Sotto il segno del fuoco

di Bruno Sebastiani

Romanzo storico

 

 

 

Nell'agosto 1860 a Bronte, un paese alle falde dell'Etna, esplose una rivolta di popolo ferocissima causata da secoli di soprusi e vessazioni, una rivolta favorita, in modo paradossale, dai proclami di Garibaldi che era sbarcato a Marsala per sanare gli antichi torti, torti che si sanavano dovunque tranne che a Bronte.



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Anteprima

  All’ombra dell’Etna, il vulcano più imponente del bacino del Mediterraneo, sorge una miriade di paesi condannati fin dalla posa della prima pietra a un’esistenza che ha il sapore della sfida. Adrano, Belpasso, Linguaglossa, Maniace… sono decine i paesi abbarbicati sulle sciare del vulcano come decine sono gli eventi imputabili al vulcano stesso che, con un minimo di perspicacia, si potrebbero interpretare come esortazioni ad andarsene, a fuggire da lì per trasferirsi a vivere altrove.  

     Ma la gente dei paesi etnei sembra fatta della stessa sostanza del vulcano, gente scabra, tagliente e con un fuoco dentro che pare un rimando al fuoco delle sue caldere. Sono numerose le eruzioni che ogni volta hanno apportato morte e distruzione. Ma invariabilmente, dopo ogni evento distruttivo, giusto il tempo che la lava si freddasse, sono riprese le opere per rendere di nuovo abitabile questa terra tanto problematica. Riaggiustate le strade, riparate le case e le stalle, risistemati i terrazzamenti, seppelliti i morti, ogni volta si è ripreso a vivere da dove si era lasciato con quel senso di fatalismo che è un tratto caratteristico dei siciliani. 

     Non c’è paese della cintura etnea che nei secoli non abbia scontato la furia del vulcano. In aggiunta al vulcano, non c’è paese che nei secoli non abbia scontato la rapacità dei potenti che si sono succeduti per spolpare fino al midollo il poco nutrimento che si riusciva a strappare alla terra. Umanizzando il vulcano, verrebbe da pensare che nei secoli si sia adoperato, direttamente o per interposta persona, per punire l’ardimento con cui si è scavato e arato e terrazzato proprio ai suoi piedi. Tutti i paesi hanno fatto i conti con terremoti, boati, fiumi di lava e scrosci di lapilli. Tutti hanno conosciuto il doloroso sovrapporsi di decime, gabelle, tasse sul macinato e servitù di altro tipo a beneficio dei maggiorenti del luogo. Tutti, se ne avessero il coraggio, o se ne vedessero il beneficio, potrebbero stilare una lista infinita di prepotenze, soprusi e umiliazioni su cui recriminare. Tutti, guardando le cose da una certa distanza, con un minimo di ironia, si direbbero nati sotto auspici non troppo favorevoli. 

     Ma tra tanti paesi ce n’è uno, Bronte, che vanta il poco invidiabile primato di esser nato sotto una configurazione astrale decisamente negativa, tanto da far pensare che l’atto fondativo sia stato redatto con le formule minacciose di una maledizione. Bronte nei secoli ha accumulato una tal quantità di conti in sospeso con chi dall’alto dei cieli dispensa castighi e ricompense che, immaginando un ipotetico saldo, se venisse a piovere, pioverebbe oro.

 

***

     Bronte trae origine da ventiquattro casali popolati da contadini e pastori che furono unificati nel 1535 su illuminata disposizione del Re Carlo V. L’idea di unificare i casali accorpandoli al più grande, che si chiamava Bronte, era quella di dar vita a un’unica popolazione, ciò per rendere più efficace la presenza e la percezione dello Stato, esercitare più agevolmente l’amministrazione della giustizia e, cosa primaria, rendere più semplice l’esazione fiscale. Il casale Bronte era il più grande non solo come estensione, ma anche nel numero degli abitanti. Si calcola che in quel tempo si componesse di circa settanta “fuochi”(ogni fuoco era una famiglia soggetta al pagamento delle tasse) che in media, moltiplicati per cinque, davano 350 abitanti. Gli altri casali dichiaravano meno fuochi per pagare meno tasse.

