Passi scelti

                           Le più belle frasi dei romanzi

per conoscere meglio l'autore e il suo stile narrativo


Boudicca

 

 Era l’anno 61 d.C. ed a Roma lo scettro del comando era nelle mani dell’imperatore Lucio Domizio Enobarbo Tiberio Claudio Druso Germanico Nerone (nato nel 37, regnò dal 54 al 68, anno in cui si diede la morte). In quel tempo il governatore della Britannia era Gaio Svetonio Paolino il quale, fidando nell’apparente stasi della vena ribelle dei popoli sottomessi, decise di tentare la conquista dell’isola di Mona (l’attuale isola di Anglesey, a nord-ovest del Galles). L’isola di Mona, coi suoi numerosi templi e con le sue foreste sacre, costituiva un baluardo, forse l’ultimo, della religione druidica. La sua caduta, nei progetti di Gaio Svetonio Paolino, avrebbe dovuto rappresentare la svolta strategica per completare la sottomissione dell’intera Britannia.

 

     Tenere alla libertà potrebbe sembrare un’affermazione naturale, perfino scontata, in quanto non c’è popolo che non dica di sé di essere votato alla libertà. Ma nel caso dei Celti, l’anelito alla libertà era un fatto sostanziale, un modus vivendi che caratterizzava ogni aspetto della loro esistenza. Mentre per gli altri popoli era un ideale o un proclama d’intenti, per i Celti la libertà era più importante della vita stessa. Anzi, per i Celti la libertà era qualcosa che travalicava la vita e non riconosceva neanche il limite della morte. Vita e morte erano i due aspetti, entrambi imprescindibili, dell’atto del vivere come il giorno e la notte sono imprescindibili per il ciclo diurno. E siccome avevano fede nell’immortalità dell’anima, non avevano timore di affrontare l’ultimo trapasso se quello era il volere degli dèi. La massima espressione di libertà per i Celti era quella di potersi attenere alle tradizioni ed ai costumi tribali, elementi necessari per restare in sintonia col tutto, o per meglio dire con la natura perché in essa ritrovavano il divino che era in ogni essere vivente. 


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Le frasi significative del romanzo storico: 

L'assedio di Masada

Scende la sera sul deserto giudaico e con essa scende il gelo, tanto che già si rimpiange la calura del giorno, il riverbero del sole sulla sabbia, questa sabbia stranamente ambrata che, specie all’orizzonte, pare capace di liquefarsi, di evaporare addirittura.


In compenso, quando scende la sera, s’accendono in cielo miliardi di stelle, stelle enormi e sfolgoranti come solo qui è dato vedere, stelle che paiono talmente vicine che, sol che si avesse una scala, si potrebbe salire e coglierne tante da riempire un canestro da riportare a Roma, inestimabile tesoro di gemme da mettere ai piedi dell’imperatore.


   Lucio Flavio Silva, in piedi davanti all’entrata della sua tenda, come ogni sera, annusando l’arrivo del buio, sta qui a rimirare il cielo che sembra capace di cadergli addosso per il peso delle troppe stelle.


Ed allora, quando fa un passo indietro come per il timore di essersi sporto troppo, lo sguardo gli va da solo allo sperone roccioso sulla cui vetta sorge la fortezza di Masada, un enorme tronco di cono che di giorno fa venire i brividi sol che si guardino le sue pareti scoscese e di notte incute terrore per la sensazione che sia scomparso, ombra tra le ombre in questo deserto in cui l’animo si smarrisce.


Sorge ad oriente uno spicchio di luna ed il deserto riaffiora, livido e spettrale per la sensazione che le rocce siano ossa.


  A questo punto non sorprende che Lucio Flavio Silva ne abbia già piene le tasche di starsene qui accampato senz’altro fare che aspettare. Tra l’altro soggiornare nel deserto è di una scomodità assoluta, va bene il panorama insolito della sabbia vagamente ambrata che sembra farsi acqua all’orizzonte, vanno bene i cieli notturni che ogni volta si danno a vedere più emozionanti della volta precedente, ma a tutto c’è un limite, c’è un limite alle cose belle e alle cose brutte e le brutte, in questo deserto, non si finisce mai di elencarle. 




Frasi significative tratte dal romanzo mitologico: "Di colui che vide ogni cosa".

