Bruno Sebastiani

Sulle tracce di Tarrawonga

romanzo storico e di avventura


   Un romanzo che ci porta in un lungo viaggio attraverso due oceani con una flotta carica di deportati verso la conoscenza degli aborigeni. Un viaggio inumano per i deportati rinchiusi nelle stive delle navi, un difficile viaggio all'interno della natura umana sorprendentemente più pura... là dove ci porta la conclusione del viaggio...


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Anteprima

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      Il 13 maggio del 1787, dal porto inglese di Portsmouth, prendeva il largo quella che venne poi definita “First Fleet” (Prima Flotta). Non si trattava della prima flotta in assoluto nella storia della marina, e nemmeno avrebbe potuto esserlo, visto che l’uomo aveva imparato a navigare ancor prima di imparare a nuotare, ma era la prima che prendeva il mare per una missione ad un tempo ambiziosa e biasimevole: prendere possesso del “Nuovissimo Continente” per farne una colonia penale, per quanto, visto che l’elenco delle cose ambiziose e biasimevoli già in quel tempo era davvero lungo, quella flotta poteva anche omettere, davanti al nome, l’aggettivo ordinale secondo il quale era la prima, oppure poteva non chiamarsi affatto, che sarebbe stato meglio. Nondimeno un primato, se non alla flotta, lo dobbiamo riconoscere sicuramente a colui che la condusse, infatti non era mai accaduto in passato che ad un comandante della Royal Navy venisse affidato un incarico tanto difficile e odioso nel medesimo tempo, ché non era cosa di tutti i giorni raggiungere il continente australiano, anzi era difficilissimo, e non era gratificante impiantarvi e dirigervi una prigione. Ma un uomo si trovò, o per meglio dire si lasciò persuadere, da ciò si deduce che evidentemente i consiglieri di sua maestà britannica, re Giorgio III, seppero indorare la pillola, ché di fatto era una pillola davvero amara e dagli oscuri effetti secondari. Ma i consiglieri, come dicevamo, in quella specifica arte di magnificare le cose non magnificabili erano pressoché inarrivabili, al punto che Arthur Phillip, il comandante su cui cadde la scelta di affidare il governo della flotta, nonché della costruenda colonia penale, si ritenne onoratissimo di servire in quella singolarissima missione l’augusta figura del re, non la figura e basta, ma l’augusta figura perché a un re fa peccato la modestia e re Giorgio era immune da peccati. Per cui, dopo frenetici quanto scrupolosi preparativi, vedremo in seguito come quei preparativi furono parecchio raffazzonati, egli prese il mare al comando di undici vascelli carichi di tutto, tutto quel che si riuscì a stiparvi, compresi 772 forzati, 584 maschi e 188 femmine, ché una prigione senza prigionieri aveva poco senso.

 

