusciare dal capanno per quel varco procurato nella parete di fondo, le fiamme avevano divorato altri legni e già ardevano sul tetto.

     Poco più tardi, coi vestiti bruciacchiati e con le facce annerite, i confratelli aiutavano gli altri confratelli a fuggire da quell’incubo di fuoco. E quando stavano quasi per farcela, il capanno in fiamme rovinò su se stesso con uno schianto d’inferno. Più annichiliti che disperati, i superstiti si bloccarono a fissare il rogo sperando che qualcuno potesse ancora sgusciarne fuori, magari con un balzo. Ma le fiamme divoravano i legni ad una velocità impressionante e, del capanno che era, dopo mezz’ora, rimase solo un cumulo di tizzi anneriti e fumanti. Servendosi di qualche pertica, i più volenterosi si diedero a rovistare tra le tavole bruciate. E alla luce di una nuova lanterna rimediata chissà dove, in breve allinearono sul prato tre corpi carbonizzati, quelli dei coniugi Jenkins, Priscilla e Thomas Jenkins, e quello di Edytha.

 

 

***

 

 

     Fear Brewster aveva tredici anni in quel tempo e aspettava con impazienza il ritorno di sua madre, quel sabato mattina, perché era il suo compleanno. E lei, per la prima volta, era riuscita a realizzarle un regalo con le sue stesse mani. In realtà miss Murray, un’attempata dirimpettaia la cui presenza era ormai abituale in casa del pastore William Brewster, l’aveva parecchio aiutata. Erano tre settimane che l’aiutava mantenendo uno stretto riserbo su quella collaborazione. La ragazza s’era raccomandata, sua madre non doveva sapere niente. E miss Murray, che era ricamatrice di professione, si era perfino divertita ad impartirle i giusti insegnamenti in quell’aria di mistero. Dunque, l’aveva parecchio aiutata. Però, per le rifiniture aveva fatto tutto da sola.

     Quel regalo di compleanno consisteva in un colletto coi relativi polsini. Nulla di troppo ricercato dunque. Ma per certi fiorellini ricamati in rilievo sui bordi, Fear si era messa alla prova al limite delle sue capacità. Quei fiorellini bianchi su fondo bianco testimoniavano il suo candore di fanciulla ed esprimevano una delicatezza che lasciava senza parole. Miss Murray aveva insistito perché quei fiorellini si staccassero dal fondo. Lei, esperta del mestiere, li avrebbe fatti gialli se non, addirittura, azzurri. Ma Fear su quella cosa era stata irremovibile. Per lei il bianco doveva restare bianco ed i fiorellini, teneri bocciolini di rosa, dovevano sembrare solo delle lievi screpolature nella trama del tessuto.

     Quel sabato mattina, per l’impazienza, s’era alzata presto ed aveva curato ogni dettaglio per la presentazione del regalo. Aveva disposto un cuscino al centro del tavolo in soggiorno e sopra vi aveva sistemato col massimo riguardo il colletto ed i polsini. Poi era rimasta incantata a rimirare l’insieme aspettando solo di verificarne l’effetto attraverso gli occhi di sua madre. Immaginava la scena in tutto il suo dolcissimo progredire. Sua madre sarebbe entrata e quella sarebbe stata sicuramente la prima cosa che avrebbe visto. E sul suo viso si sarebbero manifestate, in rapida successione, tutte le varianti della meraviglia. Dall’iniziale sorpresa avrebbe espresso stupore, ammirazione, perfino commozione.

     Fear, per i suoi tredici anni, era nell’età più indicata per vedere in sua madre l’esempio realizzato di ciò che lei stessa sarebbe diventata da grande. In quel tempo la sua personcina acerba era ancora diligentemente allineata a seguire le orme del percorso materno. Probabilmente, se fosse stata più grande, se ne sarebbe già differenziata tanto da sentire meno lacerante la sua perdita. Quel sabato mattina invece, coi suoi tredici anni compiuti da poco, Fear era nel momento di massima venerazione per sua madre. La sentiva affine e vicina quasi fosse un’amica. E mai poteva immaginare, né tantomeno poteva accettare, d’averla già persa.