     Bronte era quindi un grosso villaggio già prima del 1535. Dopo l’unificazione, gli abitanti dei restanti casali sparsi nella vastità della campagna e sulle pendici del vulcano furono obbligati a trasferirvisi, pena la demolizione delle loro case, stalle e capanne. Questa cosa comportò un aggravio della loro condizione, avevano l’obbligo di risiedere a Bronte e al contempo dovevano occuparsi di terre lontane da Bronte, ore a piedi o a dorso di mulo, chi ce l’aveva. Tuttavia, avendo salvato case, stalle e capanne, avevano la possibilità di stare lontano da Bronte anche settimane, in fondo avevano pur sempre un tetto sotto cui ripararsi. Così, benché la residenza principale fosse a Bronte, già praticavano una cosa simile alla transumanza, stavano in campagna nei mesi in cui era necessario starci mentre nei mesi freddi, con la terra a riposo, stavano in paese.

     In conseguenza dell’unificazione, per permettere a una nuova massa di gente di avere un alloggio, sorsero a Bronte nuovi quartieri, nuove vie, nuove piazze, nuove chiese. Alla fine di tutto Bronte contava 3500 abitanti, abitanti fluttuanti. Nei mesi estivi Bronte era un paese spopolato, con l’inverno si rinfoltiva. E per tutti quella condizione era una vera calamità. Ma non c’era modo di trovare un rimedio a quella che sembrava una vera prepotenza perpetrata dai potenti che, non avendo nulla di più serio da fare, si divertivano a vessare la povera gente.

     Per come fu concepita, l’istituzione della municipalità di Bronte comportò un incremento considerevole di difficoltà per i brontesi. In primo luogo aumentarono le imposte, ciò in sintonia con le speranze del governo spagnolo, ma crebbero pure la miseria e, cosa che il governo spagnolo non aveva previsto, un desiderio nuovo di libertà. Quelli che in origine vivevano nei casali più disagiati, rozzi montanari che potevano contare soltanto su terreni sciarrosi, si trattava di terreni che solo con dura fatica si riusciva a strappare al vulcano per farne campi coltivabili, sentendosi gli ultimi tra gli ultimi, iniziarono a prendere coscienza dei propri diritti e, cosa più grave, a reclamarli in pubbliche riunioni. Vi furono anche dei tumulti e qualcuno pagò con la vita.

***

     Ancor prima che i ventiquattro casali fossero accorpati al più grande, Bronte, il territorio aveva ingolosito e per ciò stesso suscitato la rapacità dei frati maniacesi i quali, mezzo briganti dal primo all’ultimo, cioè dall’abate al frate portinaio, non si fecero nessuno scrupolo di approfittare dei beni dei poveri rustici. Nel 1471 l’abbazia di Santa Maria di Maniace, le cui origini erano avvolte nel mistero e che doveva il suo aspetto imponente, un bell’edificio con alte mura e un numero considerevole di torri, ai cistercensi che l’avevano abitata dal 1296 al 1373, era in piena decadenza. Così Re Giovanni II d’Aragona la affidò in commenda, con tutto il suo territorio e quello limitrofo del monastero di San Filippo di Fragalà, al cardinale Roderigo Borgia, più tardi eletto papa col nome di Alessandro VI. Roderigo Borgia, non sarebbe stato lui se avesse agito in maniera corretta, intascata la commenda, immediatamente la estese a Bronte e a tutti gli altri casali considerandoli possedimenti dell’abbazia. In pratica si deve a lui l’origine dello spregevole sopruso per sanare il quale i brontesi si videro costretti a intraprendere una gigantesca battaglia, fatta perlopiù di perizie e ricorsi giuridici, per più di tre secoli.

     Infatti nel 1491 papa Innocenzo VIII, basandosi sul presunto possesso come arbitrariamente attestato da Roderigo Borgia, per finanziare la costruzione del Grande e Nuovo Ospedale di Palermo, per assicurargli una rendita proporzionale alla sua importanza, prese in considerazione i beni dell’abbazia di Santa Maria di Maniace e del monastero di San Filippo di Fragalà. Il suo orientamento riscosse il pieno sostegno del cardinale Roderigo Borgia, tanto non era roba sua. Così, senza alcun diritto in quanto, come commendatario, ne era solo un semplice usufruttuario e amministratore, all’insaputa dei primi interessati, contadini e pastori del luogo, donò il patrimonio dell’abbazia e il possesso di tutti i suoi feudi al papa Innocenzo VIII. Il papa non perse tempo e immediatamente trasferì la regalia all’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo.