In più occasioni, trovandoci al cospetto di questo capolavoro, abbiamo avvertito forte il desiderio di procurarci una scala per portarci, per quanto possibile, più prossimi alla parte superiore del bassorilievo così da esaminare da vicino il volto di Gilgamesh, o meglio per esaminare i suoi occhi che guardano senza alcun’ombra davanti, in lontananza, verso qualcosa di indefinito. Si potrebbe dire che questi occhi, ancor meglio del corpo tutto, lascino affiorare la parte umana dell’eroe che guarda interrogandosi, guarda per capire, per afferrare quel che non sempre appare ma che non può non esserci, se non altro per giustificare il fuoco che lo divora dentro di addivenire alla conoscenza, conoscenza di cosa è difficile dirlo dal momento che non sembra appagarsi di nulla che possa materialmente vedere. Lo sguardo di Gilgamesh è così ambivalente da esprimere, insieme alla sua forza, anche la sua fragilità di uomo il quale, benché sia reduce da una strabiliante vittoria, sa che dovrà soccombere, sa che, più terribile del ferocissimo leone, un giorno si troverà di fronte un nemico che si farà beffe della sua falce o della sua frusta, un nemico inesorabile come può esserlo solo la morte.


L'assedio di costantinopoli

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L'assedio di Costantinopoli, romanzo storico

 Il basileus si sente solo e stanco, al punto che non gli dispiacerebbe di morire, pazienza per tutti quelli che lo piangeranno, ammesso che qualcuno possa farlo, ma ora il morire gli appare davvero il minore dei mali. Se adesso vedesse entrare la morte, non ne avrebbe paura e nemmeno ne resterebbe sorpreso, resterebbe com’è, forse un po’ incuriosito, ché si tratterebbe pur sempre di una cosa mai vista prima. Se vedesse entrare la morte l’inviterebbe a sedere, non andrai di fretta, le direbbe, il lavoro non mi manca, gli direbbe la morte, ma ora che è notte ho meno richieste, e dunque siediti, insisterebbe il basileus, non credevo di doverti incontrare proprio stasera, ma stai tranquilla, non avrai fatto tanta strada per niente, quando sarà il momento verrò via con te, è un sollievo sentirti parlare in questo modo, gli direbbe la morte sconvolgendo il suo grande mantello nel gesto di sedergli di fronte, è difficile che qualcuno mi accolga con la tua cortesia e tu, se mi posso permettere, sei nobile nel blasone e sei nobile anche nel cuore, ciò mi lusinga, le direbbe ancora il basileus, ma dalle tue parole deduco che in genere ti è penoso il tuo servizio, alle parole del basileus, la morte, improvvisamente più triste, si tirerebbe sulla fronte il cappuccio del suo mantello per evitare cha la fioca luce della lucerna possa svelare le orbite vuote che ha al posto degli occhi, non ne va fiera, ma non ci può fare niente, avete indovinato, maestà, direbbe a quel punto con voce più accorata, a volte mi è davvero penoso il mio servizio, specie per il fatto che nessuno mi riconosce i miei meriti, tu avresti dei meriti, le domanderebbe il basileus, certo maestà, come altro chiamarli, tutti mi dipingono malvagia, iniqua, crudele e nessuno mi riconosce la benevolenza con cui sempre accorro presso i moribondi senza mai farmi scudo delle loro condizioni, a volte ne trovo alcuni che sfido chiunque ad avvicinarli, nondimeno io accorro, non mi tiro indietro e sempre li abbraccio nel momento del trapasso, capisco quel che intendi, le direbbe il basileus, e comprendo il tuo sfogo, tu svolgi un compito ingrato che, per giunta, non viene neanche apprezzato, hai colto nel segno, maestà, gli direbbe con più enfasi la morte, il mio compito è necessario, ma se cercassi in giro, nessuno vorrebbe prendere il posto mio, ora che lo dici, le direbbe ancora il basileus, mi fai ravvisare una singolare somiglianza tra il tuo compito e quello mio di sovrano, è necessario che regni, è necessario che qualcuno sieda sul trono, ma se chiedessi in giro, nessuno vorrebbe prendere il posto mio, qui ti sbagli, maestà, gli direbbe a quel punto la morte, forse è vero che nessuno vorrebbe prendere il posto tuo, specie in questa circostanza in cui la città è stretta d’assedio, ma i tuoi sudditi ti portano il massimo rispetto, cosa che non fanno con me, dici davvero, le domanderebbe sorpreso il basileus, dico davvero e non lo faccio per adularti, in questi giorni ho preso tanti tra le mie braccia che sono morti pronunciando il tuo nome, ciò che dici mi commuove, le direbbe il basileus, è bello che questa cosa ti commuova, gli direbbe la morte agitando con grazia il suo mantello che dispiegherebbe i suoi ampi panneggi come farebbe una tenda scossa dalla brezza notturna, i tuoi sudditi in questo frangente così incerto si sentirebbero persi se non avessero più te, ciò che dici mi fa sentire la responsabilità di una mia eventuale dipartita, le direbbe rattristato il basileus, è giusto che tu la senta, gli direbbe la morte, e forse sei ancora in tempo, io non sarei neanche venuta se tu non mi avessi chiamato, vuoi dire che potresti andartene anche senza di me, le domanderebbe con una nota di speranza nella voce il basileus, non è nel mio stile andarmene senza portare a compimento la mia missione, gli direbbe la morte agitando ancora con grazia il suo mantello, ma in questi giorni qui attorno ho dovuto sbrigare così tanto lavoro, che per una volta posso anche tornarmene a mani vuote, non vorrei abusare della tua bontà, le direbbe il basileus, ma forse è il caso di riconsiderare la mia dipartita, io non ho alcuna difficoltà a riconsiderarla, gli direbbe la morte, e poi, perché tu lo sappia, e guardami bene negli occhi mentre lo dico, è solo una questione di tempo, il basileus vorrebbe trattenersi, ma suo malgrado si troverebbe a sorridere, ho detto qualcosa di buffo, gli domanderebbe la morte, mi sorprende che tu possa sorridere, perdonami, non è per mancanza di rispetto, le direbbe il basileus, ma tu mi dici di guardarti negli occhi ed io vedo solo delle orbite vuote, ti perdono la tua impertinenza, gli direbbe la morte punta su uno dei suoi tasti più dolenti, ti perdono perché in fondo, benché sovrano, sei solo un mortale, non me ne volere, mia buona morte, le direbbe con voce supplice il basileus, non me ne volere e comprendi la mia reazione, se mi concedi dell’altro tempo, lungo o breve che sia, sarà sempre dell’altro tempo da consacrare alla mia sfortunata città, per questa volta ti accontento, gli direbbe la morte, in fondo mi è concesso fare ogni tanto un’eccezione e tu, per dirla tutta, stasera non eri previsto, ma sappi che ci rivedremo presto, ciò non mi spaventa, le direbbe il basileus, quando sarà il momento vienimi a prendere ed io ti seguirò con sollievo, ché le pene di questa città sono infinite, forse è per questo che stasera, in un momento di sconforto, ti ho invocato, se tu vedessi le cose che vedo io, gli direbbe la morte, le pene infinite di cui parli non sarebbero più moleste di un sassolino nella scarpa, ed ora me ne vado, ché il mio quarto d’ora di riposo è scaduto.