     Tuttavia quel sabato mattina pareva più lungo del solito. Per l’impazienza, Fear provava la sensazione che tutto fosse fermo come al principio, quando s’era alzata ed aveva sistemato col massimo riguardo il colletto ed i polsini. Erano passate diverse ore e tutto restava immobile, come bloccato al punto di partenza. Miss Murray aveva tentato più volte di interessare la ragazza con qualcosa di diverso. Le sembrava che quell’aspettare così intransigente avesse in sé qualcosa di morboso. Il regalo non avrebbe certo sofferto se Fear se ne fosse allontanata, magari per impiegare l’attesa in qualcosa di più costruttivo. Ma Fear non ne voleva sapere. Il regalo e l’attesa di verificarne l’effetto erano una cosa sola nella sua mente di fanciulla. Perciò restava ed aspettava.

     Era quasi pronto il desinare in cucina, quando qualcuno bussò alla porta. Fear, dal suo posto di vigilanza in soggiorno, sentì un fiotto d’emozione salirle rapido dalle gambe al viso imporporandolo tutto. E si diede mentalmente della sciocca perché in quel modo rischiava di rovinare la sorpresa. C’era il caso che sua madre, nel vederla così turbata, prestasse più attenzione a lei che al regalo. C’era il caso che non cogliesse immediatamente quella presenza così sfolgorante al centro della tavola. Lei, se voleva accentuarne l’effetto, doveva passare perfino inosservata. Ed allora si mosse ed andò ad occupare il posto più defilato rispetto alla porta, un posto nel quale non poteva essere subito vista. E di nuovo si dispose all’attesa. Ma a quel punto le giunse distinta la voce di miss Murray che parlava con un uomo, un uomo che non era suo padre. Dunque quel ritorno tanto atteso non si realizzava ancora. E l’impazienza, che già da parecchio era sfumata nei toni più grigi dell’insofferenza, a quel punto divenne irrequietezza. Per cui, per la prima volta da quando s’era alzata, abbandonò il soggiorno e si recò in anticamera per vedere chi era venuto a bussare alla sua porta.

     C’era un uomo nel piccolo disimpegno dell’ingresso, un uomo che conversava con miss Murray. Conversava con estremo imbarazzo come se avesse dimenticato le parole. E appena vide la fanciulla, si fermò e parve smarrirsi del tutto. Ma fu lesto a riprendersi, tanto da riuscire a sfoderare perfino un sorriso.

     < Miss Fear Brewster, immagino! > fece con finta disinvoltura alla giovane.

     < Voi mi conoscete? > chiese lei cortese con una piccola riverenza.

     < Non vi conosco di persona, ma ho avuto incarico di parlarvi espressamente di una cosa che vi riguarda. >

     Quindi, senza essere invitato, fece un passo avanti e miss Murray, ancora interdetta, richiuse la porta.

     < Mi chiamo Bill Appleton e mi avvalgo di essere un collaboratore di William Bradford nonché conoscente del vostro esimio genitore, il pastore William Brewster. >

     < È mio padre che vi manda? >

     < In realtà sono venuto su incarico di William Bradford. Sarebbe dovuto venire lui stesso, ma un contrattempo lo ha trattenuto. Così ha mandato me per avvertirvi di non aspettare i vostri genitori. Ieri sera, per una faccenda della massima importanza, son dovuti partire per una destinazione che ignoro. Ed han potuto farlo contando sul fatto che William Bradford vi avrebbe informato. >

     < Partiti? Come sarebbe partiti? > fece la giovane visibilmente delusa.