     Per la popolazione brontese fu l’inizio di una secolare schiavitù. Per il cardinale Roderigo Borgia invece fu un ghiotto affare, oltre ai meriti acquisiti presso la curia gli fruttò l’annua pensione di 700 scudi d’oro. Il fraudolento trasferimento dei beni di Bronte al nuovo ente ospedaliero avvenne nella più assoluta segretezza. Naturalmente, se pure la popolazione l’avesse saputo, è da ritenere velleitario che potesse opporsi al trasferimento con qualche speranza di successo. Però come minimo sarebbero scoppiati dei tumulti, si sarebbe reso necessario l’intervento degli armigeri, quasi sicuramente ci sarebbero scappati dei morti. In quella situazione è anche lecito supporre che qualcuno più scrupoloso di Roderigo Borgia e del papa in quel tempo in carica, magari un emissario del re, impressionato da quel parapiglia, avrebbe chiesto ragione del malcontento.

     Tutto questo non accadde. L’Ospedale si buttò a capofitto a sfruttare le rendite dell’abbazia di Santa Maria di Maniace, del monastero di San Filippo di Fragalà e territori annessi. I frati maniacesi si erano mostrati ingordi, ma nel ricordo dei brontesi presto furono soppiantati dalla noncuranza, dalla cupidigia e dall’insaziabile rapacità del nuovo padrone. In breve tempo, se già prima la vita era grama, divenne insostenibile per i casali sparsi nella valle del Simeto. 

     In seguito la municipalità di Bronte, benché consapevole della flebilità della propria voce contro la voce tonante degli avversari, tentò di percorrere tutte le vie possibili per sanare quella che, con le carte davanti, appariva a tutti gli effetti una feroce usurpazione. L’esito della disputa appariva scontato, cioè fallimentare, eppure i brontesi ci provarono, per ben tre secoli e mezzo ci provarono. Questo già basta a far capire quanto siano abili giudici e magistrati nel tirarla per le lunghe. In pratica la controversia divenne una cosa che si trasmise inalterata, senza aggiunte e senza omissioni, per generazioni finendo col diventare argomento di spiritosaggini nelle varie cancellerie.

     Per i brontesi c’era poco da ridere, di punto in bianco, da feudo locale, erano passati sotto il dominio dei palermitani la cui unica preoccupazione era il profitto e lo sfruttamento del territorio. In tale modo iniziò per loro una fase di lento e progressivo impoverimento. Non c’era modo di invertire la rotta in quanto gli unici terreni fertili erano quelli appartenenti all’abbazia di Santa Maria di Maniace, le cui rendite sparivano ancor prima di maturare. Gli unici terreni che sfuggivano alla ghigliottina erano le solite sciare alle pendici del vulcano che producevano poco e quel poco costava fatiche immani.

  La grande lite, come impararono a indicarla gli storici locali con quel pizzico di amaro sarcasmo tanto caro ai siciliani, si protrasse senza interruzioni fino al 1774, anno sacro per Bronte, anno in cui sembrò che il sole fosse tornato a sorgere dopo un’eclisse infinita. 

     Dopo aver conosciuto la spregiudicatezza di tribunali e corti che, senza nemmeno arrossire, ora riconoscevano i diritti negati, ora li negavano, ora rimandavano ogni decisione alla prossima udienza lasciando sostanzialmente le cose immutate, finalmente riuscì ad affrancarsi dall’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo. Pareva impossibile, eppure Bronte aveva vinto. Era stata dura arrivarci, specie vedendo, sulla falsariga di Sisifo, il traguardo farsi ingannevolmente più distante ogni volta che si stava per agguantarlo. Ora era fatta e già la gente guardava con rinnovata speranza all’avvenire.

     Ma non sia mai che gli ultimi possano diventare non diciamo primi, ma perlomeno penultimi. È una regola che se non sta scritta in cielo sta scritta in terra, l’hanno scritta gli uomini, è difficile non inciamparvi. Così pure per Bronte, benché l’avessero tanto sudata e inseguita passandosi il testimone da padre in figlio per generazioni, quella vittoria ebbe vita breve, brevissima. Difatti, neanche il tempo di assaporarla e già il paese si vedeva piovere sul capo un nuovo illecito trasferimento dei suoi beni più grave della prima volta, pressoché impossibile da sanare, non sarebbero bastati mille legulei a ideare una formula per impostare la causa di affrancamento. Con l’Ospedale palermitano era stato facile, facile per modo di dire, ora nemmeno San Biagio, il patrono la cui specializzazione purtroppo era quella di proteggere contro le malattie, sarebbe riuscito a sanare l’ennesima stortura. 