Chissà, forse il buon Dio che tutto vede potrebbe ancora toccargli il cuore e riportarlo sulla retta via così da evitargli l’impalatura, pratica parecchio frequentata dai musulmani a danno dei cristiani, e dei traditori in special modo, a meno che non si debbano mettere nel conto le aspettative di Allah, il Dio islamico venerato sull’altra sponda della cui spada si è già detto e che in sostanza non è che si trovi qui semplicemente per cambiare aria, anche lui, si presume, tiene aggiornata la lista, tanti crocefissi da una parte e tanti impalati dall’altra, ché questo è il trattamento che di solito si riservano cristiani e musulmani, e sta bene attento affinché il conto alla fine torni in pari. Se dovessimo prendere per buona questa ipotesi, dovremmo concludere che gli dèi sono litigiosi adesso com’erano litigiosi al tempo dei Greci raccontato da Omero.


L'oscurità

Ed ecco che il dopo, da semplice avverbio,

è già una promessa che lascia immutata l'incertezza di una partenza,

nulla è permanente a questo mondo,

al punto che l'unica costante che ci sentiamo di indicare è proprio l'impermanenza.

 

Per la qual cosa è illusorio fare programmi

che abbiano il discutibile pregio di proiettarci continuamente a dopo, a più tardi, a chissà quando.


Si potrebbe pensare che in questo paese, insieme alla polvere, si sia diffuso un vaccino per il quale ora tutti sono immunizzati dalle malattie che aggrediscono le restanti popolazioni, ci riferiamo all’insofferenza per la lentezza, ci riferiamo all’attivismo sfrenato, ci riferiamo a quella cosa inspiegabile che spinge a far debiti per acquistare cose di cui non si ha bisogno.


L'anno in cui morì il sogno comunista

   Le azioni degli uomini sono destinate a disperdersi proprio come la vita che il più delle volte sfuma senza lasciare traccia, salvo che qualcuno non ne prenda nota, salvo che non ne resti memoria perlomeno nei contemporanei, in alcuni casi è sufficiente che ne resti il ricordo in chi sopravvive tanto da poter dire che chi se n’è andato era qui prima di andarsene.