  In quel tempo Arthur Phillip aveva quarantanove anni, e presso i funzionari dell’Ammiragliato, veniva indicato come un uomo in possesso di grande umanità e forte senso del dovere, come dire che era buono per ogni cosa senza spiccare in nessuna specifica arte, ma si sa che il gergo con cui venivano redatte le note caratteriali adombrava la mediocrità, qualora vi fosse, dietro una selva di caratteristiche positive talmente ovvie che era impossibile non possederle. Occorre però dire che tali caratteristiche positive, ma in sostanza scontate, fino a pochi anni prima, per quella specifica missione, ne avrebbero fatto il candidato meno ideale. Infatti i comandanti, a bordo dei loro vascelli, di sovente si davano a vedere come dei tiranni, come se le navi fossero dei piccoli feudi e gli uomini che costituivano i loro equipaggi fossero dei semplici servi della gleba. I preferiti, e non solo dall’Ammiragliato, erano quelli che si mostravano più duri e inflessibili coi loro marinai. E non di rado, ed a ragione potremmo aggiungere, gli equipaggi arrivavano a odiare i loro comandanti, salvo in ogni caso seguirli fino in capo al mondo, che è solo un modo di dire per significare che si sarebbero spaccati la schiena pur di accontentarli. Può sembrare un controsenso, ed in ciò sta la stranezza della gente di mare che è molto scaramantica, ma i comandanti più temuti, quelli più insensibili ai patimenti dei loro marinai, agli occhi degli stessi marinai parevano rifulgere come fossero dèi, che ad ogni buon conto, nel caso lo fossero stati veramente, che a volte s’incarnavano sotto spoglie inusitate, era meglio tenere come alleati. Più erano spietati, più incutevano soggezione e più riscuotevano rispetto che, si badi bene, non era amore, ché, volendo, ed era cosa riservata a pochi mortali, solo le dee si potevano amare. Di contro, coloro che erano portati a impietosirsi delle condizioni proibitive in cui solitamente versava l’equipaggio, coloro che rifuggivano dalle maniere dei tiranni per far uso di comprensione, in alcuni casi di paternalismo, venivano guardati con sospetto, tant’è vero che nessun generale che si rispetti si preoccupa dei suoi soldati, carne da cannone, cosa si deve pensare di un comandante che si preoccupa dei suoi marinai, carne da pennone? Difatti i marinai, di tali comandanti dalle maniere “umane”, non avevano una grande opinione. Pareva che quella loro debolezza, ché così veniva percepita la loro umanità, nonostante venisse indicata tra le note positive redatte dall’Ammiragliato, potesse poi estendersi alla condotta della nave, nave che si trovava spesso a mal partito nello scontro con le tempeste oceaniche. Brigantini e galeoni facevano la loro bella figura quando erano ormeggiati nei porti, tanto che li si poteva affidare anche al più sprovveduto dei mozzi. Ma in mare aperto la loro imponenza si riduceva a poca cosa, e se c’era un mozzo a bordo, solitamente c’era, si rifugiava in cucina a pelare patate. In mare aperto e col cielo stellato a indicare la rotta, era tutt’altra cosa, e quando incappava in una burrasca, anche il vascello più robusto si lasciava allentare i pennoni, si lasciava strappare le vele e si lasciava disalberare, alcuni, i più infingardi, arrivavano perfino ad imbarcare acqua. Per tale, insita fragilità dei loro vascelli, anche i più imponenti venivano stritolati dai mostri marini come fossero fuscelli, i marinai preferivano sapersi nelle mani di un comandante senza cuore. Quella che poteva sembrare una mancanza, nel momento del pericolo si trasformava in temerarietà, in audacia, in prodezza, tutti talenti che, è cosa nota, vengono naturali agli spietati. Meglio un comandante tutto d’un pezzo, dunque, che un comandante con qualche parte molle, con qualche parte che, nel momento del pericolo, poteva anche schiantarsi.

 

    Di Arthur Phillip tutto si poteva dire, meno che fosse tutto d’un pezzo. Egli era un tipo, come si suol dire, accomodante, attitudine che in altri ambienti veniva definita arte diplomatica, l’arte di conciliare gli opposti, e che, per certi versi, era anche apprezzata, ma che pareva poco opportuna in un comandante il cui compito non era quello di conciliare ma di indicare degli obiettivi che, per esser tali, dovevano essere irrinunciabili. Per tali compiti ci voleva un uomo sicuro di se stesso e capace di imporsi, ma il nostro Arthur Phillip, che pure era un ufficiale della Royal Navy, possedeva un carattere mansueto, difficilmente tentava di imporsi in virtù dell’autorità che gli conferiva il grado, preferiva di gran lunga la persuasione, con tutto che i suoi sottoposti, la natura umana è fonte continua di sorprese, preferivano esser vinti piuttosto che convinti arrivando a metter nel conto anche il rischio di una punizione. Quando Arthur Phillip si trovava costretto ad impartire una punizione, lo faceva davvero controvoglia. Era così tenero di cuore, che riusciva a mettersi nei panni del marinaio che aveva sbagliato e che aveva meritato la giusta dose di frustate, ed in quei panni, anzi senza panni perché le punizioni si infliggevano a dorso nudo, arrivava a sentire il fuoco delle nerbate che si abbattevano sulla schiena del malcapitato, ben gli sta, avrebbe detto un uomo dall’animo cinico, speriamo che non gli facciano troppo male, diceva lui.