     La stortura si verificò nel dicembre 1799, annus horribilis, quando Ferdinando I di Borbone, re delle Due Sicilie, dopo la breve parentesi della Repubblica Napoletana, fu rimesso sul trono grazie all’aiuto inglese. Per esprimere la sua gratitudine all’ammiraglio Horatio Nelson, che tanto si era prodigato per soffocare nel sangue il tentativo repubblicano, gli concesse in perpetuo il territorio e il paese di Bronte, compresi gli abitanti (con ogni giurisdizione civile e criminale, inclusa la possibilità di comminare la pena di morte). La generosità regale, per verità storica, non si limitò a offrire la sola Bronte, ma una terna di prestigiosi doni, glieli offrì su un piatto d’argento, il Nelson doveva solo scegliere.

     Dall’entità dei doni possiamo immaginare quanto trovasse comodo il suo trono dopo averlo dovuto abbandonare in gran furia per fuggire a Palermo. Difatti, una volta ripreso possesso del suo scranno, propose all’ammiraglio di scegliere a titolo di ringraziamento o il feudo di Bisacquino, posto nelle vicinanze di Palermo, o il feudo di Partinico, un tempo proprietà dell’abbazia di Santa Maria di Altofonte, o il feudo di Bronte, ex proprietà dell’Ospedale di Palermo. 

     Re Ferdinando, descritto dagli estimatori, in realtà rarissimi, come esperto di cose mitologiche, avrebbe gradito che, tra le tre opzioni, il Nelson scegliesse Bronte. Così, per palesare la sua preferenza, scrisse al suo ministro alcuni suggerimenti per orientare la scelta di Nelson. “Questa terra di Bronte è la più adatta al caso, ma non sufficiente la rendita (allora il reddito di Bronte era calcolato in 5500 onze) che dovrebbe essere non meno di 6000 onze né più di 8000 onze. Dunque se ci siano altre terre confinanti per fare un tal pieno, ci si dovrebbero annessare, dando l’equivalente agli attuali possessori, dandosegli la forma e il carattere feudale col titolo di Duca, che in Inghilterra suona meglio che gli altri”.

     Horatio Nelson, non sappiamo quanto pilotato nella scelta, alla fine optò per il feudo di Bronte. Forse lo attrasse l’origine greca del nome che significa “Tuono”, forse soggiacque alla suggestione del terribile Etna che lo sovrasta, forse, più prosaicamente, valutò più conveniente la sua considerevole estensione territoriale. Qualcuno avanzò l’ipotesi che scelse Bronte per meglio identificarsi col mitico Ciclope, nel senso che di due occhi che aveva gliene era rimasto uno soltanto, il sinistro, avendo perso l’altro anni prima in battaglia. 

     (La leggenda vuole che l’origine di Bronte e il suo stesso nome sia da ricondursi al mito dei Ciclopi, giganteschi esseri dalla forma umana simbolo delle forze della natura. Si crede infatti che la cittadina sia stata fondata dal ciclope Bronte “Tuono”. Bronte, in concorso coi suoi fratelli, Sterope “Lampo”, e Piracmon “Incudine ardente”, era al servizio del dio Vulcano, erano stati condannati a lavorare presso le fucine del dio dentro le viscere dell’Etna con il compito di fabbricare i fulmini di Giove e le armi degli eroi. Furono i primi artigiani brontesi). 

     Nelson fece la sua scelta che, a scapito di un solo occhio a disposizione, fu davvero oculata. Difatti, insieme al feudo, gli venne conferito il titolo di Duca di Bronte, inoltre fu esentato dalla notevole somma che si doveva pagare alla Regia Corte per diritti di investitura. Non era ancora tutto, come per impreziosire ancor più il dono, Re Ferdinando gli concesse la facoltà di trasmettere la Ducea a suo esclusivo giudizio, ne poteva fare tutto quel che gli fosse piaciuto farne, lo poteva lasciare  in eredità non solo ai parenti ma pure agli estranei.

     L’aver soffocato nel sangue la Repubblica Napoletana aveva fruttato a Horatio Nelson “in perpetuo quasi 25.000 ettari di terra e la stessa città di Bronte, con tutte le sue tenute e i distretti, insieme ai feudi e alle marche, alle fortificazioni, ai cittadini, ai vassalli, ai redditi dei vassalli, ai censi, ai servizi, alle servitù, alle gabelle. Inoltre il Re Ferdinando, annullando alcuni diritti un tempo appartenuti all’Ospedale palermitano, concedeva al Nelson e agli eredi che sarebbero venuti in seguito la facoltà di intervenire nella amministrazione della comunità cittadina di Bronte, dentro i cui limiti territoriali la nuova Ducea veniva a trovarsi, e di poter nominare alcuni diretti rappresentanti della Ducea scegliendoli tra le persone del luogo che, naturalmente, per effetto della nomina, diventavano dipendenti a tutti gli effetti del Duca inglese. Per tale diritto aggiuntivo concesso al nuovo padrone una prima crepa accompagnata da continue ostilità cominciò a formarsi in mezzo alla popolazione brontese che poco alla volta poté assistere al sorgere di due partiti, il primo favorevole per ovvi motivi d’impiego e di assunzione alla parte ducale, il secondo schierato a sostegno degli interessi del Comune, per questo denominato comunista”. (Antonino Radice)