     < Comprendo il vostro sconcerto, miss Brewster. Ma ieri sera non ero presente. Per cui ignoro la circostanza che ha reso necessaria la loro partenza. >

     < Ma quanto staranno via? Non l’hanno detto? Magari torneranno stasera? >

     < Ne dubito, miss Brewster. Anche William Bradford, a tal proposito, è rimasto piuttosto vago. Tuttavia mi ha parlato di un’assenza che non dovrebbe protrarsi per più di tre o quattro giorni. >

     < Tre o quattro giorni! Ma è impossibile! Così, senza venirmi a salutare? >

     < Vi ripeto che si è trattato di un evento imprevisto, un evento che han dovuto risolversi ad affrontare con la massima tempestività. A tale riguardo, miss … > aggiunse Bill Appleton dopo un attimo di esitazione rivolgendosi all’attempata ricamatrice.

     < Miss Murray. > fece lei.

     < Già, miss Murray. William Bradford mi ha incaricato di farmi portavoce di ciò che Edytha Brewster gli ha delegato di dirvi, e cioè che vi prendiate cura di sua figlia per il tempo della sua assenza. >

     < Non c’era neanche bisogno di chiederlo, Mr. Appleton. Edytha sa bene che può sempre contare su di me. Tuttavia, il protrarsi della sua assenza non era previsto e mi crea una lieve difficoltà. Ho un lavoro che ho premura di terminare, si tratta di una tovaglia con dodici tovaglioli. Ma sto pensando che potrei portare avanti il mio lavoro anche qui. Per cui, Mr. Appleton, se potete usarmi la bontà di trattenervi qualche minuto, vado a prendere la tovaglia con l’occorrente per il ricamo e son subito di ritorno. >

     < Assentatevi per il tempo che vi occorre, miss Murray. Posso aspettare. >

     < Fai tu gli onori di casa. > disse la donna alla ragazza < Torno subito. >

     Gli onori di casa. Quando ci si era provata, qualche volta, lo aveva fatto solo per gioco come versare dell’idromele o porgere un vassoio di biscotti a qualche amica di sua madre. Ma con sua madre presente. Ora, con sua madre inspiegabilmente assente, i suoi doveri di ospite le parevano perfino anacronistici. Com’è possibile mostrarsi gentili con chi porta spiacevoli notizie? Com’è possibile dissimulare la delusione e mostrarsi subito cortesi? Tuttavia, sebbene non ne fosse del tutto convinta, probabilmente Mr. Appleton non ne aveva colpa. A giudicare dal suo imbarazzo, sembrava davvero dispiaciuto di essersi prestato a quell’increscioso compito. Per cui Fear Brewster, accennando di nuovo una lievissima riverenza, gli disse:

     < Volete accomodarvi in soggiorno, Mr. Appleton? >

     < Siete davvero gentile, miss Brewster. > fece l’uomo seguendo la giovane che si era incamminata senza neanche aspettare la sua risposta.

     Entrarono nel soggiorno e si sedettero su due poltrone situate ai lati opposti del camino. Entrambi a disagio, si disposero ad aspettare. Ma Bill Appleton, volgendo gli occhi attorno, sui mobili, sui quadri, sulla finestra dietro cui campeggiava un cielo grigio, si sentiva sempre più in difficoltà. Nel rammentare la scena tremenda della sera prima, il capanno in fiamme, le urla, la disperazione dei confratelli e poi il silenzio carico d’angoscia che aveva sottolineato il riconoscimento dei corpi, si sentiva vacillare. In principio ci era riuscito, ma ora non poteva sfiorare con lo sguardo la giovinetta senza sentirsi in colpa. Era venuto a raccontarle una bugia, ma vi era stato costretto. Di fronte a quell’immane tragedia, tanto William Brewster quanto il suo amico e discepolo William Bradford si erano scoperti impotenti, come crocifissi al terreno da una forza smisurata. E là, annichiliti e svigoriti d’ogni residua forma di vitalità, s’erano alla fine risolti a non dire niente alla ragazza. A non dirle niente per il momento. Confidando nella forza della fede, William Brewster avrebbe trovato il tempo e le parole giuste per informarla dell’accaduto. Tempo giusto e parole giuste, ma non subito. Non in un momento troppo ravvicinato all’evento. Da là era scaturita la necessità di raccontarle una storia. Una storia qualsiasi. Una menzogna, ma tuttavia tale da indurla ad aspettare. E lui non avrebbe voluto, avrebbe dato qualsiasi cosa per scansare quell’incarico di mendace ambasciatore. Ma qualcuno lo doveva fare. E lo doveva fare qualcuno che, sconosciuto a Fear Brewster, lei non potesse subito sbugiardare.