 

    Arthur Phillip era un comandante che univa alla sua notevole capacità nautica la pazienza e la bonomia, doti che, come abbiamo già spiegato, non venivano considerate benemerenze in quel tempo nella Royal Navy, ma che, proprio perché rarissime, gli valsero l’incarico che gli fu affidato, un incarico che, è bene ricordarlo, era talmente delicato da sembrare più adatto alle qualità del buon pastore che a quelle del condottiero. Infatti non va dimenticato che, nel prendere il comando di quegli undici vascelli, egli si trovò a reggere le sorti di un campionario umano che sfiorava le 1.500 unità. Non solo marinai, dunque, ma anche forzati di entrambi i sessi, e bambini, e soldati incaricati della loro sorveglianza, e ufficiali, alcuni dei quali ebbero la felice idea di imbarcarsi con le relative mogli al seguito per stabilirsi, forse per sempre, nella nuova colonia. C’era di tutto sulla First Fleet, dall’essere più abbietto, magari condannato per dieci omicidi, all’anima purissima di un bambino appena nato che, benché purissimo, già scontava alla nascita il peccato d’esser figlio di una detenuta, ma non è di questo mondo sanare certi torti, non per niente c’è già pronto ad attenderci l’altro mondo. Si può ben comprendere come, per tenere le fila di un campionario umano tanto diversificato, ci volesse un uomo che sapesse essere rigoroso ma anche pietoso, irreprensibile ma anche comprensivo. In altre parole, ci voleva un uomo con le specifiche doti di Arthur Phillip che, se non ci fosse stato, avrebbe comportato un bel rompicapo per i consiglieri di sua maestà...

 

...È davvero sorprendente che qualcuno sia stato in grado di indicare un luogo preciso di quell’immenso continente ove impiantare una colonia, visto che l’ignoranza geografica tra i membri del parlamento e del governo era di dimensioni abissali: Botany Bay, chissà se ne avevano mai sentito parlare, supponiamo di si, altrimenti non l’avrebbero citata. Probabilmente qualcuno, tra i ministri o i consiglieri di William Pitt, aveva memoria di un certo capitano James Cook che, nel 1770, aveva scoperto quella fantomatica baia e l’aveva cartografata. E forse il non sapere esattamente come fosse e dove si trovasse contribuiva a farne un lembo di inferno, una zona terribile e malsana che si prestava magnificamente, nel subconscio degli Inglesi, alla deportazione dei condannati. 

 

In effetti, quello che per molti era solo ed esclusivamente il Nuovissimo Continente, veniva pensato come una scatola vuota in cui era possibile stipare tutto ed il contrario di tutto, per non parlare del contenitore che aveva una forma che potremmo definire esoterica, per non dire misteriosa. Quasi nessuno aveva idea di come fosse fatta l’Australia e dove si trovasse. Lontano, agli antipodi era il massimo che alcuni erano in grado di dire. Selvaggia, inospitale, desertica, impenetrabile erano le particolarità che pochissimi erano in grado di aggiungere. Popolata da belve feroci, insetti velenosi, serpenti terribili a vedersi e indigeni usi cibarsi dei loro nemici, particolari che forse nemmeno dieci persone in tutta l’Inghilterra potevano dire di conoscere, ammesso che tali particolari fossero autentici. Tutto questo per dire che, quando William Pitt si risolse a patrocinare l’edificazione di una colonia penale in Australia, come la stragrande maggioranza degli Inglesi, non aveva nessuna cognizione in merito. Qualcuno gli aveva detto che c’era un lembo di terra che, per qualche strana e fortunata ragione, era di pertinenza della Corona, e che era ancora disabitato, ché il fatto che vi fossero gli indigeni, attribuzione che caratterizza tutti i popoli nei loro paesi di appartenenza, non aveva importanza. Cos’altro gli serviva? In qualità di capo del governo, il suo solo compito era quello di firmare il decreto. Come dargli seguito, come renderlo operativo, era un problema non suo, ma del comandante che sarebbe stato prescelto per la missione.