     “La gente di Bronte avrebbe fatto volentieri a meno di tanto onore. Negli stessi anni in cui a Parigi l’abate Mirabeau e Napoleone limano i dettagli del nuovo mondo, della libertà e della democrazia, l’atto di creazione del feudo riporta la giurisprudenza borbonica all’epoca dei nobili cavalieri che partivano per le crociate”. (Vincenzo Pappalardo)

     Horatio Nelson, grato al re della sua immensa gratitudine, intascata la nomina che lo faceva Duca di Bronte, iniziò subito a far progetti per farla diventare, quella sua, una proprietà modello. Senza frapporre indugi di sorta diede incarico ad Andrea Graefer, un esperto giardiniere di origine tedesca, suo era il merito del Giardino Inglese nella Reggia di Caserta, di ristrutturare l’antica abbazia, quella di Santa Maria di Maniace, per farla diventare una comoda e sontuosa residenza signorile. Così, là dove un tempo vivevano frati mezzo briganti, in mancanza di Nelson che mai ebbe modo di visitare i suoi possedimenti, si allestirono stanze e saloni coi pavimenti impreziositi da marmi pregiati per i suoi eredi e per i vari amministratori, Andrea Graefer in testa a tutti.

     Il Graefer era tanto sollecito a curare gli interessi del Duca che, oltre a ristrutturare l’ex abbazia, emanò bandi per ribadire la validità del divieto prima vigente di legnaticcio, semina, pascolo sui terreni feudali. Riaffermò inoltre il divieto di transito sulla regia trazzera, un ponte che consentiva di scavalcare il fiume Simeto, occorreva pagare un pedaggio, e l’utilizzo delle acque di Maniace. In più la sistematica opera di esclusione della mano d’opera locale a favore di coloni provenienti dalle zone vicine e di limitazione degli usi civici prima esercitati (pascolo, legnaticcio, caccia) provocò da parte degli strati sociali meno abbienti un’altrettanto sistematica opera di distruzione (castagni, roveri, cerri, querce) allo scopo di ricavarne un utile dalla vendita.

    Insomma, per dirla in due parole, per la popolazione di Bronte, che tanto aveva sperato dopo la vittoria messa a segno contro l’Ospedale palermitano, si trattò di un colpo sferrato a tradimento degno della peggior stirpe di briganti. Gli esperti di cose legali del Municipio studiarono le carte, gli atti prodotti dalla Regia Corte, e in breve si fecero convinti che non c’erano strade percorribili, era tutto legale, il re poteva disporre come aveva disposto, al popolo restava una sola risorsa: la rassegnazione che, per quanto atavica, non poteva considerarsi inesauribile. Tuttavia lì, di fronte al nuovo sopruso, non c’era modo di ribellarsi, rubare si poteva fare finché non ti scoprivano, si rubava legna soprattutto, per il resto fu giocoforza adattarsi a convivere con la Ducea. Per meglio riuscirci, con il loro solito fatalismo, i brontesi presto impararono ad accomunarla all’altro male contro cui da sempre combattevano: il vulcano. Se non li aveva schiantati l’Etna non ci sarebbe riuscita nemmeno la Ducea.

     Ma non era facile. Vista l’entità della donazione, parlare di diritti negati, parlare di prevaricazione, parlare di perfidia era ancora poco. In pratica, tolti i feudi di Foresta Vecchia e del Cattaino del marchese delle Favare e quello della Placa del duca di Carcaci, tutto il restante territorio fertile e arabile era passato di mano, sul tetto della vecchia abbazia già sventolava la bandiera inglese. Al Comune di Bronte rimase uno spicchio di Etna e un mare di sciara. Con quelle regie disposizioni si chiudeva un ciclo di interminabili battaglie legali e se ne apriva uno nuovo che, si vide subito, se si voleva combattere, occorreva farlo con altri mezzi. In più occasioni vi furono tumulti, ma le guardie della Ducea, meglio armate, non ebbero difficoltà ad avere la meglio. Ovviamente qualcuno ci rimise la vita, ma tanto quella che si conduceva che vita era?