     < Voi mi assicurate che le cose son proprio così come le avete raccontate? > chiese Fear ad un tratto facendolo sobbalzare.

     < Che ragione potrei avere di dire una cosa per un’altra? Io mi sono limitato a riportarvi ciò che mi è stato comunicato. >

     < Quindi non avete nessuna idea di cosa abbia reso così necessaria la partenza immediata dei miei genitori? >

     < Ne sono all’oscuro, miss Brewster. Ma conoscendo l’affetto che muove vostro padre e vostra madre nei vostri confronti, posso immaginare che si sia trattato di qualcosa di veramente improrogabile. Altrimenti sarebbero passati di sicuro a salutarvi prima di partire. >

     < È proprio quello che penso anch’io. Ma esiste qualcosa di tanto improrogabile, per usare le vostre parole, che non sia possibile rimandare neanche di poche ore? >

     La morte, avrebbe voluto dire Bill Appleton. Solo la morte, quando si presenta, non accetta nessuna dilazione del tempo. Solo la morte arriva sempre imprevista e ti costringe a partire senza concederti il tempo di salutare nessuno. Mentre il resto, ed il resto son solo cose di uomini, si potrebbe rimandare. Accidenti se si potrebbe rimandare! Bill Appleton sudava freddo benché il camino, in quel mattino di ottobre, fosse un semplice elemento dell’arredamento. Aveva un bel tormentarsi le mani sperando che arrivasse presto miss Murray. Miss Murray non arrivava e lui non era preparato a sostenere l’incredulità della ragazza. Doveva tranquillizzarla o avrebbe finito col confessare tutto.

     < Devo comunque aggiungere, miss Brewster, che se i vostri genitori si son risolti ad usare la massima sollecitudine verso la circostanza che li ha coinvolti, han potuto farlo fidando nella vostra capacità di comprendere. E ciò è rilevante considerando la giovane età della vostra persona. Evidentemente, oltre all’affetto, essi nutrono per voi una notevole considerazione come se foste già grande. >

     < Ma oggi è il suo compleanno! >

     < Compleanno dite? Di vostra madre? >

     < Ed io le ho preparato un regalo! >

     < Glielo darete al ritorno. >

     < Ma il suo effetto magico, tra qualche giorno, sarà svanito! Non lo capite? Un regalo di compleanno si può dare solo nel giorno del compleanno e non una settimana più tardi! >

     < Vi comprendo miss Brewster. Ma io son sicuro che lo apprezzerà lo stesso. E per lei la sua festa sarà nel momento in cui la vivrete insieme. >

     A quel punto Fear, quasi per significargli meglio la sua delusione, fu tentata di mostrargli il regalo che aveva preparato. Vi aveva lavorato all’insaputa di sua madre per tre settimane. E stava per farlo, stava per mostrargli il colletto ed i polsini che si trovavano ancora sul cuscino al centro del tavolo alle loro spalle, quando il ritorno di miss Murray mise fine ai triboli del povero Bill Appleton.

     < Siete stato davvero gentile ad aspettare. > fece la donna dalla porta.

     < È stato un piacere, miss Murray. > fece il mendace ambasciatore alzandosi.

      E, affinché a nessuna delle due venisse in mente di trattenerlo per il pranzo, s’affrettò ad aggiungere:

     < Ma ora devo proprio andare. Devo incontrare una persona e rischio di fare tardi. >

     Quindi, da perfetto gentiluomo, s’accomiatò da Fear Brewster, salutò miss Murray sulla porta e sparì giù per le scale.



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Commenti: 1
  • #1

    lucia (martedì, 03 novembre 2015 19:10)

    l'autore riesce abilmente a rendere vivi e presenti personaggi di un passato lontano ma pur sempre attuali .Un bel libro.!