In viaggio

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     I deportati vennero caricati per ultimi e come tali vennero sistemati, ultimi in ogni senso, già destinati ad un viaggio che si sarebbe realizzato in condizioni spaventose, infatti vennero stipati in grosse gabbie sistemate sul fondo più fondo di ogni vascello. Si tenga presente che i vascelli di quel tempo, sotto quello che veniva definito ponte di coperta, avevano due, tre, financo quattro ponti. Il primo ponte sotto coperta solitamente accoglieva i mezzi di difesa della nave, o di offesa, ché non v’era mai un confine netto tra le due cose, v’erano quindi cannoni, polvere da sparo e proiettili. Il secondo ponte sotto coperta ospitava la cambusa, le cucine e gli alloggi dei marinai, a cui fu necessario aggiungere, per quella specifica spedizione, gli alloggi dei soldati necessari alla sorveglianza dei detenuti. Il terzo ponte sotto coperta, la cosiddetta stiva, rappresentava lo spazio adibito al carico delle merci. Se vi era un quarto ponte sotto coperta, voleva dire che la nave aveva enormi potenzialità di carico.

 

     Le gabbie dei deportati, indipendentemente dalla conformazione dei vari vascelli, vennero collocate sempre nell’ultimo ponte, quello che era interconnesso con la chiglia e con le fiancate, ben al di sotto della linea di galleggiamento. In tal modo la luce e l’aria potevano giungere in quella sorta di pozzo solo quando i boccaporti venivano mantenuti aperti, e tale fortunata circostanza, quando si verificava, era solo per qualche ora al giorno.  In caso di tempeste o di pioggia, i boccaporti restavano chiusi ed i deportati si trovavano in qualcosa che era simile ad una tomba galleggiante. Al buio e con l’aria pressoché irrespirabile, erano obbligati per giunta alla quasi totale immobilità. Infatti avevano degli anelli di ferro alle caviglie attraverso i quali scorreva una catena, e tale catena era ancorata alle parti estreme del fondo, per tutta la lunghezza della nave, come già in uso sulle navi negriere. La catena veniva sfilata solo per permettere le rare uscite sul ponte di coperta. E quando accadeva, i deportati risalivano in superficie a piccoli gruppi, con l’aria smarrita come se avessero disperato di poter rivedere il sole. Parevano i superstiti di un disastro in miniera, ma nessuno si complimentava con loro, nessuno si avvicinava con termos e coperte, nessuno li abbracciava e chiedeva notizie di chi non era ancora riaffiorato in superficie. Appena sul ponte, non facevano neanche in tempo ad abituare gli occhi alla luce accecante del giorno, che dovevano mettersi in fila e, coi piedi appesantiti dai ferri alle caviglie, dovevano percorrere un certo numero di giri sul tavolato per ritemprarsi, in base ad una precisa prescrizione sanitaria, ammesso che qualcuno avesse a cuore la loro salute. E se qualche detenuto avesse ritenuto di potersi ritemprare col semplice rimirare il mare ed il cielo percorso dai gabbiani, magari appoggiato alla murata, ché c’è pure chi sa trovare conforto dalle piccole cose, doveva mettere nel conto la punizione dei carcerieri. La minima infrazione alle direttive veniva punita proibendo le successive uscite sul ponte, nei casi più gravi si ricorreva alla fustigazione, rimedio abituale in quel tempo in ogni luogo di deportazione.


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